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"Pagine
corsare"
Saggistica
Il volto di Pasolini
di Luca Traini
http://www.tellusfolio.it/,
14 maggio 2006
cultura@tellusfolio.it
Della
magrezza di Pasolini, scrive Luca Traini (nella foto a destra), e ci fa
anche rima, ma anche lui, dinoccolato e magrissimo, sa infilarsi nei diversi
viluppi linguistici, detto meglio nell’imitazione dei diversi generi letterari,
anche cascami e spine, che ci ha consegnato il Novecento e la tradizione
letteraria.
Breve autopresentazione.
Luca Traini. Origini marchigiane. Nato a Tradate nel 1966 e residente
a Varese da più di un quarto di secolo. Insegnante, scrittore d'occasione
e non, prosattore, giornalista, organizzatore culturale interdisciplinare
multimediale. Già corridore ad ostacoli e portiere di calcio.
* * *
Il volto di Pasolini
Dicevi: “La mia magrezza”.
E, dio,
com’eri magro! Il volto
incavato come l’uomo dantesco, su cui si legge
la M di homo, a fare da
cavea per gli occhi, perché vi entrasse la
realtà con tutta
la sua forza, dopo aver colpito gli zigomi.
E dai
bulbi oculari un colpo di
frusta alla mandibola, fino alla bocca, luogo
della fame, per dire cantando,
dolorosamente, dire prosa e poesia, fame
e sete di giustizia.
Pierpaolo, nelle foto non
mostri quasi mai i
denti, mai volontariamente,
e c’è un pudore arcaico, una misura,
profondo pudore, profonda
misura in questo celare il morso, la zanna,
il riso sfrenato come l’inevitabile
ritmo di pietra nella carne delle
parole.
Dice la tradizione popolare
che le rughe sulla fronte sono
segno di saggezza.
Quanto pensi, figlio mio!
È questo peso che ti
alliscia i capelli e preme
sulla fronte, così le idee corrono alle
tempie e gonfiano i capillari
e ridiscendono fino agli occhi e
decodificano l’immagine
entrata nel cervello alla rovescia, come non la
vedevano gli altri?
Tu vedi i renudi che credono
di pensare coi
calcagni e si nutrono di
polvere, fango.
Io non posso guardare
Pierpaolo senza commuovermi,
senza dire che era bello, perché c’è in
quella immagine - io cresciuto
ad immagini - c’è in quel corpo
bianco&nero lo stesso
odore di corpi, il suo ricordo in me di un mondo
fatto di terra, di arbusti
che non si strappano, portoni di casolari
che tu entri, tu “bocchi”
e “su lu focu”, sul fuoco ci sta la marmitta
dove nonna e zia stanno
a fà la ricotta… capisci, Pierpà, io vedo e me
la sento ancora quella ricotta.
Ma tu, che avevi il corpo
medievale,
che in “Petrolio” mi parli
di oggi ma fai l’elogio dello smegma che sta
lì intorno alla cappella,
come cazzo avresti potuto sopportare la nuova
civiltà del disinfetto,
anestetizzo, sto zitto, Deogled assorbo tutto e
ti artificio, così
passeggi tranquillo per Corso matteotti di Varese
con la “m” minuscola, perché
quello lì allora è morto per un cazzo.
Esco dal quadro, esco dal
quadro e dico che facevi bene a portare
giacca e cravatta, forse
facevi bene, perché l’abito mica fa il monaco,
perché mi ci vestirei
anch’io - che mi frega? - mica bisogna per forza
fare i monaci che bevono
dalle pozzanghere per essere vicini al dio
tutto uomo che muore, se
non necessario, se non indispensabile - io
questo lo prendo pari pari
dal Rossellini di “Agostino d’Ippona” anche
se non vi prendevate bene,
perché il tempo passa anche bene quando
raccoglie le vostre ceneri
e le fa cadere come neve spirituale sui
campi di Travedona, dove
passo per lavorare, a scuola, quella scuola
media che volevi abolire,
probabilmente a causa del termine “medio”, e
quasi quasi non ti darei
torto, ma c’è anche la “medietas” oraziana, il
“termine medio” della filosofia
classica - mica devi per forza vestire
altro per dire «NO
a questo. SÌ a quest’Altro, A maiuscola», «NO a
questa tribù, SÌ:
Noi».
Pierpà, le orecchie.
