"Pagine
corsare"
Saggistica
Pier Paolo Pasolini:
la poesia che dice
tutto
di Daniele Piccini
da "Poesia",
mensile internazionale di letteratura poetica, 2005
La
lucidità e l’impressionante precisione delle analisi o meglio delle
profezie di Pier Paolo Pasolini sullo stato delle cose italiane sono riconosciute,
oggi, più o meno da tutti. L’avvento di una Nuova Preistoria, la
scomparsa della cultura autentica di un popolo sostituita da un immaginario
omologato, plastificato e televisivo (quello che Pasolini definì
un “genocidio culturale”) sono oggi, molto più di allora, consumati
ed evidenti sotto gli occhi di tutti. Quello che non sempre si ha la forza
di riconoscere, a trent’anni da quella notte di novembre in cui lo scrittore
venne trucidato (è di quest’anno la riapertura dell’inchiesta dopo
le nuove dichiarazioni di Pino Pelosi, condannato come esecutore dell’omicidio),
è che molto del suo singolare fiuto nel distinguere e riconoscere,
nel giudicare, comprendere, ma anche nel lottare, è retaggio e patrimonio
prima di tutto del Pasolini poeta.
Sul valore della poesia di
Pasolini, che del resto dell’eccesso e della provocazione ha sempre fatto
una propria arma, i giudizi sono ancora screziati e diversi. Da
parte di alcuni (si ricorderà la nota di Mengaldo nella sua antologia
I poeti italiani del Novecento, del 1978) si tende a restringere
poco oltre la produzione in dialetto il buono della poesia pasoliniana,
contestando quasi in toto l’operazione successiva, da Le ceneri di Gramsci
in particolare, come mescolanza e ibrido di letterario e predicatorio,
di basso popolano e di decadente. Eppure una tenace, resistente vitalità
di questa poesia, come si è detto esuberante, esondante, quasi in
perenne eccedenza di quantità, è un dato che i recenti due
tomi dei “Meridiani” Mondadori di Tutte le poesie, a cura di Walter Siti
(2003), non hanno fatto che confermare. Il punto è che Pasolini
si è sempre identificato (e certo non solo in poesia) con una fondamentale
forma di schizofrenia, di contraddittorietà, di divisione. Tutte
le analisi, più e meno recenti, sulla sua opera puntano su questo
dato, evidente a livello psichico-tematico come a quello formale (l’ossimoro
è una delle figure più costanti del ragionarepasoliniano).
L’interna lacerazione, innanzi
tuttotra rispetto e amore per la Letteraturae suo ideologico e razionale
rifiuto osuperamento (su cui richiama l’attenzioneil ricco e corposo saggio
di Antonio Tricomi, Sull’opera mancata di Pasolini, Carocci, Roma
2005), è un elemento che da un certo punto in avanti, diciamo dal
passaggio alla poesia in lingua, contraddistingue e quasi marchia a fuoco
tutta l’opera di Pasolini, al pari di una ontologica tensione tra vitalismo,
fortissimo in lui, e desiderio di morte, cupio dissolvi (sull’orizzonte
e il progetto di morte costruisce una complessiva lettura del mondo pasoliniano
Stefano Agosti, raccogliendo suoi saggi precedenti nel volumetto La
parola fuoridi sé, Manni, Lecce 2004).
Voglio dire che Pasolini
ha vissuto tutta la sua avventura intellettuale, e prima di tutto poetica,
all’insegna di una irrisolvibile divisione interiore, non sanabile e talmente
patita da diventare essa stessa fonte di ispirazione, di forza visionaria,
di poesia. Una serie di coordinate storico-letterarie ed epocali mise Pasolini
in una scomodissima posizione di poeta in lotta con se stesso, di intellettuale
e scrittore tormentato e, infine, di vittima, come se egli volesse con
il proprio corpo ridare consistenza a un mondo fatiscente e in dissoluzione
e insieme pagare con la sua morte la propria eresia (per stare a una parola
su cui richiama l’attenzione Gianni D’Elia nel suo volume di rilettura
integrale dell’opera dell’autore L’eresia di Pasolini, Effigie,
Milano 2005).
Pasolini, a guardare in prospettiva
la sua vicenda e i suoi scritti, si è trovato a pagare sulla carne
viva una temperie culturale, un clima colmo di sospetti, di diktat, di
obblighi dogmatici. Il suo fuoriuscire da ogni chiesa (quella cristiana
ma anche quella, sentita in qualche maniera come parallela, del Partito)
è una forma di libertà che egli si è trovato a pagare
a carissimo prezzo, con l’esclusione, la solitudine, la coscienza del proprio
isolamento, il sentimento di una perenne sconfitta. Eppure è questa
volontà di forzatura continua delle appartenenze e delle formule
che ha nutrito di vita e di struggimento l’opera di Pasolini e che l’ha
messo al riparo da un rapido superamento, da un rispecchiamento contingente
e limitato, transeunte, del suo tempo.
