"Pagine
corsare"
Saggistica
Montale / Pasolini:
una polemica in versi
Neanche a farlo apposta...
stavo preparando questa pagina sullo scambio di "invettive"
tra Pasolini e Montale quando,
guarda caso, sono arrivati i temi d'italiano
indirizzati dal ministero
della Pubblica Istruzione ai maturandi 2008. Allora,
ecco la "polemica in versi"
e un suo irrinunciabile - e altamente istruttivo - preludio...
a cura di Angela Molteni, 18 giugno 2008
"Che cosa ne
pensa della società italiana?"
"Il popolo più analfabeta,
la borghesia più ignorante d'Europa."
Pier Paolo Pasolini, La
ricotta, 1963
Temi di italiano, maturità 2008
La poesia di Eugenio Montale:
Ripenso il tuo sorriso
"a K."
Ripenso il tuo sorriso,
ed è per me un'acqua limpida
scorta per avventura tra
le pietraie d'un greto,
esiguo specchio in cui guardi
un'ellera e i suoi corimbi;
e su tutto l'abbraccio di
un bianco cielo quieto.
Codesto è il mio ricordo;
non saprei dire, o lontano,
se dal tuo volto si esprime
libera un'anima ingenua,
vero tu sei dei raminghi
che il male del mondo estenua
e recano il loro soffrire
con sé come un talismano.
Ma questo posso dirti, che
la tua pensata effigie
sommerge i crucci estrosi
in un'ondata di calma,
e che il tuo aspetto s'insinua
nella memoria grigia
schietto come la cima di
una giovane palma...
Da Ossi di seppia
(1925) di Eugenio Montale
1) Comprensione del testo: dopo
una prima lettura riassumi brevemente il contenuto informativo della lirica
in esame.
Le domande:
2) Analisi del testo:
a) Nella prima strofa il
poeta espone, in una serie di immagini simboliche, da una parte la visione
della realtà, dall'altra il ruolo salvifico e consolatorio della
figura
femminile. Individua tali immagini e commentale.
b) Nel verso due ricorre
l'allitterazione della r, quale aspetto della realtà sottolinea?
c) Prova a spiegare in che
senso il portare con sé la sofferenza del male del mondo può essere
come dice il poeta "talismano" per un'anima e come questa condizione possa
essere altrettanto serena che quella di un'anima ingenua e non toccata
dal male.
d) Nell'ultima strofa ricorrono
espressioni relative sia alle condizioni interiori del poeta sia alla "pensata
effige"
della donna. Le prime sono riconducibili al
motivo dell'inquietudine, le seconde a quello della calma. Commenta qualche
espressione a tuo parere più significativa, relativa a entrambi
i motivi e in particolare il paragone presente nell'ultimo verso. Analizza
la struttura metrica, le scelte lessicali e la struttura sintattica del
testo e spiega quale rapporto si può cogliere tra le scelte stilistiche
ed il tema rappresentato.
3) Interpretazione complessiva
e approfondimenti: sviluppa con osservazioni originali anche con riferimento
ad altri testi il tema del ruolo salvifico e consolatorio della figura
femminile. In alternativa inquadra la lirica di Montale nel contesto
del tempo.
Il testo è
preceduto da una dedica del poeta che riporta, "a K.": si tratta della
dedica di Montale al danzatore e coreografo russo Boris Kniaseff.
Se l'interlocutore di
molte delle poesie montaliane è una donna amata di cui lui vuole
conservare il ricordo invocando la pietà del tempo, in questa lirica
Eugenio Montale si rivolge invece a un personaggio maschile appellandosi
a lui, tra l'altro, con l'aggettivo lontano, il che avrebbe dovrebbe
fugare ogni dubbio - ammesso che fosse sorto - dalle menti acute dei sedicenti
esperti. Il team di esperti coordinati nientemeno che da un dirigente del ministero
ha invece pervicacemente insistito sul "ruolo salvifico e consolatorio della figura
femminile", chiedendo perfino di sviluppare questo tema con osservazioni
originali, rifacendosi magari anche ad altri testi. Niente male. Non ci
si meravigli dunque se i giovani studenti italiani alla domanda "chi era
Aldo Moro?" risponderanno "un centravanti della Roma": decenni di nani
e ballerine, di drive-in e di grandi-fratelli non hanno evidentemente fornito loro molte
alternative...
