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nel cinema di Pier Paolo Pasolini di Stefano Odorico consultabile presso il Centro Studi Archivio Pasolini di Casarsa della Delizia (PN)
![]() .
Per conferire una fisionomia definita alla lingua utilizzata da Pasolini nel cinema (e non solo), dobbiamo partire dal presupposto che egli era un regista molto attivo sul piano politico, assai vicino al PCI, sorretto, perciò dalla convinzione che anche la scelta del linguaggio da adottare nei suoi film doveva essere politicamente funzionale. Concentrandosi sulla situazione linguistica e sviluppando ricerche approfondite sui dialetti in un’Italia decisamente poco coesa dal punto di vista linguistico, arrivò a considerare l'italiano standard studiato a tavolino, come il linguaggio della borghesia italiana, un linguaggio completamente sottosviluppato e sterile (paragonabile al modello della lingua illustre di Dante) che, in fin dei conti si presenta come un italiano non nazionale. L’uso del dialetto, invece, oltre ad essere indicatore della classe proletaria, identifica in qualche modo un tentativo di privare la Chiesa dell'egemonia culturale sulle masse. Interessante è, a proposito, lo sforzo pasoliniano di estendere anche a sinistra un approfondimento, in senso dialettale, della cultura. Nel cinema Pasolini utilizza il sonoro ricordando la lezione dei registi russi. L'autore
ha dimostrato una straordinaria versatilità nell'uso della lingua
sia in prosa che nel cinema, passando come si è visto dalla raffinatezza
e dai toni elegiaci delle poesie in friulano al parlato colloquiale romanesco;
dall'ironia pungente e polemica delle prose dell'ira allo sperimentalismo
impegnato delle Ceneri di Gramsci.
Quando
approda al cinema, Pasolini trova il modo di sintetizzare i suoi svariati
interessi in unico piano espressivo, lavorando sull'immagine in movimento
e trasferendovi la parola e la poesia.
Partendo
da un’analisi più prettamente letteraria, per poi arrivare a capire
la sperimentazione linguistica a livello cinematografico, possiamo affermare
che l'importanza della parola, del suo suono e di ciò che essa suggerisce,
è fondamentale, così come la capacità pasoliniana
di muoversi su diversi stili e registri, ispirandosi al principio dantesco
dell’adattamento (Dante, citato numerose volte nei suoi saggi, gioca, nella
poesia di Pasolini, un ruolo privilegiato che si riverbera nel frequente
uso di terzine e di versi endecasillabi). Capacità di movimento
stilistico che si può ritrovare anche nell’utilizzo di diversi registri
linguistici da parte dei suoi personaggi cinematografici.
Alcune
dirette esperienze teatrali, l’esperienza poetica, l’esperienza del cinema,
il confronto tra il parlato cinematografico e quello assai più radicato
del teatro, spinsero Pasolini a riflettere sui rapporti tra linguaggio,
oralità e gestualità.
Coerente
con quanto detto finora e giustificato risulta l’interesse di Pasolini
(interesse culturale corroborato dall’amicizia con alcuni poeti (1)
per la Beat Generation Nord-Americana, un movimento poetico-spirituale
di contestazione nato negli Stati Uniti intorno agli anni ’50 del Novecento.
I “Beat”
o “beati”, identificati nella figura di Allen Ginsberg, teorizzavano non
più un tipo di lettura personale e mentale ma una lettura "ad alta
voce": con questa tecnica si possono, a causa delle variazioni di respiro,
provare sul proprio fisico le sensazioni ritmiche che il poeta voleva esprimere
con la sua opera.
Impostazione
non nuova perché anche lo stesso Shakespeare cercò di sperimentare
un tipo di poesia mirata all’orecchio dello spettatore e non all’occhio
del lettore, obiettivo, questo, determinante soprattutto a livello
teatrale (e cinematografico). Infatti, proprio partendo da Shakespeare
e dal suo Otello, Pasolini matura uno dei suoi lavori più
riusciti: Che cosa sono le nuvole?
Come
esempio di studio sul ritmo poetico, possiamo citare l’Urlo
(poesia sequestrata e condannata per oscenità, elemento comune anche
a tutta l’opera pasoliniana) (2)
Ginsberg, poesia caratterizzata da una sua armonia interna ben scandita
e calibrata.
Pasolini
pensava che, rispetto ad ogni altro mezzo espressivo, il cinema è
quello che meglio si avvicina alla “lingua della realtà” perché
la complessiva interazione tra linguaggi diversi garantisce la massima
continuità tra realtà e le sue rappresentazioni, senza mai
dimenticare che il focus è sempre puntato sul cinema come strumento
di finzione.
La genesi
linguistica dei film di Pier Paolo Pasolini segue uno sviluppo abbastanza
lineare nel senso che, da un primo periodo di vicinanza alla letteratura,
al romanzo, si inserisce, liberandosi da preoccupazioni filologiche, in
un uso più articolato, su piani diversi (come il dare ampia possibilità
di improvvisazione agli attori).
Naturalmente
possiamo fare riferimento sia al cinema come linguaggio che al linguaggio
del cinema. Il primo concetto ovviamente analizza il cinema come forma
espressiva mentre il secondo si sviluppa in un settore molto ampio,
un settore tecnico-grammaticale.
Sappiamo
che alla mostra di Pesaro del ‘65, venne presentata e dipanata la teoria
sul "cinema di poesia" all’interno di una tavola rotonda; con relazioni
ed interventi di Pasolini, Barthes, Metz, Toti, Baldelli ecc. (4)
Roland
Barthes, molto attivo nello studio del significato delle immagini, in un
saggio intitolato Le problème de la signification au cinema
giunge ad ipotizzare una sinonimia dell’immagine cinematografica, partendo
dalla constatazione che, in La corazzata Potemkin del 1925 diversi
significanti (piatti spezzati, occhiali rotti) esprimono lo stesso significato
di crollo della classe al potere. In casi come questo, l’immagine nasconde
un significato allegorico, simbolico, potendo così parlare
di usi metaforici o simbolici dell’ immagine cinematografica (5).
Ci risulta
obbligatorio, quindi, indicare un approfondimento a queste teorie in Il
“cinema di poesia”, relazione di Pasolini a Pesaro.
I linguaggi
letterari si basano su una lingua strumentale istituzionalmente accettata,
patrimonio di tutti i parlanti, i linguaggi cinematografici sembrano, invece,
non fondarsi su nulla, non hanno infatti alla base una reale lingua comunicativa.
Così
come la lingua scritta è sempre stata avvertita e concepita come
una convenzione che ha il compito di fissare la lingua orale, il cinema
viene visto da Pasolini come il momento scritto della lingua naturale che
è l’azione, definendo che l’intera vita, nel complesso delle sue
azioni è un cinema naturale, vivente.
.
Grazie alla forma breve del corto Pasolini riesce a sintetizzare tutte le sensazioni, offrendo allo spettatore un film per molti versi geniale. Genialità che si esprime con la sperimentazione del regista in vari campi: nel linguaggio, nel suono, nel colore, nelle immagini. Le audiovisioni
Pasoliniane, riportate in seguito, sono da ritenersi uno strumento attraverso
il quale è possibile estrapolare e mettere a fuoco tutti gli elementi
costitutivi delle teorie pasoliniane sul cinema. Lo studio sulla colonna
sonora, sul parlato, sui suoni e sui rumori, sull’accompagnamento musicale
(in gran misura nella Terra vista dalla luna) e, infine, sui rapporti
reciproci tra parola e immagine ci permette di capire come i film, e in
particolare i cortometraggi, siano da considerarsi opere all’interno delle
quali sono presenti tutte le poliedriche modalità espressive di
Pasolini: dal linguista all’uomo politico, dal regista al poeta.
