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Saggistica La conversazione
Vincent Van Gogh, "Vento" L’altra sera non mi andava di ascoltare la radio, mia compagna abituale, anche se RaiTre trasmetteva un concerto jazz niente male. Preferii dunque mettere nel lettore di Cd la Matthäus-Passion di Bach. Non era neppure terminato il doppio coro iniziale - quello che state ascoltando anche ora (Kommt ihr Töchter, helf mir klagen!) - quando la porta-finestra che dà sul terrazzo si spalancò improvvisamente soffiandomi addosso aria gelida. Da un paio di giorni Milano era spazzata da un vento inusuale e parecchio fastidioso, anche se ero consapevole di come un evento simile costituisse un autentico toccasana per disperdere lo smog perennemente stagnante sulla mia sfortunata città. Stavo per avviarmi a chiudere quella improvvisa fonte di gelo pungente, quando una leggerissima pressione sulle spalle mi arrestò. Risuonò, leggera e pacata, una voce dalla grazia inconfondibile: «Ho saputo che avresti voluto chiedermi qualcosa… Dunque, eccomi: domanda, esplora, approfondisci… Purché anche tu, come quasi tutti nell’anno del famoso trentennale, non intenda esclusivamente indagare sulle pieghe, più o meno ignote, di quel 2 novembre a Ostia, pretendendo di conoscere da me, fi-nal-men-te, la verità. Purché tu eviti accuratamente, dunque, di squadernare le solite ipotesi: un complotto, un’ultima sceneggiatura interpretata da me medesimo, un sordido delitto commesso negli ambienti della prostituzione omosessuale… Fatevene una ragione, spioni da buco della serratura, curiosi della peggior specie, critici e commemoratori più o meno amici, più o meno ostili, più o meno istituzionali: sono uno scrittore!, se conosceste almeno un po’ le mie opere, evitereste di pronunciare e di scrivere crudeltà, o perlomeno fesserie mostruose riguardanti la mia persona e il mio pensiero; sareste in grado di soffermarvi su una mia poesia, su un mio romanzo, su un mio film, ne comprendereste i contenuti e i messaggi…» Un’invettiva in piena regola… Beh, un po’ sbigottita lo ero. Anche se concordavo, parola per parola, su ciُ che avevo appena udito. Da quando lui aveva iniziato a parlare, era come fossi diventata di marmo. In qualche frazione di secondo formulai alcune ipotesi: forse, fumare come un turco mi aveva totalmente obnubilato la mente; forse, si trattava dell’inizio della fine: in tal caso avrei avuto soltanto il tempo di precipitarmi al telefono e di chiamare un’ambulanza; forse, era tutta colpa dell’optalidon, preso per contrastare una persistente emicrania; forse… oh, insomma! non stavo vivendo altro che un brandello di realtà e lui, nientemeno che Lui, era proprio lì. Riuscii - fu in verità uno sforzo titanico - a muovere il capo. E lo vidi. Non aveva aureola, né didascaliche ali angeliche. Come avevo immaginato. Insomma, era tal quale l’abbiamo conosciuto, nel Gobbo o nel Decameron. O, magari fugacemente, di persona, come accadde a me quando venne a trovare il cugino Nico alla Longanesi. So che stenterete a crederci, ma qui, ora, proprio davanti a me, non era in giacca e cravatta: portava pantaloni blu e una maglietta azzurra con il glorioso stemma della nazionale di calcio. Incredibile. Gli sorrisi, gli tesi la mano; dal groppo che mi serrava la gola uscì soltanto, stentatamente, un timido «Benvenuto!». Banale, banalissimo… E io avevo osato sognare di riuscire a farlo parlare dei suoi scritti, dei suoi film, dell’origine delle sue opinioni politiche… Un saluto piccino piccino, da perfetta rincitrullita… Ci volle un po’ prima che mi riprendessi. «Ebbene, è vero, da un bel po’ di tempo avrei desiderato rivolgerti alcune domande», esordii timidamente. «Avrei voluto, come si dice, intervistarti… anche se, per un’impresa tanto impegnativa, la mia professionalità fa acqua da tutte le parti. Sai, per una vita ho fatto soltanto la correttrice di bozze, fino a quando ci sono state le bozze naturalmente. Ora le corregge una macchina. Pazzesco. È la tecnologia, siamo quasi tutti cannibalizzati dalla tecnologia oramai, nonché dal capitalismo, dal neocapitalismo, dal postcapitalismo. Insomma», mi tremava un po’ la voce, mi veniva quasi da piangere, «da tutte le forme di capitalismo possibili, immaginabili e teorizzabili. Ma un’intervista, quella proprio ci terrei a fartela… Accomodati… ti offro un pinot». Prima di sedersi scorse i libri