"Pagine
corsare"
Saggistica
Ancora a scuola da
Pasolini un vero maestro
Cosa resta dello scrittore
e cineasta, assassinato nel novembre '75?
L'anelito pedagogico e molto
altro, secondo il critico che gli ha dedicato più volumi.
Ma va sottratto all'«abuso
di profeta»
Intervista a Enzo Golino di Oscar Iarussi
La
Gazzetta del Mezzogiorno, 29 novembre 2005
Sottrarre
Pier Paolo Pasolini all'«abuso di profeta» che si va estenuando,
vieppiù in queste settimane del trentennale della sua morte violenta,
e restituirlo alle umanissime contraddizioni e all'inesausta creatività.
Solo così se ne può cogliere l'identità che in filigrana,
fin dall'insegnamento negli anni friulani, mostra un anelito educativo,
per molti versi gramsciano, mai disgiunto dall'autobiografia. È
la rigorosa ipotesi analitica di un libro di Enzo Golino, Pasolini.
Il sogno di una cosa. Pedagogia Eros Letteratura uscito vent'anni fa
per i tipi del Mulino e ora riproposto dai Tascabili Bompiani con l'aggiunta
di nuove pagine sull'incompleto romanzo postumo Petrolio. Golino,
napoletano, giornalista culturale di lungo corso (è stato vicedirettore
dell'«Espresso»), critico militante e raffinato saggista, ha
anche dedicato un volume al «mito Pasolini dentro la realtà»,
raccogliendo le tracce di una presenza che nell'inflazione di citazioni
e del «feticcio» pasoliniano segnala un'incompiuta elaborazione
del lutto per la sua assenza (Tra lucciole e Palazzo, Sellerio ed.,
1995). Golino parlerà del «suo» Pasolini questa sera
a Sannicandro di Bari, ospite del locale Presidio del Libro. Lo
abbiamo intervistato.
Lei parla nel suo saggio
di una «nevrosi didattica» di Pier Paolo Pasolini, della sua
opera come di un multiplo «romanzo di formazione». In che cosa
consiste la pedagogia dell'autore?
«Pasolini è
stato sempre molto attento ai processi formativi. Non voglio stabilire
un meccanico rapporto di causa ed effetto, ma non dimentichiamo che era
figlio di un militare di carriera e di una insegnante, due professioni
largamente implicate in un rapporto pedagogico verso i giovani. Del resto
Pasolini ha parlato anche della propria formazione ricordando la scuola,
l'università, i maestri da lui frequentati. Lui stesso è
stato uomo di scuola fin dalla giovane età e più tardi a
Roma. Tracce consistenti di questa attività educativa si trovano
nella sua opera, in chiave apertamente autobiografica o trasferite in personaggi
(genitori, insegnanti, parroci, funzionari di partito) attinenti all'esperienza
pedagogica. Quel "romanzo di formazione" cui accenno, il lettore potrà
costruirselo da solo se mette in fila tutte le pagine - che nel mio libro
ho capillarmente individuato nella sua opera - dove la pedagogia viene
rappresentata non solo in chiave metaforica ma in forma diretta».
Ci fa un esempio?
«Penso, tra i tanti
luoghi, al racconto Mignotta, pubblicato in Alì dagli
occhi azzurri, nel quale Pasolini racconta in modo sobrio e commovente
il passaggio dall'analfabetismo all'alfabetismo di una giovane donna del
Sud arrivata a Roma, dove si sposa e abita in una poverissima borgata».
Eppure Pasolini arrivò
a invocare l'abolizione della scuola dell'obbligo. È una provocazione
che oggi avrebbe un senso?
«La polemica sulla
scuola dell'obbligo è tipica delle contraddizioni che Pasolini coltivava
sia nella sfera caratteriale di certa sua ingenuità sia come calcolato
fattore dirompente della sua dialettica. Come nei suoi attacchi alla televisione,
strumento di comunicazione per eccellenza al quale però non si sottraeva:
lo dimostrano i programmi ai quali partecipava. Quanto alla validità
di quel che lui diceva sulla scuola dell'obbligo, è impossibile
commisurare la situazione di allora a quella di oggi. Ben prima di questa
veemente polemica, negli anni delle sue "scuolette" friulane ricordate
con passione da Andrea Zanzotto, poeta, insegnante, amico di Pasolini,
un preside di quella regione, Natale De Zotti, da cui il giovane professore
dipendeva, definì Pasolini "maestro mirabile", e così sempre
lo ricordava anche quando era difficile usare quel giudizio perché,
pure in tribunale, era esplosa la questione della sua omosessualità».