Poste
le premesse generali, è necessario sottolineare che i film sui quali
si concentrerà la nostra analisi linguistica sono i più rappresentativi
dal punto di vista della sperimentazione in quanto, data la loro brevità,
si adattano maggiormente all’inserimento di nuovi elementi di teoria filmica
e linguistica (quasi una laboratorio di sperimentazione).
Il linguaggio
del cinema può essere studiato, come nel nostro caso, dal punto
di vista retorico e metrico, andando ad agire direttamente sul testo filmico
con un parallelo tra film e sceneggiatura (analisi linguistico-applicata,
morfologica, sintattica, testuale e sociolinguistica).
I film
analizzati in questa maniera sono: La terra vista dalla luna, Che
cosa sono le nuvole? e La sequenza del fiore di carta (7),
attraverso i quali Pasolini riesce a costruire ironiche metafore della
società borghese, finendo con l'interrogarsi sul senso stesso dell'esistenza,
sul rapporto tra la vita e la morte e sullo scambio tra apparenza e realtà.
. . Nel
1968 Pasolini partecipa con un suo episodio ad Amore e Rabbia, un
film realizzato in collaborazione con Bellocchio, Lizzani, Bertolucci e
Godard. La sequenza
del fiore di carta, questo il titolo del suo episodio, dura poco più
di dieci minuti e fu girato in una sola giornata lungo le strade della
capitale. Il film, che ha come protagonista Ninetto Davoli nella parte
di Riccetto, cerca di riprendere e di rileggere in chiave cinematografica
il tema classico di Edipo re: la colpevolezza dell’innocenza.
Il tutto
viene rappresentato con una lunga e discontinua passeggiata del protagonista
lungo le strade romane; Riccetto, spensierato ed ingenuo, involontariamente
(?) vive ignorando i fatti cruenti della storia del suo tempo. Fatti che
vengono prontamente esposti da Pasolini con delle sovraesposizioni in bianco
e nero che mostrano colpi di stato, eccidi, la morte del “Che”, scontri
politici e, in particolar modo, immagini della sempre attuale guerra in
Vietnam, evento che ha lasciato una forte impronta nell’arte contemporanea
(definizione generale che abbraccia tutte le discipline) sia italiana che
straniera (9).
Queste
brutali e violente immagini in bianco e nero (la maggior parte sono senza
sonoro), si sovrappongono ai dialoghi del protagonista con i personaggi
che incontra lungo la strada, alla sua visibile spensieratezza, al suo
vivere alla giornata.All’innocente
Riccetto si rivolge la voce di Dio, alternativamente di sesso maschile
e femminile, una voce off (10)
o voce fuori campo, in quanto proveniente da una fonte sonora omessa dall’immagine
in modo temporaneo o costante.
I richiami
divini cercano di ammonire Riccetto che l’innocenza è una colpa,
mentre lui, sordo, incapace di ascoltare, continua il suo girovagare spensierato
tenendo in mano un grande fiore di carta rossa, fiore che rappresenta la
falsa vitalità, la falsa allegria di chi non vuole e non può
capire il mondo a discapito di chi invece si ritrova vittima involontaria
della storia, dell’ingiustizia, del terrore.
Nessuno
è innocente. Nessuno può permettersi di chiudere gli occhi
ed ignorare la realtà che ci circonda.
A causa
di questo mancato interesse per le sue parole, Dio maledice Riccetto come
Cristo maledice il fico nel Vangelo perché privo di frutti. Ma Ninetto
non ascolta, non capisce, continua a vivere allegramente, felice della
sua innocenza: così come egli ha vissuto senza capire, morirà
senza capire, colpito dal fulmine divino, disteso accanto al grande fiore
di carta, che rimanendo intatto, simboleggia una naturalezza destinata
a non morire mai in quanto artificiale.
Nelle
ultime sequenze, sul corpo ormai senza vita di Riccetto, scorrono le immagini
di guerre e dei campi di concentramento, quasi a rievocare un dolore che
non può essere dimenticato e che, purtroppo, molto spesso si cerca
di accantonare. La morale
è quindi assai esplicita: non possiamo considerarci innocenti se
non prendiamo coscienza delle problematiche che ci circondano, non è
innocente chi si nasconde dietro false certezze. In Pasolini, dunque, il
lavoro diventa una forma di estraniazione dalla realtà delle cose;
quasi una scusa per non prendere consapevolezza dei mali della nostra società.
Prendiamo
ad esempio le seguenti battute:
L’analisi linguistica
. Dal punto
di vista linguistico, l’elemento più facile da notare, in quanto
estremamente esplicito, è la differenza di registro tra Riccetto
e Dio. Come detto in precedenza la scelta dell’italiano standard o del
dialetto assume in Pasolini una connotazione prettamente sociale, infatti
l’italiano nazionale viene solitamente adottato dal regista per identificare
la classe industriale borghese mentre il dialetto viene violentemente assegnato
alle bocche della classe operaia.
Inoltre,
non bisogna dimenticare l’importanza che assume la comunicazione non verbale,
che risulta frequente in questo cortometraggio ed è descritta sempre
da Pasolini come una delle caratteristiche principali della lingua italiana,
vale a dire l’articolazione gestuale che è comune a tutti gli italiani
(specialmente di sesso maschile) e che diventa espressione principe della
nostra identità nazionale, sottolineata e stereotipata in anni di
cinematografia, sia italiana che estera. In questo cortometraggio possiamo
perciò osservare un ottimo spaccato della società italiana,
sia dal punto di vista linguistico che culturale in genere.
Di notevole
interessa anche il frequente uso di specifiche tecniche comunicative e
di numerose figure retoriche, tra cui annoveriamole molte ripetizioni,
che fungono da colonne portanti della conversazione (monologo?) imbastita
da Dio. Le ripetizioni sono strategie utilizzate da due interlocutori (nel
cinema ovviamente tra regista e spettatore) per raggiungere un determinato
scopo.
Scopo
che, come in questo caso, può essere identificato (in linguistica
applicata) nel tentativo di captare l’attenzione:
o rafforzare
un concetto espresso:
Non si
può parlare di una lingua del cinema, ma di una lingua per il cinema;
in Pasolini la sceneggiatura tende al film e viene elaborata, in tutti
i casi, con un linguaggio potentemente espressivo e preciso dal punto di
vista filologico. È importante a questo fine rendersi conto dello
sforzo mentale di concepire, al momento della stesura delle sue sceneggiature,
le parole in funzione di una immagine che già il regista preventivamente
vedeva.
Inevitabile
quindi l’utilizzo di varianti sinonimiche e di similitudini volte a descrivere
ed a essere sostituite da immagini (ulteriore dimostrazione dell’impossibilità
di scindere l’immagine, benché densa di significato, dalla parola).
