Pier Paolo Pasolini
La saggistica
Il
padre selvaggio
di
Pier Paolo Pasolini - [progetto di un film]
Quello
che segue è il racconto originale di Pier Paolo Pasolini
de Il padre selvaggio, il film che il regista avrebbe dovuto girare
dopo le fatiche di
Mamma Roma
(1962) e della Ricotta (1963) Il
padre selvaggio avrebbe dovuto essere il primo film che avrebbe affrontato
realisticamente e con una precisa impostazione ideologica il dramma e la
nascita della nuova Africa (da Appendice a Il padre selvaggio,
in Pasolini per il cinema, vol I, Meridiani Mondadori, MIlano 2001).
Capitolo
I - È bello uccidere il leone
Primi
giorni di scuola, in un liceo africano, nella capitale di uno stato africano
che ha acquistato da un anno l’indipendenza. Il liceo: quattro baracche
a un piano su uno spiazzo di polvere rossa, tra i palmizi.
Nel
licéo insegna un professore democratico, appena giunto nel nuovo
Stato. Sta per cominciare la sua esperienza drammatica con la scolaresca
africana, composta dei figli dei pochi impiegati e dei capi tribù
dell’interno; la sua lotta contro il conformismo insegnato ai ragazzi dai
precedenti professori colonialisti.
Tra
gli scolari, uno, Davidson, è il più ostile di tutti alle
novità di metodo e di cultura del nuovo insegnante: ed è
il più ostile proprio perchè è il più intelligente
e il più sensibile. Sono infatti gli intelligenti ed i sensibili
che si appassionano alle cose con un attaccamento che può essere
fazioso: anche alle istituzioni del conformismo e alla retorica.
La
lotta è soprattutto, quindi, tra l’insegnante e Davidson.
Il
nocciolo centrale di questa lotta è il problema della libertà,
della democrazia, dei rapporti tra bianchi e negri.
Dai
dialoghi diretti, e estremamente sinceri, del professore, viene fuori,
esauriente, il quadro politico dello Stato africano appena libero. I rapporti
con l’ONU, i rapporti con lo Stato ex colonialista, ecc.
Il
metodo del nuovo insegnante, nel far capire le cose, appunto perchè
è sincero e democratico, appare sempre «scandaloso»
agli scolari, abituati alla supina accettazione, alla meccanicità
dell’insegnamento autoritario.
Un
giorno, per esempio, il professore dà agli scolari questo tema:
«Descrivete la vostra vita vera nella tribù, a casa vostra,
nella foresta». Ebbene, saltano fuori degli svolgimenti tutti retorici
e mistificatori. E allora il professore fa rifare il tema: egli vuole che
i suoi scolari affrontino coraggiosamente la vergogna, la miseria, la superstizione
o lo stato tribale, da cui provengono. Cerca di spiegare loro che cosa
è la cultura «magica», la ritualità, i tabù,
il cannibalismo, ecc.
Dopo
la terza o quarta volta, accade una specie di miracolo: Davidson svolge
finalmente un tema molto sincero, e, per questo, scritto estremamente bene,
quasi come autentica poesia. Egli racconta, con grande vivezza e fantasia
di particolari, una tipica situazione tribale: l’obbligo che ha un giovane,
per diventare uomo, di uccidere da solo un leone.
Il
professore, stupito e felice, loda di fronte a tutti il tema, e commenta,
dopo averlo letto, l’inutile crudele abitudine della tribù.
Gli
scolari comprendono la critica rivolta dal professore all’arcaicità,
ormai superata dalla storia degli stessi africani, della cultura tribale.
Tuttavia, alla fine, Davidson non può fare a meno di dire, con la
sua voce roca e dolce:
–
Però è bello uccidere il leone!
Sì,
è difficile staccarsi criticamente dal proprio mondo vitale. È
questa vitalità istintiva che è la sede poi, a un livello
superiore, della pigrizia intellettuale, e del conformismo.
Soprattutto
nello studio della poesia, gli scolari si mostrano pigri e pieni di riserve
mentali: non capiscono la poesia «moderna». Sono meccanicamente
abituati al classico accademico.
Anche
qui il professore deve affrontare lo «scandalo», e legge ai
suoi scolari la difficile poesia di un poeta africano. Niger o altri: una
poesia che ricorda i modelli europei più raffinati, Eliot o Dylan
Thomas...