Oggi PPP farebbe ancora
scandalo? Oppure le sue posizioni «corsare» sarebbero inglobate
dal chiacchiericcio di quella tivù che egli indicò come fattore
potente di omologazione e che ormai metabolizza qualsiasi «scandalo»?
D'altronde, Pasolini viene regolarmente citato a sproposito nei programmi
del piccolo schermo, chessò da Patti Smith, la quale, ospite di
Celentano, ha dato l'impressione di conoscerne sì e no il nome.
«Né lei né
io abbiamo facoltà divinatorie, quindi è difficile immaginare
se oggi le posizioni di Pasolini avrebbero ancora fatto scandalo. La sua
pedagogia da educativa si era trasformata - anche in modo violento - in
rieducativa nei confronti di istituzioni come la Scuola, la Famiglia, lo
Stato, la Chiesa, il Pci. Oggi forse l'avrebbe applicata a realtà
dove il suo interventismo corsaro avrebbe avuto modo di incidere senza
farsi invischiare nel chiacchiericcio mediatico. Al di là di ogni
ipotesi, oggi stiamo assistendo a una ripresa polemica contro l'aborto
nel quadro di una forte discussione sulla bioetica. Qualcuno ricorderà
che Pasolini fu molto critico sull'aborto scontrandosi con un fronte abortista
diffuso».
Giova alla comprensione
di Pasolini l'enfasi anche linguistica con cui lo si elegge a «profeta»?
Penso a certe rievocazioni ampollose e agli elogi degli avversari d'un
tempo, di destra come di sinistra o del campo cattolico. Tutto ciò
non va a discapito della sua sobrietà stilistica e della razionalità
dell'«illuminista carnale» di cui disse Asor Rosa?
«Il profeta è
colui che, parlando per ispirazione divina, predice o prevede gli avvenimenti
futuri, colui che prevede o pretende di rivelare il futuro. I filosofi
della Scuola di Francoforte sono stati profeti descrivendo formazione e
traiettorie della società di massa? Non vorrei ripetermi, ma sono
proprio le contraddizioni di Pasolini, arma principale del suo pensiero
critico, della sua dialettica negativa, a suscitare opinioni e agnizioni
da settori diversi della società, della politica, dell'intellighenzia.
Ogni giudizio trova prova e controprova nel suo opposto».
Cinema, poesia, saggistica,
letteratura, giornalismo, ideologia. Considerando i testi, più che
il «personaggio», cosa resterà di PPP?
«Credo che in ogni
settore della sua estesa produzione, Pasolini abbia lasciato qualcosa di
meritevole. I dieci Meridiani editi da Mondadori con la direzione di Walter
Siti, offrono la possibilità di avere un orizzonte vasto. Se proprio
volessimo offrire qualche indicazione, sicuramente le poesie in dialetto
friulano, pagine dalle Ceneri di Gramsci e anche dagli ormai vituperati
Ragazzi di vita e Una vita violenta, per non dire di certe
scene di Petrolio da leggere in controluce e contrappunto al film
Salò o le 120 giornate di Sodoma, anch'esso di forte valenza
testamentaria. Né possono mancare all'appello del futuro alcuni
interventi del "corsaro", del "luterano", e ancora tre film: Accattone,
Mamma Roma, Il Vangelo secondo Matteo».
Lei, nel suo libro «Tra
lucciole e Palazzo», intravide una «convergenza parallela»
sotto il segno del Tragico tra Pasolini e Aldo Moro. La considera ancora
valida? E non è forse la rimozione del Tragico il vero tradimento
che l'Italia post-pasoliniana e post-morotea ha perpetrato verso il suo
passato?
«Pasolini e Moro,
ovviamente per motivi assai diversi, sono stati negli anni Settanta due
capri espiatori della società e della politica italiane. Quel che
lei dice della rimozione del Tragico è vero, e - per altre ragioni
- nemmeno Tangentopoli è riuscita a far sentire fino in fondo quella
rimozione. Né l'attuale ondata revisionistica può supplire
a una reale consapevolezza della dimensione tragica che in quest'ultimo
decennio ha assunto piuttosto, e purtroppo assai spesso, l'abito mentale
di una demagogia da commedianti televisivi».
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INVITO
ALLA LETTURA:
BRANI
DI PIER PAOLO PASOLINI
TUTTI
GLI AGGIORNAMENTI
A
"PAGINE CORSARE"
DA
OTTOBRE 1998
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