"Pagine
corsare"
Saggistica
La parola, il silenzio,
il corpo e l’anima
del vulcano
Conversazione su P.P.
Pasolini
Di Paolo Landi e Paolo Lago
.
[I paragrafi con
il numero dispari sono stati scritti da Paolo Landi, quelli con il numero
pari da Paolo Lago.]
«"Datemi
dunque un corpo": è la formula del capovolgimento filosofico. Il
corpo non è
più l'ostacolo che
separa il pensiero da se stesso ciò che il pensiero deve superare
per arrivare
a pensare. Al contrario
è ciò in cui affonda o deve affondare, per raggiungere l'impensato,
cioè la vita».
.
(G. Deleuze, L’immagine-tempo)
Incipit
I - Il cinema di Pasolini,
come afferma l’autore, intende essere una ‘esperienza filosofica’. A tale
scopo, l’autore dichiara di uscire la mattina con la mdp sulla spalla:
il contatto fisico in questo caso è essenziale, e media il rapporto
del corpo appartenente all’autore con la corporeità circostante.
Così, l’esperienza filosofica si intesse di un rapporto sensibile
e molto fisico con l’ambiente, colto nella sua valenza sacrale, in quanto
natura che si evidenzia, o si manifesta, con un suo peculiare linguaggio.
In tal senso, il cinema di Pasolini si basa su un rapporto fisico in qualche
maniera diretto con la natura e con il corpo, e coglie nell’ambiente civile
ed umano le tracce od i reperti di questa realtà primaria, e della
sua forza dirompente ed oscura. Tale realtà fisica è poi
la portatrice del magma incandescente che, quale strato ctonio, solleva
e trascina le latebre della materia, facendo emergere il calore ardente
delle passioni e dei desideri più ancestrali e più viscerali;
così Pasolini attraversa lo spazio della sua esperienza come Empedocle
alle pendici del vulcano che, con la sua forza incontenibile e abissale,
è destinato ad ingoiarne le spoglie.
Ma
il discorso sul magma è filosofico: l’arte cinematografica di Pasolini
non si muove con i modi vischiosi e confusi di un cinema sperimentale alla
ricerca di una improbabile direzione, e non è presa dal disordine
artistico (che è poi solo la sembianza dell’arte stessa). Pasolini
è un autore rigoroso: in lui il discorso artistico è organizzato
con la forza e la chiarezza dei pochi che sanno ordinare e dominare il
‘vulcano’, mentre lo evocano nella forza bruciata e ardente delle sue impellenti
radici. Solo a tratti l’autore metterà in evidenza una certa dispersione,
lungo una linea di fuga e inabissamento che annienterà l’esito artistico
di certi dettagli, prima di eliminarlo fisicamente (quasi sull’orlo di
una trista afasia ancora colma di ispirazione, ma pronta a prendersi la
rivincita con le forze evocate, che reclamano il loro diritto alla violenza
cieca ed al disordine allo stato puro). Il carattere filosofico di quest’esperienza
poi si evidenzia nella consapevolezza mitica e metafisica del ‘pondus’
rappresentato dal corpo, a testimoniare la sua potenza di ascolto e di
illuminazione: le illuminazioni misteriche ed i riverberi sacrali di cui
sono cosparse le opere dell’autore testimoniano un senso speculativo che
coniuga la disperata coscienza della assenza di un Dio unico e personale
ed una specie di corrispondente dell’antico politeismo, articolato mediante
l’ascolto sacrale, feticistico, maniacale, pervertito ma anche indagatore,
agapico, furibondo, rivoluzionario, umanitario e penitente di uno sguardo
che non si concede tregua, e severamente indulge al proprio efferato dolore
nel pieno di un crudele slancio vitale.
Pasolini, lo sappiamo, era
amico dell’ossimoro: la sua contraddizione più forte era fra la
pulsione oscura a vivere e divorare l’esistenza e la stessa fisicità
sensuale delle sue radici e il desiderio di una perfezione assetata di
assoluto e risolta nella beatitudine più forte di una armonia che
fosse segno di una riconciliazione per l’uomo come tale, e dunque, in particolare,
per quello caduto in disgrazia, e vittima della potenza famelica di altri
assetati di istinti, di odio e di potere. E tutto questo trova la sua espressione
nel testamento magmatico di un’opera incompiuta e infine interminabile,
che è divenuta sempre più incompiuta e interminabile con
l’avvicinarsi di quella fine la quale, con lo stile di una interruzione
abrupta e inattesa e insieme dell’avverarsi di una profezia a lungo coltivata,
ha portato il tutto al suo forzato compimento, compiendo anche il senso
stesso della incompiutezza - che si è sigillato nel rilancio di
spoglie mortali tragicamente segnate dagli eventi di una vita preda di
alcune ossessioni dalle radici infiammate.
Il
senso filosofico di questa impresa è dato dalla assunzione dell’arte
come linguaggio dalle molte forme, e come insieme di segni capaci di intrecciarsi
in un viluppo ora infernale ora beatamente squarciato da empiree visioni,
sempre solcando il territorio di quegli eccessi che potevano illuminare
nel modo più fondo il congiungersi del pensiero con l’ordine del
reale. Se come afferma Parmenide il pensiero e l’essere sono la stessa
cosa, questa oscura e profonda corrispondenza nello scrittore e nel cineasta
si è illuminata del senso stesso dell’abisso al quale appartiene,
ed a partire dal quale è stata evocata: al di là dei fastigi
accademici delle interpretazioni volutamente, forzosamente a senso unico
del grande sapiente, il viluppo di pensiero ed essere doveva tradursi nella
comprensione di un intrigo dove la parola del poema e dunque la forza illuminante
della espressione nel senso più dirompente potessero sedimentarsi
in un pensiero dai contorni imponenti, e suscettibile di essere svolto
anche in un modo estremamente complesso e prolungato, ma sempre sulla raggiera
di una voluttà della interpretazione che tenesse conto del polluire
unico della radice dalla quale tutto questo, nel modo più compatto,
era stato evocato.
Pasolini dunque come un
moderno Parmenide con la sua mdp è salito sulle pendici del suo
vulcano, affrontando l’atroce fiato di sua maestà la terra, che
ancora parlava, per chi la sapesse ascoltare, con il verbo luminoso di
Empedocle, o dello stesso Parmenide, o se vogliamo di Eraclito - cioè
del padre che ha battezzato l’idea del fuoco quale madre di tutti gli abissi
e ardimento di un sinistro ed alato pensiero capace di tessere le redini
della armonia universale, congiungendole con lo spavento della violenza
e della prevaricazione.
E Pasolini è stato
maestro nel cogliere gli oscuri contendenti di un dominio erompente dal
tempo generico del mito e delle sue favole allucinate, e nell’afferrare
innumerevoli attimi dove le favole stesse inarcavano la loro sapienza riposta,
rovesciando l’oro e il prezioso oscuro sedimento di un bronzo intimo con
la terra più fonda, nel coniugare la voce dei più essenziali
metalli, perché parlassero dalla caverna e dai cunicoli dove tutto
era stato sinistramente inviato, e ancora parla con la voce di non ascoltati
oracoli.
Sguardi
carichi di ansia
II – Ordinare e dominare
il vulcano: è così che lo sguardo cinematografico diviene
esso stesso incandescente e baluginante come lava. Diviene occhio contemplatore
di disastri e di angosce. Occhio tremolante su orride e nebbiose pendici,
scrutatore dell’angoscia dell’antropofago ‘demonico’ condannato al supplizio
in Porcile, ma anche lucido testimone di geometrici spazi attraversati
dai perturbanti singulti di una borghesia che celebra sfarzose vittorie
proprio al momento della sua putrescente morte. È sguardo contemplatore
di deserti e di afasie, di voce affabulatoria che digrada in opprimente
silenzio. Ma è anche sguardo che diviene urlo, urlo nello spazio
e nella nebbia incerta di un deserto forse già ‘barbarico’, forse
già reale, nelle ultime sequenze di Teorema.
E il cinema pasoliniano
è “filosofico” forse proprio perché rifugge dalla levigatezza
formale e dalla perfezione ‘acquarellata’ dell’immagine: esso predilige
semmai la tecnica ‘ad olio’, imperfetta, barbarica, ma comunque estremamente
rigorosa.