che stavano in disordine su scaffali un po’ polverosi, notai una smorfia quando vide i suoi Meridiani. E udii una specie di borbottio: «… pressappochismo… dilettantismo… cialtroneria… Mah…». Compresi ciò che gli stava ribollendo in cuore, ma non me la sentii di entrare nel merito. In fondo anch’io, fatte le debite proporzioni, ero una curatrice… Adesso, da indagare, da approfondire vi era la cattedrale di idee, di concetti, di sensazioni, di immagini, di parole, di emozioni da lui eretta con le sue opere, con gli indimenticabili personaggi e situazioni dei suoi film, dei suoi romanzi. Vi erano dunque quei suoi gioielli inestimabili e basta. «Dunque, alcune domande le ho già in mente… Se sei d’accordo, potremmo iniziare…». Pasolini fece un leggero cenno di assenso. Pensai alla prima domanda da porgli, probabilmente avrei corso il rischio di apparire di nuovo banale, dicevo a me stessa mentre la costruivo. Da poco era iniziato un nuovo anno, e il pensiero si soffermò ancora sulle feste appena trascorse. Così iniziai con: Che cosa pensi del Natale e a chi ti sentiresti di esprimere i tuoi auguri in occasione di tale festività? «… sono contro questa festa stupida e irreligiosa.Tirai un sospiro di sollievo: la mia domanda, forse, era stata banale, ma l’immenso Poeta aveva risposto da par suo. Mi rinfrancai. L’intervista continuò per un pezzo, e di seguito potrete riflettere sulle risposte che via via quel Grande dava alle mie domande. Riflettere e gioirne, naturalmente... o almeno è ciò che mi auguro. Quali sono state le tue sensazioni osservando il corteo di Maria Callas ripercorrere la storia di Medea nei paesaggi tanto suggestivi e affascinanti da te scelti per ambientarvi il film? «Nel fondo di una di queste vallette sul greto del fiume - c’è intorno il grano - e file di pioppi e ulivi spinosi, argentei contro il rosa delle centinaia di cuspidi - cammina verso di me e si imprime violentemente nella mia retina, una piccola folla assurda.Qualche giorno fa mi sono fermata a prendere un caffè in un bar del centro. A un tavolino accanto al mio erano sedute due persone, non ho potuto fare a meno di sentire la loro conversazione. Una di loro aveva appena assistito alla proiezione del film che Giuseppe Bertolucci ha dedicato recentemente a te e al tuo Salò e sosteneva: “Beh, attraverso questo lavoro di Bertolucci si riesce a capire meglio Salò, l’ultimo film girato da Pasolini…”. L’altro rispose rabbiosamente, quasi l’avesse punto una tarantola: “Ma daaai…, Salò…Pasolini…, quell’omosessuale che non aveva di meglio da fare che passare il proprio tempo a frequentare ambienti torbidi e squallidi!…”. Sono saltata sulla sedia. Ma, vilmente, mi è mancato il coraggio di aprir bocca, e me ne scuso ora con te. Sto invecchiando, ormai mi è chiaro. In altre stagioni della mia vita avrei avuto reazioni talmente vivaci da rendere inevitabile l’intervento della forza pubblica... Tu che cosa avresti detto a chi esprimeva, con un giudizio tanto sgradevole, non solo ostilità nei tuoi confronti, ma anche, più in generale, una sorta di intollerabile razzismo? «… lei è un uomo medio proprio nella sua accezione peggiore. Nota: coloro che usano l’espressione “squallido o torbido ambiente dove maturano eccetera”, si macchiano di una infinità di colpe, che in pieno neocapitalismo è poco definire tribali. Ne faccio un nudo e incompleto elenco.La tua critica alla stupidità delittuosa della televisione è nota: ne parli tra l’altro in uno scritto la cui lettura puoi ascoltare nella “copertina” di “Pagine corsare”, un omaggio che ho voluto farti, contenente citazioni, descrizioni, commenti di tue opere e che può essere letto su Internet (ti racconterò prima o poi cos’è quest’ultima diavoleria sulla quale, tra l’altro, pubblicherò questa intervista…). Vuoi parlare di qualcosa di brutto e sgradevole che ti è accaduto di vedere in Tv? «una sera … stavo cenando in fretta, e i miei occhi non potevano non cadere sul “video” acceso, proprio davanti alla tavola … Ho realizzato solo dopo un po’ quello che stavo vedendo: due donne molto simili una all’altra, stavano facendo delle evoluzioni, d’una assoluta facilità, come due automi caricati a molle, che sanno fare solo quei due o tre gesti, capaci di dare una inalterabile e iterativa soddisfazione al bambino che li osserva. Due o tre mossucce idiote, incastonate in un ritmo, che voleva essere gioioso