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Saggistica Una striscia lunga
come la vita
Da Meglio gli antichi
castighi, 1992-1997
I ricordi più lontani erano, più vivi riapparivano Dopo la morte di Pasolini
sua madre Susanna fu riportata a Casarsa a vivere nella casa paterna assieme
alle sue due sorelle. Invece di perdersi nella demenza, aveva trovato in
quella casa una sorta di complicità per retrodatare la sua vita in un’epoca
indefinibile della sua giovinezza, precedente comunque al matrimonio e
alla nascita dei suoi due figli, morti entrambi tragicamente. Le tre sorelle
chiacchieravano per ore dei loro antichi spasimanti citando a memoria brani
di lettere. Anche Casarsa era tornata ai loro occhi quella di un tempo.
Quando Susanna fu trasferita in una clinica di Udine, il suo stato peggiorò
rapidamente. Negli ultimi mesi ha tenuto gli occhi sempre chiusi, le palpebre
contratte nello sforzo di mai più riaprirle.
VII. Più che attonita, era intontita
* * *
Elsa Morante sopra il cavallo bretone Elsa Morante era una bellissima
ragazza ebrea siciliana. Viveva a Roma con un ragazzo, il suo primo amore,
ed entrambi erano tanto poveri che solo all’ora di. cena entravano in
un’osteria per ordinare due piatti di spaghetti: «Due mezze porzioni
ma abbondanti». [...]
Quasi ogni sera, nell’arengo dell’ideologia letteraria, mi disarciona: Pum!, mi trovo nella polvere, disarcionato, e lei là, sopra il nembo fumigànte, tra le gualdrappe azzurre, violacee, tra pennacchi spumosi, sopra il cavallo bretone, che mi guarda, ancora furente, con una prima ombra di sorriso che taglia di fendente la foschia violetta degli occhi. Questo nelle questioni di ideologia letteraria. Negli altri campi, mi lascia non solo cavalcare, ma volare sull’Ippogrifo. Pasolini, che così racconta, cenava con lei quasi ogni sera. «Incontrarla mi dà un senso di festa, ogni volta come fossimo reduci da lunghi viaggi. Noi non ci pensiamo, ma in fondo è sempre un miracolo incontrarsi». Elsa amava Pier Paolo come
amava Sandro Penna; per Penna aveva più acute complicità poetiche, per
Pier Paolo molta tenerezza. Se lui stava zitto con i lineamenti della faccia
tirati, Elsa allungava una mano attrverso il tavolo del ristorante e con
un dito gli sfiorava la fronte come per scacciare un pensiero triste. Una
sera era molto gaia e dalla borsetta tirò fuori un pezzo di giornale straniero,
credo fosse «Le Monde», dov’era riportato il famoso giudizio del filosofo
Lukács, «Il più grande romanzo italiano moderno», detto del suo libro
Menzogna
e sortilegio. Gliel’avevano appena dato, ma dopo una breve scorsa
lo ripose nella borsetta e la serata passò come le altre. Una volta sola
la vidi un poco intimidita, e fu quando al solito tavolo della Campana
si aggiunse per una sera Eduardo De Filippo. Il cerimonioso ossequio in
stile napoletano del grande attore la metteva un po’ in imbarazzo, non
si sentiva nel suo mondo e perciò rispondeva un po’ eccitata e fin troppo
gentile. Dopo molti anni di amicizia, di serate e di viaggi compiuti insieme
e persino di una sua apparizione nel film Accattone, ci fu il distacco
da Pier Paolo. Gli amici, una volta tanto, rinunciarono alle chiacchiere
telefoniche perché quel distacco segnava un po’ tutti ed era difficile
commentare la discussione che l’aveva preceduto. Pasolini stava attraversando
una crisi che aveva confidato ad alcuni amici, e a Elsa per prima; Ninetto,
il ragazzo che da tanto tempo lo seguiva come l’amico unico e insostituibile,
con
* * * Da Breve vita di Pasolini,
2000-2009