Come “lingua scritta della
realtà” (secondo una celebre definizione dell’autore) il cinema
di Pasolini deve essere quasi realizzazione di una pittura en plein
air, per cui fondamentale è la fatica di portare cavalletto
e tavolozza in aperta campagna e dedicarsi ad una riproduzione più
o meno espressionistica della realtà. La mdp è traballante,
molto spesso viene portata in spalla dallo stesso regista, mima uno status
fluttuante e di spostamento. Il viaggio, il movimento sono evidenti
anche nelle inquadrature ‘fisse’ e paesaggistiche: al fondo dell’inquadratura
vi è sempre un respiro “magmatico” e in movimento. Ed è ciò
cui si accennava prima: l’oxymoron che domina la produzione pasoliniana
è una figura di movimento, antitesi della staticità. Perciò
il dinamismo creato da risvolti ossimorici domina inesorabilmente
la poetica e, si può dire, la ‘filosofia’ cinematografica di Pasolini.
Spesso
la fatica, l’angoscia e l’ansia dello sguardo cinematografico si riflettono
sul personaggio che la mdp riprende e segue nei suoi spostamenti. È,
ad esempio, il caso di Edipo in Edipo re. Il protagonista del film,
interpretato da Franco Citti, viene seguito in tempo reale dalla mdp durante
il suo scontro con Laio e la sua scorta. Lo stesso tempo diviene
qui corporeo, tangibile, fonte di sudore ed estremo sforzo. Diviene sporco
e reale. La fatica per la dura e terribile corsa, ancora il sudore,
l’incertezza, la paura di una morte cui si va incontro: tutto ciò
è nelle movenze dello sguardo e nelle smorfie di Franco Citti. L’occhio
dell’autore trema d’angoscia insieme al suo attore, e ciò avviene
per tutta la durata del film. Si può ricordare anche l’entrata nel
labirinto, dove lo spaesamento e l’orrore vengono accentuati dalla musica
di sottofondo, o l’incontro con la Sfinge, o il generale smarrimento del
personaggio durante l’intero suo peregrinare da un luogo all’altro attraverso
deserti assolati. Lo sguardo ‘barbarico’ della mdp, alla fine, diverrà
cieco insieme allo sguardo di Edipo: non più realtà si possono
vedere, bensì rappresentazioni della realtà. Il tempo allora
si ferma, varca la soglia di una dimensione più levigata e asettica:
si entra infatti nella contemporaneità della storia neocapitalistica.
Le ultime sequenze ci mostrano infatti Edipo cieco, accompagnato dall’ánghelos
Ninetto, nel suo peregrinare attraverso la Bologna contemporanea e, successivamente,
nel suo dirigersi verso strade di periferia. Lo sguardo naturalistico e
vitale, carico di sudore, di ansie, ma anche di amore, muore. Resta uno
sguardo che diviene referto, occhio documentaristico su una realtà
irrimediabilmente malata e ormai destrutturata e scissa nelle sue più
profonde radici.
La parola riesce sui bordi del magma…
III - In Pasolini
ritorna la figura del magma: esso è presente come formazione viscerale
e figura del caos, concepito mediante la corporeità della terra
e delle sue escrescenze, ma anche attraverso l’allusione agli strati riposti
di una composizione nella quale gli individui in qualche modo sono immersi,
e che forma, quasi, la loro sostanza. E il magma è insieme una immagine
del caos, una presenza inquietante e massiva, una opacità terribile
ed implosiva, e il centro di una conformazione od una eruzione dei possibili:
il caos è anche la matrice di quello che è possibile e che
riceve una esistenza, a partire dal suo centro irradiante, e dalla
sua turbolenza inesausta. Ma dobbiamo immaginare che nel magma siano
presenti dei sedimenti che sono pronti ad erompere già formati nell’atto
della loro esplosione, o della loro espulsione. Questa presenza di tali
sedimenti è la figura della creatività, che per Pasolini
risulta essenziale, sia in quanto carattere versatile delle sue produzioni
e delle sue esperienze di scrittura e di germinazione testuale, che in
quanto potenza concentrata della singola espressione, dilatata e
dilavata a formare i cristalli smossi e bruciati di una incessante testimonianza;
ma il caos non dovrà essere inteso, anche in questo caso, come l’immagine
dell’arbitrio. Ad esempio, con esso non dovrà accadere quello
che è stato affermato a proposito di Genet, indicando “un meccanismo
regressivo, mitologico” con il quale abbiamo un “miraggio di universi di
senso senza fini né confini linguistici”, e “l’immediatezza dei
‘sensi’ è confusa con la loro espressione linguistica”, sino a toccare
“un mana letterario, un’organicità diffusa e dispersa” (1);
in altre parole, il caos non dovrà essere la forma di origine di
una ricchezza parvente o illusoria di significazioni tanto più dense
quanto più prive di un principio direttivo, e la scrittura non dovrà
coincidere con un esercizio immediato e direttamente connesso alla
sfera pulsionale delle associazioni completamente inerenti al flusso vitale
del nostro decorso psichico. Ma Pasolini non corre il rischio di decadere
nei meandri di questi risvolti sperimentali: in lui l’opera è articolata
entro una forma aperta che tuttavia non ammette alcun aggiramento
nei confronti del legame e dell’obbligo costituiti dalla vocazione nei
confronti del testo, e della sua fisionomia mediata e costruita (per quanto
libera e improvvisata questa costruzione possa risultare, in vari risvolti
e in alcuni accenti del suo senso più autentico).
E
un esempio di tutto questo è dato proprio dal modo con il quale
l’autore ha posto e sviluppato il tema del magma, od ha lavorato il profilo
dell’istanza vulcanica. E di ciò è un esempio particolare
il film Porcile: in esso la situazione finale dei prigioni ai bordi
del vulcano, al cui cospetto viene consumato il loro martirio, è
messa in corrispondenza con quella dell’ordinato limbo della grande villa
dove la borghesia lascia consumare un rito intestino che avvicina nuovamente
alla contaminazione con la terra: in questo caso, il fatto che un personaggio
venga divorato da alcuni animali - ed anzi, da alcuni fra gli animali più
rappresentativi della intimità con lo strato degradato e
fallace della terra, e con la sua fastosa e lutulenta occlusione intestina
-, è detto mediante la figura pronunciata dell’ellissi, che viene
ironicamente sottolineata, sui bordi di una parola che annuncia l’evento,
con un invito al silenzio. In tutto questo, insomma, l’ellissi,
e la sua geometrica allusione interna nella figura dell’ironia
- per la quale la sola e accennata parola sostituisce l’evento o la cosa
e li elude e cancella dalle figure di quello che è manifesto, e
l’invito al silenzio si ripiega a sua volta sulla parola e la depone nell’invisibile
-, contrappunta il sole nero ed osceno di quel martirio che si consuma
nel complemento di una scrittura posta a lato, e ancora avvertibile nella
presenza del suo sedimento perpetuo (dove le pendici del vulcano erigono
il loro monumento e resistono con il loro altare, nella pesante latenza
del suo contesto). E in questi elementi abbiamo un magma lavorato nelle
figure che lo attraversano e lo fissano entro l’ampiezza di uno scarto
linguistico e retorico aperto come lo spazio che viene presentato - e che,
indifferente, avvolge le colonne immobili dello scenario nel quale la storia
depone le uova e il veleno del proprio germe moralmente infecondo.
In altre parole, in questa
situazione abbiamo un magma arrestato e reso sterile ed impotente
dall’ordine e dal rigore con il quale la parola e la scrittura
circoscrivono la pietra, il marmo e la statua del testo, e il suo esito
germinale: dalla sterilità del magma passiamo alla forma conclusa
del testo, e al suo potere di produzione e di riflessione. Occorre però
precisare che questa sterilità è come la fase di un intervallo:
in effetti passiamo dal magma in quanto contiene una forma che dovrà
esserne estratta, all’intervento del fuoco creatore che intercetta
la forma e la traspone in un quadro ulteriore, a quella sorta di cristallo
che è il testo compiuto, con la sua forma definitiva; ed in questo
modo il magma passa dalla fase incandescente nella quale contiene la propria
germinazione, ad una fase nella quale grigiamente refluisce sullo sfondo
e viene reso sterile e neutro, in modo da permettere l’evoluzione del gesto
creatore. Risulta allora che Pasolini non era riuscito a comprendere bene
se stesso, quando lamentava che Il Vangelo secondo Matteo non avesse
una adeguata forza plastica ed espressiva: in effetti, la sua, nel momento
di una provvisoria lamentazione, era la pretesa di far valere quel senso
di incandescenza che lievitava nel momento germinale, germinativo e creativo,
e che mediante il suo inconsapevole sforzo di mediazione tramutava
la fase della forma riposta nel magma in quella della forma espressa, mediante
il sacrificio della creazione stessa ed il momento di arresto dell’impulso
magmatico: solo in questo modo sono potute emergere delle immagini composte,
rigorose e fluenti, e tali da poter incontrare la compostezza serenamente
gioiosa e splendidamente malinconica e a tratti funebre della musica di
Bach.