Gli
scolari negri hanno la stessa reazione della maggior parte degli scolari
bianchi, non capiscono, si distraggono, quasi ne ridono.
Piano
piano il professore la spiega, la commenta con esempi immediati, concreti,
che cadono sotto l’esperienza di tutti: rende chiari e lampanti i versi
dapprima incomprensibili.
Ma
Davidson non vuole capire.
(N.B.
- L’aridità di questa prima parte è solo apparente, perchè
tutte le discussioni specialmente politiche e culturali, sono illustrate
da episodi visivi: documentari per quel riguarda la situazione politica
dello Stato, i rapporti con l’ONU, ecc. Il tema scritto da Davidson sulla
caccia al leone sarà tutto visto. E infine il commento della poesia
difficile, fatto dal professore, sarà tutto vissuto visivamente
in episodi e rapidi particolari di cui gli stessi scolari saranno protagonisti).
Capitolo
II – Tinte forti da tavolozza cubista
Gli
ultimi giorni dell’anno scolastico sono simili a quelli di tutte le scuole
del mondo: giorni di rimpianti e di speranze, di rimorsi e di allegrezza.
I risultati sono quelli che sono, i miracoli non accadono mai, anche se
molti progressi sono stati fatti, molte conoscenze acquisite, molte resistenze
superate.
Ma
proprio in questi ultimi giorni di scuola, in cui ci si dovrebbe sentire
ottimisti per ciò che pur si è fatto con buona volontà
o passione, c’è un’aria di vago, angoscioso, pessimismo.
Il
nuovo Stato negro è inquieto, è ben lontano dall’aver raggiunto
una reale indipendenza, una reale libertà. I colonialisti sono rimasti,
con la faccia dei capitalisti sfruttatori privati e, per proteggere i loro
interessi, non si fanno scrupolo di fomentare rancori e divisioni nel paese:
e magari lotte civili.
Delle
tribù si ribellano, lottano ferocemente contro altre tribù
non secessioniste: tanto che l’ONU deve inviare nuovi reparti per
mantenere l’ordine nel paese.
In
quest’aria di imminente, imprecisa tragedia si chiude il primo anno di
scuola democratica.
Ma
gli scolari, loro, covano in cuore l’antica gioia della vacanza, eguale
in tutto il mondo: sono dei ragazzi...
Davidson
partirà per l’interno, a trascorrere le vacanze nel suo villaggio:
il giorno prima della partenza, va in giro per le strade della capitale,
coi suoi compagni più cari, a divertirsi un po’. Ci sono intorno
«i forti colori da tavolozza cubista», nel porto, nei locali
variopinti dove ci si diverte, dove si mescolano bianchi, indiani, arabi,
negri.
I
caffè sono pieni di gente: allegra, vestita coi colori più
vivaci, all’americana.
È
in uno di questi caffè che Davidson incontra il suo professore:
è la prima volta che s’incontrano nella vita privata. Il professore
è con dei suoi amici bianchi, suoi compatrioti: sono dei giovanissimi
«Caschi blu», biondi, allegri, un po’ ubriachi, pieni di spavalderia
e gioventù... Uno, soprattutto, che è un conoscente del professore,
della sua stessa città europea...
I
giovani negri e i giovani bianchi fanno amicizia, presentati dal professore
che del resto è abbastanza giovane anche lui...
Poi
il professore se ne va, e i giovani restano insieme. Bevono, si ubriacano
ancora di più: si abbracciano e vanno a donne.
Il
gran sogno dei ragazzi negri è fare l’amore con una donna bianca:
essi sanno a memoria anche i versi di un poeta negro, su questo antico,
disperato desiderio...
La
vanno a cercare, la donna bianca, per i quartieri allegri del porto...
Ma per la strada, qualcosa ferma Davidson. È una ragazzetta negra
con delle sue amiche... (È un episodio questo totalmente da inventare
sul posto, secondo la psicologia e le abitudini africane). Davidson lascia
la compagnia, con qualche scusa... Parla con la ragazza... Sta con lei.
Se ne innamora. Dopo le vacanze...
Capitolo
III – La negra luce
Tutto
quello che avevamo intuito attraverso la testimonianza dei ragazzi, nei
loro temi, nei loro discorsi con il professore, tutto quello che avevamo
capito razionalmente dai commenti scientifici del professore, ora lo vediamo
davanti ai nostri occhi.