e invece era soltanto facile. A cosa alludevano quelle mossucce, quei colpetti di reni e quelle tiratine di collo? Non si capiva bene, ma certo a qualcosa di estremamente convenzionale comunque: a un’allegria collegiale e orgiastica, in cui la donna appariva come una scema, con dei pennacchi umilianti addosso, un vestituccio indecente che nascondeva e insieme metteva in risalto le rotondità del corpo, così come se le immagina, se le sogna, le vuole un vecchio commendatore sporcaccione e bigotto. Tutto ciò, che si presentava come leggero, era invece pesantemente volgare. La “disparità dei sessi” era sbandierata spudoratamente come una legge fatale e prepotente di un “sentimento comune”. … Finito il balletto (in cui era impegnato un altro mezzo centinaio di persone, ragazzi e ragazze intenti a movimenti che facevano arrossire per loro), ecco che si presentano su una ribalta luccicante e biancastra, come di plastica, due tipici uomini di mezza età italiani: uno piuttosto alto e stempiato, l’altro un bassetto tutto pepe. … Hanno cominciato a parlare e a muoversi. I vecchi clowns veneti del circo Banana o del circo Cragna certamente facevano meglio: comunque la tecnica era la stessa: il bassetto era il comico, e l’altro la spalla. Le sottolineature della situazione - il comico doveva risultare ingenuo e beffato, l’altro doveva risultare un dritto che beffa, in nome delle leggi normali della logica e del buonsenso - erano di una rozzezza da mettere a disagio. L’idea di essere costretti a obbedire alle regole di un gioco imposto da due persone così modeste e volgari (uscite dritte dalla “media”, come in un laboratorio) dava un senso di soffocamento e di ribellione. A questo punto è finita la mia cena, e me ne sono andato. …Puoi narrarmi qualcosa di particolare sulle tre figure emblematiche - Totò, Ninetto e il corvo - che hai così sapientemente descritto in quel capolavoro che è Uccellacci e uccellini? «Scelsi Totò per quello che era: un attore, un tipo inconfondibile che il pubblico già conosceva. Non volevo da lui che fosse altro se non quello che era. Povero Totò, spesso mi chiedeva con molta gentilezza, e quasi come un bambino, se non poteva fare un film più serio, e io ero costretto a ripetergli: “No, no, voglio soltanto che tu sia te stesso”. Totò, quello vero, era manipolato, artificioso, non era un personaggio ingenuo e genuino come il Franco Citti dell’Accattone. Era un attore costruito da lui stesso e dagli altri fino a diventare un tipo, ma io me ne servivo precisamente per questo, per il fatto che era un tipo. Era uno strano miscuglio di veracità napoletana credula e popolaresca, da una parte, e di clown dall’altra: era cioè riconoscibile, neorealistico e insieme assurdo e surreale.… che definirei un film decisamente surrealista… «… non credo che il surrealismo sia una categoria ben definita. Se ci pensi un momento, quando diciamo surrealismo ci riferiamo a due cose diverse: da una parte pensiamo al Manifesto dei surrealisti, a Breton e Aragon, e poi c’è tutto il gruppo dei surrealisti francesi e la pittura surrealista, come quella di Dalí, per fare un nome, nonché i surrealisti del principio del secolo. Dall’altra parte c’è Kafka, ed è tutta un’altra faccenda. Non c’è paragone fra Aragon ed Eluard, o il loro predecessore Lautréamont, e Kafka, oppure fra la pittura surrealista e il primo cinema surrealista. Così, da un lato abbiamo il surrealismo come movimento culturale e ideologico francese del periodo fra le due guerre: ebbe un’importanza enorme, e mi spingerei fino a dire che tutta la poesia contemporanea viva, compresa quella prodotta dai poeti socialisti e comunisti, sgorga da quella fonte. Fu il surrealismo a produrre, ad esempio, la poesia della Resistenza, e anche la poesia posteriore “impegnata” ha vaghe origini surrealiste, anche se profondamente modificate, come è ovvio. Mentre il simbolismo, che era contemporaneo del surrealismo, sta alla base di tutta la poesia reazionaria che lo seguì; parte della quale molto bella, forse, ma ciò nondimeno reazionaria.Nelle tue opere cinematografiche, specie in quelle della Trilogia della vita, che cosa ti ha spinto a rappresentare tanto realisticamente il sesso?