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La saggistica Intervista a Giuseppe
Bertolucci
Effettivamente le foto della
Bachmann registrano tutto l'arco della lavorazione di "Salò". Il
lavoro di selezione sulle 8.000 foto del repertorio che ci è pervenuto
è stato senza dubbio lungo e non semplice. In particolare è
stato arduo disporle secondo l'ordine della narrazione del film, che abbiamo
scelto di seguire in modo puntuale. La sensazione di déjà-vu
è dovuta al fatto che la Bachmann si è attenuta molto all'impostazione
delle stesse inquadrature effettuate sul set da Pasolini.
Le foto che vediamo sono state rielaborate in qualche modo? C'era circa un due per cento del materiale composto da foto in bianco e nero. La scelta è stata quella di virarle in bianco e nero per adattarle al corpus dominante. Allo stesso modo, il filmato dell'intervista sul set era a colori, e lo abbiamo trasposto in bianco nero, ci sembrava importante restituire organicità all'intero film. Anche le musiche sono quelle del film originale... Sì, ma sarebbe stato impossibile isolarle dal missaggio per un loro eventuale riutilizzo. Quindi la scelta è stata di risuonarle, ma in modo assolutamente fedele. C'è un pezzo, ad esempio, che sembra stonare e in realtà era così anche nel film; da parte nostra la sua esecuzione è avvenuta su un pianoforte modificato per ottenere lo stesso effetto. Dalla visione deriva un senso di fissità esasperata. E' stato senz'altro intenzionale adattare tutto al regime visivo della fotografia. In tutto il film c'è solo un breve zoom e una dissolvenza. I brani dell'intervista sono diversi, risalgono tutti al 1975, l'anno in cui Pasolini girò il film? No, in realtà le interviste coprono un arco di circa dieci anni, in cui Pasolini andava esprimendo riflessioni e concetti che sarebbero confluiti in maniera certo estremizzata nel film. Questo per quanto riguarda i brani vocali che sono stati montati con le immagini fotografiche. Ma le interviste filmate provengono tutte dal set di "Salò".
Ricordo di aver visto in anteprima il film in proiezione privata, con mio fratello Bernardo. Uscimmo completamente sconvolti da quella visione; non tanto e non solo per il suo contenuto ma soprattutto per il momento particolare in cui ciò accadeva: quando vedemmo il film Pasolini era stato ucciso appena due giorni prima. Quando il film uscì - piuttosto presto, devo dire, in gennaio - le reazioni furono diverse. L'anteprima ci fu a Parigi, nella prima ed unica edizione del festival cittadino, e ricordo ancora il silenzio che c'era in sala. Poi non bisogna dimenticare che in quegli anni fra i critici che scrivevano sulle riviste c'era gente come Calvino, Moravia, Musatti... Calvino recensì negativamente il film, mentre Moravia ne prese le difese. Di Musatti ricordo un bell'intervento su 'Cinema nuovo', in cui affrontava il problema della perversione a partire dalle teorie di Freud. Ricordava fra l'altro che l'attitudine perversa è quella che il bambino sviluppa a tre anni, quando ha una sessualità a 360 gradi; il perverso è quello che si ferma in quella fase... Quanto c'è secondo lei di attuale nel film? Direi che la qualità profetica delle riflessioni pasoliniane è innegabile. Del resto già in quegli anni anticipava fenomeni che poi egli stesso ha fatto in tempo a vedere concretizzarsi. Penso soprattutto alla televisione... Devo dire - e questo è un fatto curioso -, un giovane spettatore mi ha fatto notare che "Salò" in fondo è una specie di reality. In effetti si tratta di una grande luogo isolato, in cui i partecipanti si rinchiudono, non possono uscire, e metteno in scena cose orrende, mangiano merda, ecc. Questo è un film molto simile a "L'angelo sterminatore" di Buñuel e allora dovremmo dedurne che forse era anche quello un reality (ride)... A Venezia, dove il suo documentario è stato proiettato, lei ha dichiarato di attraversare una fase di distacco dal cinema. A tutt'oggi non ho alcun progetto di film in cantiere e questa fase continua. Penso che la forma del lungometraggio sia ormai ingessata, al di là del fatto che si producano ancora dei capolavori. Ho attraversato varie fasi creative, il film, il teatro, la televisione, le sperimentazioni in digitale... devo dire che per me l'idea del film di finzione lungo e della sala come suo luogo di fruizione, non so... mettermi a lavoro in quest'ambito mi sembra quasi anacronistico, un tornare a una realtà - quando il cinema e la sala detenevano il privilegio assoluto dell'audiovisivo - che non esiste più. Parlando coi giovani nelle università mi sono accorto che per loro è diventato difficile persino accettare l'idea di recarsi in sala a un'ora precisa per vedere un film, e di spendere dei soldi per questo. Con il computer e i dvd riescono a gestire tutto meglio. Devo dire che l'idea stessa di distribuire nelle sale questo mio ultimo film è stata da parte dei distributori molto coraggiosa. Insomma nessun progetto per il futuro... Per ora no, ma sto lavorando a un'opera teatrale che andrà in scena a Napoli a gennaio. E' tratta da un testo dell'autrice de "I monologhi della vagina", un testo che ha molto in comune con le idee dell'ultimo Pasolini. Vi si parla, infatti, del problema della donna e del suo essere manipolata fisicamente e ricattata dai modelli imposti dall'attuale società mediatica. * * *
Una voce, calma ed inconfondibile,
emerge dal rumore di un operoso, disciplinato set cinematografico. È
la voce di Pier Paolo Pasolini, al lavoro per completare la sua ultima,
contestatissima (e postuma) opera cinematografica: Salò
o le 120 giornate di Sodoma.
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