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Saggistica A. K. Coomaraswamy:
induismo e buddismo
Ananda Coomaraswamy che ha scritto una specie di sinossi dell'induismo e del buddismo è infatti uno storico (soprattutto dell'arte religiosa indù), ma è anche un credente. La sua sinossi è dunque apostolica. Egli si rivolge con grande cura al lettore occidentale, riferendosi con precisione filologica ai testi di cui cita parole, frasi o frammenti, dandone anche sempre, tra parentesi, il testo in lingua originale; non solo, ma fornendo anche l'analogo concetto in quella lingua universale della filosofia che è il greco di Platone, oppure addirittura citando testi mistici occidentali (esprimenti sempre analoghi concetti, soprattutto Meister Eckhart, e, con grande pertinenza, il Dante del Purgatorio e del Paradiso). L'educazione inglese di Ananda Coomaraswamy gli consente di avere quel distacco dalla materia (in cui peraltro crede) e quella capacità di chiarezza sintetica e razionale, il cui risultato è di compendiare in un libriccino di 170 pagine stampate larghe, millenni di pensiero religioso. Ciò che mi ha colpito forse più di tutto in questo straordinario compendio (che mi ha molto emozionato) è un elemento finora trascurato della filosofia indiana, cioè il suo momento pragmatico che è invece conosciuto a fondo e capito ancora più a fondo: così a fondo da risultare addirittura «behavioristico»! Certe affermazioni dei testi religiosi indiani coincidono perfettamente con certe affermazioni del «behaviorismo» (a proposito di cui consiglio, ancora, al lettore un esemplare irritante e affascinante, Oltre la libertà e la dignità, di B. F. Skinner, Mondadori). Scelgo a caso alcuni passi: «Si può affermare che tra le mentalità ingenue che si identificano con i loro accidenti, il Buddha avrebbe incluso Cartesio con il suo cogito ergo sum» (sono in quanto individuo); «Quel che noi chiamiamo la nostra coscienza non è altro che un processo mentale; il suo contenuto cambia di giorno in g!orno ed è sottomesso, né più né meno come la realtà corporea, al determinismo causale...»; come afferma Plutarco: «nessuno continua a essere una persona, nessuno è una determinata persona... »; «Essendo l'individualità empirica un semplice processo... »; «Questo corpo non è mio, ma il risultato di azioni passate». Ed ecco una frase che potrebbe essere scritta direttamente dal «behaviorista oltranzista» Skinner: «L'individualità è connessa alla coscienza e la coscienza non è un'essenza, ma passione; non è attività, ma un susseguirsi di reazioni in cui noi - che non abbiamo il potere di essere ciò che vogliamo e quando lo vogliamo siamo fatalmente implicati». È his fretus, da questo punto (il punto in cui il praticismo occidentale si ferma), che il pensiero indiano crea la religione. Un «io» inesistente, consistente in un «fascio di reazioni» all'ambiente, è razionalmente un moncone. Ora le religioni sono tutte profondamente razionali: e i pensatori indiani delle origini non si son dunque fermati a quel «moncone» e hanno cercato di integrarlo in un tutto più sensato. Ne è nato quell'enorme, complicato (ma in fondo semplice) sistema che è l'induismo. Il Sé che è tutto, ma non sa cosa è perché non è qualcosa, il suo convivere reale con il nostro Sé irreale; la vita intesa come risveglio alla sua realtà ecc. E tutta la serie di miti simbolici che da questa nozione immensamente proliferatrice può nascere. Ma, da occidentale viziato (benché, ripeto, molto emozionato dalla bellezza e verità del mito) ciò che mi ha più attratto sono state ancora delle conclusioni pratiche. Primo: il rapporto del «Risvegliato» - cioè dell'uomo che giunge alla conoscenza del Sé reale - con l'etica. Cito in proposito altri passi: «Le norme della mera morale, casi come vengono spesso chiamate - mera perché, sebbene sia indispensabile al raggiungimento del fine supremo dell’uomo, non è in se stessa un fine, ma soltanto un mezzo... »; «La perfezione è qualcosa di più dell'innocenza dei fanciulli; occorre sapere cosa sono la follia e la saggezza, il bene e il male, e sapere poi anche come disfarsi di queste due nozioni: essere retti senza essere virtuosi, essere cioè amoralmente morali». (Com'è rozzo il cristianesimo occidentale, al confronto!) Secondo: il rapporto del Risvegliato con la società. La filosofia indiana (e quindi anche il contenuto di questo libretto rusconiano) è sempre apparsa una filosofia politicamente reazionaria, conservatrice cioè di un potere monarchico o feudale. Anche le recenti conversioni hippy (sottoculturali: li ho visti coi miei occhi questi «convertiti» a Kabul e a Katmandu) pongono l'accento della sovversione al potere capitalistico in una forma di oltranzismo che riesuma come contraddittoria una religione di Stato irrimediabilmente e quindi scandalosamente arcaica. In realtà il reazionarismo della religione indù è un errore di ottica, come osserva Ananda Coomaraswamy. E ha ragione: la Chiesa Cattolica non era reazionaria nel Medioevo. La cultura del feudatario e quella del contadino erano la stessa cultura. Se posso ripeterlo ancora una volta, la rassegnazione non ha niente da invidiare alla rivolta, naturalmente in una società sostanzialmente non contraddittoria: dove il figlio assume il ruolo del padre, e la obbedienza che - nelle società antiche - porta a questo, è suprema dignità. L'assimilazione al padre e la riassunzione