La saggistica
 

Una ricerca sul linguaggio
nel cinema di Pier Paolo Pasolini
di Stefano Odorico
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Appendici
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1-.
La sequenza del fiore di carta, sceneggiatura (1)
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Riccetto: Che c'avete un cerino, per favore?
Operaio: Come, no? Ecco qua.
Riccetto: Grazie. Ma a che servono 'ste buche?
Operaio: Pe' tirare avanti.
Riccetto: Come profumate!
Passante: Devo incontrarmi con la mia fidanzata.
Riccetto: Ah, è pe' questo? Fate bene... e i fiori?
Passante: Eh... me li porta lei.
Riccetto: Ma come, così vecchio ancora lavorate?
2° Operaio: E che, forse vengo a mangià a casa tua?
Riccetto: A proposito, ciò 'na fame, nonnetto mio!
2° Operaio: Eh... me pare ieri che ero come te.
Dio: Riccetto, Riccetto, ascoltami, mi senti? Mi senti? Ascolta, Riccetto, è Dio che ti parla, Dio. Dio! Ancora non hai capito, Riccetto? Ti sta parlando Dio. Mi ascolti adesso?
Riccetto: No!
Dio: Eppure ti parlo chiaro.
Fammi un segno, un segno solo e io capirò che vuoi ascoltarmi. Non mi senti? Sei sordo? Non hai orecchi per intendermi?
Riccetto: (canticchia) Oh, famme montà.
Conducente: Dai, sta' attento, sali!
Riccetto: Lavori?
Conducente: Eh, tocca lavorà!
Riccetto: Aaah! Io n'oo so, io non me ne intendo de 'ste cose.
Conducente: Tu ciai ragione. Ma io ciò moije e un fijo. M'è nato tre giorni fa, 'o sai?
Dio: Ti parlerò lo stesso, Riccetto, anche se tu non mi vuoi fare alcun segno.
Riccetto: Tanto er fijo beve er latte d'aa madre!
Conducente: Eh, ma tocca lavorà lo stesso.
Riccetto: Mannaggia, io invece so' senza lavoro. Mannaggia!
Conducente: Il bello del lavoro è la soddisfazione.
Riccetto: Eh, sì.
Conducente: Quando so' le cinque e cinque, che stacchi dal lavoro, nun c'è cosa più bella.
Riccetto: Io staccavo alle otto.
Riccetto: (canticchia) Donne muà, donne muà, do, do, do. (rivolto ad una ragazza) Sei contenta, eh?
(Durante tutta la discesa di Riccetto per via Nazionale, in sovrimpressione sullo schermo compaiono immagini violente della cronaca e della storia contemporanea)...
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Dio: Ed ecco quello che voglio da te. Io voglio da te i tuoi frutti, i tuoi primi frutti.
Quali sono questi frutti? I frutti del tuo sapere e del tuo volere. Che cosa sai, Riccetto? Che cosa vuoi, Riccetto?
Riccetto: Eh, buon giorno, signor spazzino!
Netturbino: Ehi, Riccetto.
Riccetto: M'hanno detto che state pe' morì, è vero?
Netturbino: Eh, ragazzì, 'mbè? Troppe scopate me devo fa ancora. Devo scopà tutta via Nazionale.
Dio: È vero, tu sei innocente, e chi è innocente non sa e chi non sa, non vuole ma io che sono il tuo Dio, ti ordino di sapere e di volere.
Riccetto: (canticchia una canzone americana).
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Dio: È contraddittorio, lo so, forse è anche insolubile, perché se tu sei innocente non puoi non esserlo, e se sei innocente non puoi avere coscienza e volontà.
Di' a chi ha parlato Cristo, il mio figlio, se non agli innocenti? E perché? Perché sapessero.
Tu dirai come il fico che è presto, che è solo marzo, che non puoi dare i tuoi frutti, che li darai in settembre. Ma che discorsi sono questi. Marzo, settembre... per me, Dio, non sono che vuote parole. Se la fede fa muovere le montagne, figurarsi che importanza ha che sia marzo o settembre.
Ascoltami, Riccetto, ascoltami. Un solo cenno del tuo capo, uno sguardo verso il cielo mi basterebbe.
Ascoltami, se non vuoi perderti.
L'innocenza è una colpa, l'innocenza è una colpa, lo capisci? E gli innocenti saranno condannati, perché non hanno più il diritto di esserlo.
Io non posso perdonare chi passa con lo sguardo felice dell'innocente tra le ingiustizie e le guerre, tra gli orrori e il sangue. Come te ci sono milioni di innocenti in tutto il mondo, che vogliono scomparire dalla storia piuttosto che perdere la loro innocenza. E io li devo far morire, anche se lo so che non possono far altro, io debbo maledirli come il fico, e farli morire, morire, morire.
Riccetto: Che?
(Cade a terra, morto)
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(1) Pasolini per il cinema, a cura di Walter Siti. I meridiani, Mondadori, Milano 2001
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2-
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Lettera di Pasolini ad Allen Ginsberg, del quale era amico ed ammiratore
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To Allen Ginsberg
Milan, 18 October 1967 
Dear angelic Ginsberg, last night I heard you say everything that came into your mind about New york and San Francisco, with their flowers. I have told you something about Italy, flowers only to be found in the forests. Your city is a city of insane people, mine of idiots. You rebel against insanity with insanity (giving flowers even to policemen) but how can one revolt against idiocy? This has been the tenor of our chatting. Far better has been your part in our conversations and I've told you why: because in your revolt against the father bourgeoisie assassins, you make them stay behind their own world... class-conscious (yes in Italy we express ourselves so) and thus you are constrained to invent again, totally, day by day, word for word, your revolutionary language. All American men are forced to be inventors of words! We here, instead (even those now sixteen years old) already have our revolutionary language with its own ethics behind it. Even the Chinese speak like civil servants. Even myself --as you see. I have not succeeded mixing prose and poetry (as you do) and I never succeed in forgetting, not even in this moment, that I have linguistic obligations. 
Who gave us--both young and old-- the official language of protest? Marxism, the only poetic vein and the record of the Resistance, which revives thoughts of Vietnam and Bolivia. Why do I lament this official language of protest which the working class, through its bourgeois ideology has given me? Because it is a language which doesn't ever leave out the idea of power and it is therefore always practical and reasonable. But aren't practicality and reason the same goddesses who have made our bourgeois fathers madmen and idiots? Poor Wagner and Nietzsche! They have taken on all their guilt. And let's not speak of Pound! He was for me a guilt... a function... the function given them by the society of father-madmen and idiots, cultivators of practicality and reason--to retain power, to destroy themselves? Nothing gives a sense a feeling, of guilt more profound and incurable than retaining power. It is incredible then if those who hold power want to die? And therefore everyone--from the divine Rimbaud to melting Kavafy, from the sublime Machado to the tender Apollinaire-- all poets who have struggled against the world of pragmatism and reason, have done nothing else but prepare the ground like prophets for the god War whom society invokes: a God exterminator. Hitler an erce from a comic film... when in America--where your poets are invoking a second Hitler who may accomplish that which did not succeed the first time: the suicide of the world--if non-violence is a weapon for the conquest of power, it will be far worse the second time. but, at the same time, to renounce, in that same stupendous mysticism of the Democracy of the New Left, to renounce, besides Holy Violence, also the idea of the conquest of power on the part of the just, signifies leaving power in the hands of the fascists who always and everywhere hold it. If these are the questions, I wouldn't know how to answer. And you? I kiss you affectionately on your thick beard, yours
Pasolini Lettere 1955-1975 [pp.631-33] (Torino: Einaudi 1988)
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3-
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Parte terza della poesia L'Urlo di Allen Ginsberg
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l'Urlo
a Carl Solomon