L’uso
di similitudini è una delle caratteristiche della maniera di scrivere
pasoliniana che può essere rintracciata sia in poesia:
sia nelle
sceneggiature per il cinema (In particolare ne La sequenza del fiore
di carta):
Frequente
anche l’uso di vezzeggiativi che permettono una lettura più “affettiva”
del film.
Dove
“regazzì” non è altro che la forma apocopata romanesca di
ragazzino.
Riccetto
Il nome
stesso del protagonista rappresenta un vezzeggiativo della parola riccio
e, allo stesso tempo, come detto in precedenza, immortala perfettamente
un’immagine: quella di un ragazzetto giovane (perciò spensierato)
e riccio.
. Le metafore
RICCETTO: “Tanto er fijo beve er latte d’aa madre!” Per indicare
il fatto che non è necessario comprare degli alimenti per il figlio.
Importante
anche uno studio sull’aspetto propriamente fonetico dei film di Pasolini,
sul modo di articolare le parole e sul tono (decisamente imperativo quello
adottato da Dio in alcune scene) con il quale esse vengono pronunciate
(ricordiamo che nei primi film adottava la postsincronizzazione e il doppiaggio
e perciò questo tipo di analisi risulterebbe infruttuosa): tutti
questi sono elementi fondamentali del linguaggio e della fisicità
di un personaggio. Frequente è infatti l’uso di elementi di interiezione
come l’eh che può indicare
. Rassegnazione
CONDUCENTE: “Eh, tocca lavorà!”Nostalgia 2° OPERAIO: “Eh… me pare ieri che ero come te.” Stupore
PASSANTE: “Eh… me li porta lei.” Rafforzamento
di un concetto
CONDUCENTE: “Il bello del lavoro è la soddisfazione.” Molto
spesso questi elementi di interiezione prevedono anche un cambiamento di
tono della voce, quasi a giustificare un determinato stato d’animo (ansia,
paura, stupore…)
A livello
sociolinguistico, è da sottolineare come Pasolini riesca a rendere
simbolici tutti gli episodi rappresentati. Simbolici a causa delle tematiche
che vengono implicitamente messe in luce: l’instabilità economica,
la noia legata alle abitudini:
Concludendo,
si può affermare che la sequenza del fiore di carta è una
dichiarazione sulla necessità della consapevolezza ed è da
inserire in una sorta di trilogia sull’identità dell’uomo occidentale,
trilogia che si completa con altri due film dello stesso regista: Edipo
Re e Teorema.
Dal punto
di vista linguistico, prendendo spunto dalla precedente analisi, si può
notare come Pasolini sia riuscito con mezzi semantici e sintattici a ricreare
una vera “lingua per il cinema”. Lingua che riesce a far coesistere e cooperare
tra loro immagine e parola.
. . Nel
1967, di ritorno da un viaggio in Marocco, Pasolini gira in una sola settimana
un cortometraggio destinato a far parte di un film collettivo prodotto
da De Laurentis, Capriccio all’italiana e lo intitola Che cosa
sono le nuvole?I protagonisti
sono l’ormai coppia fissa Totò e Ninetto Davoli, con la particolarità
che il grande Totò non riuscì mai a vederlo proiettato perché
morì subito dopo il termine delle riprese: il 15 aprile di quello
stesso anno.
Questo
cortometraggio si presenta come una riflessione poetica sul senso dell’esistenza,
sul rapporto tra finzione e realtà (i personaggi sono delle marionette
in carne ed ossa), tra l’agire e il pensare, tra la nascita, la crescita
(breve) e la morte. Il film rappresenta quindi appieno un tema tanto caro
a Pasolini, quello dell’ideologia della morte, facilmente riscontrabile
anche nel Vangelo secondo Matteo, delimitabile in un quadro poetico
più ampio: il mistero della vita che assume
un significato solamente grazie al mistero
del suo aver fine (14).
In
Che
cosa sono le nuvole? Pasolini analizza questo rapporto contiguo tra
la vita e la morte utilizzando un artifizio, quello della doppia finzione,
vale a dire della messa in scena nella messa in scena, caratteristica fondamentale
del teatro psicologico pirandelliano (si pensi a Sei personaggi in cerca
d’autore). Interessante
dal punto di vista semiotico la scenografia, scarna ed essenziale (quasi
a descrivere il significato della vita), un teatro di periferia, che ospita
la narrazione di come un gruppo di marionette in carne ed ossa, personaggi
di una burlesca e semplificata versione della shakespiriana tragedia di
Otello,
manovrati da un marionettista, reagiscono al loro destino, alla loro messa
in scena sempre identica e monotona.
“Un sogno
dentro un sogno” come afferma Jago-Totò, come se il sogno dell’artista
potesse vivere di vita propria, i pensieri dei personaggi, i loro dubbi,
la stanchezza che nasce da una esistenza monotona e sempre uguale, legato
alle disposizioni di movimento dettate dal marionettista; quanto, infine,
l’inafferrabilità del “mondo esterno”, dove tutto cambia e può
cambiare, il mondo reale della vita.
È
come se il regista mettesse in scena se stesso, il suo mondo interiore,
le sue paure e le sue frustrazioni, tutto il suo percorso poetico ed esistenziale
che può terminare solamente ed inesorabilmente con la rivelazione
del vero: la morte.
Il silenzio,
la tranquillità, dopo una esistenza caotica si può trovare
solamente con l’atto finale della morte. Tranquillità esistenziale
che in questo corto viene magnificamente effigiata nelle battute finali
da un continuo crescendo di rumori e voci che si placano solamente quando
Ninetto osserva le nuvole in cielo (scena di muto). Senza dimenticare
che nel cinema di Pasolini, a differenza del neorealismo,
dove, per ovvie ragioni, il “rumore” (15)
era molto piattamente rumore d’ambiente, si ricrea completamente l’ambiente
sonoro attribuendo enorme significato a suoni e rumori; un po’ come faceva
un altro maestro del cinema italiano, Federico Fellini, che, oltre a riprodurre
suoni e rumori, doppiava in studio tutte le voci dei personaggi dei sui
film (16).
. La trama e l’analisi
linguistica
. Il
film inizia con il canto (17)
dell’ “immondezzaro” (Domenico Modugno) (18)
che getta la spazzatura raccolta nel cortile di un teatro dove, alla presenza
di un pubblico rozzo e popolare, sta per svolgersi la shakespeariana tragedia
di Otello. A interpretarla, un gruppo di marionette parlanti, marionette
in carne ed ossa. I personaggi della tragedia sono: Jago (Totò),
Cassio (Franco Franchi), Desdemona (Laura Betti), Bianca (Adriana Asti)
e Roderigo (Ciccio Ingrassia). L’ultima marionetta ad essere creata ed
inserita nel gruppo [dal "burattinaio", interpretato da Francesco Leonetti
(vedi fotogramma sopra), Ndr] è quella del protagonista, Otello,
impersonificata da Ninetto Davoli.Otello
chiede subito spiegazioni sul perché del suo essere al mondo ma,
senza indugi e preamboli viene messo in scena e, senza comprendere bene
che cosa gli stia succedendo, inizia ad interpretare la sua parte di questa
particolare rivisitazione della tragedia shakesperiana (adatta ad un pubblico
popolare, semplice e rozzo).