* * *
Un originale
perduto scambiato con la sua copia, l’Asia Minore confusa con Roma, un
sovrano ellenistico del terzo secolo a.C. che diventa contemporaneo di
Asterix e Obelix. È un altro pasticcio combinato quest’anno dagli
esperti del ministero
della Pubblica Istruzione.
Tutto questo nel secondo tema
proposto agli studenti per l'esame di italiano («La percezione dello
straniero nella letteratura e nell’arte»). Vi compare una piccola
foto della statua del Galata morente, accompagnata da una breve
nota: «è una scultura romana
del I secolo a.C., che raffigura un soldato galata morente. Il guerriero,
straniero ai Romani, è colto in punto di morte mentre il corpo si
accascia sullo scudo, con il quale i Celti si opponevano al nemico celando
il corpo nudo. Dallo scudo si staglia il combattente con il torso flesso
e ruotato verso destra a far risaltare l'incisione della ferita».
La statua di
marmo ritratta nella foto è effettivamente romana, ed è stata
realizzata nel I secolo a.C. Peccato che sempre loro, i cosiddetti esperti,
dimentichino di dire che questa scultura è solo la copia di un originale
(probabilmente di bronzo) che risale al terzo secolo a.C., che fu realizzato
in un'antica città dell'Asia Minore e che celebrava un sovrano ellenistico.
Sarebbe stato sufficiente verificare in Internet (Wikipedia). Quasi come
dire che l'Iliade è un poema torinese del 2005, per il semplice
fatto che sto leggendolo nell'ultima edizione Einaudi. Del tutto fuori
luogo, se non volutamente malizioso (visti i tempi...) il riferimento al
fatto che il guerriero raffigurato nella statua fosse «straniero
ai Romani». I Romani, con la guerra in cui morì questo galata,
non c'entrano un bel niente. E la popolazione celtica cui appartiene il
soldato ritratto dallo scultore non è certo la stessa con cui, nel
I secolo a.C., si scontrarono le legioni di Giulio Cesare.
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Montale / Pasolini
Una polemica in versi
Nel 1971, su "Nuovi Argomenti"
(n. 21, gennaio-marzo), Pier Paolo Pasolini scrive una recensione al vetriolo
sul volume di poesie Satura pubblicato nello stesso anno presso
Mondadori da Eugenio Montale:
Montale è
o non è narcisista? Mi chiedevo spesso questo, mentre leggevo Satura.
Non potrei rispondere né sì né no. Se lo fosse, egli
sarebbe, quanto a capacità di autocontrollo, un mostro. Ma evidentemente
la «correzione» è inaugurale, e vale una volta per tutte.
Montale ha corretto se stesso alle origini, e lo ha fatto proiettandosi
in una figura da romanzo: di un romanzo analogo a uno dei pochi che durante
la vita gli son piaciuti. Egli ha fatto trapelare nei suoi tre libri che
chi dice «io» è un uomo grigio, laconico, irreprensibile,
romantico ma ironico; che la sua vita, se si vuoI proprio dedurlo, si svolge
tra un appartamento elegante ma non eccezionale e un soggiorno in qualche
albergo di prima categoria, tra lunghi periodi assolutamente oscuri di
stretta privacy e qualche viaggio - turistico, oppure ufficiale
o semi-ufficiale - in luoghi mai né troppo comuni né troppo
originali; che egli è occupato dai suoi ricordi (non necessariamente
da poeta) e così dalle sue rare relazioni femminili
- piene di un sentimento
più cosmico che amoroso, e che facilmente cedono ai comportamenti
prestabiliti della buona borghesia - la cartolina, il souvenir,
la mancia al portiere; che tutto questo è condito da un «umorismo
professionale», quello per esempio che fa uso, sorridendo, dell’arcaico
«satura» al posto del più recente «satyra».
Montale ha così ricostruito se stesso con ciò che egli in
effetti è; perché tutto questo «romanzesco» che
ho qui sopra elencato corrisponde né più né meno che
alla realtà, e non avrebbe mai potuto offrire alcuna diversa alternativa.
Montale si è accettato
per quello che è; e, nel momento in cui, col cambiare dei «tempi»
(che, ha ragione lui, sostanzialmente non cambiano, perché non cambia
il «tempo»), questa accettazione ha traballato, egli si è
affrettato - stavolta ingenuamente! - a trasformarla in un «pronunciamento»
(un poco teppistico e reazionario!): «Ebbene, sì, io sono
un signore elegante e un po’ cinico, che non si compromette e non crede
in nulla: io sono un borghese».
