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Pier Paolo Pasolini. Lettera al «Premio Fata» 1967 Dal blog georgiamada - 30 gennaio 2007 [con un aggiornamento di "Pagine corsare" sulle successive assegnazioni del "Premio Fata"]
Sergio Saviane ne scriverà per primo: Il premio Fata, "L'Espresso", Roma, aprile 1966. L’alluvione però mandò a monte tutta l’iniziativa che potrà aver luogo solo l’anno dopo. Fra i premiati del primo anno (1967) molti nomi eccellenti fra cui addirittura Fellini, De Chirico e Pasolini. Pasolini prese la cosa con grande spirito, non si arrabbiò come insinua malignamente Lello Voce (che nel 2001 annuncerà la rinascita del premio) ma anzi invia ai giurati una ironica lettera con la quale contesta la sua candidatura. Tra l'altro sarà l'unico che si degnerà di rispondere agli organizzatori. Anche Le Monde e il New York Times recensirono l'iniziativa. Nel 2001, il premio sarà fatto resuscitare e verrà vinto, a furor di popolo, da Oriana Fallaci (con 1032 voti su 1067), finalisti anche Elkann e, ironia della sorte, lo stesso Arbasino che aveva fatto parte dell’originaria giuria. Vi posto la lettera di Pasolini (del tutto inedita per la rete) pubblicata il 19 marzo 1967 su “Paese Sera”, e un articolo apparso, sempre nel 1967, su “L’Espresso” (purtroppo non ne conosco l’autore e neppure il mese e giorno). Buon divertimento. Paese Sera, 19 marzo 1967 A Villa Medici a Firenze si premia il successo «più immeritato» dell’anno. I nomi alla “ribalta”: Pasolini, Jacopetti, De Chirico, Guttuso, Bevilacqua, Prisco. Lettera di Pier Paolo Pasolini ai “Garanti culturali” del premio Fata Firenze. Pasolini e Jacopetti per il cinema, De Chirico e Guttuso per la pittura e Bevilacqua e Prisco per la letteratura sono gli autori a cui davvero ha arriso il successo “più immeritato” dell’anno? Sono nomi sulla bocca di tutti a Villa Medici dove è riunita la giuria dell’originale “Premio Fata”. I “Garanti culturali” (così sì chiama la giuria) sono: Alberto Arbasino, Enrico Baj, Nanni Balestrini Antonio Bueno, Camilla Cederna, Giuseppe Chiari, Gillo Dorfles, Umberto Eco, Marco Eller, Ennio Flaiano, Sergio Frosali, Pierfrancesco Listri, Silvio Loffredo, Luigi Castellano, Giorgio Manganelli, Eugenio Miccini, Alberto Moretti, Lamberto Pignotti, Edoardo Sanguineti e Giambattista Vicari. I “vincitori” dovranno pagare di tasca propria il successo “ingiustamente” arriso alla loro opera e la tassa del cosiddetto riscatto sarà di un milione di lire per ogni premiato, cifra che i “Garanti catturali” devolveranno interamente per l’acquisto di libri da destinare a biblioteche e ad enti culturali. Sulla singolare iniziativa
Pier Paolo Pasolini ci ha inviato la seguente lettera, diretta ai membri
della giuria.
