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Saggistica Poesia e dialetto.
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Casarsa, Fiume Sile Le prime poesie di Pier Paolo Pasolini nacquero in dialetto, nella lingua della terra di origine della madre, il Friuli: fu lui stesso a dichiarare che questa scelta serviva a rendere la purezza rustica e cristiana di quel sistema linguistico. Del resto il mondo di Pasolini era quello contadino, che rifletteva con la sua diversità sociale i tormenti del giovane poeta. E quel mondo che di per sé era costretto ad una vita difficile, era sconvolto anche dalla bufera della guerra. Pasolini parla la sua lingua, comincia a intravedere il bisogno di sperimentare in letteratura servendosi di quelle parole arcane e al contempo così chiare, discese dai padri. Ma, come rileva anche Gianfranco Contini, nella sua Letteratura italiana, l'uso del dialetto è assolutamente simbolistico, ben lontano dal verismo ottocentesco: «Egli può tradurre in friulano da Rimbaud o da T.S. Elliot o far tradurre da Juan Ramón Jiménez, ed esperire squisite variazioni in vernacoli di singole località, sempre sullo sfondo di un dialetto non identico al friulano "ufficiale"». «Ogni immagine di questa terra, ogni volto umano, ogni battere di campane, mi viene gettato contro il cuore ferendomi con un dolore quasi fisico. Non ho un momento di calma, perché vivo sempre gettato nel futuro: se bevo un bicchiere di vino, e rido forte con gli amici, mi vedo bere, e mi sento gridare, con disperazione immensa e accorata, con un rimpianto prematuro di quanto faccio e godo, una coscienza continuamente viva e dolorosa del tempo», scrisse Pasolini, che aveva girato l'Italia ma che lì ritrovava le proprie radici. DILI |
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