La saggistica

"Pagine corsare"
Saggistica

Pasolini: o dell'impolitico che è politico
di Lelio La Porta, la Rinascita della sinistra, 2005

La morte di Pasolini (della quale il nostro settimanale si è occupato con un’intervista di Manuela Tempesta a Sergio Citti, recentemente scomparso, nel numero del 13 maggio): uno dei momenti di maggior tristezza e di rabbia autentica per chi militava a sinistra o, comunque, in
senso lato, aveva a cuore le sorti della cultura nel nostro paese (e per questo stava a sinistra ieri e a sinistra sta oggi). Chi lo avrebbe visto con piacere arrostire in Campo de’ Fiori come Bruno o, meglio ancora, avrebbe desiderato fargli indossare la mordacchia, dimenticava tutto.

Facile sottrarre ad un’appartenenza comunista un uomo che aveva visto morire il fratello per mano dei partigiani di Tito ed aveva avuto il padre salvatore di Mussolini dalle mani  dell’attentatore (o meglio, presunto tale) Zamboni. E poi non era stato espulso dal Pci per “indegnità morale”? Purtroppo per costoro è noto cosa Pasolini pensasse in genere dei padri e cosa, soprattutto, pensasse e scrivesse della morte del fratello. A tale proposito rimane la risposta ad un lettore che lo incalzava sulla questione: dopo aver brevemente contestualizzato la fine di Guido (questo era il nome del fratello) nella situazione delle terre fra Italia e Jugoslavia durante il periodo 1943-45 (è il periodo delle foibe, tanto per intenderci), così concludeva lo scrittore: “Che la sua morte sia avvenuta così in una situazione complessa e apparentemente difficile da giudicare, non mi dà nessuna esitazione. Mi conferma soltanto nella convinzione che nulla è semplice, nulla avviene senza complicazione e sofferenze: e che quello che conta soprattutto è la lucidità critica che distrugge le parole e le convenzioni, e va a fondo nelle cose, dentro la loro segreta e inalienabile verità”. La verità, ancora e sempre la verità:

“[...] Io so. Ma non ho le prove.
Non ho nemmeno indizi. Io so perché
sono un intellettuale, uno scrittore,
che cerca di seguire tutto ciò
che succede, di conoscere tutto ciò
che se ne scrive, di immaginare tutto
ciò che non si sa o che si tace;
che coordina fatti anche lontani,
che mette insieme i pezzi disorganizzati
e frammentari di un intero
coerente quadro politico, che ristabilisce
la logica là dove sembrano
regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero [...]”

(14 novembre 1974, Il romanzo delle stragi in Scritti corsari, pubblicato sul Corriere della sera con il titolo Che cos’è questo golpe?)

Il grande intellettuale si riferiva all’Italia martoriata dalle stragi fasciste e dai tentativi di colpo di Stato. Lo avremmo volentieri visto oggi nel corso di un dibattito riprendere le sue provocatorie tesi su un fascismo sempre più autobiografia della nazione, molto più reale oggi, nella sua logica cinicamente antidemocratica, di quanto lo fosse trent’anni fa (ossia ai tempi di quello che veniva definito il sistema di potere democristiano). Ci sarebbe piaciuto sentirlo mettere in rima omologazione con globalizzazione, conformismo con berlusconismo; con il suo coraggio e la sua autorevolezza. Ecco, il coraggio: dire ciò che è, sempre e dovunque. “La cosa più dura è scoprire quello che già si sa”, scriveva Elias Canetti. Questa è la dimensione in cui collocare Pasolini, definito da Asor Rosa, qualche tempo fa, “nostro impolitico profeta”. Impolitico è colui che rifiuta, magari soltanto per via estetica, come sembra essere per Pasolini, lo stato di cose presente. Ma già in questo c’è un atteggiamento così totalmente marxista da anticipare ogni possibile forma di una scelta altrettanto totalmente politica: quella scelta che il poeta pagò con il martirio.
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Il poeta al congresso radicale: «Sono un marxista che vota Pci»
Due giorni dopo il suo assassinio, il 4 novembre del 1975, fu letto nel corso del Congresso del Partito radicale l’intervento che Pasolini aveva preparato per l’occasione. Ne riportiamo l’incipit di seguito.

