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Pasolini nei blog

"Pagine corsare"
Pasolini nei blog

Pier Paolo Pasolini - La sineciosi e l'oximoro
Georgia, 30 marzo 2007

[...] Ho trovato molto interessante l'inizio di una vecchia trasmissione televisiva, che tutti conosciamo, perchè spesso la Rai la manda in onda, anche se a ore tardissime. In questa trasmissione Pasolini parla della sua poetica, del suo agire, come continua tentazione oppositiva, non dialettica, ma proprio oppositiva. 

La figura che predomina la sua opera è quindi l'oximoro, o il definire le cose per opposizione, contrasto insanabile che impedisce anche al lettore di consumare (almeno nell'epoca in cui ne parla Pasolini) le sue opere in maniera normale, suscitando sempre feroci reazioni polemiche.

Pasolini prima dell'oximoro parla però di sineciosi (termine usato da Fortini, appunto per Pasolini).

La cosa mi ha interessato molto, perchè, a mio giudizio, sineciosi e oximoro non possono essere considerati propriamente come sinonimi. La sineciosi è, come sottolinea proprio Fortini,  una sottospecie di oximoro. E io direi una sottospecie-antidoto dell'oximoro. L'oximoro accosta due contrasti insanabili e scandalosi, e gioca proprio sull'impossibilità di creare, dopo, una vera sintesi dialettica, e questo è quello che dice di se stesso anche Pasolini.

Esistono però, soprattutto oggi anche possibilità di sintesi non dialettiche, ma di coabitazione fra diversi. E propro questo fa il tropo sineciosi, ancora più dell'oximoro che invece insiste proprio nell'impossibilità scandolosa di coabitazione.

Sinecismo nell'antica Grecia era un processo politico sociale per cui genti di centri sparsi si riunivano a formare una nuova città-stato (come ad esempio Atene), quindi contrasto, certo, ma anche coabitazione creativa, il verbo synoikeo vuol proprio dire coabitare, vivere insieme.

Altra cosa che vorrei dire sul video [citato] è che, come spesso ho riscontrato che accade, viene messo il pezzo dove Pasolini dice di prediligere le persone che hanno fatto solo la quarta elementare, perchè piene di quella grazia che la cultura piccolo borghese italiana distrugge. Sì, però non viene messo anche l'altro pezzo, altrettanto importante, dove Pasolini dice che questa grazia persa si ritrova nei grandi intellettuali, artisti, scrittori e poeti, dove una gigantesca cultura, NON piccolo borghese (ricordiamoci che Pasolini aveva affermato che in italia predomina la borghesia più ignorante, insieme al popolo più analfabeta, del mondo), recupera appunto questa grazia quasi divina.

Non è un caso che questa seconda affermazione di Pasolini venga spesso eliminata, anche in rete, quasi come se gli "intellettuali" italiani volessero ignorare o rimuovere che l'intellettuale non è quello che ha fatto la quarta elementare, o quello che volgarmente viene chiamato operatore culturale, burocrate della cultura, ma solo quello che tutta la vita ha meditato con piena libertà di pensiero, passione e grandissima estensione culturale (anche se non tutti ce la fanno).

Mi sembra che in Italia ci sia quasi come un continuo giocare al ribasso culturale per riuscire forse a  creare un posticino per se stessi che non richieda troppa fatica ;-).

Approfitto di questo post dedicato a Pasolini per postarvi un articolo di Renzo Paris su Liberazione, dove, tra l'altro parla di un libro di Selim Rauer, La Passion de Pier che racconta gli ultimi anni di un regista-poeta, il Pier Paolo Pasolini di Salò.

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NOTA
Qui di seguito, il testo dello spezzone di intervista di Enzo Biagi a Pasolini che ho inserito anche nei commenti al post di georgiamada. In questa fase dell'intervista Pasolini parla del successo come persecuzione, della falsità antidemocratica del mezzo televisivo, della corruzione della cultura piccolo borghese. [A.M.]

Biagi: La società che lei non ama in fondo le ha dato tutto: le ha dato il successo, una notorietà internazionale... 