Da ricordare
che anche l’opera originale, l’Othello, fin dal momento della sua
prima stesura fu immaginata per il teatro popolare in stretto collegamento
con il pubblico e, punto importante, tutta la tragedia gioca su un doppio
registro: da un lato la nobile retorica di Otello, il linguaggio acquisito
che gli permette di sentirsi non più alieno nella Venezia della
quale è al servizio, quella Venezia impersonata da Desdemona, che
è l’espressione più alta della civiltà; dall’altro,
il linguaggio da caserma di un soldato come Jago. Non mancano variazioni
sui due registri, ne è un palese esempio il linguaggio di Cassio,
che nobile non è, ma aspirando ad entrare nella nobile gerarchia
Veneziana (19),
si esibisce in discorsi pieni di retorica falsa e ampollosa. Tutto questo
gioco linguistico viene ripreso, in forma più semplice e burlesca,
anche da Pasolini che, in Che cosa sono le nuvole?, con continue
variazioni di registro tra dialetto romano e italiano normativo, riesce
ad amplificare uno dei temi a lui più cari, quello della questione
della lingua contemporanea (20).
Shakespeare
raggiunge l’apice della manipolazione linguistica nel momento in cui Jago
incomincia ad insinuare in Otello il dubbio sulla fedeltà di Desdemona,
a distruggere cioè in lui l’ideale della civiltà veneziana;
a partire da questo momento il linguaggio di Otello si corrompe, si “sporca”,
e quelle esclamazioni blasfeme che avevano caratterizzato i discorsi di
Jago, si innestano, trafiggendole, nelle solide strutture retoriche di
Otello:
Ritornando
al film di Pasolini, dopo il repentino ingresso in scena di Ninetto, subito
si percepisce che il vero protagonista della vicenda è Jago, marionetta
anziana e verde in volto, che trama alle spalle dell’ingenuo Otello, inscenando
il falso tradimento di Desdemona, e pavoneggiandosi dinnanzi al pubblico
della propria perfidia (il passaggio da una scena ad un’altra è
marcato da due tristi figuri che suonano il mandolino). Intanto Cassio,
licenziato da Otello perché ingiustamente accusato da Roderigo,
si reca da Desdemona a chiedere una raccomandazione per essere riassunto
come luogotenente, e Desdemona gliela accorda. Subito dopo ha luogo il
celebre stratagemma shakesperiano del fazzoletto ritrovato, la prova del
tradimento di Desdemona. Jago è così giunto, con la sua gratuita
perfidia, al culmine della trama e scatena in Otello una gelosia arricchita
da dubbio razzista: Desdemona preferisce Cassio perché è
“di carnagione bianca”.
Otello
cade nell’imbroglio e il pubblico partecipe inizia a fischiare e a protestare,
il baccano è infernale. Della gente è addirittura già
in piedi pronta a salire sul palcoscenico a fare giustizia di Jago e di
Otello.
Otello
si ritrova solo dietro alle quinte a piangere sul suo destino e a pensare
quale sia e cosa sia davvero la verità:
La scena
del delitto sta per avere luogo, ma il pubblico, prendendo la finzione
della tragedia alla lettera, invade il palco, e in un marasma generale
Jago e Otello vengono linciati ed uccisi (probabilmente devono essere ricostruiti
ex novo ad ogni nuova rappresentazione), mentre Cassio e Desdemona, le
vittime innocenti dell’imbroglio, sono portati via in trionfo.
Le
marionette superstiti, riposte tutte in ordine nei camerini alla fine della
recita, piangono la scomparsa dei loro amici. Stavolta “l’immondezzaro”,
quello che viene, prende i morti e se ne va, è venuto per portarsi
via Jago e Otello.Buttate
nello sgangherato camioncino dell’immondizia, inermi in mezzo ai rifiuti,
le marionette di Jago e Otello si guardano intorno, frastornate e stordite,
mentre, in silenzio, piangono di paura. Ma, non appena vengono gettati
nella discarica, i due, con il viso rivolto verso il celo, per la prima
volta scoprono il mondo.
Del mondo
terreno non vedono che i rifiuti di cui sono ricoperti ma, fissando lo
sguardo in alto, Jago e Otello scoprono che in un cielo terso d’azzurro,
scorrono delle magnifiche, enormi e reali nuvole bianche.
Il film
si conclude con un dialogo pieno di tranquillità, ben lontano quindi
dal rumore incredibile scaturito dal pubblico inferocito:
Metafora
della vita. Il cammino delle marionette verso la coscienza, cominciato
con i dubbi iniziali di Otello, attraverso la vita-finzione, si compie
con la morte, unico attimo in cui avviene la comprensione della verità,
di quel tutto che regola ogni singola esistenza.
Notevoli
in Che cosa sono le nuvole? le sostanziali variazioni tra le parole
inserite in sceneggiatura e quelle realmente pronunciate dai personaggi
del film. Modifiche strutturali che ci fanno ben capire come quella di
Pasolini sia una personalità unica capace di presiedere, nella produzione
di un’opera, sia alla fase di progettazione sia a quella di realizzazione. Sono
presenti delle varianti stilistiche e strutturali, censure, ristrutturazioni
dei racconti effettuate in tutte le direzioni e nei confronti di tutti
i personaggi e situazioni. Osservando in maniera più specifica le
varianti linguistiche, ci si accorge che la rinuncia ad alcune battute
concepite a tavolino e modellate su personaggi ancora astratti e letterari,
è quasi sempre nel film a favore di espressioni proprie del personaggio,
sia dal punto di vista della lingua parlata (includendo dialetti e inflessioni
regionali), che da quello della concreta situazione e possibilità
psicologica e culturale del personaggio.
Questo
elemento è incrementato anche dalla libertà di improvvisazione
data normalmente da Pasolini ai suoi interpreti: il regista, infatti, pretendeva
sempre un contributo attivo, creativo, una collaborazione tra le parti
in sede di ripresa, cercando di rendere il tutto più espressivo.
Quindi non è infrequente trovare anche sostanziali modifiche al
lavoro di ricerca filologica e linguistica fatto da Pasolini durante la
stesura delle sceneggiature.
I motivi
e gli obbiettivi di queste variazioni possono essere molteplici e, analizzando
nello specifico Che cosa sono le nuvole? si possono incontrare ad
una prima lettura grossolana molte sostituzioni di parola.
Semplici
sostituzioni di parola/e:
Si può
notare, da questa analisi sistematica come, in molti casi, le parole di
Jago si trasformino da una forma romanesca, come da copione, in una italiana
normativa. Quasi a sottolineare l’impossibilità fisica, per ovvie
ragioni di nascita, di Totò ad interpretare un ruolo in dialetto
romanesco, mentre altre sostituzioni come: cuore per core (in un altro
caso rimane core) e strozzarla per strangolarla in Jago e “ti strippi”
per “ti spanzo” di Roderigo possono essere lette come semplici interpretazioni
a discrezione dell’attore.
Precedentemente
ho inserito, tra le variazioni linguistiche anche il concetto di censura,
che interviene in fase preventiva (il regista la prevede) all’attenuazione
di alcune forme volgari. Comunque, sapendo come la censura non fosse fonte
di preoccupazione per Pasolini potremmo anche azzardare l’idea che le variazioni
possano essere state apportate direttamente dagli attori a causa di considerazioni
di ordine psicologico e morale.
Variazioni
di attenuazione o maggiorazione dovute a fattori psicologici e morali
La frase
di Jago nella scena 5: “Cassio, quello che se improfuma e se lava quattro
volte i denti al giorno!”, diventa notevolmente più volgare nel
film: “Cassio, quello che se improfuma come una vecchia bagascia e se lava
quattro volte i denti al giorno”.