…e
sfuma nei vortici del silenzio
IV – La parola pronunciata,
detta, ripetuta mille volte come sul palcoscenico di un teatro, molto spesso
nel cinema di Pasolini è destinata alla propria fine, ad un eterno
e quasi malato oblio. Espressione razionalizzata e ordinata del magma,
essa defluisce vulcanicamente e, appunto, teatralmente dall’interazione
dei vari soggetti parlanti. Pensiamo a Teorema: tutti i personaggi
borghesi esprimono a parole la perdita del sé di fronte all’irruzione
dell’Ospite, ed ognuno parla come in un monologo teatrale. La voce, solennemente
impostata e scultoreamente scandita, diviene allora l’appendice ordinata
di quel magma ipostatizzato e segregato in oscure plaghe telluriche. La
voce è la potenza catartica che permette il controllo: essa
è appunto l’espressione privilegiata della borghesia, classe che
è al tempo stesso carnefice e vittima nelle “società di controllo”.
Però, sul palcoscenico
di questo “Teatro di Parola” (secondo la teorizzazione pasoliniana nel
Manifesto
per un nuovo teatro) (2)
il Silenzio arriverà ben presto a portare il nero mantello
dell’inquietudine. La malattia, insieme all’afasia, colpisce Odetta, mentre
anche il padre Paolo cadrà malato. Andato via l’Ospite, il Silenzio,
quotidianamente espanso all’interno dello scontato milieu borghese,
tornerà inesorabilmente ad essere padrone. Sono in silenzio, infatti,
le sequenze finali alla stazione di Milano e, poi, il cammino nel deserto
fino all’erompere dell’urlo, come in silenzio erano state le attonite e
lucide immagini iniziali della fabbrica e della periferia industriale.
Il silenzio e la parola
ostentatamente saltellante nel suo rituale teatrale sono inoltre i suggelli
dei due spazi di Porcile: da una parte si ha la landa desertica
e vulcanica di un imprecisato medioevo, dove i silenzi, come quelli di
Medea
e di Edipo re, “sono l’equivalente sonoro dell’abisso e del deserto,
di un nulla in cui sprofondare all’infinito e di un orrore infecondabile
dallo sgorgare umano di qualsiasi voce o rumore” (3).
Da un’altra parte, invece, l’uso estremo ed ostentato di una parola ormai
satura viene rivestito di chiare connotazioni teatrali e recitative. Da
una parte si ha il tempo scandito del rito, di un rituale terribile e ‘barbarico’,
dove la voce e la parola diventano esse stesse rituali e magiche, dove
il ‘demonico’ Pierre Clementi pronuncia parole altrimenti non scandibili:
“ho ucciso mio padre e mia madre, mangiato carne umana e tremo di gioia”;
dall’altra, erige i suoi fasti la non comunicabilità di un’industria
che è anche quella dello spettacolo, dei nuovi consumi, contro cui
Pasolini svolgeva quotidianamente la sua lotta di intellettuale. Il gorgoglio
verbale di Julian e Ida sfocerà comunque nel silenzio afasico di
un terribile atto sacrale: la morte di Julian, che verrà divorato
dai maiali.
Sacerdotessa del silenzio
è anche Medea: barbara, mitica, maga, perciò silenziosa.
Il silenzio, nel cinema di Pasolini, appartiene al barbarico e al sacro.
Fuori dalle roccaforti perdute in mezzo a deserti assolati, in Medea
come in Edipo re, regna un silenzio atavico e atemporale, come nei
“pratoni” suburbani di Petrolio, lontano dalla massa informe ed
oscura della città che balugina nella notte. E il silenzio dominerà
anche l’ultimo film, Salò o le centoventi giornate di Sodoma.
Se la parola scomposta, decomposta in urla agghiaccianti o in ghigni disumani
era stata la marca dominante del film, le sequenze finali delle torture
precipitano lo sguardo dello spettatore nel vortice e nella vertigine di
un silenzio materico ed opprimente. Noi spettatori scivoliamo, perdiamo
i sensi, l’equilibrio di fronte a questo silenzio, veniamo trascinati violentemente
a terra, come in Dancer in the dark di Lars von Trier, dopo estremi
movimenti di macchina, cadiamo di colpo davanti alle atone sequenze dell’esecuzione
della protagonista. Il silenzio allora si fa materia, ci fa male, ci fa
chiudere gli occhi, ci fa sentire eticamente sconfitti come uomini, uomini
che camminano bendati in bilico sull’abisso.
La parola e il silenzio
V - In Pasolini il
silenzio si presenta in immagini che hanno diverse valenze; ma sempre si
tratta di un silenzio deciso e teso, che segue il rigore di un discorso
complesso - come è per l’ordito di Teorema -, o attinge a
dei culmini dove il momento di una rivelazione non si concede alcuna liberazione
lirica compresa nella sua pienezza - come è per gli accenni poetici
dei silenzi nel deserto tracciati dal Vangelo secondo Matteo, o
per i silenzi crudamente reali e materici di Porcile, o per il silenzio
apocalittico delle immagini finali di Salò. Pasolini non
incontra o conosce il tempo dei silenzi tersi di Tarkovskij, e il fluido
trascorrere delle sue liriche pienezze catartiche; la poesia delle immagini
nel cinema di Pasolini è immersa nell’agone del discorso e
segue le sue linee necessarie e le fasi del suo tormento.
Ma
il silenzio è avvertibile, nel cinema di Pasolini come in ogni esperienza,
sullo sfondo della parola; e la parola nel cinema di Pasolini è
quella di un Lógos concertato e sfrangiato in molteplici
dissonanti voci dialettiche senza un esito conclusivo, oppure è
quella del grido, o quella repulsiva e repellente dell’oracolo o della
sfinge di Edipo re; e in quest’ultimo caso si tratta di parole mostruose
che escono dalla dismisura di una visione che emerge cupamente dalle viscere
della terra, e in esse mantiene la sua fissa dimora. Così il silenzio
rivestito di stupore, o di orrore, od anche di una momentanea dolcezza
- come è per certi silenzi di Uccellacci e uccellini nell’apologo
medioevale -, emerge dalle trame di una parola ricca di un senso poetico,
filosofico, allusivo od anche semplicemente materico, somatico e viscerale,
e in qualche modo aggiunge una ulteriore parola alla trama che lo ha reso
possibile, indicando, piuttosto che un afflato mistico - come è
nei sortilegi delle epifanie di Tarkovskij -, un eccesso che articola in
modo ulteriore il senso che è stato dipanato.
Inoltre in Pasolini
il silenzio, insieme alla parola, è l’espressione
di un momento del corpo e del suo linguaggio (4);
abbiamo così la presenza di un corpo silente esposto con i suoi
moti repentini, i suoi spasimi e i suoi soprassalti, ed una parola che
erompe dal fondo di questo silenzio, e rende il corpo ulteriormente presente
nella sua stessa veste fisica: quando Edipo grida lungamente il suo destino
e ne recita l’evento e con esso il senso, il suo corpo contratto è
il corpo del martire che parla interamente, impegnando nella sua voce tutta
la sua materia e il suo disperato accento.
Ma la parola in questi contesti
non è una mera eruzione magmatica, così come il corpo che
la sostiene non è una parvenza del magma, e il silenzio non è
semplicemente l’incombenza che circonda il vulcano e registra la morte
da esso scavata (come si avverte in Porcile): la parola è
invece un organo di riflessione, anche se corporale e viscerale,
e documenta pensieri incrostati dalla terra e dal fuoco, ma rappresi
in sedimenti densi, oscuri e insieme profondi; e parimenti, il silenzio
è l’onda concentrata che avvolge il fremere del senso e la forza,
refluita o incipiente, della stessa parola, del suo senso imponente e della
sua resa sonora.
