La saggistica

"Pagine corsare"
Saggistica

Una striscia lunga come la vita
Citazioni dal libro di Nico Naldini
Una striscia lunga come la vita, Marsilio 2009
Vedi anche la presentazione del libro

Da Meglio gli antichi castighi, 1992-1997
pp. 79-80

I ricordi più lontani erano, più vivi riapparivano

Dopo la morte di Pasolini sua madre Susanna fu riportata a Casarsa a vivere nella casa paterna assieme alle sue due sorelle. Invece di perdersi nella demenza, aveva trovato in quella casa una sorta di complicità per retrodatare la sua vita in un’epoca indefinibile della sua giovinezza, precedente comunque al matrimonio e alla nascita dei suoi due figli, morti entrambi tragicamente. Le tre sorelle chiacchieravano per ore dei loro antichi spasimanti citando a memoria brani di lettere. Anche Casarsa era tornata ai loro occhi quella di un tempo. Quando Susanna fu trasferita in una clinica di Udine, il suo stato peggiorò rapidamente. Negli ultimi mesi ha tenuto gli occhi sempre chiusi, le palpebre contratte nello sforzo di mai più riaprirle.
 

VII.

Più che attonita, era intontita
a guardarsi intorno
e vedere un’umanità così sbilenca
tra i suoi discendenti.
A Natale le giungevano delle cartoline
con gli auguri e delle firme.
Le teneva in mano sorridente
Come per una causa perduta,
lei che a ogni Natale
faceva sciamare nel nido famigliare
delle costellazioni per illuminare
ogni cosa più rara e diversa.
[…]

* * *

Elsa MoranteDa Alfabeto degli amici, 1995-2004
pp. 120 e 129-130 

Elsa Morante sopra il cavallo bretone

Elsa Morante era una bellissima ragazza ebrea siciliana. Viveva a Roma con un ragazzo, il suo primo amore, ed entrambi erano tanto poveri che solo all’ora di. cena entravano in un’osteria per ordinare due piatti di spaghetti: «Due mezze porzioni ma abbondanti». [...]
Elsa rideva di questo ricordo dietro al quale si stendeva la sua misteriosa adolescenza. Un mistero che continuò a vivere nei suoi splendidi gatti siamesi tra cui uno, chiamato Milarepa, le assomigliava. Amava quel ragazzo e molti altri ne ha amati in seguito fino all’ultimo con il quale fece all’amore in una spiaggia del Pireo, sapendo che per lei era l’ultima volta. Anche questo ricordo era raccontato con un sorriso che apparteneva alla misteriosa sensibilità dei gatti che unici sanno scegliere le passioni. Elsa dopo la povertà godeva a scialare; il denaro che spendeva in case, in dischi, in viaggi, era in parte suo e molto del marito Alberto Moravia. La sua prodigalità raggiungeva strani obiettivi: agli amici faceva regali costosi e inutili ma anche alle persone appena conosciute che, fino a .un attimo prima, erano state osservate impietosamente. La sua simpatia, se doveva nascere, si accendeva nella pupilla offuscata dalla miopia; altrimenti la sua faccia diventava burrascosa, lo sguardo duro, la risposta insultante. Sedeva eretta, fasciata in vestiti eleganti dai colori sottomarini, qualche volta sontuosi; dopo la maturità, adottò mises più libere e stravaganti, in sintonia con il gusto giovanile. In difesa dei giovani scrisse forse la sua unica polemica giornalistica contro i detrattori dei capelli lunghi portati allora solo da qualche studente straniero. Aveva un’idea così esclusiva del gusto e della cultura che lanciò il sospetto che tra quei ragazzi potesse nascondersi qualche grande poeta o pittore, com’era accaduto nel passato. Parlava a voce alta, qualche volta veemente; niente più lontano da lei delle insinuazioni morbide; il suo linguaggio, che aveva una fonte mentale molto lontana, arrivava carico e veloce.