Pasolini: Il successo non è niente. Il successo è l'altra faccia della persecuzione. E poi il successo è sempre una cosa brutta per un uomo. Può esaltare in un primo momento, può dare delle piccole soddisfazioni a certe vanità, ma in realtà appena ottenuto si capisce che è una cosa brutta per un uomo il successo. Per esempio, il fatto di aver trovato i miei amici qui alla televisione non è bello. Per fortuna noi siamo riusciti ad andare al di là dei microfoni e del video e a ricostituire qualcosa di reale, di sincero. Ma come posizione, è brutta, è falsa. 

Che cosa ci trova di così anormale?
Perché la televisione è un medium di massa, e come tale non può che mercificarci e alienarci. 

Ma oltre ai formaggini e al resto, come lei ha scritto una volta, adesso questo mezzo porta le sue parole: noi stiamo discutendo tutti con grande libertà, senza alcuna inibizione.
No, non è vero. 

Si, è vero, lei può dire tutto quel che vuole. 
No, non posso dire tutto quello che voglio. 

Lo dica.
No, non potrei perché sarei accusato di vilipendio, uno dei tanti vilipendi del codice fascista italiano. Quindi in realtà non posso dire tutto. E poi, a parte questo, oggettivamente, di fronte all'ingenuità o alla sprovvedutezza di certi ascoltatori, io stesso non vorrei dire certe cose. Quindi io mi autocensuro. Comunque, a parte questo, è proprio il medium di massa in sé: nel momento in cui qualcuno ci ascolta dal video, ha verso di noi un rapporto da inferiore a superiore, che è un rapporto spaventosamente antidemocratico. 

Io penso che in certi casi è anche un rapporto alla pari, perché lo spettatore che è davanti al teleschermo rivive attraverso le vostre vicende anche qualcosa di suo. Non è in uno stato di inferiorità. Perché non può essere alla pari? 
Teoricamente questo può essere giusto per alcuni spettatori, che culturalmente, per privilegio sociale, ci sono pari. Ma in genere le parole che cadono dal video, cadono sempre dall'alto, anche le più democratiche, anche le più vere, le più sincere. 

Quali sono i suoi nemici? 
Non lo so, non li conto: sento ogni tanto delle ondate di inimicizia delle volte inesplicabile, ma non ho voglia di occuparmene molto. 

Chi sono invece le persone che ama di più? 
Quelle che che amo di più sono le persone che possibilmente non abbiano fatto neanche la quarta elementare, cioè le persone assolutamente semplici. Non lo dico per retorica, ma perché la cultura piccolo borghese, almeno nella mia nazione(ma forse anche in Francia e in Spagna), è qualcosa che porta sempre a delle corruzioni, a delle impurezze. Mentre un analfabeta, uno che abbia fatto i primi anni delle elementari, ha sempre una certa grazia che poi va perduta attraverso la cultura. Poi si ritrova a un altissimo grado di cultura, ma la cultura media è sempre corruttrice (questa, in neretto, è la frase "incriminata" che negli spezzoni di intervista filmata che si trovano nei siti di Teche Rai, Rai Italica ecc. NON viene riproposta).

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APPROFONDIMENTO
Ossimoro

Se alcuni ossimori sono stati immaginati per attirare l'attenzione del lettore o dell'interlocutore, altri nascono per creare una categoria verbale che possa indicare una realtà che non possiede nome. Questo può accadere perché una parola non è mai stata creata, oppure perché il codice della lingua, in virtù di alcuni limiti formali, deve contraddire se stesso per poter indicare alcuni concetti particolarmente profondi. Ciò accade spesso in poesia (si riportano qui due versi di S'amor non è, un sonetto di Petrarca):

O viva morte, o dilectoso male, 
come puoi tanto in me, s’io nol consento? 
Oppure anche nell'Infinto di Giacomo Leopardi:
E 'l naufragar m'è dolce in questo mare. 
Comunque, la notevole incisività e forza delle espressioni basate su ossimori è stata ampiamente sfruttata in diverse forme di arte per produrre, fra le altre cose, titoli a effetto:
L'insostenibile leggerezza dell'essere, notissimo romanzo di Milan Kundera; 
Orlando furioso (Orlando era personaggio tradizionalmente associato alla saggezza); 

Eyes Wide Shut, l'intraducibile titolo del film di Stanley Kubrick, unisce la particella wide, generalmente usata nell'espressione wide open, come in eyes wide open, "occhi spalancati" al participio opposto shut ("chiusi"). 