Tutto questo, poi, si lega
al senso del sacro che in Pasolini è presente in modo palese, e
dichiarato anche nella sede teorica. Ma se il sacro per l’autore, secondo
quanto ha affermato, era, in un certo senso, il carattere non naturale
della natura stessa, o la presenza nella realtà esterna di una dimensione
eccedente e suscettibile di creare sentimenti alti (5),
e se vogliamo l’angoscia che si prova rispetto a quello che ci sovrasta
e che non possiamo comprendere, tale aspetto si evidenzia anche nei silenzi,
con la loro portata imponente e l’accento di una inquietudine la quale,
spesso, circonda od avvolge sedimenti tragici delle immagini, o prepara
eventi catastrofici ed esiti definitivi.
Inoltre, possiamo riflettere
su questo: il silenzio è l’istanza del non che grava sul
nostro pensiero ed il nostro discorso, e che rende evidente o comunque
presente quello che sfugge alla presa della parola. Così, un volto
circondato dal sudario del silenzio - come accade ad esempio in certi momenti
dell’incontro fra Cristo e il diavolo nel Vangelo secondo Matteo
- e presente nell’intervallo fra un pronunciamento e l’altro della parola,
può esporre tutto l’abisso di un’essenza che ci sfugge, e presenta
le vesti di un assoluto al nostro cospetto: in questo film come
mai, forse, nella storia del cinema, un momento assoluto affronta
un altro momento assoluto, dentro l’immenso silenzio concentrato di attimi
spasmodici, dove una pausa implosiva espone un sudario di sofferenze, una
saggezza forte e irraggiungibile e una pesante coltre plumbea di ipocrisia,
sublime dentro il rigore del proprio aspetto viscido e crudele - ove si
avverte la penosa nostalgia della mancanza e della impotenza
rispetto a quello che viene manifestato, e il diavolo è, proprio,
‘diviso’ rispetto a sé, al mondo ed alla fonte orgogliosa e severa
dalla quale proviene ogni vera ricchezza.
Un
altro esempio importante è dato dal silenzio che si registra in
Medea
nel momento del sacrificio umano, dopo il flusso torrenziale della parola
che ha investito il prologo mitico e leggendario di questo film: qui la
parola arresta il suo flusso per esibire l’evento del rito, dove emergono
solo lamenti informi e infine si scatena il rumore della ebbrezza euforica;
e qui il silenzio avvolge la cerimonia che si svolge, testimoniando il
pensiero che la sospinge e la guida, immerso nella linfa malata della radice
ancestrale che rende inflessibile e necessario l’atroce definizione del
sacro. Ancora, dunque, in questo caso il silenzio cadenza un momento assoluto;
ma adesso si tratta della elaborazione di un epos liberato e prodotto per
l’ennesima volta nel solco di tradizioni ancestrali e inerenti alla storia
dell’uomo, sorpresa nel suo primordiale contatto con la natura, e l’epos
della tradizione richiede movimenti esitanti nella visione sommossa e incerta
di una calma che si scompone, e di una mancanza della parola che prepara
l’emergere di un rumore e di una distesa di accenti gridati, nel mentre
che il caos lascia emergere la sua impronta.
Qui, insomma, come possiamo
dire, un furibondo caos da sempre in allerta, nelle viscere occhiute della
terra, oltrepassando il segno in molteplici giri, annoda le proprie
spire, tra folli alterni rumori che sbandano nella distesa di un assoluto
silenzio; e ancora, di là dal silenzio, l’impero di un suono torrido
ed ancestrale resta in attesa di un altro possibile ascolto - ed
in futuro Medea, avvolta nel proprio enigma, sarà preda di altri
atroci silenzi, e il suo occhio vedrà la propria sciagura
abbattersi con la potente scure del tempo (come disciolta da un impassibile
fato, per mezzo di un unico colpo).
Contaminazioni
VI – Il “furibondo
caos” che nel cinema di Pasolini è “sempre in allerta nelle viscere
occhiute della terra” emerge allo scoperto sotto forma di silenzio e sotto
forma di parola. Ma erompe, potentemente, anche tramite le contaminazioni
di stili, di linguaggi, di ambientazioni che da sempre popolano le pellicole
del regista. Così scrive Barthélemy Amengual a proposito
di Edipo re, ma anche di tutto il cinema pasoliniano: «Pareil
éventail de choix et de réminiscences plastiques confirme
la réalité de ce que le cinéaste lui-même qualifie
d’ ‘écriture magmatique’, ‘une écriture issue du
mélange des styles’ et qui satisfait chez lui le besoin de briser
les conventions reçues, de rejeter le naturalisme, d’affirmer sur
le plan artistique son non-conformisme et sa «différence»
comme il les affirme sur le plain humain» (6).
In nome del mito e del sacro,
i deserti attraversati da Edipo divengono quasi una enorme periferia, uno
spazio ‘altro’ da contrastare al neocapitalismo avanzante, come le amate
borgate romane degli anni cinquanta. Le roccaforti e le cittadelle isolate
in questo deserto astorico sono giganti barbarici che si ergono di fronte
alla solitudine del protagonista, come i quartieri della periferia romana
in Petrolio, descritti quasi come luoghi ‘sacri’, fanno da sfondo
alle angosce e alle ansie del protagonista Carlo durante le sue avventure
sui “pratoni”. Ed ecco già una prima contaminazione ambientale:
fra deserti del sud del mondo (la Grecia antica viene ricostruita in Marocco)
e volti e dialetti dell’Italia meridionale, dove questi ultimi agiscono
finalmente in luoghi lontani dalla fagocitante corruzione borghese. Ed
un’altra contaminazione - quella fra Grecia antica e Africa (perseguita
anche in Medea, negli Appunti per un’Orestiade africana nonché
nelle “Argonautiche” di Petrolio) - diviene una marca costante per
la rappresentazione del ‘sacro’ nel cinema di Pasolini. L’antico ‘tragico’
di un’Ellade pure così ordinata e regolamentata diviene un oceano
barbarico e perturbante, un luogo dove “tutto è santo”, come afferma
il Centauro all’inizio di Medea, un luogo dove gli stessi spazi
e le stesse inquadrature (realizzate, ricordiamo, da una mdp a mano e tremolante,
da una ‘pittura ad olio’) appartengono prepotentemente alla terra, a inconoscibili
rituali ctoni, come i rituali di vetuste popolazioni africane. Lo stesso
vale per i deserti del Vangelo secondo Matteo (stavolta una Palestina
‘riambientata’ fra la Puglia, il Lazio e la Basilicata) e gli spazi ‘esotici’
del Fiore delle Mille e una notte (girato in parte anche nello Yemen
e in India). In quest’ultimo l’estrema lontananza e il profondo mistero
di antiche città orientali vengono contaminati dalla familiarità
pasoliniana col mondo delle borgate: i ragazzi che si aggirano tra piazze
e mercati sono i nuovi “ragazzi di vita” che ormai, negli anni settanta,
in Italia, a Roma, sono inequivocabilmente cambiati. Lo sguardo del regista,
nel narrare questa fiaba, è lo sguardo del viaggiatore, è
quasi un occhio documentaristico, come nel precedente diario L’odore
dell’India; la mdp, insieme all’autore, è stupefatta di trovarsi
in quei luoghi a riprendere situazioni costantemente in bilico tra magia
e realtà.
Contaminazioni paesaggistiche
sono anche quelle fra spazi diversi ed opposti che incontriamo, ad esempio,
in Teorema e in Porcile. Se nel primo film il perturbante
deserto che viene alla fine svelato appare a tratti nel disastrato milieu
borghese, come un inquietante omen dell’inconscio, nel secondo gli
spazi sono antiteticamente ordinati e contrapposti: da una parte l’oscuro
medioevo desertificato, ‘sacro’, popolato da personaggi ctoni, dall’altra
neocapitalistiche e borghesi geometrie solcate da una vuota e scontata
riproduzione in serie della parola. E così anche in Edipo re:
nel prologo, ma ancora di più nell’epilogo, appare l’allucinata
e stupefatta contemporaneità; Edipo, dopo aver solcato antichi deserti
barbarici si trova a percorrere le vie di una città in mezzo alle
automobili e ai simboli del nuovo benessere della fine degli anni sessanta.
La contaminazione, qui, assume una facies più ‘teatrale’
grazie appunto alla presenza di Ninetto Davoli; è l’elemento della
festa, di un teatro giocoso, di un carnevale popolare che emerge in queste
sequenze finali - pure attraversate da palpiti d’angoscia - grazie appunto
all’abbigliamento dei due attori ma soprattutto ai movimenti di danza e
alle posture che caratterizzano Ninetto.