Quasi ogni sera, nell’arengo dell’ideologia letteraria, mi disarciona: Pum!, mi trovo nella polvere, disarcionato, e lei là, sopra il nembo fumigànte, tra le gualdrappe azzurre, violacee, tra pennacchi spumosi, sopra il cavallo bretone, che mi guarda, ancora furente, con una prima ombra di sorriso che taglia di fendente la foschia violetta degli occhi. Questo nelle questioni di ideologia letteraria. Negli altri campi, mi lascia non solo cavalcare, ma volare sull’Ippogrifo.

Pasolini, che così racconta, cenava con lei quasi ogni sera.

«Incontrarla mi dà un senso di festa, ogni volta come fossimo reduci da lunghi viaggi. Noi non ci pensiamo, ma in fondo è sempre un miracolo incontrarsi».

Elsa amava Pier Paolo come amava Sandro Penna; per Penna aveva più acute complicità poetiche, per Pier Paolo molta tenerezza. Se lui stava zitto con i lineamenti della faccia tirati, Elsa allungava una mano attrverso il tavolo del ristorante e con un dito gli sfiorava la fronte come per scacciare un pensiero triste. Una sera era molto gaia e dalla borsetta tirò fuori un pezzo di giornale straniero, credo fosse «Le Monde», dov’era riportato il famoso giudizio del filosofo Lukács, «Il più grande romanzo italiano moderno», detto del suo libro Menzogna e sortilegio. Gliel’avevano appena dato, ma dopo una breve scorsa lo ripose nella borsetta e la serata passò come le altre. Una volta sola la vidi un poco intimidita, e fu quando al solito tavolo della Campana si aggiunse per una sera Eduardo De Filippo. Il cerimonioso ossequio in stile napoletano del grande attore la metteva un po’ in imbarazzo, non si sentiva nel suo mondo e perciò rispondeva un po’ eccitata e fin troppo gentile. Dopo molti anni di amicizia, di serate e di viaggi compiuti insieme e persino di una sua apparizione nel film Accattone, ci fu il distacco da Pier Paolo. Gli amici, una volta tanto, rinunciarono alle chiacchiere telefoniche perché quel distacco segnava un po’ tutti ed era difficile commentare la discussione che l’aveva preceduto. Pasolini stava attraversando una crisi che aveva confidato ad alcuni amici, e a Elsa per prima; Ninetto, il ragazzo che da tanto tempo lo seguiva come l’amico unico e insostituibile, con 
l’allegria che spandeva sulla sua vita, piena di contraccolpi che la rendevano così difficile, si sarebbe sposato. Questo matrimonio a Pier Paolo appariva come la crudele interruzione di una adolescenza felice che invece doveva essere, anche se un po’ ciecamente, protratta. Le reazioni di Elsa piombarono su questa - un po’ cieca - pretesa, sulla sua illusione vitalistica, sull’artificio di opporsi a ciò che fatalmente doveva maturarsi e finire. Passarono alcuni anni, fino alla lettura della Storia dove un personaggio adombrava Ninetto. Pasolini buttò via il libro letto a metà, poi lo riprese, scrisse un articolo e poi ne scrisse un altro, scavando forse dentro la sua ferita. .Ai funerali di Pier Paolo, Elsa camminava sbandata e chiusa dentro la folla, ma senza tristezza. La sua parte angelica, visionaria di altri mondi e non più di questo, aveva ripreso il colloquio con l’amico rinchiuso dentro una cassa da morto che passava di mano in mano nella ressa celebrativa.

* * *

Da Breve vita di Pasolini, 2000-2009
pp. 148-149

La morte di Pasolini

Frequentavo i giardinetti di Piazza dei Cinquecento sotto le mura delle Terme di Diocleziano che servivano anche da pisciatoio e l’aroma muschioso risaliva i millenni.

Alla sera quei giardinetti erano la pista della libera uscita dalle caserme del Castro Pretorio.