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Non è però l’assenza dei promotori il punto debole del premio: Quello che ha deluso (e irritato) maggiormente gli invitati, e il giorno dopo, tutti gli uomini legati al mondo del cinema, della letteratura e dell’arte, è stato proprio il verdetto uscito dallo spoglio delle duecento schede. Il premio per la letteratura è andato ad Alberto Bevilacqua, seguito da Prisco; quello del cinema a Gualtiero Jacopetti seguito da Pier Paolo Pasolini e Federico Fellini, e quello delle arti figurative a Renato Guttuso seguito da Giorgio De Chirico e Sergio Vacchi. Sono proprio queste combinazioni di nomi a mettere in discussione il premio, si diceva sabato scorso a Villa Medici: perché vuol dire che c’è un grande malinteso (e perfino malafede) tra i rappresentanti della cultura italiana. Jacopetti o lo si considera un fenomeno di cattivo costume e non un regista, e allora non lo si prende nemmeno in esame, o lo si giudica come un uomo di cinema e allora tutti i voti li merita lui. Cosa sarebbe successo infatti se il premio l’avesse vinto Fellini (o Pasolini) seguito da Jacopetti? Non avrebbe avuto il significato di un’autentica vittoria per l’autore di Africa addio? A parte queste considerazioni (Jacopetti è comunque uscito vittorioso ora che è stato posto accanto a Fellini, Pasolini e a tutti gli altri registi), c’è anche da chiedersi chi sono i duecento votanti del premio Fata. Non è stato pubblicato un elenco e i loro nomi sono quindi misteriosi, tuttavia si sa che sono stati scelti in particolari ambenti, tutti interessati, chi più chi meno, a mettere alla berlina autori immeritevoli di successo ma anche, purtroppo, nemici personali, scrittori, pittori e registi di altre parrocchie, eccetera. Gli stessi garanti (Flaiano, Camilla Cederna, Vicari, Balestrini, Dorfles, Bueno, Eco, Arbasino, Manganelli, Miccini, Pignotti, Sanguineti e altri) sono tutte persone che scrivono, pubblicano libri e dipingono o fanno regie. Questo discorso vale anche per l’eventuale premio Fata del prossimo anno, in cui si capovolgerà il bersaglio, nel senso che saranno gli autori a votare per i loro critici. A parte che i critici sono giornalisti e studiosi più o meno competenti, che scrivono articoli o saggi ma non sono destinati, come i romanzieri, i registi o i pittori, ad avere un successo immediato c’è anche da dire che se quest’anno la votazione è stata influenzata dai fatti personali, personalissimi, si può immaginare cosa accadrà il prossimo anno quando gli autori dovranno vendicarsi dei voti ottenuti a Villa Medici e soprattutto dei loro critici di sempre. Alla cerimonia, sabato scorso, Enzo Tortora, chiamato a fare lo spoglio con battuta, parlava di complesso di colpa. E la cerimonia aveva effettivamente un’area funerea, come se tutti si sentissero un po’ colpevoli, o comunque coinvolti in un gioco che da quel momento non sarebbe stato più tale, ma un confuso ricettacolo di animosità personali. Questo complesso di colpa è stato accentuato dalla lettura dell’ironica e curiosa lettera spedita da Pasolini all’organizzazione del premio, nella quale lo scrittore-regista metteva in discussione la sua candidatura. “Ritengo che la mia candidatura non sia valida” diceva lo scrittore, “perché Uccellacci e uccellini è il prodotto di un rischio artigianale …il film non è arrivato alle seconde visioni e credo che il produttore non sia nemmeno riuscito a coprire le spese; inoltre è stato girato da me gratis, non ho guadagnato neppure il becco di un quattrino; anzi ho pagato di tasca le spese di trasferta a Viterbo … ho lavorato a questo film con l’idealismo di un regista alla sua prima opera sperimentale”. Dopo aver premesso che, non essendo valida la sua candidatura, non sarebbe stato “presente alla serata dei buffoni di corte”, Pasolini concludeva molto spiritosamente: “Comunque vi auguro di tutto cuore che cessi per voi l’epoca degli insuccessi meritati”. Lo stesso sindaco di Firenze Piero Bargellini, è intervenuto ironicamente durante la cerimonia e si è lamentato per non essere stato premiato (ha ottenuto anche lui qualche voto) dopo il successo avuto l’anno scorso per colpa dell’alluvione. Per il resto, se in principio il Fata aveva messo paura a molti autori (alcuni ben piazzati dopo la prima votazione erano andati persino a Firenze o avevano mandato a dire o scritto pregando di essere esclusi dalla