Al
proposito si può ricordare anche il ruolo che egli riveste nei Racconti
di Canterbury, quello di Perkin il festaiolo, che nello stesso modo
di vestire e di atteggiarsi contamina l’Inghilterra quattrocentesca con
le comiche ‘metropolitane’ di Charlot. La contaminazione, inoltre - rileva
ancora Amengual - diviene bachtinianamente ‘carnevalesca’,
un avvicinamento di ‘alto’ e di ‘basso’,
come è stato teorizzato da Auerbach (7).
Si può ricordare, allora, la celeberrima scena di Accattone
in cui il protagonista scatena una rissa con un borgataro commentata dalla
Passione
secondo Matteo di Bach o le sequenze che ritraggono Ettore sul letto
di contenzione in carcere e ce lo presentano come un crocifisso del Mantegna,
in Mamma Roma. Tale contaminazione dai risvolti ‘carnevaleschi’
si accentua comunque, anche grazie alla forza del colore, in film come
Edipo
re, Medea o la Trilogia della vita. I vestiti, le maschere
tribali, gli oggetti che vengono mostrati si caricano di un uso espressionistico
del colore, che fa tremolare ogni movimento all’interno dello spazio paesaggistico.
Si è parlato di pittura ad olio: quest’ultima viene realizzata appunto
con estro macchiaiolo, carico, sanguigno. Ed è in questo modo, col
caricare, con l’evidenziare le tinte ed i colori accesi, col mostrare il
rosso del sangue insieme ad altri colori ‘forti’, derivati magari da contesti
di festa e di allegria, che nei film in questione vengono accentuati i
risvolti ‘carnevaleschi’. Si ricordino ad esempio le sequenze del sacrificio
umano in Medea: il silenzio che accompagna il rituale entra in voluto
contrasto con l’atmosfera ‘corporea’ ed espressionistica dello stesso;
il linguaggio, in questo caso, non è quello della parola, ma quello
dell’immagine. Il ‘non detto’ si carica di materia grazie al pennello che
dipinge il corporeo ‘folklore’ di immagini espressionistiche e significative.
Le immagini parlano attraverso le innumerevoli contaminazioni che vengono
realizzate: voci e silenzio, sangue e cibo, antico e barbarico, disfacimento
e rigenerazione. Nel Fiore delle Mille e una notte, invece, i colori
accesi mescolati insieme sono quelli festosi del mercato, della strada,
del giallo accecante dei deserti, quelli del sangue e quelli del cielo
e del mare. Anche la violenza di corpi amputati e feriti, umiliati, sezionati
fa parte delle gioie dell’eros, si contamina con esse; l’orrore e la violenza
messi in atto dal demone interpretato da Franco Citti sul corpo della sua
donna sono soltanto l’altra faccia dei colori del cielo e del mare, della
fantasmagoria iridescente che sgorga dalle fiabe. Dove, invece, non ci
saranno più contaminazioni e ‘scambi’ fra orrore e luce, fra colori
vivi e rosso sangue è Salò: qui, il pennello espressionista
non dipinge più, non si trova più la calda luce ‘ad olio’
degli altri film, ma solo un freddo e cereo vetro incolore. Solo orrore,
solo sangue. Di ghiaccio.
La
parola, il silenzio e il segno
VII - Il cinema
di Pasolini si svolge all’insegna del carattere eterogeneo degli
ingredienti implicati; ma tali elementi sono fusi insieme nella incandescenza
appunto magmatica di un complesso fluente, il quale, nel mentre
che lavora attraverso le forme invitate a placare l’urgenza del fuoco e
dei sedimenti ctonici e metallici – e bronzei, e repulsivi, e se vogliamo
infernali -, genera un insieme organico e in movimento, ove tutto si
penetra senza quegli effetti estrinseci che osserviamo, ad esempio,
nel cinema di Visconti. In quest’ultimo, infatti, la letteratura, il cinema,
la musica, la pittura ed il teatro sono giustapposti nel nitore
accademico ed illustrato di pagine compiute, la cui prelibata e incerta
fattura di classe distingue i diversi importi, distesi su una superficie
che preclude l’accesso alla radice di un unico gesto ed un’unica dimensione
di origine; e in Pasolini la forza della bellezza è attinta attraverso
la commistione con il fondo barbaro di una pulsione la quale attraversa
i materiali incorporati, per farne un quadro vivente maculato dall’abominio
e dall’estasi di una verità profonda, oscura e multiforme.
D’altra parte, le fonti
alle quali l’autore attinge nel suo cinema sono le più universali:
il mito, la tragedia, la leggenda religiosa e le rapsodie letterarie mediterranee,
nordiche ed orientali; e ancora, il cristianesimo, la civiltà greca
arcaica e quella classica, il marxismo, gli oracoli, le profezie e le condizioni
antropologico-sociali. Al che si aggiunge il gioco mitopoietico di Teorema,
che è il più distaccato controcanto rispetto agli esordi
populistico-monumentali del primo marxismo sentimentale e tragico.
Ma l’istanza che in un certo
modo domina tutto questo, ancora, è la forza della parola, e la
sua cadenza che emerge nello sfondo di un silenzio, il quale a tratti
avvolge il primo piano di immagini distese in campi di varia lunghezza.
E il gioco della parola e del silenzio è quello del linguaggio,
inteso come congerie di segni espressi mediante l’urgenza del corpo ed
i suoi prestiti mimici e gestuali; e il gesto emerge dal fondo inespresso
della natura, per comporre la danza torbida, celere e variegata di umori
molteplici e parole che colpiscono come macigni che adesso seguono un atroce
affondare, adesso levano in alto un grido liturgico.
E il grido più alto,
se questo è un giusto ricordo, è emesso dal Cristo nel Vangelo
secondo Matteo, dove un gemito che affonda dentro il dolore definitivo
dell’uomo ritorna al di là dell’orrore opaco nel quale il silenzio
domina con l’impero da esso gravato sulle sue vittime: Salò
in questo senso non è il testamento di Pasolini, ma il protocollo
psichiatrico della sua depressione soffocata e altera, nel cui nucleo accecato
e violento il linguaggio subisce afasiche rotture e aridi segni di una
discesa condotta al punto nel quale non era possibile trovare un varco
ulteriore.
Così, se sotto il
profilo culturale il linguaggio nei film di Pasolini si distende
agilmente e riccamente in una variegata enciclopedia di presenze multicolori,
e aduna al cospetto del corpo l’organo del pensiero, che ne rafforza
l’istanza e lo travaglia in modo ulteriore, sotto il profilo dell’esistenza,
oltre a questa tensione ed a questo dolore, ed all’urgere dei problemi,
abbiamo che i segni della parola oscillano con prepotenza tra l’elezione
e l’abiezione, e indulgono verso gli estremi di una incertezza abissale.
Ma se il segno linguistico per Pasolini è colmo della vita
che lo solleva e lo incide, e il vento della contraddizione frastaglia
e sommuove ogni compiuta definizione, l’autore è anche uno scrittore
che scava dentro l’urgenza dell’essere, prelevando ogni volta sedimenti
di un Lógos che deve tessere orditi provvisti di un proprio
rigore.
Tale rigore ad esempio si
accentua ove la parola visiva con la sua luce e il suo colore risponde
allo sguardo dovuto a quella pronunciata, oppure dall’urgere del silenzio,
e il segno procurato dall’organo della vista si allaccia a quello
del suono, con una regolata Phonè che cadenza gli
accenti dispersi dentro un ambiente (come avviene per le immagini dei richiami
gestuali alla finestra nel Fiore delle mille e una notte). E tale
rigore connette le pagine della visione con la traccia di orditi ben costruiti,
e lascia emergere lente e mobili partiture dentro le quali - come
si nota in Teorema e in Porcile - quel libro che è
la scrittura del cinema distesa nella cornice di un testo, si offre nel
quadro di una contemplazione tremante e sommossa, eppure fissata nel luogo
di alcune radici erette con forza.
Pastiches
di corpi
VIII - Nel cinema
di Pasolini lo stesso sguardo, lo stesso gesto divengono corpo. E divengono
corpo smembrato, mutilato, ferito, sanguinante. L’occhio, simbolo e segnale
primario nelle corrispondenze erotiche, è anche prepotentemente
carne anatomica da sezionare e violentare, come in Salò,
o da annientare insieme ad un corpo fatto a pezzi, come in Medea.