La morte di Pasolini Frequentavo i giardinetti di Piazza dei Cinquecento sotto le mura delle Terme di Diocleziano che servivano anche da pisciatoio e l’aroma muschioso risaliva i millenni. Alla sera quei giardinetti erano la pista della libera uscita dalle caserme del Castro Pretorio. Negli ultimi mesi avevo visto passare un paio di volte l’automobile di Pasolini. Benché spider di gran marca era sempre impolverata e con qualche ammaccatura: cose che facevano immaginare i luoghi degradati e violenti attraverso cui era passata. Lo si sapeva da sempre: Pier Paolo era la persona più coraggiosa e imprudente mai conosciuta. Il suo coraggio era condizionato da desideri ossessivi che lo portavano dovunque. Ma gli ultimi tempi avevano ricoperto anche lui della polvere delle amare rinunce. In uno dei passaggi davanti ai giardinetti mi vide e si fermò; forse si aspettava andassi a salutarlo, che magari gli indicassi piste più favorevoli. Rimasi seduto al tavolo del caffè. Mi turbavano la sua faccia dai lineamenti tirati, la magrezza, il disorientamento. Come dopo si seppe, anche il giovane Pelosi passava con i suoi amici nei dintorni di quei giardinetti. Non l’avevo mai notato ma un mio amico lo aveva portato a casa sua e il ragazzo si era mostrato gentile e disponibile. Me lo disse alcuni mesi dopo l’assassinio che egli non comprendeva come fosse avvenuto. La sua ultima sera Pier Paolo la trascorse al ristorante con Ninetto e sua moglie. Al ritorno passò davanti ai giardinetti e vide o intravide il ragazzo preferendolo agli altri. Le fotografie di quel tempo ci mostrano Pelosi nella fase di un suo Kainos adolescenziale. A Pasolini rammentò forse ia.fisionomia delle sue antiche amicizie borgatare. E immediato fu il desiderio di resuscitarle magari con un intervento stregato. Se il desiderio è solo libidine, esige un rapido appagamento. Ma se esso si allunga in aspettative voluttuose e l’immaginazione è colpita dal ritorno del «sopravvissuto», gli atti che si sono succeduti in quella sera trovano una collocazione. La sosta al ristorante rappresenta il punto focale dei fatti. I due si siedono a un tavolo. Pier Paolo ordina da mangiare per il ragazzo, per sé chiede una birra per darsi un contegno e cominciare con le domande. Si sente attratto, non gli basta la concupiscentia oculorum. Anche nel passato il suo sguardo insistente aveva suscitato allarme, subito rientrato per la gentilezza dei modi. Ma durante la sosta al ristorante dai tratti del ragazzo forse traspare l’ipnosi della Medusa, che gli fa perdere il senso del pericolo proveniente da una generazione che si è smarrita nei confini tra bene e male. Chiusi in automobile, c’è un primo scambio sessuale. Intorno il buio della periferia
di una megalopoli che arriva fino al mare. Dove si sono fermati è ancora
campagna e Pier Paolo due anni prima vi ha girato la scena più erotica
di un suo film.
In quella sera del due novembre di trentaquattro anni fa, la disponibilità del ragazzo è fatale a Pasolini. Forse egli l’ha sentita come apertura ad altro genere di complicità e forse a parole o a gesti o con un solo gesto inequivocabile ha insinuato nel ragazzo un elemento terronizzante come una rivelazione implicita o l’atto offensivo di una supposizione. La situazione è quella in cui si accetta il proprio destino o lo si rifiuta; ma se c’è una sospensione tra le due cose, la violenza diventa tanto maggiore. Quella di Pelosi non è solo violenza contro l’incubo dell’altro, è pura hybnis di fuggire da se stesso. Fugge da se stesso passando e ripassando con l’automobile di Pasolini sul suo corpo. Quando viene fatto sedere in una poltrona dello studio televisivo nessuno sa più che cosa egli sia. Una forma umana di genere indefinito, una forma dilavata all’interno e fuori che può esternare qualsiasi cosa.
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