Carl Solomon! Sono con te a Rockland (1

dove sei più matto di me
Sono con te a Rockland
dove certamente ti senti molto strano 
Sono con te a Rockland 
dove imiti l'ombra di mia madre 
Sono con te a Rockland 
dove hai assassinato le tue due dodici segretarie 
Sono con te a Rockland 
dove ridi a questo umorismo invisibile 
Sono con te a Rockland 
dove noi siamo grandi scrittori sulla stessa terribile macchina da 
scrivere
Sono con te a Rockland 
dove le tue condizioni sono peggiorate e ne è stata data la 
notizia alla radio 
Sono con te a Rockland 
dove le facoltà del cranio non ospitano più i vermi dei sensi (2)
Sono con te a Rockland 
dove tu bevi tè dai seni delle zitelle di Utica (3
Sono con te a Rockland 
dove scherzi (4) sui corpi delle tue infermiere le arpie del Bronx 
Sono con te a Rockland 
dove in camicia di forza gridi che stai perdendo la partita al 
vero ping pong dell'abisso 
Sono con te a Rockland 
dove pesti sul pianoforte catatonico l'anima è innocente e immortale 
essa non dovrebbe morire mai empiamente in un manicomio armato 
Sono con te a Rockland 
dove altri cinquanta elettroshocks non restituiranno mai la tua 
anima al corpo dal suo pellegrinaggio a una croce nel vuoto 
Sono con te a Rockland 
dove accusi i tuoi dottori di pazzia e complotti la rivoluzione 
socialista Ebraica contro il Golgotha nazionale fascista 
Sono con te a Rockland 
dove fenderai i cieli di Long Island e risusciterai il tuo vivente
Gesù umano dalla tomba sovrumana 
Sono con te a Rockland 
dove venticinquemila compagni pazzi cantano tutti insieme le 
ultime strofe dell'Internazionale 
Sono con te a Rockland 
dove abbracciamo e baciamo gli stati Uniti sotto le nostre 
lenzuola gli Stati Uniti che tossiscono tutta la notte e non ci 
lasciano dormire 
Sono con te a Rockland 
dove ci svegliamo elettrizzati dal coma grazie agli aeroplani 
delle nostre anime che rombano sul tetto loro sono venuti a 
buttare bombe angeliche l'ospedale si illumina muri immaginari 
crollano Oh scarne legioni correte fuori Oh shock stellato di 
misericordia è giunta la guerra eterna Oh vittoria non badare alla 
biancheria intima siamo liberi 
Sono con te a Rockland 
nei miei sogni cammini gocciolando da una crociera sulle 
autostrade attraverso l’America in lacrime fino alla porta della 
mia casetta nella notte dell'Ovest (5). 
San Francisco, 1955-56 
(trad. it. nostra, Nda)
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NOTE ALLA POESIA L'URLO
(1) Manicomio statale 
(2) Rappresentazione della pazzia.
(3) Città industriale, arida e rinsecchita, nello Stato di New York. Le sue zitelle - nell'immagine di Ginsberg - non hanno latte e dalle loro mammelle invece di latte sgorga tè.
(4) Per  "pun" si intendono giochi di parole, vedi: freddure. 
(5) S'intende la California. Urlo è stato ultimato in un cottage di Berkeley (ora non più esistente) a pochi passi da quello ove vive tuttora Thomas Parkinson, uno dei più autorevoli critici della poesia contemporanea.

Una ricerca sul linguaggio nel cinema di Pier Paolo Pasolini, di Stefano Odorico
 

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