È
il mondo preistorico dell’Africa, appena affiorato alla storia.
La
vita tribale, i tabù, i riti, l’odio.
Siamo
talmente dentro la vita negra che i personaggi potranno parlare nella loro
lingua senza bisogno di traduzione, nè parlata, nè scritta;
il mondo è totalmente loro e si esprime totalmente nella loro lingua.
Ma le azioni, pur nel loro intraducibile mistero, sono assolutamente semplici,
e possono, parlare atrocemente da sè.
Davidson
è riprecipitato nel suo mondo, nel cuore dell’Africa.
Ora,
nei momenti di tranquillità, di normalità, la sua «cultura
storica», europea, potrebbe diffondersi nella sua famiglia, nei suoi
coetanei del villaggio. Ma questo non è un momento di pace. La tribù
fa parte di una regione dello Stato che ha proclamato la propria indipendenza.
E si è giunti, nella foresta, a una vera e propria guerra.
E
la guerra, col suo terrore, la sua contagiosa sete di uccidere, non può
essere che regressiva: in essa tutto ciò che è storico, è
civile, pare dissolversi, ridursi a puro meccanismo – oggetti che servono
poi a uccidere: armi, jeeps, aeroplani.
Un
po’ alla volta, il villaggio di Davidson diventa il centro del più
feroce episodio della breve guerra.
Truppe
bianche mercenarie, truppe dell’ONU, tribù africane si scontrano,
in combattimenti selvaggi e inutili, spaventosi e senza senso; il caos
politico coincide con l’antica furia bestiale degli uomini nati nella foresta.
Davidson,
lentamente, ma necessariamente, cade nell’abiezione: abiura dalla sua co-scienza
forse senza averne coscienza. Un po’ alla volta le ragioni della tribù
diventano le sue; perchè sono quelle del padre, dei fratelli, dei
consanguinei. Prende le armi, combatte al loro fianco. È un
contagio, una peste.
A
combattere contro le tribù secessioniste ci sono anche truppe dell’ONU:
tra cui i giovani «caschi blu» che Davidson aveva conosciuto
nella capitale.
Alternativamente,
in scene quasi mute, da racconto assolutamente poetico e docu-mentario,
nella foresta più funeraria, magari sotto le piogge – seguiamo la
storia dei «caschi blu», da una parte, dei negri e delle truppe
mercenarie dall’altra. È un’azione di guerra, una delle tante vanamente
feroci, intorno a un aeroporto perduto nell’interno.
I
«caschi blu» con le loro nostalgie, il loro mondo di giovani
europei, le loro allegrie di soldati e uomini d’ordine; i negri con la
loro furia preistorica, i riti, le danze; i campi di concentramento; le
fami collettive, le stragi.
Un
gruppo di bianchi, tra cui i «caschi blu» amici di Davidson,
sono fatti prigionieri. Portati nel villaggio. Ammazzati. Squartati.
Nella
ferocia di altre epoche storiche, riaffiora il rito religioso del cannibalismo:
una specie di folle vertigine. Due, tre immagini da incubo. Davidson è
con gli altri della sua tribù a compiere il rito.
Capitolo
IV - Il sogno di una cosa
Ritorna
la pace. Ritorna la scuola. È il primo giorno di scuola del nuovo
anno. Gli scolari arrivano, pieni di eccitazione; non è come gli
altri anni, quando la scuola era un dovere noioso. Adesso, col nuovo professore,
le cose si presentano diversamente.
Così
il professore, risiedendosi alla cattedra, ha la stupenda sorpresa di vedere
che il suo insegnamento ha dato dei frutti insperati. E un’onda di commozione
investe lui e i suoi scolari.
Scende
dalla cattedra, fra i banchi, va tra i suoi ragazzi: sono amici che si
incontrano, e, come amici, si parlano, si raccontano le loro cose.
Quando
il professore si avvicina a Davidson, come al più caro dei suoi
amici, Davidson lo guarda e, come un automa, scoppia in una specie di gemito
terrorizzato.
Comincia
così il «male » di Davidson: per tutti misterioso, perchè
ignoto a tutti, e inimmaginabile, il trauma che ha prodotto la nevrosi.