Mentre,
nella stessa scena, la frase di Roderigo: “Ma sei sicuro che riuscirò
a portarmi a letto Desdemona, che quer fijo de ‘na mignotta del negro s’è
sposato!”, diventa, più semplicemente: “Ma sei sicuro che riuscirò
a portarmi a letto Desdemona?”.
Sempre
una frase di Jago, nella scena sette, così scritta: “Che te credi
che può durà tanto l’amore de Desdemona per Otello il Moro?
Quello puzza che accora, je puzzano i piedi, je puzza er fiato, negro impestato!
Lei finirà per aprire gli occhi…E a questo punto…CASSIO!
Bello! BIONDO! Profumato! Li
mortacci sua!”, viene trasformata in una forma leggermente più blanda:
“Cosa vuoi che duri l’amore di Desdemona per Otello, quel negro porco zozzo
puzzolente? È negro dappertutto sai, l’ho visto io. Mentre Cassio
è giovine! Bello! Biondo! Limpido”. Andando così ad omettere
l’espressione romanesca: “Li mortacci sua!”.
Altre
due modifiche, minime, si possono ritrovare all’interno della scena numero
tredici quando Cassio descrive Desdemona come una brava birichina (a letto)
mentre, nel testo originale, Pasolini utilizzò la parola zozzetta.
O semplicemente quando Jago, imprecando contro il clima di Cipro, che gli
ha procurato un forte raffreddore, dice Accidenti invece del pasoliniano
Mannaggia.
Interessante
anche il gioco di parole attuato (con il nome di Cassio) da Roderigo nella
scena sette:
Si possono
anche trovare modifiche da precedenti forme del romanesco a successive
forme proprie dell’italiano normativo, unite a elaborazioni linguistiche
e strutturali in funzione di una maggior economia o dell’eliminazione di
elementi ridondanti o superflui (a volte si può anche avere un arricchimento
delle informazioni date in precedenza nella sceneggiatura).
Variazioni
di forma da romanesco a italiano standard: sono moltissime e vengono quasi
sempre attuate da Jago per i motivi sopra esposti, sono forme apocopate,
di elisione o di aferesi, (33)
spesso avvicinate dal cambiamento dell’ultima vocale di parola (dal romanesco
“e” all’italiano “i”).
Che t’ha
fatto, che m’ha detto, ch’ero raccomandato, m’avesse detto, te sembra che
lo servo, de barba, ‘sti Turchi, co’ Desdemona, i vizietti se pagano, ‘sta
santocchia!, ‘sti disgraziati, come a ’na gallina, che m’hai combinato,
‘sta sozzona, so’ un assassino, che ce voi fa’?
. Modifiche strutturali
.
Nel passaggio
dalla sceneggiatura al film, si notano delle differenze strutturali abbastanza
profonde, differenze che nascono dall’omissione di alcune parti (più
o meno lunghe) di testo oppure, dallo slittamento di frasi da una scena
ad un’altra..
La scena
tre della sceneggiatura, un dialogo fra Otello (incuriosito dal brusio
che giunge da oltre le pareti) e Jago, viene completamente eliminata.
Nelle
scene cinque e sei vengono eliminati le parti di dialogo contenenti il
personaggio di Brabanzio, completamente escluso (se non per una piccola
battuta nel finale del film) dato che anche alla fine della scena sei il
piccolo scambio di parole tra Otello e Brabanzio viene cancellato:
All’inizio
della scena sette, viene aggiunto un commento di un narratore esterno,
voce off, che così recita: Siamo a Cipro, una tempesta ha distrutto
la flotta dei turchi e così dei turchi non c’è rimasta nemmeno
la puzza!
Numerose
sono ancora le parti eliminate, le più lunghe: l’inizio della scena
undici (dialogo tra Cassio e Desdemona), la parte finale della scena quindici
(l’assassinio di Desdemona, accorciato di molte battute e reso perciò
linguisticamente più snello) e, in particolare, il dialogo di apertura,
tra Jago e Otello, della scena dodici perché le ultime due battute
non vengono completamente cancellate ma “tagliate ed incollate” al dialogo
della scena otto:
JAGO: Eh, figlio mio, noi siamo IN UN SOGNO DENTRO UN SOGNO.Infine, si possono trovare nel film, a differenza di quanto scritto nella sceneggiatura, anche degli elementi di rinforzo di un concetto precedentemente espresso, in particolare delle ripetizioni:
Ridimensionato
risulta anche l’intervento linguistico del pubblico che, più partecipe
nella sceneggiatura, interviene in maniera significativa solamente due
volte e, quasi esclusivamente per condannare l’operato di Jago.
Alla
fine della scena undici si ha una dimostrazione violenta del pubblico nei
confronti del bugiardo Jago: Bugiardo! Infame! Quale verità!
Quale verità!
Nella
scena tredici una donna cerca di spiegare a Otello che il ritrovamento
del fazzoletto di Desdemona addosso a Cassio non è altro che un
in imbroglio architettato dal perfido Jago.
Musicalmente,
oltre alla canzone (scritta sulle parole di Shakespeare) cantata dall’“immondezzaro”
Domenico Modugno all’inizio e alla fine del cortometraggio, e alle musiche
di intermezzo interpretate dai due suonatori di mandolino, è presente
un altro momento melodico.
Nella
scena undici la descrizione iniziale indica Desdemona come una ragazzina
impegnata a tenere in braccio una bambola, proprio una bamboletta di quelle
che tengono in mano le ragazzine, e la culla: e, cullandola le canta pure
una canzoncina - sempre come le ragazzine, ma quelle piccole piccole, di
cinque sei anni.
Che continuerà
fuori campo:
E proprio
in questa canzoncina (come accade anche nella Ricotta quando Stracci
soffoca la fame canticchiando) c’è un recupero della poesia popolare
italiana, un recupero di quei ritmi e di quelle musicalità proprie
della nostra canzone popolare.
Concludo
questa analisi, prettamente linguistica, rilevando come abbiano molta importanza
e come siano molto frequenti i cambiamenti di tono (indicanti soprattutto
lo stato d’animo dei personaggi):
RODERIGO: “(sempre indagatore) Ma tu sei servo suo, però, l’omo de fiducia”. JAGO: “(sferzante, ancora ridacchiante) Sì! Servo! Sapessi che radica sono io! Te sembra che lo servo! E invece lo servirò di barba e capelli! Morto lo vojo vede!” (38). JAGO: “(pieno di intenzioni) Mmmmh… Questa non me l’aspettavo…” (39). e come
linguisticamente venga rappresentato (utilizzando spesso cambiamenti di
tonalità) un tema forte come quello del razzismo. La frase della
scena sette nella quale Jago descrive Otello è molto esplicita:
A differenza
delle parole utilizzate per Cassio:
(prendendo
anche in considerazione le variazioni volgari già esposte in precedenza).
