|
|
|
Saggistica L'anno cruciale
![]() I dati parlano chiaro: il 1975 è l’anno in cui Pasolini realizza Salò (lo inizia a marzo) destinato a diventare il suo ultimo film, tra polemiche, censure, indignazioni di vario tipo. Prepara Porno-Teo-Kolossal, un progetto che lo ha accompagnato negli ultimi nove anni e che avrebbe girato nella primavera 1976, con Eduardo De Filippo come possibile interprete. E’ l’anno in cui scrive l’Abiura dalla Trilogia della Vita, lavora furiosamente al romanzo Petrolio, licenzia per la stampa La Divina Mimesis e la raccolta poetica La nuova gioventù, viaggia, cura le edizioni straniere di alcuni suoi volumi, incontra fotografi, artisti, studenti e giornalisti, scrive su quotidiani e riviste gli articoli sulla società e sulla cultura italiana che poi confluiranno nelle raccolte Scritti corsari e Lettere luterane. Denunzia l’omologazione, il crollo degli antichi valori autoritari, l’edonismo spicciolo, egoistico, criminale, quella nuova realtà sociale che, secondo la sua spietata critica vissuta sulla concretezza di un’esperienza quotidiana di conoscenza sulla propria pelle, nasce senza alcun radicamento, recisa rispetto al suo passato, senza possibilità di immaginarsi un futuro qualunque. Mese per mese, come frammenti di una collana che sarà poi violentemente spezzata, Pasolini 1975 ripercorre quei mesi di folle lavoro fino alla brusca interruzione di una vita e di un’opera. Ma il documento di eccezionale interesse e assolutamente inedito è l’ultima intervista, per la prima volta in versione integrale rilasciata a Parigi dallo scrittore e regista alla televisione francese, il 31 ottobre ’75. Pasolini risponde in modo tagliente lucido e provocatorio alle domande del giornalista Philippe Bouvard di Dix de Der indossando la stessa camicia della notte in cui viene assassinato. Ancora poche ore e ci sarà lo choc del suo corpo oltraggiato sotto l’occhio impietoso dei media nella livida alba dell’Idroscalo, un lunghissimo choc che si prolunga ancora, elemento di ambigua fascinazione, sul presente fissando in un limbo di continua precarietà mediatica la figura del poeta assassinato, dello scrittore di mito.
|
. |
|
|
|