Se nel sacrificio qui descritto è importante il filtro scientifico
e antropologico, altrettanto lo è quello ‘carnevalesco’, quello
corporeo, quello ‘rabelesiano’ (per usare un termine di Bachtin). Le sequenze
del sacrificio sono prima di tutto un’orgia di colori, di suoni, di sguardi
affamati di carne umana. Le parti del corpo, le viscere divengono protagoniste
di fronte alla macchina da presa, legate alla dimensione espressionistica
e violenta del colore rosso.
Si può ricordare
come in Gas, un racconto del 1950, inserito in Alì dagli occhi
azzurri, venga anticipato, per certi aspetti, il corpo smembrato del
sacrificio di Medea; le membra sacrificate, qui, sono quelle del
Virgili, un ex carcerato che viene divorato, nella notte delle borgate,
da un lupo mannaro (simbolo dell’esclusione e del linciaggio da parte della
società perbenista e borghese di un ‘diverso’, di un ‘mostro’):
Sotto un muretto
sconnesso Villon cominciò a vedere i primi resti umani; ora il luogo
era ben visibile, lo si distingueva: l’asfalto, il marciapiede, il muretto…
il cadavere vi giaceva a brandelli, come un mucchio di immondizia, come
se fosse l’Inorganicità stessa. Villon lo smosse con un piede: ma
non lo riconobbe subito, perché lì c’era solo il tronco:
i pezzi del viso erano sparsi più avanti. Ne toccò qualcuno
con la punta del piede, ma, inzuppati di sangue, erano irriconoscibili:
però più in là c’era qualcosa di nero… come una punta
nera… l’occhio. Villon vi riconobbe subito lo sguardo del Virgili - quello
sguardo bruno di uomo biondo, quello sguardo fanciullesco di adulto, che
era risaltato così nitido fin dalle prime fotografie del mostro:
per es., in un primo piano apparso nella copertina dell’«Europeo».
Ora quell’occhio fissava Villon con la stessa inespressione, o, meglio,
con la stessa espressione di uno che SA, null’altro, SA, di essere… un
delinquente (8).
Lo sparagmòs si
è compiuto: la vittima sacrificale, sull’altare del perbenismo borghese,
non è meno orrida ed angosciante di quella immolata nel rituale
arcaico e barbarico di Medea. Fra i brandelli del corpo, l’unico
ad esercitare ancora la sua funzione è l’occhio. Un’importanza attribuita
a quest’organo, a questo senso, che anticipa di gran lunga le tematiche
del cinema (non dimentichiamo, comunque, che in Alì dagli occhi
azzurri, in molti racconti dell’inizio degli anni cinquanta, troviamo
spessissimo un’impronta cinematografica). Allora lo sguardo sarà
fondamentale: ad esempio quello ‘angelicato’ di volti che mimano le pale
d’altare filtrate da riprese frontali, senza sfondo, alla Dreyer (si pensi
all’Arcangelo Gabriele nel Vangelo secondo Matteo); quello venato
di risvolti erotici come gli sguardi dati e ricevuti dalla bella sconosciuta
che, attraverso una finestra, fa innamorare Aziz nel Fiore delle mille
e una notte; quello teatrale e carico di parole che si scambiano Julian
e Ida in Porcile; quello, infine, ‘rovesciato’ e terribile delle
sequenze finali di Salò.
Ed è proprio lo sguardo
l’arma attraverso cui l’Ospite distrugge e destruttura i corpi dei borghesi
in Teorema: i volti dei personaggi della famiglia borghese, così
accuratamente descritti nella versione letteraria (9),
vengono annullati e modificati, cancellati dallo sguardo rivelatore
dell’Ospite; in lunghi monologhi, infatti, tutti i personaggi esprimeranno
con un’angoscia quasi ‘tragica’ (in questo senso, il personaggio di Lucia
è assimilabile alla Clitennestra della trilogia di Eschilo che Pasolini
aveva tradotto) la perdita del sé che li ha investiti, una volta
rapiti dall’eros annientatore per l’Ospite. Se il corpo di Julian, in Porcile,
verrà smembrato e divorato dai maiali, quello dell’omosessuale de
I
racconti di Canterbury verrà arso in piazza, tradito dallo
sguardo
voyeuristico ed implacabile del delatore; mentre nello stesso film, vedremo
corpi cadere in preda agli spasmi del veleno spiati da una macchina da
presa traballante e ‘sporca’, vero e proprio occhio che imprime sulla pellicola
la propria ossessione di sguardi.
La voce, nel cinema di Pasolini,
viene continuamente franta e lasciata cadere ora nel gioco della contaminazione
dialettale, ora nel “teatro di parola” di un parlare rutilante che caratterizza
i personaggi borghesi. Insieme alla parola, anche il corpo viene azzerato
e ritagliato all’interno di una contaminazione estrema, in pura linea con
la vocazione pasticheur dell’autore. E allora, la parola, segno
e simbolo di un corpo straziato, sezionato, decomposto, deve essere a sua
volta segno di una forza sconosciuta che è esistita e continuerà
ad esistere. Come afferma Michel Foucault all’inizio de L’ordine del
discorso, la parola, il discorso che vogliamo e che auspichiamo è
quello che riemerge dalla memoria, che è esistito prima di noi.
Una parola che è stata detta una volta e che riusciamo a cogliere
e a riprendere perché è già stata ed è già
esistita come parola dentro un corpo.
Per
concludere
IX - Il rapporto fra
natura
e cultura in Pasolini ha un accento particolare: in lui l’elemento
barbarico emerge come valore del primordiale, che perfora la stessa società
civile, per apparire nella testura dei suoi ambienti e nel carattere insinuante
dei suoi contesti, allestiti da un potere evoluto ed agguerrito;
ma appunto, sotto la veste paludata del costume il potere stesso espone
il suo carattere barbaro ed ancestrale, evidenziando una
volontà di possesso e di rapina che viene testimoniata da atteggiamenti
dove l’arroganza possiede accenti quasi sapienziali: è così
che le forme della crudeltà legate al potere nel cinema di Pasolini
hanno la voce a tratti cavernosa e imponente di un suono perfido ed atteggiato,
che cadenza momenti di cerimonia. Ma il potere in questo repertorio testuale
emerge in forme svariate, e non solo in quelle politiche, sino a divenire
il potere dello stesso diavolo (come è ne I racconti di Canterbury),
od il potere del cittadino astuto che beffa e conduce allo stato di vittima
un suo alter ego sociale (il che si evidenzia nella
Trilogia della vita,
e non solo nelle movenze boccaccesche del Decameron). Questa perfidia
del potere, che ha accenti insieme profetici e sadici, e vede ad esempio
il personaggio del beffatore-carnefice in una posizione sopraelevata rispetto
alla vittima (topica questa che si ripete in modo ossessivo nella Trilogia
in questione), in Uccellacci e uccellini assume i contorni deformati
della parodia rocambolesca, in Porcile si affida ad una implacabile
dialettica
verbale e teatrale, ed in Salò sprofonda nei contorni oggettualmente
grotteschi di una deformità che è nelle stesse cose filmate,
e offerte alla visione nel tratto globale del loro essere compiutamente
osceno. Questo aspetto del potere è tuttavia solo una forma emergente
di quella contaminazione fra il mondo civile e una sorta di
ventre barbarico delle pulsioni ancestrali, che in Pasolini riveste in
un modo insieme ruvido ed elaborato la forma di uno degli ossimori
centrali che costellano la sua produzione; e sotto questo profilo si deve
anche dire come, all’inverso, il mondo barbarico stesso venga illuminato
dal riverbero di una coscienza fortemente evoluta, e filtrato nel nucleo
remoto di alcuni tratti mitici e speculativi, i quali racchiudono il giro
di una allusione formidabile alla coscienza filosofica, letteraria e antropologica,
che si è dispiegata in seguito: è in tal senso che il prologo
di Medea, e poi l’illustrazione del modus vivendi della
Colchide, trattengono nel loro cuore l’idea di un passato remoto che è
presago del futuro e della modernità, e in qualche misura intriso
ad opera di quest’ultima.
Ascoltando allora il Pasolini
poeta («Io sono una forza del passato./ Solo nella tradizione è
il mio amore»), notiamo come queste parole mettano in luce uno sguardo
che avverte la potenza stratificata dell’essere storico-civile, per come
si è dispiegato nei segni testimoniali della sua elezione.
