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Saggistica - Libri su Pasolini «Uno gnostico
Sappiamo bene come Pasolini abbia ricattato tutti, e ancora ricatti noi contemporanei, con l'aver fatto del proprio corpo esibito, della propria integrale personalità una parte innegabile della sua opera. Nessun capolavoro assoluto, in questo scrittore: sempre e solo la richiesta di un completamento, l'avvertenza stilistica ancor più che argomentativa di una provvisorietà, di uno scavalcamento sempre possibile da parte di quella perenne «destra storica», reazionaria e sentimentale, che è la nostra materialità affettiva. La Porta riconosce in lui l'intuizione esaltante e scabrosa dell'«ombra di Dioniso, quell'idea panica e mediterranea di felicità con cui si convive a fatica e che ci fa sentire assediati dalla storia». La tremenda serietà di Pasolini, la sua assenza di ironia, la sua lotta assolutistica contro la pratica e l'ideologia borghese del «possesso» deriverebbero da un'adesione elementare alla gioia dionisiaca e dall'esperienza della sua impossibilità storica e personale. Questa sarebbe la tragedia di Pasolini, il suo fallimento costantemente dinamico, la sua prossimità estremistica alla realtà, sempre contraddetta dalla testarda intenzione di confutare la legittimità di essa ad essere così com'è. La Porta ha trovato questa chiave interpretativa, che spiega l'attaccamento agli archetipi del mito greco da parte dell'autore di Medea, e l'ha integrata col riferimento allo gnosticismo, all'insieme di quei pensatori antichi che videro il mondo reale come frutto della corruzione e del cedimento di Dio, avvenuto per un fatale moto d'amore, e di caduta. Una simile lettura consente di spiegare quel Pasolini che si voleva «forza che proviene da un passato lontano», eppure determinante per la coscienza individuale, sempre còlta nello stato emotivo tipico della poesia, dell'argomentazione metaforica, dell'azzardo calcolato sulla reazione sentimentale ai fatti della cronaca. Per far ciò, La Porta riduce al minimo il marxismo di Pasolini, ne svela le prospettive più vastamente antropologiche, estetiche, psicoanalitiche, tutte, almeno nell'immediato, impolitiche. Si confronta col suo pretestuoso conservatorismo, che voleva piuttosto mantenere l'arcaico nella condizione di essere ritrovato, prima o poi. Tuttavia, l'autore non si esime dall'affrontare il problema dell'identità letteraria di Pasolini, ovvero il tema di una sua definizione in termini di valore e di resistenza al tempo: e imposta così il suo paradosso interpretativo: «poeta per elezione (ma facitore di versi disuguali, spesso volutamente `brutti', privi di stile e a volte di ispirazione) e critico-saggista un po' controvoglia e anomalo (ma straordinario, insuperabile)». Ed è su questo paradosso che La Porta spende buona parte dei suoi argomenti, anche nel riconoscere il volontarismo di molte delle prove narrative di Pasolini, o di quelle teatrali. Un poeta corporale, drammaticamente nostalgico, che riesce supremo saggista, pur non appartenendo a quella raffinata civiltà intellettuale matura, ironica e aperta, che del saggio come forma letteraria sembra la matrice e quasi il presupposto: in questo destino individuale La Porta adombra un esito generale, un segno, una fatalità, quasi la marca più forte che i tempi in cui visse hanno imposto sullo scrittore friulano. Il saggio critico-morale-politico risulta allora il genere capace, ben oltre il romanzo, di conglobare gli altri generi, di vincerne le battaglie sia sul piano espressivo sia su quello comunicativo: il vero genere novecentesco, che riesce ancora, pasolinianamente, ad inventare e provocare l'esistenza di un proprio sempre più smagliato pubblico. Se così fosse, tuttavia, non si comprenderebbe la tenace volontà di Pasolini di tradire continuamente tutti i generi fino a tornarvi, nella riscrittura e nel sabotaggio: non si capirebbe in Pasolini la vistosa miopia che gli avrebbe impedito di aderire in pieno alla malleabilità formale, emotiva e argomentativa, civile e incivile del saggio. Probabilmente, l'arcaicità irriducibile di Pasolini sta proprio nel non aver voluto capire e accettare fino all'esclusività la propria eccellenza di saggista; sta nella pertinacia con cui dalla illusoria «macchina da presa» sulla realtà rappresentata dal cinema volle tornare alla poesia in dialetto, ovvero a quel grado zero della «pubblicità», che però garantisce oscuramente il manifestarsi di quella importante dimensione della realtà stessa che è la durata, ovvero ciò che è umano nell'uomo. È per questo che dobbiamo, per comprendere Pasolini, non far mostra di preferirne soltanto gli esiti migliori. Ammettere, insomma, che ha voluto travalicare le nostre attese, travalicandone tutti i contenitori, senza mai né pacificarli né distruggerli. Quanto al dionisiaco, Pasolini visse forse più un'adesione che un'aderenza: e sono proprio il perdurare delle remore moralistiche introiettate, l'opzione nostalgica che si trasforma in polemica animosa e affascinante ma a volte cieca, a trattenerlo da una pienezza e da una leggerezza autentiche, a condannarlo alla furia con la quale l'istanza dionisiaca punisce coloro che, pur intuendone l'autenticità, non vi si abbandonano. Come Baudelaire per l'Ottocento, Pasolini ha fatto delle proprie sconfitte la diagnosi di un male storico, quello dell'allontanamento da se stessi, dalle ragioni prime. Le sue stesse ideologie,
dal marxismo al cristianesimo paolino allo gnosticismo, come La Porta ha
dimostrato, sono stati i suoi ingombranti strumenti di conoscenza, strade
che lo hanno lasciato nell'inferno indicandogli, con una mistificazione
a volte irresistibile, cos'era la redenzione.
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