Anche nel romanzo 1984 di George Orwell gli slogan ripetuti ossessivamente dal regime del Grande Fratello sono basati su ossimori, quali: "La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l'ignoranza è forza".

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Pier Paolo Pasolini (poetica)

Alla base della poetica di Pier Paolo Pasolini vi è un modo nuovo di impostare il rapporto con la tradizione. L'autore infatti, per allontanarsi e differenziarsi da una poetica che presenta nel suo linguaggio elementi liricheggianti mutuati dall'ermetismo, utilizza strumenti stilistici prenovecenteschi che, per la loro vicinanza alla lingua quotidiana, possono essere usati per ridare carattere di razionalità al discorso poetico.

La poetica

Sul n. 38-39, maggio-agosto 1959, della rivista Nuovi Argomenti nella inchiesta sul romanzo, Pasolini dichiara esplicitamente il suo concetto di poetica.

«Penso che il romanzo debba essere necessariamente oggettivo: l'autore borghese non ne ha forse gli strumenti, per farlo, perduti col senso della propria storicità, svaporati nella metastoria intimistico-stilistica. Essere oggettivo non significa però essere ottocentesco: al positivismo generico che presiedeva al realismo di quel secolo, si è ora sostituita una bella precisa filosofia, quella marxista. La visione oggettiva di un personaggio, di un ambiente, di una classe sociale, che ne deriva, non può essere che diversa e nuova...Il romanzo non può essere che pura rappresentazione: il significato ideologico o sociologico, deve essere mediato dalla fisicità più immediata...Personaggio in azione, paesaggio in funzione, violenta e assoluta mimesi ambientale» 

(Pier Paolo Pasolini da Inchiesta sul romanzo in Nuovi Argomenti 1959)

All'interno di un'unica ideologia della letteratura sono differenti le risposte che Pasolini dà riguardo alle esigenze tecniche poste dal romanzo e dalla poesia. Le esigenze dello scrittore sono essenzialmente due. La prima è quella di recuperare al discorso poetico carattere di logicità, razionalità, storicità. La seconda esigenza è quella di uscire dalla dimensione piatta e strumentale della lingua quotidiana, così come dalla lingua poetica classicistica.

Nel recuperare gli strumenti prenovecenteschi, Pasolini dimostra la sua opposizione al neorealismo e al postermetismo. Egli vuole fare poesia basandosi sulla percezione ideologica della realtà. La sua poesia è quella della polemica ideologica e personale, delle argomentazioni e delle perorazioni.

La struttura del romanzo

I romanzi di Pasolini, pur essendo volutamente poveri dal punto di vista narrativo, vengono costruiti con una attenta documentazione linguistica.

La voce narrante utilizza un italiano schematico e semplice, mentre i personaggi parlano in un romanesco tenuto ad un livello basso, proprio perché nell'intenzione dell'autore, il dialetto non viene usato in termini neorealistici per registrare la verità, ma per seguire esistenze difficili e disperate, momenti di vita tristi ma anche felici, gesti crudeli e violenti che sfociano in esiti molte volte tragici e patetici.

L'uso del dialetto nei romanzi

Pasolini sostiene che bisogna lasciar parlare le cose e per far questo bisogna usare, come nella poesia, la formula della regressione che, in questo caso, è l'utilizzo di un codice linguistico dialettale.

La lingua dei suoi romanzi principali e di Alí dagli occhi azzurri è disposta su tre livelli: la lingua dell'autore, la lingua contaminata tra dialetto e lingua, e il dialetto romanesco. Questa distinzione non è comunque così netta e i brani di lingua senza interferenze di gergo non sono frequenti.

Il dialetto romanesco è tuttavia un dialetto ridotto nel senso che, più che il vecchio dialetto romanesco, quello che emerge è il nuovo gergo delle borgate che contiene un misto di romanesco e di dialetti meridionali. Inoltre i vocaboli dialettali che usa nei suoi testi sono riduttivi nel senso che si riferiscono soprattutto al sesso, al denaro, ai gesti abituali dei ragazzi di vita.