E ancora, certi altri versi («Vengo dai ruderi, dalle chiese,/ dalle
pale d’altare, dai borghi/ abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,/ dove
sono vissuti i fratelli») sono dei segni che mettono in evidenza
un senso di fratellanza affondato nel cuore di un tipo umano segnato dal
suo luogo e dal suo tempo, ed esprimono una autentica venerazione nei confronti
di un nodo che avvince arte e preghiera, senso religioso e pathos
della espressione e della poesia (in quanto essa lascia le
proprie tracce dentro i prodotti umili del lavoro). Ma poi, ad una certa
distanza («..Mostruoso è chi è nato/ dalle viscere
di una donna morta./ E io, feto adulto, mi aggiro/ più moderno di
ogni moderno/ a cercare fratelli che non sono più» (10))
Pasolini indica una contaminazione con il passato, avvertita nella dismisura
abnorme di un legame che non può essere spezzato – e, d’altra parte,
questo legame sussiste sopravvivendo in un modo innaturale contro le misure
del tempo e della storia, e rende insieme eccedente e incompiuto
il soggetto che è affetto da tale origine. Così, in questo
senso il cinema di Pasolini è la testimonianza di un essere incompiuto,
il cui tratto appartenente al futuro è quello della modernità
estrema, che consente di avanzare profeticamente verso un domani, la cui
luce dovrebbe essere catturata dalle vibrazioni incerte e possenti, inquiete
e deliberate, di una mdp portata con estrema passione, e con dolorante
fatica, sul lascito delle spalle.
Da qui, dunque, il carattere
sempre corporale e in qualche modo ctonio e vulcanico di
uno slancio che ritrova nei pendii più cavernosi e scoscesi la febbre
alata della poesia più consapevole e ardimentosa, e le reti concettuali
più complicate e incuneate nei meandri del senso speculativo, che
la storia del cinema ci abbia consegnato; e da qui il moto che attraversa
in un giro precipitoso e febbrile la maggiore serie di rimandi storico-civili
e antropologici che, ancora, il cinema è stato in grado di catturare,
restituendoli al colpo immediato della percezione visiva, rivolta alla
immagine in movimento. E da qui il senso di una accecata utopia,
che distende in lembi di apocalisse l’idea di un suo fallimento,
nel mentre che offre alcuni scorci di una possibile perfezione, soltanto
nella predicazione inesausta di una condanna dell’esistente.
Ma a tale proposito, si
può osservare che in Pasolini il polo dell’utopia e quello
della tragedia si corrispondono in dolorosi accenti, i quali, da
un lato riprendono in carica i topoi levigati e spaziosi dovuti
ai limbi che le utopie hanno disegnato per noi, e da un altro lato rivestono
questi topoi dell’amarezza solitaria di una sindrome della assenza,
la quale presenta gli involucri malinconici di una perfezione che non si
è attuata, e che porta impressi i segni della estinzione (11).
Dunque, in questo senso, è utopia l’orizzonte dispiegato sulla strada
percorsa da Totò e Ninetto in Uccellacci e uccellini, così
come è utopia dal segno rovesciato il limbo infernale del deserto
in Teorema, ed è segno utopico l’astrazione architettonica
di Porcile, e ancora è utopia il sogno bruciante del pittore
nel Decameron (nel quale si vede apparire il miracolo del capolavoro
nella incarnazione che essa assume entro la propria veste onirica, così
levigata ed assoluta), ed è rovescio apocalittico dell’utopia lo
spazio nel quale si insediano le infamie di Salò. Se infatti
l’utopia è il non-luogo, essa è il luogo della astrazione,
e lo spazio, con i suoi vuoti, le sue simmetrie e le sue perfezioni costruite,
è in grado di indicare quel sogno di una condizione assoluta,
che, modernamente, riguarda un possibile empireo a carattere laico e pienamente
immanente; ma l’accoglienza di uno spazio così definito può
essere l’involucro di un sogno rovesciato, il quale mantiene il segno limbico
di un desiderio così struggente, o allude ad esso, entro le cose
che parlano, mediante l’intenzione artistica disseminata nelle opere
del vivere civile (rispetto alla quale l’attenzione di Pasolini
è estrema). E in questo senso la tragedia è data dalla sindrome
dell’assenza: ad eccezione del sogno nel Decameron, questi spazi
svuotati non sono soltanto degli organi o delle sembianze di una
perfezione inattinta - e vagheggiata dentro un complesso passato -, ma
sono anche i testimoni di una negazione, di una inversione e di un cupo
rovesciamento. Ma in Teorema, il deserto dipinge un polo completamente
neutro, che viene investito da quella voce profetica, la quale lo inclina
subito dentro il versante del negativo - e l’urlo finale in questa opera
sigilla allora il rovescio assoluto della condizione felice, entro un inferno
il quale, non meno della sconfitta utopia, appare modernamente laico, e
assorbe gli accenti biblici dentro la forma di una assoluta immanenza.
Explicit
X – Se il sogno finale
del Decameron rappresenta un’assenza e quasi la somatizzazione di
un ‘non-luogo’, esso è anche - e profondamente - la realizzazione
di una presenza. Una presenza che, ossimoricamente, si espande nell’opera
che non c’è e che non ci sarà; così afferma infatti
l’allievo di Giotto (interpretato dallo stesso Pasolini) - dopo aver sognato
il suo capolavoro - nelle sequenze finali del film: “perché realizzare
un’opera quando è così bello sognarla soltanto?”. Di lì
a poco questa frase troverà riscontro in un’opera mai realizzata
nella sua interezza, eppure così presente, così piena di
corpi, di voci, di sguardi che divengono corpi che torturano e si perdono
nei vortici dell’eros: Petrolio. Qui, il non luogo di un’assenza
si compone di tratti ‘enciclopedici’ e filologici che veramente intendono
creare un’opera-corpo, un’opera intessuta di cultura, politica, società,
letteratura. Petrolio è la somatizzazione del sogno, di un’immagine
onirica fragile come una pellicola cinematografica, delicata come un’ala
di farfalla. Si rispecchia in esso una dicotomia presente in tutto il cinema
pasoliniano: quella fra corpo e sogno.
Si
pensi a Medea, Porcile, Teorema, alla Trilogia
della vita, ma anche ad Accattone: da una parte il brulicare
di corpi - ragazzi, ragazze, uomini giovani, uomini vecchi che sorridono,
ghignano, urlano, si disperano, gioiscono in dialetti dell’Italia meridionale
- corpi-volti che ci mostrano in primissimi piani bocche sdentate, occhi
segnati, pelli bruciate da soli barbarici; dall’altra immagini oniriche
e bellissime, come i sogni incastonati l’uno nell’altro de Il fiore
delle mille e una notte, il sogno finale del Decameron, le sequenze
oniriche del dono fatale di Medea e della morte di Creonte e Glauce, in
Medea,
che vediamo apparire due volte, in due forme diverse, sullo schermo; ancora,
il sogno di Accattone, un sogno che trasuda angoscia, in cui vige un silenzio
opprimente e l’ansimare spasmodico dell’incubo di vedere rappresentata
la propria morte, tratto che accomuna queste sequenze a quelle iniziali
del sogno del protagonista de Il posto delle fragole di Ingmar Bergman
o, anche, all’incubo narrato dal personaggio del sergente, col cupo suono
di campane a morto in sottofondo, ne Il fascino discreto della borghesia
di Luis Buñuel.
Ed ecco in Petrolio
i sogni e gli incubi del protagonista Carlo, ecco invece i corpi più
che mai ‘fisici’ del “pratone della Casilina” o dell’avventura erotica
con Carmelo ma, anche in questi casi, l’atmosfera è attraversata
dai lampeggianti dardi dell’onirismo e dall’universo del perturbante, in
paesaggi limbici in bilico fra essere e non essere, percorsi da oscure
e misteriose caligini. Gli stessi corpi dei ragazzi del “pratone della
Casilina”, al momento di andarsene, si trasformano in dei, in esseri soprannaturali.
Lo stesso stile freddo, da referto, che presiede alla tessitura narrativa
di Petrolio è una scrittura che avanza per scoprire il corpo
e per scandagliare lo sguardo, la voce, il volto di ogni personaggio che
appare a metà tra ‘schema’ letterario, ricostruito da opere della
‘grande’ letteratura (si pensi che Carlo è modellato sullo Stavrogin
dei Demoni di Dostoevskij e spesso viene assimilato al Fredéric
Moreau dell’Educazione sentimentale di Flaubert) e essere invece
profondamente umano, ipersensibile, turbato da angosce e lancinanti rimorsi.