… «Ho una spiegazione, che mi fa comodo e mi sembra giusta, ed è questa. In un momento di profonda crisi culturale (gli ultimi anni Sessanta), che ha fatto (e fa) addirittura pensare alla fine della cultura - e che infatti si è ridotta, in concreto, allo scontro, a suo modo grandioso, di due sottoculture: quella della borghesia e quella della contestazione ad essa - mi è sembrato che la sola realtà preservata fosse quella del corpo. Cioè, in pratica, la cultura mi è sembrata ridursi a una cultura del passato popolare e umanistico - in cui, appunto, la realtà fisica era protagonista, in quanto del tutto appartenente ancora all’uomo.… e non credi che ciò abbia esercitato una influenza determinante per superare inibizioni di ogni tipo, inducendo molti tra gli spettatori dei tuoi film ad adottare una libertà sessuale senza più alcun freno? «… mi pento dell’influenza liberalizzatrice che i miei film eventualmente possano aver avuto nel costume sessuale della società italiana. Essi hanno contribuito, infatti, in pratica, a una falsa liberalizzazione, voluta in realtà dal nuovo potere riformatore permissivo, che è poi il potere più fascista che la storia ricordi. Nessun potere ha avuto infatti tanta possibilità e capacità di creare modelli umani e di imporli come questo che non ha volto e nome. Nel campo del sesso, per esempio, il modello che tale potere crea e impone consiste in una moderata libertà sessuale che includa il consumo di tutto il superfluo considerato necessario a una coppia moderna. Venuti in possesso della libertà sessuale per concessione, e non per essersela guadagnata, i giovani - borghesi, e soprattutto proletari e sottoproletari - se tali distinzioni sono ancora possibili - l’hanno ben presto e fatalmente trasformata in obbligo. L’obbligo di adoperare la libertà concessa: anzi, d’approfittare fino in fondo della libertà concessa, per non parere degli “incapaci” o dei “diversi”: il più tremendo degli obblighi. L’ansia conformistica di essere sessualmente liberi, trasforma i giovani in miseri erotomani nevrotici, eternamente insoddisfatti (appunto perché la loro libertà sessuale è ricevuta, non conquistata) e perciò infelici. Così l’ultimo luogo in cui abitava la realtà, cioè il corpo, ossia il corpo popolare, è anch’esso scomparso. Nel proprio corpo i giovani del popolo vivono la stessa dissociazione avvilente, piena di false dignità e di orgogli stupidamente feriti, che i giovani della borghesia. Se volessi continuare con film come Il Decameron non potrei più farlo, perché non troverei più in Italia - specie nei giovani - quella realtà fisica (il cui vessillo è il sesso con la sua gioia) che di quei film è il contenuto».Ti sei sempre dichiarato marxista, e hai precisato che lo sei diventato condividendo le teorie scientifiche marxiste successivamente alla tua adesione al Partito comunista italiano. Non è stato questo un percorso un po’ anomalo per un intellettuale? «… occorre rettificare la frase dicendo che prima ho militato coi comunisti e poi ho aderito al marxismo. … l’Italia si trovava … in una posizione alquanto anomala nel quadro dell’Europa occidentale. Mentre il mondo contadino è del tutto scomparso nei maggiori Paesi industriali, come la Francia e l’Inghilterra (lì non si può più parlare di una classe contadina nel senso classico del termine), in Italia esso sopravvive ancora, pur avendo subìto un declino negli ultimi anni. Nell’immediato dopoguerra i contadini vivevano ancora in un mondo loro proprio, come uno o due secoli fa. Mia madre, ai suoi tempi, doveva ancora andare a letto a lume di candela. Il mio rapporto col mondo contadino è diretto, immediato: quasi tutti noi italiani abbiamo almeno un nonno contadino nel senso letterale della parola. Ora, quei comunisti friulani erano contadini, e ciò ha avuto molta importanza. Forse, se si fosse trattato di comunisti appartenenti alla classe operaia urbana, il fattore classe sarebbe stato troppo forte per i miei gusti, e vi avrei resistito; ma non ho potuto farlo nei confronti dei comunisti contadini, che sono poi quelli che fanno le rivoluzioni. …Come definiresti, come consideri e qual è la tua posizione politica nei confronti delle diverse classi sociali in Italia e dei rispettivi interessi e valori? «Sociologicamente, la mia posizione non è molto convenzionale, e in realtà non è neppure definibile. Ha una base emozionale che probabilmente nasce dalla fanciullezza e dal conflitto con mio padre e con l’insieme della società piccolo-borghese. Il mio odio per la borghesia non è documentabile né passibile di discussione. C’è e basta. Non è però una condanna moralistica; è una condanna totale e senza indulgenze, ma è basata sulla passione, non sul moralismo. …Hai dedicato una delle più significative raccolte di poesie ad Antonio Gramsci. Come consideri questo nostro grande intellettuale e quando l’hai “incontrato” per la prima volta?