L'agilità della narrazione

I ragazzi di vita sono sempre al centro della scena, rappresentati in rapido movimento così come si aprono, in modo rapido e movimentato, i capitoli e i paragrafi all'interno di essi.
La narrazione si presenta fluida e veloce, la sintassi è ridotta all'essenziale, i periodi sono brevi e il loro ordine è paratattico, con frequenti periodi composti da due sole proposizioni coordinate dove rara è la subordinazione. Contribuiscono alla semplificazione del linguaggio i tempi verbali utilizzati solamente con l'imperfetto nel caso della narrazione e dal passato remoto per i gesti e le azioni dei personaggi,

La struttura del testo poetico

La struttura del testo viene definita nella stessa disposizione grafica, nella stessa adozione del tipo di componimento, come viene chiaramente definito in Le ceneri di Gramsci, poemetto. Il fatto di adottare il poemetto è il segno della sua volontaria poetica della struttura.

L'enjambement

Come ha scritto Fortini nel 1960 in un suo articolo sul n. 2 del Menabò, la forma di componimento adottata da Pasolini ha apparentemente l'apparenza della comunicazione tipica del poemetto raziocinante, didascalico e filosofico che si riallaccia alla tradizione dell'Ottocento a partire da Hugo a Wordsworth, fino a Pascoli, con una predilezione per la tecnica del Pascoli dei Primi e dei Nuovi poemetti, con la differenza che, invece dell'uso tradizionale della terza rima che prevede la coincidenza della fine del periodo con la fine della strofa, Pasolini crea degli enjambement tra l'ultimo verso di una terzina e il primo di quella successiva, oppure degli enjambement tra verso e verso all'interno della stessa terzina.

Pasolini, nella maggior parte dei suoi versi, dimostra di non essere disponibile ad adeguarsi allo schema strofico predefinito e di voler creare degli effetti espressionistici forti spezzando i legami nome-attributo e verbo-complemento oggetto.

L'anastofe e la prolessi

Anche per quanto riguarda la sintassi Pasolini rivela una doppia tensione. Essa è infatti ricca di nessi logici ma disposti attraverso inversioni e prolessi.

L'accentuazione

Il verso di Pasolini ha una forte accentuazione e soprattutto nei poemetti della raccolta Le ceneri di Gramsci, esso è differente dall'endecasillabo tipico e si caratterizza per il numero e la struttura degli accenti e non per la misura sillabica.

I tipi di versi sono normalmente due: il verso a tre accenti e il verso a quattro accenti, ma Pasolini predilige, a differenza dell'endecasillabo più maturo del Novecento, come quello di Montale che poggia su tre accenti, l'endecasillabo che poggia su quattro accenti. Questa preferenza si dimostra estrema nel poemetto Recit, dove Pasolini adotta il doppio settenario. L'uso invece che l'autore fa dell'ottonario e del novenario, come nel poemetto L'umile Italia, è più consono alla lirica pascoliana.

L'assonanza e la consonanza

Particolare è anche l'uso che Pasolini fa della rima, di solito rime imperfette formate da semplici assonanze e consonanze che creano un effetto particolare sul piano ritmico.

Il lessico

Uno degli aspetti della lingua poetica di Pasolini sul quale si è soffermato a lugo la critica è il lessico e in modo particolare l'utilizzo degli aggettivi.

Pasolini infatti manifesta anche linguisticamente la sua partecipazione al sottoproletariato con un vocabolario emblematico. Egli utilizza procedimenti di degradazione linguistica costante e il lessico viene selezionato attraverso l'analisi delle classi sociali che lo usano. L'aggettivo è lo strumento per indicare la condizione degradata dell'oggetto indicato dal sostantivo come impura aria, mortale pace, silenzio fradicio e infecondo, magra mano, umido giardino, magro cipresso, marcio frutteto, merdoso prato.

Spesso l'aggettivazione è abbondante fino ad accompagnare un nome anche con tre attributi.

Una delle figure retoriche che Pasolini utilizza maggiormente è la sineciosi, in cui egli afferma due contrari legati ad uno stesso oggetto, come in "chiara, perché pura e corrotta" o come in "meridione sporco e splendido"

da Wikipedia
 

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Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998
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Pier Paolo Pasolini - La sineciosi e l'oximoro, dal blog di Georgia

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