rosa finale), d’ora in poi non preoccuperà più tante persone. Pasolini ha dimostrato che non ha avuto successo (e gli si può credere), quindi la sua candidatura è fuori concorso. Anche Guttuso non è un pittore che abbia avuto quest’anno un successo particolare con una particolare opera. Guttuso il successo l’ha sempre avuto e sempre meritato; un successo che egli deve soltanto al suo lavoro e alla sua sensibilità e non alle acrobazie parapubblicitarie. In questo settore del Fata, i voti assegnati non solo a Pasolini, ma anche a Guttuso e a Tobino hanno più l’aria di venire da gruppi interessati a segnalare negativamente all’opinione pubblica un nome a loro inviso. Rimane Bevilacqua, che è l’unico caso di successo immeritato, perché il suo libro è stato stroncato dalla critica, accolto freddamente dal pubblico malgrado un lancio formidabile e soprattutto ha avuto un premio letterario cospicuo, anche se si tratta di un premio di scuderia. * * *
Era il 1967 quando la fantasia canzonatoria ed arguta di un giovane semiologo, Umberto Eco, e di un pittore spagnolo, Antonio Bueno, partorì l’idea del Premio Fata, riconoscimento da infliggere al successo più immeritato dell’anno, provocatorio sberleffo di un nucleo di artisti e letterati (molti vicini al Gruppo '63) nei confronti dell’establishment culturale e del mainstream mediatico. Il titolo, com’è evidente, faceva il verso, ribaltandone l’onomastico, al celeberrimo Strega, preso come simbolo di un’ondata di premi e cotillons letterari che già allora iniziava ad alluvionare - con annesso di gaddiane ’libagioni e salamini’ - il nostro panorama culturale. Il ‘68 è lì, a un passo, e il Premio e i suoi giurati ( tra cui Ennio Flaiano, Giorgio Manganelli, Alberto Arbasino, Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini, Gillo Dorfles, Enrico Baj, Luciano Anceschi, i fratelli Pomodoro, Sylvano Bussotti) lanciano un primo, chiaro ed irridente segnale di guerra allo status quo. Il premio, presentato da Enzo Tortora, quell’anno toccò ad Alberto Bevilacqua per la letteratura (erano tempi duri per le Liale) e a Guttuso per la pittura, mentre in terna per il cinema finirono nientemeno che Pasolini con Uccellacci e uccellini e Fellini con Giulietta degli spiriti. Pasolini e Bevilacqua si arrabbiarono molto e fecero malissimo, poiché il loro risentimento contribuì al successo internazionale di quell’edizione d’esordio. Certo che poi, a vedere i vincitori di edizioni successive di un trentennio (ospitate dal Festival Venezia Poesia), Calasso e Baricco, ci si rende conto di quanto in questi anni sia peggiorata persino la qualità del peggio… Oggi il Premio Fata, fatalmente, ritorna, sul sito www.raisatzoom.it, con giuria popolare e ’navigante’, mettendo in terna, a causa del suo Rap! e forse per nemesi a scoppio ritardato, lo stesso Arbasino, insieme con lo scrittore neo-ministeriale e vetero-industriale Elkann e con Oriana Fallaci, meglio conosciuta come ’la ragazza con la pistola’. La Fallaci sbaraglia il campo con un migliaio di voti in più degli altri. La classe - nel bene e nel male - non è acqua. Chissà se, prima tra i vincitori, vorrà accettare il Premio e con un po’ di sana ironia pagare i 5000 Euro richiesti, perché qualche biblioteca pubblica ci acquisti testi degni di essere letti… Ci aiuterebbe a credere a un mondo più bello, dove, insieme al sorriso, esistono ancora le fate e c’è spazio per l’Utopia. * * *
Fedele al suo spirito originario, il Premio Fata intende mettere in luce i meccanismi palesi e occulti degli apparati dell'industria politico-culturale, dai premi grandi e piccoli ma quasi sempre "pilotati" alle classifiche truccate, alle campagne promozionali fragorose ed effimere. Per questo il Premio Fata 2001 si avvale - per la prima volta dalla sua fondazione nel 1967 - di una grande giuria popolare, composta dalle numerose migliaia di "semplici" lettori che ogni giorno visitano il sito di libri e cultura railibro.lacab.it: saranno loro a dimostrare che il senso critico è ancora vivo (se non proprio vegeto). Riuscirà la volontà dissacratoria di questa Fata irridente a risvegliarci con una sorta di prodigio dagli incantesimi malefici delle tante Streghe che ci circondano? I finalisti
Il regolamento
La storia del Premio Fata