dei suoi doveri, che divengono casi ereditari, è la causa prima della divisione della società in caste, secondo il credente Ananda Coomaraswamy. Certo non lo è unicamente, ma che importa? Chi pativa e viveva questa forma arcaica di «divisione del lavoro» ci credeva fermamente e l'accettava: un «universo umano» conta solo visto dal suo interno. Inoltre, dal testo di Ananda Coomaraswamy, veniamo a sapere una cosa sorprendente. Non è vero che un individuo sia legato alla sua casta dalla vita alla morte. Egli può uscire da questo determinismo sociale - che a noi sembra così imperdonabilmente ingiusto - attraverso il «risveglio». Il Risvegliato, che giunge al quarto e ultimo grado di conoscenza, cioè all'apatia e alla morte in vita, e vive assolutamente privo di tutto, può provenire dalla casta dei regnanti o dei sacerdoti, ma può provenire anche dalla casta dei paria. Ciò che dà uguaglianza e libertà è la santità, cioè la liberazione dalla coscienza del bene e del male, e l'abbandono non solo dei beni della vita, ma anche del rituale religioso e della stessa teologia! Il supremo insegnamento (per noi) della religione indiana è infatti il seguente: «Una chiesa o una società che non fornisca i mezzi per svincolarsi dalle sue proprie istituzioni, che impedisca ai suoi membri di liberarsi da essa, riduce a nulla la sua suprema ragione di essere». Ho scritto queste note en anarchiste, ma non senza progettazione. Il libretto sull'induismo e il buddismo è pubblicato infatti da Rusconi. Questo editore ha pochi anni di vita (circa due, credo), ma già i suoi elenchi di libri pubblicati sono molti, sotto i cartelli segnaletici di varie collane. Nella collana di narrativa e di poesia, Rusconi è abbastanza eclettico, non si formalizza troppo: e nel suo piano generale consistente nel fornire i testi di una nuova, grossa «letteratura di destra», cerca di corrompere anche autori non di destra, secondo la tattica tradizionale delle «aperture» verso i due corni estremi. Molto più coerente, se non fazioso, Rusconi appare nelle varie collane di saggistica, e specialmente in questa, «Problemi attuali», in cui è uscito il volumetto di Ananda Coomaraswamy (da Bernanos a Lévi-Strauss, da Jean Daniélou a Giuseppe Prezzolini, fino all'abominevole Armando Plebe - il povero Noventa sta a fare da paravento, pagando cosi lo scotto alla sua ambiguità un po' troppo conclamata). Adesso Rusconi ha aggiunto alla sua attività di editore una nuova attività di produttore cinematografico, nel momento stesso in cui si sta impadronendo delle testate di alcuni giornali già di destra. Alle sue spalle, si dice, ci sono il petroliere Monti e la Cia. Si tratta dunque della più grande operazione culturale di destra che si sia mai avuta in Italia. Da qui lo scandalo. E la necessità di una nuova lotta per gli intellettuali di sinistra, reduci dalle glorie degli anni Cinquanta, dagli idilli degli anni Sessanta, e dai disastri degli anni Settanta. Non c'è dubbio che Monti sia fascista, nel senso anche tradizionale della parola. Si può dire lo stesso della Cia e di Rusconi con lo staff dei suoi collaboratori? Non credo, magari anche malgrado loro. Il fascismo classico è per sua natura conservatore: ha la retorica dei buoni sentimenti e del passato, ha la mania del cosiddetto ordine ecc. La cultura che Rusconi propone attraverso la sua grandiosa operazione non è conservatrice, se non in falsetto: essa finge di esserlo. In effetti essa non può nascondere il suo totale cinismo, il suo aristocratico disprezzo per i sentimenti di un arcaico perbenismo e per un passato meschinamente nazionale (essa è internazionale, ormai, sia per formazione che per finalità). Quanto all'ordine, questa nuova cultura, che è in realtà quella dell'edonismo della cultura di massa, si accinge a fare piazza pulita dell'intero universo dell'ordine difeso dal fascismo. Non si fa scrupoli; qualunque cosa essa debba sacrificare a questa distruzione la sacrifica. Prima di tutto, a farne le spese, non con le parole ma coi fatti, è la Chiesa e la religione (la cultura di Rusconi non ha alcun reale interesse per operette religiose come quella di Ananda Coomaraswamy!). Presentandosi sotto spoglie tradizionali, tale nuova cultura di destra, ci costringe a inscenare una lotta antifascista così miserabilmente vecchia da sembrare un malinconico balletto di burattini. Marx e Engels hanno scritto le loro opere nel cuore dell'Ottocento, Lenin a cavallo tra i due secoli: è morto cinquant'anni fa. È un intellettuale come me a essere ormai, oggettivamente, un conservatore! Io infatti, come i miei colleghi, sono ancora legato alle idee nate ed espresse più di un secolo fa. La cultura organizzata e imposta dall'operazione Rusconi è invece tutta lanciata verso il futuro, in un totale agnosticismo rispetto ad ogni valore e in un totale cinismo reale verso l'intera storia passata. Ridurre l'opposizione a Rusconi ai termini di una lotta antifascista significa perdere aprioristicamente, e per di più in modo ridicolo. Il fascismo di Rusconi è una maschera la cui estrema e irrilevante corrispondenza con alcuni elementi sopravvissuti di realtà (il teppismo e la volgarità fascista, coperti dal perbenismo e dall'aristocraticità culturale) non deve costringere gli intellettuali democratici (comunisti, gauchisti ed anarchici) a combattere una battaglia ritardata.
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