È vero che nel mondo
di Montale ancora continuano ad apparire porcospini e marmotte (in villini
contigui, modestamente, e con l’umiltà della grande superbia, ai
villini adibiti a caserme dei carabinieri), ma in realtà tutto il
sistema lessicale montaliano, corrispondente a un «realismo»
anacronistico, o è disparito o si è fatto ironico. Siamo
di fronte a un altro Montale: cioè al vero Montale.
Per sfiducia nella storia
e nella poesia, il vecchio Montale ha gettato la maschera - quella sua
maschera meravigliosa e inimitabile - e ha fatto lo scherzo di mostrarsi
com’è: è uscito dal romanzo e è entrato nella cronaca.
In conclusione, egli avrebbe compiuto quell’operazione di moda che viene
chiamata trionfalmente dissacrazione (e, nella fattispecie, auto-dissacrazione).
Ma strano: la dissacrazione
che Montale ha fatto di sé, benché lo sembri, non è
riduttiva, non è degradante e non è provocatoria. E infatti
vedo già le critiche piene di elogi e di omaggi, che faranno piovere
sul bagnato di tale dissacrazione: e, non tanto per cambiare, sbaglieranno,
perché di dissacrazione in realtà non si tratta, ma si tratta
semplicemente di una «mossa» diplomatica, che ha la qualità
non diplomatica di essere determinata da ragioni reali e angoscianti, da
un confronto reale e angosciante con i «tempi».
L’esito reazionario e quasi
teppistico, a cui Montale ingenuamente giunge, scoprendosi, viene
corretto e incamerato in una nuova stilizzazione, che egli chiama «mezzo
parlare», e che da principio traumatizza il suo lettore, presentandosi
come il suicidio di Montale, una beffa umana, uno scherzo quasi volgare.
Piano piano però
il «mezzo parlare» si presenta come un vero e proprio sistema
stilistico, e in quanto tale si impadronisce del Montale cinico e sfiduciato,
svuotato e ingenuo, smascherato e nudo, che ha letto Arbasino (!) e anche
altri nuovi e più giovani, che l’hanno umiliato; del Montale che
parla, mettiamo, del portiere di un grande albergo veneziano come se tutti
non l’avessero conosciuto e non sapessero che è assolutamente privo
di mistero, che la sua mitizzazione è un luogo comune nelle relazioni
fàtiche (che stringono il cuore) di una borghesia funeraria - s’impadronisce,
dico, di questo Montale martire (che non cessa però di sorridere,
fabulatore di apparenti futilità senili) e lo ripropone in una nuova
oggettività, che aggiunge alla «correzione romanzesca»
di cui parlavo prima, un «autolesionismo», che, se abbassa
il romanzo a livelli talvolta addirittura brachilogici - ha le qualità
di ogni autolesionismo eroico, dei grandi e dei piccoli eroi.
Il cosmo che si era calato
e occultato dentro l’insignificante fisicità di alcuni ricordini
o regali o luoghi di questa vita non eroica - riempiendoli di significato,
non effabile se non attraverso l’elegante faticità, quasi madrigalesca,
che dava un che di mozartiano alle tragedie borghesi degli amoretti turistici
o balneari - il cosmo (è il cosmo) è divenuto oggetto
diretto ed esplicito di questa poesia che si è sempre guardata
bene, secondo le buone regole, dal nominarlo!
E, naturalmente, accanto
al cosmo, la storia. Presiedendo Einstein alla loro interpretazione, essi
sono sottratti all’illusione dei comuni mortali, e mortificati per bene
- insieme allo stesso autore, che ci aveva un tempo così creduto
da non avere appunto il coraggio o la cattiva educazione di affrontarli
direttamente, come si fa con le cose vere e quindi compromettenti.
Non dico che un certo antico
madrigalismo non persista in questa satira: perché in fondo, come
vuole la coerenza (sempre ingenerosa), Montale non crede neanche nel non
credere; e se diventando vecchio, ha capito che è meglio ridere
(ma proprio ridere anche letteralmente e banalmente) di certe cose - e
soprattutto della poesia - tuttavia sa che prima di tutto, per essere logici
e conseguenti, non bisogna fare della delusione una tragedia.