Negli ultimi mesi avevo visto passare un paio di volte l’automobile di Pasolini. Benché spider di gran marca era sempre impolverata e con qualche ammaccatura: cose che facevano immaginare i luoghi degradati e violenti attraverso cui era passata. Lo si sapeva da sempre: Pier Paolo era la persona più coraggiosa e imprudente mai conosciuta. Il suo coraggio era condizionato da desideri ossessivi che lo portavano dovunque. Ma gli ultimi tempi avevano ricoperto anche lui della polvere delle amare rinunce.

In uno dei passaggi davanti ai giardinetti mi vide e si fermò; forse si aspettava andassi a salutarlo, che magari gli indicassi piste più favorevoli. Rimasi seduto al tavolo del caffè. Mi turbavano la sua faccia dai lineamenti tirati, la magrezza, il disorientamento.

Come dopo si seppe, anche il giovane Pelosi passava con i suoi amici nei dintorni di quei giardinetti. Non l’avevo mai notato ma un mio amico lo aveva portato a casa sua e il ragazzo si era mostrato gentile e disponibile. Me lo disse alcuni mesi dopo l’assassinio che egli non comprendeva come fosse avvenuto.

La sua ultima sera Pier Paolo la trascorse al ristorante con Ninetto e sua moglie. Al ritorno passò davanti ai giardinetti e vide o intravide il ragazzo preferendolo agli altri. Le fotografie di quel tempo ci mostrano Pelosi nella fase di un suo Kainos adolescenziale. A Pasolini rammentò forse ia.fisionomia delle sue antiche amicizie borgatare. E immediato fu il desiderio di resuscitarle magari con un intervento stregato.

Se il desiderio è solo libidine, esige un rapido appagamento. Ma se esso si allunga in aspettative voluttuose e l’immaginazione è colpita dal ritorno del «sopravvissuto», gli atti che si sono succeduti in quella sera trovano una collocazione.

La sosta al ristorante rappresenta il punto focale dei fatti. I due si siedono a un tavolo. Pier Paolo ordina da mangiare per il ragazzo, per sé chiede una birra per darsi un contegno e cominciare con le domande. Si sente attratto, non gli basta la concupiscentia oculorum. Anche nel passato il suo sguardo insistente aveva suscitato allarme, subito rientrato per la gentilezza dei modi. Ma durante la sosta al ristorante dai tratti del ragazzo forse traspare l’ipnosi della Medusa, che gli fa perdere il senso del pericolo proveniente da una generazione che si è smarrita nei confini tra bene e male.

Chiusi in automobile, c’è un primo scambio sessuale.

Intorno il buio della periferia di una megalopoli che arriva fino al mare. Dove si sono fermati è ancora campagna e Pier Paolo due anni prima vi ha girato la scena più erotica di un suo film.
A differenza di quanto avviene nella sessualità femminile, un ragazzo non può simulare la attrazione. Anche se è stato abbondato per strada o in un luogo come le Terme di Diocleziano, e se risponde all’invito di uno sconosciuto, è il ragazzo che quasi sempre sceglie sia pure inconsapevolmente il suo partner.

In quella sera del due novembre di trentaquattro anni fa, la disponibilità del ragazzo è fatale a Pasolini. Forse egli l’ha sentita come apertura ad altro genere di complicità e forse a parole o a gesti o con un solo gesto inequivocabile ha insinuato nel ragazzo un elemento terronizzante come una rivelazione implicita o l’atto offensivo di una supposizione.

La situazione è quella in cui si accetta il proprio destino o lo si rifiuta; ma se c’è una sospensione tra le due cose, la violenza diventa tanto maggiore. Quella di Pelosi non è solo violenza contro l’incubo dell’altro, è pura hybnis di fuggire da se stesso.

Fugge da se stesso passando e ripassando con l’automobile di Pasolini sul suo corpo.

Quando viene fatto sedere in una poltrona dello studio televisivo nessuno sa più che cosa egli sia. Una forma umana di genere indefinito, una forma dilavata all’interno e fuori che può esternare qualsiasi cosa.

 

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Una stiscia lunga come la vita. Citazioni dal libro di Nico Naldini

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