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Notizie Corpo in opera: i tanti
Pasolini
Indagare la morte di Pasolini nel trentennio dalla morte per i più e da trent’anni per i pochi che vedono in quella morte un oltraggio alla loro stessa vita: politica, sociale, artistica, è una necessità di pensiero e di carne. Chi non lo ha letto lo ama nelle parole di chi ne ha fatto l’ossessione di aver visto la letteratura morta per terra. Noi abbiamo avuto il dono di vedere ciò che resta dopo la croce; non le membra bianche (di troppi quadri) ma quello che resta in questa immagine [si riferisce a un'immagine da lui pubblicata - e ora qui non riprodotta - del corpo martoriato di Pasolini assassinato, ndc]. Per noi, e dico italiani e scrittori, questa è l’immagine ultima, la violazione del sacrario della poesia, l’oltraggio estremo, ciò che oggi non ci appartiene più, che non può succedere perché caso unico previsto dall’opera, dal corpo che si faceva opera, che era opera e dal corpo che si è costruito, in opera, negli anni con l’accettazione della propria diversità, della propria intelligenza e del proprio talento. Oggi, ora, nel mondo tanti
Pasolini muoiono: torturati, perseguitati, colpiti per la loro parola e
per il loro corpo nel loro corpo. Decine di scrittori uccisi, come Pasolini.
Chiedersi il perché di quella morte deve equivalere a chiedersi
il perché della morte oggi di decine di Pasolini. Farsi degni di
questa foto: annullare la distanza da questa foto equivale ad annullare
la distanza dai corpi che oggi cadono. Rifarsi a questa immagine, a quel
senso della letteratura, che è il senso di tutti, non può
fermarsi a un’invocazione di similitudini (intenzioni, stile, impegno),
a un dire “un tempo”. I Pasolini muoiono oggi davanti a noi e noi non ne
sappiamo nulla e ci rifacciamo a questa immagine con il rispetto che si
deve alla sacralità senza renderci conto che il tempo della morte
è davanti a noi.
Il mio commento Angela Molteni, 26 febbraio: Penso si possa parlare di Pasolini in molti modi, resta a mio parere essenziale leggerlo (e possibilmente sforzarsi di comprendere ciò che egli ci ha detto), altrimenti si rischia soltanto di riportare l’opinione di qualcun altro, di parlarne per sentito dire, di rifarsi a immagini proposte anche trent’anni addietro per fare del mai abbastanza condannato sensazionalismo giornalistico (allo stesso modo in cui, oggi, si propongono i film di decapitazioni o impiccagioni…). Oppure, di ridurre la sua vita e le opere di Pasolini alla sua morte, anche quest’ultima terreno di commenti feroci, rabbiosi, ingenerosi, irresponsabili. O addirittura il rischio è di fare del sensazionalismo d’accatto, solleticando il voyeurismo e il conformismo dilaganti suggeriti dalla ormai imperante “società dei consumi”, l’esatto contrario di quello che Pasolini avrebbe auspicato. Allora, ciò che non comprendo - e che mi pare superficiale oltreché crudele e di pessimo gusto - è perché sia necessario esibire il corpo morto di Pasolini assimilandolo alla letteratura oltraggiata anziché rivisitare il percorso critico (più che oltraggiato…) che Pasolini fece rispetto alla società in cui viveva, magari per comprendere e contrastare, oggi, i più vieti e ormai dilaganti disegni prepotenti e reazionari da cui siamo letteralmente accerchiati. Io non voglio essere degna
di una foto, vorrei essere invece degna di chiamarmi essere umano possibilmente
pensante, che utilizza la propria testa anche per nutrirsi costantemente
dell’insegnamento pasoliniano, sapendo che lui fu oltraggiato, odiato,
perseguitato non soltanto in morte ma per tutta la vita (sarebbero sufficienti
a dimostrarlo i trentatré processi subiti nel corso di venticinque
anni) proprio perché testa pensante, che non si stancava di denunciare
le brutture di una società orribilmente sporca, proprio quella in
cui attualmente, e magari inconsapevolmente, molti, troppi sono irrimediabilmente
sprofondati. [A.M.]
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