… «… spesso ho parlato delle mie letture di autori marxisti, il più importante di tutti, anche dello stesso Marx, è stato Gramsci. Naturalmente, Marx mi è riuscito piuttosto difficile alla lettura, e a parte questo l’ho trovato alquanto distante da me per varie ragioni. Mentre, invece, le idee di Gramsci coincidevano con le mie; mi conquistarono immediatamente, e la sua fu un’influenza formativa fondamentale per me. Lo lessi per la prima volta nel periodo 1948-49».… e puoi definire Gramsci un populista? «No, non credo che si possa. Anche se vorrei dire, prima di tutto, che non annetto alcun significato peggiorativo alla parola “populista”. La adoperano i moralisti marxisti, insieme con il termine “umanitarismo”, per condannare i tipi di marxismo diversi dal loro. … Per me, populismo e umanitarismo sono due fatti storici reali: tutti gli intellettuali marxisti hanno radici borghesi; l’impulso a diventare marxista può solo essere di tipo populista o umanitario, per cui questo fattore si trova inevitabilmente in tutti i marxisti borghesi, compreso Gramsci. Io non lo giudico un fattore negativo; rientra semplicemente nell’inevitabile transizione dalla classe borghese in cui si è nati e si è stati plasmati all’adozione di una diversa ideologia, l’ideologia di una diversa classe sociale».Molte persone si sono chieste, soprattutto dopo aver visto il tuo Vangelo secondo Matteo, se sei una persona religiosa, anzi, cattolica… forse anche perché sei nato e vissuto in Italia, un Paese i cui abitanti e coloro che li governano non riescono, più o meno consapevolmente, a fare salde distinzioni tra Stato e Chiesa. Ancora oggi, in questo senso, vengono tenuti in vita una serie di equivoci e si devono purtroppo registrare insopportabili oltre che inammissibili ingerenze… «Può darsi che a provocare questo malinteso siano i due film che ho girato sul tema del Vangelo e intorno alla figura di Cristo. Questi due film, Sopralluoghi in Palestina e Il Vangelo secondo Matteo, successivi alla Ricotta, … mediometraggio su una ricostruzione cinematografica della Passione, hanno forse ingannato un pubblico superficiale. Voglio supporre … che i dubbi riguardo al mio ateismo e alla mia “laicità” poggino su altro che su dei titoli... E in questo caso occorrerebbe che giustificassi la scelta di tali argomenti, che dicessi quel che ho voluto fare e quel che mi aspettavo che vi si riconoscesse...Oggettivamente, dunque, quali sono state le tue motivazioni nella scelta di fare un’opera cinematografica sul Vangelo e sulla figura di Cristo? «Taluni hanno visto in questo film l’opera di un militante cristiano, il che mi risulta del tutto incomprensibile. Sebbene la mia visione del mondo sia religiosa, non credo alla divinità di Cristo. Il Vangelo non lascia alcun dubbio: per quanto riguarda, poi, il contenuto del testo, il messaggio tende a introdurre nella narrazione una trascendenza divina... Per conto mio, mi dispiace, ma non ci credo. Dall’esterno il mio film offre materia di reminiscenze ai cattolici ancora capaci di interessarsi alla vita di Cristo. Ma a guardarci meglio, questa mia ricostruzione non è per niente conforme all’immagine tradizionale che se ne fa la maggior parte dei cristiani. Ho fatto un film in cui si esprime, attraverso un personaggio, l’intera mia nostalgia del mitico, dell’epico e del sacro. …… Ebbi all’improvviso un’acuta, dolorosa sensazione di freddo. Battevo i denti… Mi ero rannicchiata sul divano ad ascoltare Bach, avevo preso sonno e il vento aveva trasformato la stanza in una cella frigorifera. Il Cd era terminato senza che avessi avuto il piacere di ascoltare quella musica divina… E lui dov’era? Nella condizione sgangherata in cui mi trovavo, sia pure a fatica riuscii a rintracciare un barlume di coscienza. E mi fu chiaro finalmente ciò che era accaduto… Anche se - e me ne accorsi soltanto ore dopo - un mistero non riuscii a scioglierlo: sul tavolo erano rimasti un bicchiere, vuoto, accanto a una bottiglia stappata e mezza vuota di pinot bianco.
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