Nel padiglione
auricolare, nel gorgo, fino
all’orecchio interno, dove viene l’otite
peggiore, la voce del mondo
contadino: «Jemo a mete, fenà (“mietiamo,
fieniamo”)! E l’eco del
grido, “lu grido”: «Che ce stemo ffà ecco (“che
ci stiamo a fare qui”)?»
de chi d’è emigratu in città =
sottoproletariato. In bilico
sul lobo sta poi l’operaio iscritto al
PCI, alla CGIL di Di Vittorio,
che nella vittoria della classe operaia,
vedi Rivoluzione, ci sperava
davvero, con tutto quello che il Vero nel
Greco stava col Bello e
col Buono, cioè, Aristocrazia di Spirito di
Dante nello scambio di sangue
- analisi del sangue - con Gramsci, con
Marx.
Dietro le orecchie, come
rogna da grattare, la borghesia - tranne
le élites intellettuali,
una parte, pochi eletti, pochi giusti
rinnegati in bilico
sull’arricciamento della carne, la carne - e
l’aristocrazia, molto dietro,
come forfora nascosta nella chioma nera.
Il mese in cui nacqui - era
marzo, ricordi? - tu fosti colpito da
un’ulcera, tu che non bevi,
tu che non fumi, tu lo passasti a letto a
leggere Platone - perciò
dialoghi platonici negli occhi - e mangiavi
riso in bianco - tutta una
purezza per labbra denti gola fino allo
stomaco, alla ferita che
si rimargina, al sangue che torna a scorrere
nel posto giusto, e l’ispirazione
ti fa scrivere non 1 ma 6 drammi.
Ma
tu, Cristo, Pasolini, perché
volevi me morto, me morto nato nel ‘66,
per te figlio dell’Omologazione.
Non volevi che mettessi l’apparecchio
ai denti - cazzo, che privilegio!
- nel ‘76 ad Ancona? Che non mi
comprassi Asterix - il fumetto,
Pierpaolo, il fumetto, Pazienza! - in
un pomeriggio da favola,
tutto felice dopo l’ospedale in quella città-
ventre-balena col porto,
dopo che i raggi x mi avevano detto: “Ti
mancano 2 denti sotto e,
se nascevi prima, avresti avuto i denti sopra
davanti come Bugs Bunny,
americano, coniglio: era questo che volevi? Io
credo proprio di no, però
sai quanto mi hai fatto incazzare tu che
avevi i denti giusti? Mi
sembri Massimo Fini quando ti imita da destra
e fa l’elogio di uno sciancato
che era accettato più ieri che oggi: ma
dici, ma dice sul serio?
Ma lo sciancato, pardon, l’handicappato tanto
mica era lui, mica eri tu!
Tu con lo stesso cognome
di quel
motociclista che aveva passione
incendiaria per la vita, la vita, e la
morte negli occhi: tutti
e due morti prima del tempo.
Tu Gioacchino di
Giotto, che sta sognando.
Adamo di Masaccio, esule, nudo, censurato.
Ebreo di Paolo Uccello destinato
al rogo. Mosé che cerca di salvare le
figlie di Ietro, Rosso,
friulano, romano. Tu Pontormo che sta male. Tu
nel Deserto degli Ulivi
di Mantegna. Tu testa mozzata di Caravaggio in
pugno a un Davide che non
è Davide, che non ti ha ucciso.
Telefono ad
Ombretta e poi parlo con
Enzo Siciliano che trasforma la grafite in
tungsteno incandescente
- ti accende una centrale elettrica nel cuore!
- e allora si accenna a
quel ritratto che ti fece e poi scomparve in
Francia, rapito o comprato
da Francesco primo, Napoleone, da un ex-
terrorista o da un collezionista
di riproduzioni, riproduzioni
italiane. Dove sei finito?
Anche tu in esilio in Francia? In un
castello della Loire? O
negli occhi di un ex-sessantottino ogni
mattina, nella “ville lumière”?
Ah, ma qui, tra noi, almeno c’è il tuo
sangue, l’inchiostro, almeno
quello!
Poi Enzo mi parla di un
altro
perseguitato, di Visotskij,
nella terra del paradiso realizzato, l’ex-
URSS. Che dire? Che fare?
Io sottolineo rubandogli la geometria che
Vladimir sarebbe stato corpo
e voce perfetti per la tua
“Affabulazione”, per certe
alienazioni mai risolte anche lì, anche lì
dove il russo, il sovietico
si affogava nella vodka - mentre tu, come
già detto sopra,
non bevevi, se non anche tu quel calice amaro - perché
la lucidità fa male
e invece…
“Sono stremato, ho i tendini
a pezzi,
Ma
oggi, ancora come ieri,
Sono braccato. Braccato!
I tiratori, allegri,
corrono ad appostarsi!”.
Da “La caccia ai lupi”.
Di Visotskij.
O di
Pasolini?
O...
Luca
Traini
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