Come in ogni satira anche
in quella montaliana è immanente una filosofia stoico-epicurea;
immanente proprio alla sua coscienza metalinguistica, determinandone la
forma. Ma credere nel nulla non impedisce, tuttavia, di fare delle scelte:
e infatti la satira è un genere «morale», a proposito
dei vizi, delle virtù, ecc.: ed essa è fondamentalmente pratica
fino al qualunquismo, ecc. Anche il Montale satirico opera sotto il segno
di una filosofia di tipo stoico-epicureo, l’incombere dell’epochè
-
che è la filosofia che riempie il vuoto lasciato dalle filosofie,
e quindi anche in Montale c’è l’affermazione di un nulla che non
impedisce tuttavia la scelta: senonché in Montale la scelta non
è morale, ma è ideologica. Tanto ideologica da comportare
una specie di eteronomia dell’arte (!) che riduce l’arte a un mezzo anziché
a un fine: di qui lo scandalo di quest’ultimo libro «impoetico»,
scandalo che non viene preso in considerazione dai critici di mestiere
e dagli adulatori: che lo riducono alla solita inattendibiità -
quasi infantile - degli atti di un «poeta»: lo estetizzano,
insomma, offendendo dunque l’autore, che pur sapendo, che ciò che
conta è la maledetta grazia che egli possiede, tuttavia ideologizza
questo come un momento della sua presa di posizione politica: e poiché
egli è un cittadino come un altro, ciò non deve non esser
preso seriamente in considerazione.
Sapendo che l’«impoeticità»
e il «contenuto» di Satura pertengono alla sua forma - avendo
essi presieduto alla sua coscienza metalinguistica - non mi sembra che
possa in alcun modo considerarsi prevaricatore un lettore che risponda
al pragma col pragma, alle idee con le idee.
A parte dunque la sezione
Xenia
e le poesie per la morte della Mosca (che sono le più belle del
volume, certo) tutto il nostro libro non è in fondo che la volgarizzazione
- sentita linguisticamente come registro poetico - delle idee della scienza
più recente e quindi più attendibile, sul «tempo»:
si tratta dunque di un libro anti-positivista e anti-hegeliano (in quanto
tale io lo considero un libro che sta dalla parte della ragione).
Ma poi c’è, appena
oltre il punto di partenza, una diversione pretestuale e in fondo anche
un po’ vile (posso usare questi termini perché, ripeto, è
lo stesso Montale, in quanto poeta satirico, che me ne dà il diritto).
Dagli errori del positivismo e della filosofia hegeliana, Montale deduce
«a braccio» gli errori del marxismo, che si fonda appunto filosoficamente
sul positivismo ed Hegel. Il marxismo crede nel «tempo» e i
suoi critici letterari credono nei «tempi»: la scienza dimostra
che sbagliano, che non ci sono né «tempo» né
«tempi»; che la logica, oltre che dialettica, può essere
puramente oppositoria, o addirittura monadica: che tutto ritorna, oppure
sta fermo, insomma, e non è vero che ci sia un «progredire».
Dunque se il marxismo è un’illusione ormai insostenibile, Montale
si libera dal marxismo e dal peso che questo può essere sulla coscienza.
Tutta Satura è
in fondo un pamphlet antimarxista. Ma se fosse soltanto così,
io mi limiterei a prenderne atto (chiamato in ballo dal registro satirico).
Se lo disapprovo è invece perché Montale ha voluto ignorare
che anche la pragmatica borghese, oltre che la prassi marxista,
si fonda sull’illusione
del «tempo», e che i borghesi, come i comunisti, non fanno
altro che parlare del «domani». Se il «mondo migliore»
(di questo maledetto domani) è una promessa dell’opposizione è
anche un’assicurazione del potere.
Ma, a differenza che dal
marxismo, Montale non si «libera», in quanto poeta satirico,
dal potere. Anzi, compie una specie di identificazione tra potere e natura.
Il suo libro è tutto
fondato sulla naturalezza del potere. L’ambiente del romanzo in cui il
narcisista così ben controllato che dice «io» vive le
sue avventure oraziane (e il dolore che non chiede nulla di Xenia)
è l’ambiente assicurato dal potere: i milioni di scalini (senza
sapor di sale) che egli ha salito e disceso con la Mosca, i giardinetti
dei villini dove si ha l’epifania del porcospino, i grandi alberghi, i
luoghi stranieri dai nomi rivelatori, insomma «tutto», se è
illusione, è l’illusione per eccellenza, l’illusione per diritto:
non è l’illusione da cui ci si deve liberare.
Ed è qui che i primi
libri di Montale permangono in questo ultimo: ciò che li unisce
senza soluzione di continuità è quell’illusione [1]
che le istituzioni garantiscono come l’unica valevole.