"Vinsero" quella prima edizione Alberto Bevilacqua con Questa specie d'amore su una terna composta anche da Michele Prisco e Mario Tobino, per la pittura Renato Guttuso rispetto a Giorgio De Chirico e Sergio Vacchi, per la regia cinematografica Gualtiero Jacopetti con Africa addio su Federico Fellini con Giulietta degli spiriti e Pier Paolo Pasolini con Uccellacci e uccellini. Furono Bevilacqua e Pasolini gli autori che reagirono con pubblico disappunto all'imposizione (si fa per dire) di pagare una somma simbolica (allora un milione di lire) a mo' di risarcimento verso i fruitori ingannati, da devolvere alla distribuzione di opere più meritevoli fra istituzioni pubbliche e case di pena. La proclamazione ufficiale il 27 marzo del 1967 avvenne a Firenze, città di forti tradizioni burlesche, con il contributo gratuito quale presentatore della serata di Enzo Tortora, che mostrò una rara sensibilità verso una manifestazione che voleva segnare la ripresa di una città appena colpita dalla terribile alluvione del novembre '66. Anche "Le Monde" e il "New York Times" recensirono l'iniziativa. In anni recenti il riconoscimento è stato fra l'altro attribuito a Alessandro Baricco (1996) e a Roberto Calasso (1997). * * *
Con una decisione quasi unanime (hanno votato per lei 1032 visitatori di Zoom su un totale di 1067 partecipanti), Oriana Fallaci si è aggiudicata con La rabbia e l'orgoglio (Rizzoli) il Premio Fata 2001 "al successo più immeritato dell'anno". In base allo storico regolamento del Premio, l'autrice viene quindi invitata a devolvere la somma di cinquemila euro alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma per l'acquisto di libri meritevoli destinati alla pubblica lettura e alle case di pena.La Fallaci era entrata immediatamente nella terna dei finalisti, nonostante la partenza in ritardo (il libro è uscito in libreria ai primi di dicembre), seguita da Alain Elkann, che è riuscito a conquistare il secondo posto anche grazie all'abbondanza della sua produzione (oltre al romanzo John Star sono stati segnalati anche Essere musulmano, Essere ebreo e la raccolta di Interviste, quest'ultima uscita però ancora nel 2000). A una certa distanza dai primi due finalisti, infine, è stato indicato Alberto Arbasino con Rap!. In anni recenti il riconoscimento è stato fra l'altro attribuito ad Alessandro Baricco (1996) e a Roberto Calasso (1997).Perché il Premio Fata? "Per mettere in luce - spiegano gli organizzatori- i meccanismi palesi e occulti degli apparati dell'industria politico-culturale, dai premi grandi e piccoli ma quasi sempre "pilotati" alle classifiche truccate, alle campagne promozionali fragorose ed effimere". Per questo, per la prima volta, la giuria è composta non da un gruppo di scrittori e intellettuali, ma direttamente dai lettori. La prima edizione del Premio, nato nel 1967 su iniziativa di Umberto Eco, vide invece un Comitato di Garanti di cui fecero parte, fra gli altri, Ennio Flaiano, Giorgio Manganelli, Camilla Cederna, Bruno Munari, Alberto Arbasino, Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini, Gillo Dorfles, Enrico Baj, mentre tra i membri della giuria figuravano studiosi come Luciano Anceschi, editori come Vanni Scheiwiller, artisti come i fratelli Pomodoro e Mario Ceroli, musicisti come Sylvano Bussotti e Giuseppe Chiari, poeti e scrittori, giornalisti e operatori culturali. "Vinsero" quella prima edizione Alberto Bevilacqua con Questa specie d'amore su una terna composta anche da Michele Prisco e Mario Tobino, per la pittura Renato Guttuso rispetto a Giorgio De Chirico e Sergio Vacchi, per la regia cinematografica Gualtiero Jacopetti con Africa addio su Federico Fellini con Giulietta degli spiriti e Pier Paolo Pasolini con Uccellacci e uccellini. Furono Bevilacqua e Pasolini gli autori che reagirono con pubblico disappunto all'imposizione (si fa per dire) di pagare una somma simbolica (allora un milione di lire) a mo' di risarcimento verso i fruitori ingannati, da devolvere alla distribuzione di opere più meritevoli fra istituzioni pubbliche e case di pena. La proclamazione ufficiale il 27 marzo del 1967 avvenne a Firenze, città di forti tradizioni burlesche, con il contributo gratuito quale presentatore della serata di Enzo Tortora, che mostrò una rara sensibilità verso una manifestazione che voleva segnare la ripresa di una città appena colpita dalla terribile alluvione del novembre '66. Anche "Le Monde" e il "New York Times" recensirono l'iniziativa. VEDI ANCHE:
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