Facendo
un paragone di tipo linguistico tra l’Otello di Shakespeare e il
film Che cosa sono le nuvole? di Pasolini, possiamo notare molti
elementi comuni:
Nelle
opere di tutti e due gli autori Otello, allo scoprire l’infedeltà
di Desdemona si scompone, si trasforma ed inizia a utilizzare un linguaggio
pieno di termini volgari, cosa mai fatta in precedenza. In Shakespeare
nel terzo e quarto atto la sua dizione diventa addirittura a tratti inarticolata,
dominata, come prima quella di Jago nelle sue insinuazioni, nei discorsi
a mezza bocca, dalle interiezioni senza senso, sussurri e grida. Fino ad
arrivare al quinto atto quando il colpo di grazia al linguaggio di Otello
è dato dal meschino Jago, che insinua, giocando sull’ambiguità
della parola lie, che vale tanto mentire quanto giacersi,
che Cassio si è giaciuto con Desdemona e al tempo stesso che i due
amanti mentono.
Solo
nella scena finale, quando, dopo aver ucciso Desdemona, Otello si rende
conto della sua innocenza, egli ritrova nell’ultimo discorso prima del
suicidio, sia pure necessariamente in misura ridotta, la ricca e articolata
sequenza di nobili figure retoriche che aveva usato nella sua grande allocuzione
tenuta nel primo atto dinnanzi al Senato di Venezia per rivendicare la
giustezza della sua unione con Desdemona.
Questo
valeva in Shakespeare per la prima versione. La seconda versione invece
risultò modificata perché l’imposizione di legge del 1606,
eliminando ogni accenno blasfemo, distruggeva questa sapiente costruzione
linguistica e retorica. Per ovviare a questa gravissima perdita, Shakespeare
decide un cambiamento radicale dell’impianto retorico del testo: imposta
l’intera tragedia sul registro “alto”, a parte i ruoli di Jago e Roderigo.
Anche
in Pasolini, alla scoperta del tradimento, Otello inizia ad inserire del
suo linguaggio termini volgari.
Inoltre,
nella scena undici, stranamente, Otello “dimentica” il suo dialetto, lascia
da parte la sua inflessione romanesca e, rivolgendosi a Jago, pronuncia
le seguenti parole in un italiano impeccabile:
“(…)
Pier Paolo Pasolini ha realizzato, con l’episodio La terra vista dalla
luna, il momento fino ad ora più inedito, più singolare
dell’intera sua traiettoria cinematografica. Chi nutrisse ancora dubbi
su quale debba essere oggi considerato l’uomo di punta del cinema italiano,
può accantonarli tranquillamente (…)” [Nuccio Lodato, Filmcritica,
XVIII, 176,Roma, aprile 1967].Questo
film nasce come continuazione naturale del viaggio di Uccellacci e uccellini.
Ma la continuità di questo breve episodio con il precedente lungometraggio
è da considerarsi tale solo in parte, perché il nucleo centrale
di Uccellacci era rappresentato da una ideologia molto forte ed
esplicita mentre il cortometraggio ne mantiene solamente il “sentimento
generale” ma cerca, in maniera fiabesca, di riprendere i concetti espressi
nel lungometraggio attraverso una sorta di favola, favola rappresentata,
ancora una volta, con un viaggio compiuto da un padre e da un figlio (Totò
e Ninetto Davoli) attraverso la cultura e la storia.
Il modello,
come dichiarato dal regista, è quello delle comiche di Chaplin (45),
del cinema muto che, in quanto tale, deve contenere nelle immagini tutta
la forza espressiva che si vuole trasmettere data l’impossibilità
di attuarla attraverso le sintetiche didascalie.
E fu
per questo motivo che Pasolini non scrive una vera e propria sceneggiatura
per quest’opera, ma si limita a disegnarla in forma di fumetto e del fumetto
(46) utilizza
sia le tecniche artistiche sia quelle linguistiche, riportando tutto, ovviamente,
in pellicola.
La
terra vista dalla luna, dà la sensazione di essere un film muto
con suoni, voci e colori. Cioè, tutto il film presenta elementi
tipici del muto: didascalie, movimenti meccanici e veloci, comunicazione
non verbale caratterizzata da una elevata gestualità (bello l’artifizio
della donna sordomuta per girare scene mute). Tutto inserito in un contesto
più ampio, un contesto pieno di rumori, suoni, voci, urla, lamenti
e colori; colori forti e decisi che, allo stesso tempo, risultano anche
armonici e equilibrati (tonalità molto accese di soli colori primari
più il bianco ed il nero). Questo episodio, è il primo titolo
della filmografia pasoliniana interamente “a colori” (47),
ed è da intendersi come una delle opere dove risulta più
evidente la sperimentazione cinematografica elaborata dal regista. Colore
composto da tonalità accese, contrastanti e surreali (i capelli
dei personaggi ne sono un esempio) che rimandano alle riviste per bambini
degli anni settanta, molto simile, perciò, ai fumetti cui la sceneggiatura
fa riferimento.
Oltre
alla lingua (il cortometraggio è “contaminato” dalle ricerche che
Pasolini conduce sulla lingua del cinema) al fumetto ed ai colori, bisogna
anche dare una giusta importanza all’ambientazione, alle scenografie, ai
costumi e al trucco, che, uniti, concorrono a sviluppare la teoria di una
visione (astratta) effettuata da una prospettiva diversa da quella che
normalmente siamo abituati ad utilizzare (la terra vista dalla luna, appunto).Importante
è la didascalia iniziale del film che così recita: “Visto
dalla luna, questo film che s’intitola appunto La terra vista dalla
luna non è niente e non è stato fatto da nessuno…ma poiché
siamo sulla Terra, sarà bene informare che si tratta di una fiaba
scritta e diretta da un certo Pier Paolo Pasolini” (48).
Perciò,
come si può bene vedere, fin dalle prime sequenze il regista mette
in discussione la “sensatezza” dell’esistenza umana e, in particolar modo,
descrive la sua esistenza oramai ridotta ad un semplice e scarno viaggio
attraverso la vita che non differisce per nulla dalla morte.
Film
esistenzialista che esalta il problema dell’incomunicabilità tra
le persone, della tristezza generalizzata causata dalla società
dei consumi, dall’abbattimento del livello culturale provocato dall’industria
culturale di massa.
Una vera
e propria critica nei confronti di un sistema fondato sul consumo all’interno
del quale, soprattutto adesso, noi tutti esistiamo e perciò viviamo
(o forse siamo morti?); critica portata all’eccesso con la messa in scena
di individui-massa (i compari che appaiono nella scena del finto suicidio
al Colosseo) che si ritrovano senza amore e senza storia, completamente
vuoti.
. La trama e l’analisi
linguistica
. Tutto
inizia in un piccolo cimitero di periferia dove Ciancicato Miao (Totò)
e suo figlio Baciù (Ninetto Davoli), due uomini dai capelli color
rame che vivono in una dimensione temporalmente non definita, piangono
la morte della madre e moglie Crisantema. Brava moglie e massaia, come
sottolineato dalla statua presente sulla tomba (lei con il mattarello in
mano), morta per ingestione di funghi tossici.
Appena
finito il lamento in morte della povera Crisantema, i due si rendono subito
conto del fatto che Totò, impiegato comunale, non troppo vecchio
e con casa di proprietà, potrebbe ancora incontrare un’altra moglie
(ha ancora delle cartucce da sparare…).
Inizia
così il viaggio dei due alla ricerca della Donna che possa diventare,
tristemente, la nuova anima femminile all’interno della loro abitazione,
una piccola baracca blu innalzata vicino a poche altre case molto semplici
(una borgata desolata e vuota).
