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Pasolini nei blog

"Pagine corsare"
Pasolini nei blog

Leonetti ricorda l'esperienza
di "Officina"
di Giampiero Marano
dal blog Dissidenze , 18 novembre 2006

Francesco Leonetti, marionettista nel film di Pasolini Che cosa sono le nuvole?

Queste parole di Francesco Leonetti tratte da un’intervista a cura di Maria Grazia Torri uscita su "Kult" (n. 5) nel 2001 mi confortano nella convinzione che "espressionismo" e, perché no, "avanguardia" e "impegno", rappresentino temi cruciali su cui c’è ancora molto da riflettere, ovviamente nei termini più adeguati al contesto attuale. Dice Leonetti: - "Officina" è stata la prima, tra le riviste letterarie, a rompere con l'ermetismo, corrente della poesia del periodo fascista, connessa all'uso di simboli astratti ed ermetici, mentre, come sappiamo, in Europa e anche da noi c'erano già stati i movimenti delle grandi Avanguardie, tra gli anni dieci e gli anni trenta: futurismo, dadaismo, surrealismo, eccetera. E allora, si è trattato di rompere decisamente con questo tradizionalismo italiano, aulico e chiuso in se stesso. 

Poi, nell'immediato dopoguerra, nella letteratura e anche nel cinema, è sorto il movimento Neorealista, che veniva dalla grande "fame di realtà" di allora e che, perciò, immetteva, nel fiume in secca della produzione letteraria, problemi connessi con la vita, con l'attualità della guerra, del conflitto e della resistenza. Sappiamo che il Neorealismo è stato veramente importante nel cinema, con registi come Rossellini, De Sica, Visconti. Ma, in letteratura, non ha dato risultati altrettanto soddisfacenti, anche se abbiamo avuto scrittori come Fenoglio e Cassola. 

L’idea decisiva, allora, è stata di Pier Paolo Pasolini: bisognava rompere con l'ermetismo e rinnovare l'espressionismo della "Voce", rivista del primo Novecento. L‘espressionismo è un grande movimento anticlassico, comincia addirittura in Dante, lo ritroviamo nei grandi dialettali (Porta e Belli), negli Scapigliati e quindi nei Vociani: è in contrapposizione al purismo petrarchesco e noi, con "Officina", lo abbiamo ripreso, ne abbiamo dato un esito nuovo caricando la lingua colta di gerghi, termini tecnici, dialetti, asimmetrie... Noi abbiamo voluto approfondire questa situazione cambiandola, riesaminando i punti chiave della cultura tra Otto e Novecento in Italia. 

Per esempio, Pasolini ha cominciato con l'innovazione in Pascoli, perché anche Pascoli adopera delle parole da lui inventate, onomatopeiche, che sono i suoni degli uccelli e altri, e in più rompe la grammatica (ma c'era già stato, su questo, il famoso Manifesto di Marinetti, che proponeva di usare le "parole in libertà" e di sopprimere la punteggiatura, ecc...). Questa, così come te la dico, è l'idea di fondo. Alla fine, però, ha prevalso il punto di vista di Contini, grande storico e critico, e amico del maggiore critico d'arte italiano, Roberto Longhi. 

Gianfranco Contini scopriva, nel '53, l'espressionismo, come già i tedeschi avevano fatto, nei secoli precedenti e lo riferiva a Dante in contrapposizione con Petrarca. Questa è stata la forza dell'inizio, che riuniva i critici e poeti più vivi, dopo il '50. Ci si riuniva in varie città, e convegni, dal Nord finanche in Sicilia, con Sciascia e lì si faceva riferimento alla sua rivista, "Galleria". La rivista "Officina" usciva in pochi numeri, pagati dal critico e scrittore Roversi, che aveva una libreria antiquaria. La grande editoria, allora, non si faceva carico delle riviste. 

La copertina della ristampa di Officina (2004)Le riviste d'avanguardia, come "Officina", operavano scelte rischiose, allora, scelte comuniste. Tuttavia, nel '56, dopo che i sovietici hanno commesso atrocità inammissibili a Praga, non si poteva rimanere comunisti e acritici. Cominciava con "Officina" la critica verso il PCI istituzionale, contro l'elemento stalinista presente nel partito. Noi eravamo contro Togliatti, che era stato in polemica terribile con l'arte d'avanguardia e con Vittorini, famoso scrittore antifascista degli anni Cinquanta. Da parte nostra c'era una grande attenzione a Gramsci, al Gramsci delle Lettere dal Carcere, apparse nel 1947, che avevano suscitato un'intensa emozione ed erano state definite da Benedetto Croce "un libro degli italiani che appartiene anche a chi è di opposto partito politico". Così, commentavamo i suoi Quaderni dal carcere via via che uscivano. Sceglievamo un certo gramscismo, che ha orientato, in prima fase, il cambiamento socio-culturale dei nostri anni sessanta. Era una contraddizione, la nostra, insita nel PCI, e portata avanti da Secchia, unico dirigente operaio che sosteneva con noi intellettuali quelle ardue posizioni. Ci chiedevamo sempre e anche con una certa ironia: «riuscirà Secchia a far fuori Togliatti?» No, non ci riuscì mai. 

 

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Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998
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Leonetti ricorda l'esperienza di "Officina", di Giampiero Marano, dal blog Dissidenze

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