Pasolini, da isolato e da
oppositore, da contestatore e da ‘senza chiesa’ ha potuto sentire sfaldarsi
il tessuto culturale della Nazione, venir meno lo stesso ruolo rassicurante
e ‘sacerdotale’ della poesia e la necessità per essa di aderire
a un nuovo ordine di cose, in cui lo scontro si faceva più sottile
e radicale. Nessuna forma data, nemmeno quella ideologica, serviva e bastava
a contentare l’aspirazione vitale, il dramma del Pasolini artista, in cerca
di una prensile, piena presa sul mondo, di un tentativo di inveramento
di tutta l’esperienza, che non era possibile se non a prezzo di un enorme
sacrificio personale.
Pasolini è stato ed
è restato sempre prima di tutto un poeta (come è stato da
tanti sottolineato), e il suo cinema, la sua narrativa non sono che poesia
trasferita in altre forme, su altri piani, altri linguaggi. La poesia è
stata, in certo modo, la sua prima e fondamentale eresia, l’arte che lo
ha messo in condizione di leggere e percepire e soffrire le contraddizioni
e l’assenza di sbocchi positivi del tempo e insieme di attraversarle in
modi non obliterabili. Perché se Pasolini, da una parte, con tutta
la sua forza e lucidità intellettuale tendeva verso la presa di
coscienza ideologica, l’impegno e l’indicazione di un’opera da compiere
nel quadro della lotta di classe, dall’altra, anche e soprattutto per via
poetica, avvertiva nel buio delle viscere (come dice nel capitale poemetto
Le ceneri di Gramsci del 1957) una diversa, arcaica, remota verità,
non addomesticabile né riducibile a Storia, a ragione. Una verità
consistente nella vita al suo stato puro, grezzo, pre-ideologico sentita
come bene inalienabile, come struggente e potentissimo eden in via di definitivo
smarrimento, con cui la stessa analisi e prassi marxista confliggeva.
Pasolini inizia la sua vicenda
poetica in dialetto, nutrito di letture elette e raffinate, che gli venivano
dalla grande cultura romanza, e tra le Poesie a Casarsa del 1942
e La meglio gioventù del 1954 tenta di ricostituire una lingua
poetica che è tutt’uno con la verità prima, fresca, sorgiva
delle origini insieme romanze e cristiane. Questo ideale, che la storia
aveva già condannato, non si realizzava, per l’appunto, che nella
poesia, nella lingua – quasi inventata nella sua verginità e insieme
rarefazione – della letteratura.
Da lì in poi Pasolini
continuerà a cercare lo scatto prepotente della vita, la viscerale
verità del sangue in un’opera immane di attraversamento della realtà
sempre più degradata, abbassata, corrotta, in un tentativo titanico
e inevitabilmente sanguinoso di inverare per forza poetica, internamente,
tutto il reale, consumando le scorie della stessa ideologia nella folgorante
e incontestabile evidenza del linguaggio poetico. Ciò significa
che Pasolini, come con il dialetto materno di Casarsa (lui che era nato
a Bologna, nel 1922) aveva cercato il “regresso lungo i gradi dell’essere”,
a partire dall’Usignolo della Chiesa Cattolica (1958, ma i testi
datano al 1943-1949) cerca invece, scegliendo l’italiano e come oggetto
una realtà sempre più complessa e contraddittoria, di risalire
quei gradi, venendo verso la luce torbida della Storia ma conservando l’idea
cardine della purezza, della totalità, dell’adesione panica al mondo.
Tutto questo mentre la sua posizione di intellettuale di crescente
riconoscibilità gli imponeva, per il colore dei tempi, di assumere
la responsabilità di un discorso razionale, utile, ideologicamente
orientato e risolto.
Questo obbligo o costrizione
mettono Pasolini in un dilemma che è, come si accennava sopra, il
suo tormento e insieme, in qualche maniera, l’alimento della sua forza
poetica. Si trattava di combinare nella creazione una serie di preoccupazioni
e assilli in realtà non commensurabili, di tenere insieme un discorso
preideologico e uno politico, di tentare una cucitura tra letteratura e
gesto, tra letteratura e suo ripudio. Questo dramma, vissuto fino alle
ultime conseguenze, ha indotto Pasolini a ‘sporcare’ molta della sua poesia
matura (almeno dalla Religione del mio tempo, 1961, in poi) di toni
predicatori, di saggismo versificato, di oratoria, ma lo ha anche condotto
a cercare una via non inerte di lirismo antropologico, di panismo vitale,
di commistione tra prosa del mondo e della storia e assoluta verità
del dettato poetico. In effetti, guidato da questo dèmone, dalla
lacerazione e dallo scacco che in ogni tentativo gli si riproponevano,
egli in un torno di anni non lunghissimo attraversa e sperimenta tutte
le forme possibili, non contentandosi di alcuna, spingendosi a un corpo
a corpo con la letterarietà per cercare di ridarle energia e sangue:
inevitabilmente la propria energia, il proprio sangue.