Solamente
il passaggio, di tanto in tanto, di due turisti stranieri, frenetici e
irreali nelle movenze, restituisce un po’ di vitalità all’ambiente.
Padre
e figlio partono con l’intenzione di esaminare tutte le donne che incontrano
lungo il cammino: dapprima si imbattono in una vedova isterica che li prende
ad ombrellate non appena iniziano a “provarci”, in seguito si imbattono
in una prostituta che, alle offerte fattegli, può rispondere solamente
con un “mille” e infine, quasi a conclusione di questa vita senza scopo,
quando credono di aver trovato, all’angolo di una strada, la bellezza perfetta,
scoprono che si tratta solamente di un manichino “de coccio”.
Disperati,
continuano il loro viaggio senza senso al limite tra la vita e la morte,
finché non incontrano, inginocchiata sulla strada di fronte ad un
altarino votivo, una donna molto bella dai capelli verdognoli e dalla carnagione
chiarissima. Ciancicato, aggredito dalla timidezza, cerca di imbastire
una conversazione, tenta invano di comunicarle qualcosa, la supplica, ma
la donna lo guarda e sta zitta. Le offre una banana, lei la divora ma continua
a stare zitta. Solamente il passaggio di un aeroplano, che superando il
muro del suono provoca una forte esplosione, fa capire ai due che la donna
è sordomuta, ella infatti non reagisce minimamente al forte rumore.
Perciò, per farle la proposta di matrimonio, Ciancicato deve argomentare
più volte testualmente (ottimo tributo al cinema muto), e prometterle
la serenità senza dire alcuna parola. La donna, commossa e soprattutto
affamata, accetta la proposta. Si celebra così un improbabile matrimonio,
dentro una chiesetta vuota, occupata solamente dai due sposi, da Baciù
che suona la famosa aria “Va pensiero…” con l’armonica a bocca, da un gatto
che fa da testimone-invitato e da un prete molto sbrigativo (Mario Cipriani)
che, con un forte accento romano, si congeda non come da rituale ma con
un semplice “stateme bene e bonasera”.
La
famiglia si è così nuovamente ricomposta e Assurdina (o assurda,
questo il nome molto azzeccato della neo-sposa) si ritrova (forse) involontariamente
“scaraventata” all’interno della sua nuova dimora: la baracca blu. Baracca
disordinata e piena zeppa di cianfrusaglie appartenute ad altri tempi:
un teschio umano, una bomba a mano, una radio, un cinese e, come per omaggio
al maestro, una foto di Charlie Chaplin (49). Solamente
la grazia di quella donna che, chiudendo gli occhi dei due uomini, con
gesti accelerati e a tratti non umani, tipici del film muto, riesce a donare
ordine e armonia domestica a quella assurda baracca.
Però,
il raggiungimento della stabilità familiare e domestica fa si che
i due uomini, accecati dalla mentalità consumistica, inizino a pretendere
di più. Un più rappresentato, ovviamente, da una casa più
bella e più grande.
Pasolini
per sottolineare questo concetto inserisce prontamente una didascalia esplicativa:
“Ma l’uomo però non è mai contento di quello che ha… e i
sigg. Miao non facevano eccezione a questa regola!”.
Per guadagnare
i soldi necessari per l’acquisto della nuova dimora, architettano un piano
basato su un falso tentativo di suicidio della neo madre-moglie che, dalle
arcate del Colosseo, minaccerà con un muto lamento di buttarsi giù
se la società non si accorgerà di lei aiutandola, economicamente,
a continuare la sua triste esistenza. Tutto questo mentre Ciancicato raccoglierà
la colletta tra le persone fermate ad assistere all’evento.
Mentre
la rappresentazione ha luogo, ricompaiono i due turisti armati di macchine
fotografiche i quali, dopo essersi arrampicati in cima al Colosseo, gettano
una buccia di banana, sulla quale, sfortunatamente, scivola la povera Assurdina
cadendo silenziosamente nel vuoto.
Miao
e Ciancicato vengono subito pervasi da una forte disperazione e, soprattutto,
da un tremendo senso di colpa e ovviamente, come per incanto, ci si ritrova
nella stessa situazione delle scene iniziali: nuova tomba, nuova statua
e nuova lapide votiva sgrammaticata.
.
Incredibilmente,
quando tornano alla loro baracca blu, ritrovano Assurdina, vestita da sposa,
che li attende. Dapprima i due fuggono terrorizzati, poi, a pranzo, attirati
per fame dal cibo preparato dalla donna, si fanno coraggio e iniziano ad
interagire con lei. Si rendono conto che anche da morta può mangiare,
bere, cucinare, lavare i piatti… i due gioiscono: “È la felicità,
è la felicità!” urla Ciancicato. Un happy end di resurrezione
della donna-angelo di borgata. Solamente alla fine, in didascalia, appare
la morale del film:
. Iniziando
ad analizzare linguisticamente sceneggiatura e film, è impossibile
non porre subito l’attenzione sulle lapidi cimiteriali di Assurda e di
Crisantema. Le epigrafi sono sì scritte in italiano, ma sono completamente
sgrammaticate e piene di errori di ortografia. Un segnale quindi della
riscontrata diversità tra la lingua scritta e la lingua parlata
(principalmente il dialetto).
La lapide
della prima moglie-madre, essendo anche più corta, presenta solamente
pochi errori: interessante il TIMETTEREMO
tutto unito e la parola CAPPOSANTO
al posto di CAMPOSANTO.
La seconda
invece presenta degli errori dovuti principalmente all’inflessione dialettale
romanesca: AVEMO al posto di
ABBIAMO,
APPOGIAVA
con una sola “g”, TANTTO con
il raddoppio della consonate “t”, E PURE
al posto di EPPURE e l’assurda
PPICOLETTA.
Ricorrenti l’E PURE al posto
di EPPURE, interessante L’À
al
posto di L’HA e curiosa la correzione
(visibile la cancellatura) della corretta forma
ANGELO
per la scorretta ANGILO.
L’inserimento
di una donna sordomuta fa sì che molte scene risultino completamente
“mute”, scene nelle quali la conversazione diventa non verbale e la gestualità
risulta l’unico modo per poter dialogare con un’altra persona (in questo
caso con Assurda). Totò in questo è, ovviamente, un maestro
e in varie occasioni si limita esclusivamente all’uso del suo corpo per
farsi intendere.
Nella
scena nove Ciancicato viene folgorato da un’idea (quella di comparare una
casa nuova) e cerca di descriverla mimicamente ad Assurda e Baciù
con il solo utilizzo della gestualità:
Nella
scena dieci è invece Assurdina che ricorre alla mimica, tradotta
da Ciancicato, per rendere tutti partecipi della sua sofferenza interiore
e del suo desiderio di suicidarsi:
Nella
scena sei anche la proposta di matrimonio fatta da Ciancicato ad Assurdina
è ovviamente muta:
Per concludere,
nella scena cinque, assistiamo ad una vera e propria metafora visiva attuata,
anche in questo caso, da Ciancicato che si rivolge a suo figlio Baciù:
Gli ideali
si perdono e vanno a finire sotto le scarpe…
. Anche
in questo episodio ci sono delle varianti tra la sceneggiatura originale
e il film, queste modifiche sono però minime; principalmente riguardano
il solito Totò che modifica le parti in romanesco andando a preferire
l’italiano normativo, l’attenuazione di forme volgari e la totale riformulazione
della scena finale.