Davidson
fa ogni cosa meccanicamente: mangia, dorme, va a scuola: in certo senso
riesce anche a studiare. Ma è come se fosse dissociato da sè,
altro da sè.
Le
nozioni le impara, i temi li scrive, alle domande scolastiche risponde:
ma come se qualcosa lo separasse da ogni realtà, tenendolo relegato
in un mondo di tenebre e di terrore.
Il
professore va alla ricerca del suo Davidson, quello su cui aveva puntato
tante speranze: e Davidson se ne rende conto, come si rende conto del suo
«male»: capisce le lunghe e minute spiegazioni del suo insegnante
sulla nevrosi: e cerca di collaborare con lui, che lo interroga, lo studia,
lo aggredisce.
Dove
va Davidson dopo la scuola? Cosa fa?
Il
professore lo segue: Davidson non va in alcun luogo, gira come un automa.
Evita i bianchi, ma come senza alcuna intima passione. Spesso va sul porto,
in un certo luogo un po’ deserto.
Un
giorno, in questo angolo del porto, mentre Davidson è lì,
passa una ragazzetta negra, che si ferma, sorride, gli va incontro. Ma
Davidson come impaurito, non le risponde, poi le volta le spalle e va via
di corsa.
Va
a piangere solo come una bestia ai margini della foresta, intorno allo
spiazzo.
Non
è tanto malato da dover esser dato per perduto: la sua nevrosi è
piuttosto una crisi che lo paralizza, lo tiene in uno stato di assenza,
di rifiuto ad essere.
Forse,
il miracolo avviene casualmente. Talvolta la nevrosi crea da sè
la guarigione...
Può
apparire un Dio, un’immagine sacra... Ma anche un fantasma di altro ordine...
Un
giorno, in classe, il professore rilegge la poesia del grande poeta africano
che l’anno prima, i suoi scolari e soprattutto Davidson non avevano voluto
capire. Tutti, ora, la capiscono, e Davidson, ascoltandola, ha finalmente
come un moto di vita... Il professore se ne accorge, e legge la poesia
con tutta l’anima. Il moto di vita nell’occhio, nel volto di Davidson presto
si cancella, ma non del tutto, non del tutto...
Mentre
i ragazzi giocano al pallone, nella radura davanti alla scuola, Davidson
sta seduto in disparte. Pensa... e, all’orecchio, come dettato da qualcuno,
gli risuonano delle parole. Sono versi. Li ascolta, li ripete. Si alza.
Va nella camerata, al suo tavolino, a scrivere. Sono versi tremendi, di
totale disperazione, di morte: non solo sua, di Davidson, ma dell’intera
razza negra.
Davidson,
con quel nuovo segno di vita negli occhi, il giorno seguente, si presenta
al suo professore, e timidamente, muto, gli fa vedere quello che ha scritto.
Sono
versi bellissimi: e il professore glielo dice subito, stupito, felice.
Gli dice addirittura che sono tanto belli, che li spedirà ad una
rivista europea, perchè li pubblichi; e io abbraccia, pieno di speranza.
Davidson
che aveva sempre collaborato col suo professore, nella impotente lotta
contro il suo «male», ora, coi professore, si rende conto che
qualcosa è accaduto.
Il
«male» non è più su lui, come una forza maligna,
che lo rende assente e atterrito; non è più un tutto insondabile
e invincibile; è incrinato.
Esprimersi
significa guarire. Non importa se l’espressione è confusa, e se
la speranza in fondo all’espressione è solo il «sogno di una
cosa», come dice Marx.
Con
questa timida speranza in fondo al cuore, Davidson va a vagare, come ogni
giorno solo, lungo il porto. È sempre cupo, angosciato.
Ed
ecco, ancora, camminando, la voce: la sua voce interiore che gli dice altri
versi, anch’essi disperati: negro, a che ti serve amare? A dar vita ad
altri negri infelici come te?
E
quando vede, con le compagne, tutta dolcemente allegra, camminare la sua
ragazza, immemore, ignara, ecco che altri versi gli vengono in mente. Ma
sono già più umani, già affiora in essi, più
esplicita, la speranza, il «sogno di una cosa», di un futuro
confuso ma felice, al cui pensiero, un leggero sorriso può biancheggiare
nel fosco viso del ragazzo negro.
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