‘Non luoghi’ sono anche i paesaggi infernali che l’autore ci dispiega allo
sguardo nelle sulfuree immagini finali de I racconti di Canterbury
o che ci descrive minuziosamente, con estro filologico, nella Divina
Mimesis e nella “Visione del Merda” di Petrolio, ma anche molto
prima, in certi “frammenti” di Alì dagli occhi azzurri, come
Dal
vero o La mortaccia. Lo sguardo del cineasta e dello scrittore
è ossessivamente alla ricerca di amore anche all’inferno, alla ricerca
di un amore infernale che possa riscattare la vita dei suoi personaggi,
una vita condotta ai margini in campagne suburbane o in vialoni di periferia.
Perciò, lo sguardo del cineasta, dello scrittore, ma anche quello
dei personaggi dei film, delle opere narrative, delle poesie è un’appendice
carnale del corpo, è uno sguardo “cupo d’amore” che ricerca la vita,
la gioia, il sesso. Corpi che si amano con gli occhi, si cercano,
si ritrovano dopo viaggi incredibili, corpi che si parlano con lo sguardo.
Che vogliono vivere nonostante la vita, nonostante il corpo.
Paolo Landi
e Paolo Lago
---------
NOTE
(1)
Cfr. M. Vannucchi, Palomar,Cooperativa
Portuale di Porto Venere, 1986, n.2, JeanGenet.
La deriva dell’intimità, p.76.
[ torna al testo]
(2)
Per cui si veda anche S. Casi, I teatri
di Pasolini, Ubulibri, Milano 2005, pp. 213-234.
[ torna al testo]
(3)
G. Manzoli, Voce e silenzio nel
cinema di Pier Paolo Pasolini, Pendragon, Bologna 2001,
p. 136. [ torna al testo]
(4)
Cfr. le seguenti affermazioni : «le prime informazioni di un uomo
io le ho dal linguaggio della sua fisionomia, del suo comportamento, del
suo costume, della sua ritualità, della sua tecnica corporale, della
sua azione, e anche, infine, della sua lingua scritto-parlata. È
così che del resto la realtà è riprodotta dal cinema.
Non è chi non veda, a questo punto, come la
semiologia del linguaggio dell’azione umana.. .verrebbe poi
ad essere la più concerta delle filosofie possibili. E non è
chi non veda, in conseguenza, quanto di comune avrebbe una simile filosofia,
dovuta a una descrizione semiologica, con la fenomenologia: con il metodo
di Husserl, magari lungo la linea esistenzialistica sartriana». (P.
P. Pasolini, Empirismo
eretico, 1972, Garzanti, Milano 1981, p. 200).
[ torna al testo]
(5)
Cfr. le indicazioni seguenti : «Ho da tempo l’ambizione di scrivere
una ‘Filosofia’ del cinema, consistente nel rovesciamento del nominalismo:
non ‘nomina sunt res’, ma ‘res sunt nomina’. Se c’è una decifrazione
della realtà ci deve essere a fortori una cifrazione; se c’è
un decifratore, un cifratore..Resta, ripeto, il mistero del Cifratore.
Un cattolicodirebbe Dio, che attraverso
la polisemia infinta di un’infinità di ‘cose come parole’ (ivi compresa
la lingua umana scritto-parlata) si esprime... Insomma la realtà
(spiata dal cinema) è un ‘insieme’ la cui struttura è la
struttura di un linguaggio» (cit., pp. 258-259); e ancora: «Io
sono assolutamente laico, da bambino sono sfuggito alle lezioni di dottrina,
non sono cresimato, mio padre non era credente, mia madre, credente in
un mondo pieno di fossile dolcezza, non mi ha mai costretto neanche al
dovere della messa. Nemmeno anticlericalismo, quindi in famiglia (onde
eventuali revivals mistici). Sono anche abbastanza razionale, così
che se anche dovessi ribellarmi all’onnipotenza e all’onnipresenza della
ragione come mito della borghesia... lo farei dolcemente ragionando. Supponiamo
dunque, per absurdum - sottolineo ‘per absurdum’ - che esista un Dio...
Se il Dio delle Confessioni esistesse, che ne direbbero i semiologi del
‘sema’? E Jakobson, potrebbe ancora dire che gli ‘oggetti’ (quei
famosi oggetti naturali, o cose, come sassi, alberi, nasi, bottiglie ecc.)
sono ‘segni di se stessi’ e, in tal modo, ‘si autorivelano’? Ossia, per
caso, la natura non cesserebbe di essere ‘natura’ ossia tautologia autorivelantesi,
in fondo a quell’abisso in cui tu lasci sprofondati i nostri rapporti con
essa?» (cit.,
p. 280). [ torna al testo]
(6)
B. Amengual, Quand le mythe console
de l’histoire: ٥dipe Roi, in Pasolini
(1), Le mythe et le sacré, a c. di M. Estève,
“Études Cinématographiques” 109-111, (1976), p. 84.
[ torna al testo]
(8)
P.P. Pasolini, Gas, in
Alì dagli occhi azzurri (1965), ora
in Id., Romanzi e racconti, vol.
II (1962-1975), a c. di W. Siti e S. De Laude,
Mondadori, Milano 1998, p. 380.
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(9)
Per cui si veda M.A. Bazzocchi, Corpi
che parlano (Il nudo nella letteratura italiana del Novecento), Bruno
Mondadori, Milano 2005, pp. 90-93. [ torna
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(10)
Per questi versi, cfr. P.P. Pasolini, Poesia
in forma di rosa, 1964, Garzanti, Milano 1976, p. 22.
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(11)
A proposito della utopia, in generale, ricaviamo delle profonde suggestioni
da E. Bloch, in Das
Prinzip Hoffnung, 1959,
trad. it. Il principio speranza,
Garzanti, Milano 2005; così, ad esempio, cfr. quello che segue:
«L’interno ha un carattere
paradossale, concentra in modo fuorviante in uno spazio ristretto, nella
vicinanza, nella familiarità, ma in questa ristrettezza possiede
al contempo un orizzonte significativo. Immagini di contrazione nello spazio,
di formazione della casa, di formazione di spazi interni, nel loro complesso
partecipano in ultima istanza di un elemento intensivo, che rende sostanziale
l’ampiezza impedendole di smarrirsi, quando giunge ad essa. Così
non c’è interno che si accontenti di restare tale, non c’è
idillio significativo che si rassegni ad essere felicità nella limitazione;
in entrambi v’è anche l’opposto, ovvero il capovolgimento nel tutto.
Il che significa un tutto concentrato, con spazio e tempo dorati, in un
piccolo infinito. E d’altra parte l’immagine delle grandi distese, la
prospettiva dell’infinito, non procede a sua volta solo verso
più grandi ampiezze... Piuttosto qui, nel sublime estensivo, persino
dove è deserto di presenze umane, un cammino segreto torna a piegarsi
verso la fonte della vicinanza più intensa. L’illimitato e la più
profonda vicinanza cospirano nel richiamarsi vicendevolmente». (cit.,
pp. 964-965). D’altra parte, in questo senso, se gli spazi levigati
di varie rappresentazioni utopiche,
come sono rinvenibili magari nella
pittura (cfr. a tale proposito la Veduta
della Città Ideale dell’Anonimo fiorentino, di cui nella
copertina di questo volume), raffigurano questo equilibrio tra l’estensione
e l’ampiezzada un lato, e la forma
di una presenza e di un appagato sentire dall’altro, i vuoti di cui diciamo
operano un effetto di sottrazione rispetto a tale presupposto.
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Paolo Landi è
nato a Livorno nel 1953 e insegna nella Scuola Media Superiore. Tra le
sue opere segnaliamo: Analisi dell’esperienza (Joppolo 1994), Percezione
e inferenza (Joppolo 1995), Idee sulla filosofia antica (Firenze
Libri 1997) e Dell’insieme totale (Tilgher, «Giornale di Metafisica»
2001-2004).
Paolo Lago ha conseguito
il dottorato di ricerca a Verona con una tesi su Petrolio e Pasolini,
dopo essersi laureato (2001) in Lettere classiche all'Università
di Pisa sulla presenza del Satyricon di Petronio in
Petrolio.
Ha tra l'altro già collaborato con "Pagine corsare" con alcune segnalazioni
e saggi. Per una nota più approfondita sui suoi lavori e pubblicazioni,
si veda in particolare la pagina dedicata al suo saggio, presente anche
in "Pagine corsare", Il "doppio spazio"
di Porcile.
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