[1]
Immaginare Montale nella Sala degli Orazi e dei Curiazi in Campidoglio, tra il presidente
della Corte Costituzionale Branca, il presidente del Consiglio onorevole
Colombo, il cardinale vicario di Roma Dell’Acqua, il ministro della Marina
Mercantile senatore Mannironi, non è un’epifania dell’inesistente
storia? Intendiamoci: Montale fa benissimo, se gli piace, a stare nella
Sala degli Orazi e dei Curiazi: non si sa mai dove la vita coltivi la sua
grazia!
Ma perché negare
che anche il potere ha una storia, e che questa non è un’illusione
solo delle opposizioni?
Certo, ha ragione Montale:
la verità sulla storia è, espressa in termini storici, reazionaria:
e dunque alcune proposizioni reazionarie andrebbero reinserite nel discorso
rivoluzionario... Ma quest’ultima deduzione e mia...
Nel Diario del '71 e del
'72 (il quinto libro di poesie di Eugenio Montale, 1973), dopo alcune
composizioni sarcastiche sulla società italiana definita ne Il
trionfo della spazzatura si arriva a una poesia emblematicamente polemica
nei confronti di Pier Paolo Pasolini, che, oltre a recensirlo, aveva censurato
Satura
per l'atteggiamento tiepido dimostrato dal poeta sugli argomenti più
controversi della politica contemporanea: il conflitto sociale, le stragi
e, a livello internazionale, la guerra del Vietnam. Nella poesia che segue,
Lettera a Malvolio, Montale affronta i suoi critici, fa i conti
con la società italiana degli anni del boom e si rivolge, con Pasolini,
a tutti gli intellettuali che ne hanno, in qualche modo, tratto profitto:
Non s'è trattato
mai d'una mia fuga, Malvolio,
e neanche di un mio flair
che annusi il peggio
a mille miglia. Questa è
una virtù
che tu possiedi e non t'invidio
anche
perché non potrei
trarne vantaggio.
No,
non si trattò mai
d'una fuga
ma solo di un rispettabile
prendere le distanze.
Non fu molto difficile dapprima,
quando le separazioni erano
nette,
l'orrore da una parte e
la decenza,
oh solo una decenza infinitesima<
/font>
dall'altra parte. No, non
fu difficile,
bastava scantonare scolorire,
rendersi invisibili,
forse esserlo. Ma dopo.
Ma dopo che le stalle si
vuotarono
l'onore e l'indecenza stretti
in un solo patto
fondarono l'ossimoro permanente
e non fu più questione
di fughe e di ripari. Era
l'ora
della focomelia concettuale
e il distorto era il dritto,
su ogni altro
derisione e silenzio.
Fu la tua ora e non è
finita.
Con quale agilità
rimescolavi
materialismo storico e pauperismo
evangelico,
pornografia e riscatto,
nausea per l'odore
di trifola, il denaro che
ti giungeva.
No, non hai torto Malvolio,
la scienza del cuore
non è ancora nata,
ciascuno la inventa come vuole.
Ma lascia andare le fughe
ora che appena si può
cercare la speranza nel
suo negativo.
Lascia che la mia fuga immobile
possa dire
forza a qualcuno o a me
stesso che la partita è aperta,
che la partita è
chiusa per chi rifiuta
le distanze e s'affretta
come tu fai, Malvolio,
perchè sai che domani
sarà impossibile anche
alla tua astuzia.
Versi furenti, feroci. Ai quali
Pasolini rispose con alcuni versi a Montale, versi venati di solitudine
più che di rabbia o rancore. Nella poesia L’impuro al puro (appunti),
Pasolini dirà a Montale:
Non ho banda, Montale,
sono solo.
Non ti rimprovero di aver
avuto
paura, ti rimprovero di
averla giustificata.
Male forse ne voglio; ma
il mio.
Ti ha ottenebrato la tua
un po' troppo italiana
Musa Oscura
Astuto poi non non lo sono:
di solito è astuto
chi ha paura.
Da Poesie varie e d'occasione,
in Raccolte minori e inedite, in Pasolini. Tutte le poesie, a cura
di Walter Siti, Meridiani, Mondadori 2003.
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INVITO
ALLA LETTURA:
BRANI
DI PIER PAOLO PASOLINI
TUTTI
GLI AGGIORNAMENTI
A
"PAGINE CORSARE"
DA
OTTOBRE 1998
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