“Prima di tutto devo giustificare la presenza della mia persona qui. Non sono qui come radicale. Non sono qui come socialista. Non sono qui come progressista. Sono qui come marxista che vota per il Pci, e spera molto nella nuova generazione di comunisti. Spera nella nuova generazione di comunisti almeno come spera nei radicali. Cioè con quel tanto di volontà e di irrazionalità e magari di arbitrio che permettono di spiazzare - magari con un occhio a Wittgenstein - la realtà, per ragionarci sopra liberamente. Per esempio: il Pci ufficiale dichiara di accettare ormai, e sine die, la prassi democratica. Allora io non devo aver dubbi: non è certo alla prassi democratica codificata e convenzionalizzata dall’uso di questi tre decenni che il Pci si riferisce: esso si riferisce indubbiamente alla prassi democratica intesa nella purezza originaria della sua forma, o se vogliamo, del suo patto formale. Alla religione laica della democrazia. Sarebbe un’autodegradazione sospettare che il Pci si riferisca alla democraticità dei democristiani: e non si può dunque intendere che il Pci si riferisca alla democraticità per esempio dei radicali”.
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Cultura contro nevrosi
Pasolini risponde nel modo seguente, il 3 maggio 1962, a un lettore che gli confessava un notevole disagio esistenziale nonostante la militanza comunista.

“Essere marxisti, oggi, in un Paese borghese, significa essere ancora in parte borghesi. Fin che i marxisti non si renderanno conto di questo, non potranno mai essere del tutto sinceri con se stessi. La loro infanzia, la loro formazione, le loro condizioni di vita, i loro rapporti con la società, sono ancora oggettivamente borghesi. La loro «esistenza» è borghese, anche se la loro «coscienza» è marxista. Nelle poche righe della sua lettera, io, benché non sia un medico, posso cogliere i sintomi, sia pure ancora leggeri di una «nevrosi». L’introversione, il nero dell’angoscia, l’interruzione dei rapporti normali con gli altri, la nascita, come mito, della solitudine e dell’odio: sono tutti sintomi di questa malattia tipicamente borghese. Essa, in parole poverissime, deriva dall’urto dell’io con il Super Ego, ossia con le leggi di una vita sociale con la sua morale e la sua religione: nella fattispecie, l’organizzazione borghese e la Chiesa cattolica. Essere comunista nella coscienza ideologica può non servire in questi tristi travagli di una esistenza costretta a campare in un mondo ben lontano dall’essere comunista. Così come essere comunista non può preservare dal prendersi un raffreddore, una polmonite o un mal di fegato. La nevrosi è una malattia come un’altra, che deriva invece che dalle sfavorevoli condizioni di un ambiente sociale. Tuttavia se il comunismo non si limita a essere una semplice idea, una scelta politica, una speranza, una fede, ma diviene cultura nel senso pieno e integrale della parola, allora può essere veramente terapeutico, e addirittura preventivo, contro malattie, del genere della sua: contro le grandi o piccole alienazioni”.
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Il regista su “Vie nuove” e la corrispondenza con i suoi lettori
Dal 4 giugno del 1960 al 30 settembre del 1965 Pasolini tenne una rubrica di corrispondenza con i lettori sul settimanale Vie nuove. I temi di discussione e di confronto furono, com’è immaginabile, innumerevoli. Abbiamo operato una cernita finalizzata soprattutto a dare la misura della battaglia civile combattuta dal grande scrittore e poeta nonché il senso profondo del suo impegno politico che, seppur fra mille contraddizioni, fu sempre vicino a quello dei comunisti italiani. Rispondendo ad un lettore che ricordava l’impegno al fianco dei fascisti di alcuni ebrei durante il ventennio, il poeta così si esprimeva:

“L’anormale complessato, infatti, non volendo accettare l’anormalità che lo relega in una minoranza di «diversi» rispetto alla società dove vive, e anzi soffrendone orribilmente, tenta di inserirsi di prepotenza nella maggioranza, accogliendone e facendone suoi tutti i canoni, tutte le regole, tutte le istituzioni. E, come sempre succede, finisce, come si dice, con l’essere «più realista del re». Non c’è nessuno che sia più fanatico, più duro, intransigente di un anormale che difende la norma. Per lo più tale tipo di anormale è represso: cioè non vuole accettare e addirittura nemmeno sapere la propria anormalità. La mette a tacere, la rimuove, vi distende sopra un velo impenetrabile. Il fascismo e il nazismo erano pieni di tali «anormali repressi»: malati, deformi nani, impotenti, invertiti che non volevano accettare la propria inferiorità, non la nominavano nemmeno, e, per compenso, si davano violentemente a difendere una ideologia - viriloide e prepotente - che era il conformismo per definizione. Non c’è nessuna ragione perché alcuni ebrei, deboli, sfuggissero a questo meccanismo, che purtroppo regola ancora gran parte dei rapporti umani; atroce sopravvivenza preistorica, da tribù, nell’uomo moderno, che è ben lontano dall’essere veramente libero… Un ebreo, al tempo del fascismo, non poteva non avere la nefanda tentazione di accettare il fascismo, in quanto alibi alla propria diversità: come, appunto, un malato, un deforme, un nano, un impotente, un invertito. Alcuni ebrei hanno ceduto: anche perché, oltretutto, appartenenti proprio a quella borghesia di cui il fascismo era prodotto. Ma questo non significa nulla. E’ non solo ingeneroso, ma stupido generalizzare. Sarebbe come prendersela con tutti i nani, perché alcuni uomini bassi di statura si sono giganti facendo i fascisti; sarebbe come prendersela con tutti gli invertiti, perché alcuni invertiti hanno surrogato alla loro virilità mancante con la crudeltà delle Ss. Ha ragione Moravia: in questo momento il problema centrale dell’umanità è il problema razziale. Tutto tende a porsi a termini razzisti. Perfino l’anticomunista ha qualcosa di razzista: son sicuro che certi disperati razzisti, certi dolorosi cattolici… vedono i comunisti come appartenenti ad un’altra «razza »; e ne traggono tutte le reazioni tipiche: orrore, senso di impurezza, scandalo. Si guardi intorno nel mondo: il rapporto tra i bianchi e gli uomini di colore, tra gli ariani e gli ebrei, tra gli appartenenti a una casta e gli appartenenti ad un’altra casta: tutto si pone in termini razzistici. Perfino… due o tre anni fa l’offensiva contro i teddy boys era tipicamente razzista… Questa è barbarie pura: e chi è senza almeno un’ombra di questa barbarie, scagli la prima pietra”.
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Il giudizio su Stalin
Ad una lettrice che si diceva dispiaciuta in quanto Pasolini aveva criticato Stalin, lo scrittore rispondeva nel modo seguente, il 28 ottobre 1961:
“Probabilmente non sono tanto più giovane di lei da non aver vissuto le sue stesse esperienze fondamentali. Anch’io durante la guerra, e subito dopo, ho amato con tutto il core quell’uomo, misterioso e simbolico. Con centinaia di migliaia di cittadini, vedevo in lui il liberatore vero, ingenuamente. Ero molto giovane, e quasi infante in politica. Ora, quel mito, per quel che mi riguarda è totalmente esausto: resta, di mitico, la grandezza militare di Stalin, e il suo «pugno di ferro», indubbiamente necessario in un lungo e terribile periodo di emergenza. Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con metodi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù… Non posso perdonare a Stalin le repressioni, le ingiustizie, i campi di concentramento. Il comunismo è perfettamente inutile se non considera sacro il rispetto per la persona umana. Il capitalismo, e non solo nelle sue punte estreme - fascismo e nazismo - è odioso appunto perché non prova questo fondamentale rispetto e, in nome dei suoi supremi interessi - che si ammantano sempre di pseudo-ragioni idealistiche -, umilia la persona umana… La mia non è l’opinione di un politico competente, ma di un uomo sensibile ai  problemi politici. Ora quel tanto di cieco, di irrazionale, di fanatico, di arcaico, di infantile che le enormi masse russe hanno apportato alla forza rivoluzionaria, proprio per il fatale avanzare della rivoluzione, è andato esaurendosi: e Stalin appare veramente come un uomo di altri tempi, completamente esaurito. Forse egli è stato necessario. Ora non lo è certamente più. Ed è inutile rimpiangerlo, o farne nostalgiche palinodie”.
 
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INVITO ALLA LETTURA:
BRANI DI PIER PAOLO PASOLINI


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DA OTTOBRE 1998








 


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