Le varianti
stilistiche possono essere rappresentate da semplici sostituzioni di parola
o gruppi di parole:
Le varianti
adottate per attenuare alcune forme volgari sono davvero poche:
Le variazioni
stilistiche tra sceneggiatura e film finale sono, come si è potuto
vedere, relativamente poche. Di notevole importanza risultano invece le
varianti strutturali che, molte volte, stravolgono completamente la sceneggiatura
di partenza andando così a sottolineare, ancora una volta, la grande
libertà di improvvisazione concessa da Pasolini ai suoi attori,
che diventano perciò parte attiva nell’elaborazione linguistica
dell’intera opera.
In particolare,
nella Terra vista dalla luna, le modifiche strutturali sono più
considerevoli rispetto agli altri corti analizzati, ci si imbatte continuamente
in omissioni ed aggiunte di intere battute, in eliminazioni di personaggi
(i compari al Colosseo scompaiono) ed in rielaborazioni di intere scene
(quella finale); tutto questo è ovviamente da attribuire al fatto
che la sceneggiatura è stata stesa in forma di fumetto e perciò,
in quanto tale, dà meno informazioni linguistiche all’interprete
che si sente meno vincolato ad essa e, di conseguenza, dà libero
sfogo all’improvvisazione.
La scena
due termina con delle battute che non erano previste nella sceneggiatura
originale:
Nella
scena sette viene inserita una battuta che risulta fondamentale per lo
sviluppo del tema della povertà:
Si arriva
così alla già citata ultima scena dove la sceneggiatura viene
pesantemente stravolta. Il dialogo originale tra Ciancicato e Baciù,
basato su una alternanza di termini volgari, viene sostituito da un “semplice”
monologo di Totò.
. Dialogo
originale:
Monologo:
Il sonoro
ci permette, a differenza di una rappresentazione muta, di comprendere
meglio anche lo stato d’animo dei personaggi, stato d’animo identificato
dal tono utilizzato da un attore nel pronunciare una determinata frase
(i cambiamenti di tono coincidono sempre con cambiamenti dello stato d’animo).
La sceneggiatura originale riporta tutto questo:
BACIÙ: “(serio e convinto) No, brutto non ce sei!”. Differente
è invece nella scena dodici l’atteggiamento linguistico di Ciancicato
che, impaurito dal rivedere Assurdina viva e vegeta, inizia a balbettare.
CIANCICATO: “Mma ma ma, tu tu tu tu… sei morta?” Per ricordare
la caratteristica iniziale di film-fumetto vengono utilizzate da Pasolini
alcune forme onomatopeiche che, in questo caso, servono anche come aiuto
alla comprensione nei dialoghi tra Ciancicato e Assurdina. Nella scena
sette Totò parla di acqua potabile e pronuncia i suoni “GLU
GLU GLU” mentre, sempre lo stesso personaggio nella
scena dodici pronuncia, cercando di descrivere una persona che va a fare
un bisogno corporale al gabinetto, i suoni “CLO CLO”.
Altro
elemento linguisticamente interessante è il nome che viene dato
ai singoli personaggi. I nomi sono infatti un altro esempio della continua
sperimentazione linguistica pasoliniana perché sono “stati costruiti”
sul personaggio che devono rappresentare. La prima madre-moglie, che si
inserisce già morta nella narrazione, si chiama infatti Crisantema
(da crisantemo il classico fiore funerario) e, come se non bastasse, l’epigrafe
iniziale specifica anche che è nata a Tomba il giorno dei morti.
Il nome Assurdina (o Assurda) identifica appieno il personaggio assurdo
di una donna che vive ai limiti della realtà e che, sempre assurdamente,
ritorna in vita dopo la caduta dal Colosseo.
Per finire
è interessante notare come il nome di uno dei due protagonisti,
Ciancicato, sia una parola portatrice di significato all’interno del conteso
dialettale romano. Infatti, in romanesco, Ciancicato significa stropicciato
o masticato, quindi in perfetta sintonia con il personaggio rappresentato.
In questo
film è ovviamente messa sotto accusa la lingua, il nesso di comunicazione
per eccellenza, l’espressione abbrutita del verbo borghese, la conversazione
fatica; ormai la nostra lingua, come si può notare nel continuo
ciarlare di Ciancicato, non esprime più nulla se non l’angoscia
dell’essere vivi.
Si assiste
perciò ad una degenerazione linguistica totale impersonificata dalla
figura di Assurdina.
. . .
A partire da quanto si è detto sinora, è evidente il contributo di Pasolini nello sviluppo dell’uso del linguaggio come elemento espressivo fondamentale del cinema nel suo complesso. In generale,
il cinema come lingua è stato in generale considerato come un problema
prettamente semiologico, ma è sempre rimasto distante dall’interesse
dei linguisti. Gli scritti sulla lingua nel cinema e, di conseguenza, sul
rapporto tra immagine e parola non sono molto numerosi e, nella maggior
parte dei casi, non svolgono una analisi linguistica approfondita sui materiali
(58).
Coerentemente,
anche gli studi critici sul linguaggio del cinema e per il cinema in Pasolini,
hanno sempre privilegiato l’aspetto semiotico a discapito di un’analisi
direttamente orientata sulle scelte linguistiche, grammaticali e sintattiche
adottate dall’autore stesso, a nostro parere fondamentali, considerata
la sua vastissima produzione letteraria (59).
L’approccio
di Pasolini alla concezione linguistica del cinema è ovviamente
contaminato dal suo intero percorso artistico che, come é noto,
prende avvio dalla poesia, si incanala nel romanzo e trova la sua massima
espressione nella produzione filmica.
Da uomo
di letteratura, infatti, il nostro autore “si inventa” cineasta senza aver
compiuto studi specifici nel campo della cinematografia ma affinando le
sue tecniche di regia con la sperimentazione e con l’esperienza sul campo.
È
inevitabile perciò che Pasolini riversi gli schemi letterari e grammaticali
che ha studiato e applicato nei romanzi e nella poesia all’interno delle
sceneggiature e di conseguenza all’interno dei film. Il suo cinema comunque
non si risolve in una semplice forma di letteratura visiva, ma bisogna
considerare Pasolini come un grande inventore di forme cinematografiche.
Prendendo
come punto di partenza lo studio linguistico qui effettuato, risulta necessario
svolgere in futuro un lavoro di analisi più completo ed esaustivo
su tutti i testi filmici pasoliniani. Puntando l’attenzione soprattutto
sulle opere del periodo che va dal 1960 al 1966, anni in cui Pasolini raggiunge
una matura acquisizione del linguaggio cinematografico, grazie al quale
l’idea astratta di lingua del cinema si concretizza con un’azione diretta
sui materiali semantici.
Il cinema,
come tecnica audiovisiva, deve perciò essere analizzato come un
sistema complesso di segni che interagiscono fra loro; ampliando questo
concetto, concludiamo dicendo che il cinema di Pasolini è una esperienza
molto coerente della utilizzazione di tutte le combinazioni possibili di
immagini, colori, suoni, rumori e voci. Sottolineando perciò il
fatto che un’analisi linguistica sulla “parola” risulta di primaria importanza
in quanto elemento costitutivo di questo sistema segnico.
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