Probabilmente la dinamica
tensiva e oppositiva, ossimorica del suo lavoro trovano un momento di composizione,
di equilibrio nei testi portanti delle Ceneri di Gramsci (il suo
libro, non a caso, meno tormentato e più risolto, senza strati ipogei
rifiutati o paralleli, come i “Meridiani” dimostrano) e in quelli della
parte iniziale (la sezione La ricchezza) della Religione del
mio tempo. Qui Pasolini innesta la sua potente vena lirico-conoscitiva
nell’alveo di una poematicità che congloba il linguaggio della grande
arte del passato (per esempio Piero della Francesca), il brulichio vitale
dell’“umile Italia”, il paesaggio e la storia, tenendo insieme
toni squisiti da geniale allievo di Longhi e squarci socio-antropologici
grazie a una lingua affamata, prensile, estesa in tutte le direzioni e
d’altra parte disciplinata, tenuta a regime da una intelaiatura metrica
non manieristica ma efficace nella sua opera di contenimento.
Le componenti di divaricazione
e scissione ci sono, ma come fatte rifluire in un letto di fiume maestoso,
capace con i suoi argini di arrestarela piena. Più avanti, crescendo
l’amarezza e lo scoramento, l’autore tornerà a dissolverequel miracoloso
e fragile equilibrio, insistendo sulla natura oratoria, raziocinante, analitica
della sua scrittura, quasi azzerando, con rabbia, la pretesa di altezza
del verso, dico in Poesia in forma di rosa (1964) e in Trasumanar
e organizzar (1971). Eppure anche in queste raccolte si dànno
momenti di con temperanza e compresenza del rifiuto e dell’amore, quel
“troppo grande amore, / nel cuore, per il mondo” di cui Pasolini parlava
già nell’Usignolo, che permettono ad alcuni testi di respirare,
di espandersi, di aderire alla bellezza in modo tormentoso e autentico,
in modo innegabilmente persuasivo. A salvare Pasolini, anche in extremis,
dalla disgregazione del suo linguaggio è quella che egli in Poesia
in forma di rosa chiama con formula felicissima (ed esatta) la sua
“disperata vitalità”: ancora un ossimoro, distruttivo e generatore.
L’amarezza e la delusione,
quelle stesse che portano l’autore a riscrivere in negativo, ad annerare
i trasparenti e tremanti filami de La meglio gioventù nella
palinodia funesta della Nuova gioventù, non occludono del
tutto i canali della comunicazione e dell’invenzione poetica. Pasolini
è stato, come i “Meridiani” dimostrano, un poeta per metà
inedito, che ha scartato, cassato, direi censurato intere porzioni del
suo mondo per necessità o dovere intellettuale: basta pensare ai
materiali dei “diari” scritti negli anni Quaranta, che formano un altro,
diverso libro da quello più decadente e prezioso dell’Usignolo,
un diario appunto lirico-filosofico che sta tra Leopardi, Pascoli
e persino D’Annunzio: una linea purissima, intonata e coesa che forse proprio
per una eccessiva confidenza e trepidazione, per una inerziale ancorché
vitale propaggine di diarismo biografico in versi non vide se non in modo
molto parziale e disperso la luce.
Ebbene, anche mentre con
violenza e decisione (ma non senza radure, come detto) Pasolini porta la
poesia oltre la poesia in Trasumanar e organizzar e nega e contraddice
il suo sogno linguistico e panico giovanile con La nuova gioventù,
nel suo laboratorio segreto continua a forzare i limiti della stessa negazione,
della stessa fine della poesia, continua a praticare la forma e la confessione,
lo struggimento intimo e la disperazione vitale in quel singolarissimo
esperimento che è L’hobby del sonetto, tutto dedicato, con
dolore viscerale, a Ninetto Davoli. Questi sonetti ‘sbagliati’ sono il
corrispettivo della terzina approssimativa delle Ceneri, sono il
segno di una continuazione di quel corpo a corpo, di quella irriducibile
lotta dentro e contro i
generi e i gerghi della
poesia alta e bassa che Pasolini non dismette, nemmeno all’ultimo. Tutto
nel suo laboratorio rimane possibile, tutto dicibile, anche quando verità
e bellezza si allontanano e il cerchio delle antinomie si stringe, fino
quasi a soffocare.
Pasolini ha tentato tutto.
Se è impossibile rifarlo, imitarlo meccanicamente in questa o quella
porzione (col rischio di ridursi a inerti epigoni), attraversare per intero
la sua furente espressività è necessario, è salutare:
non c’è ordine di problema, stilistico, storico, conoscitivo, che
egli non abbia almeno lambito; lasciando impregiudicato, grazie a quella
“disperata vitalità”, a quella irrisolvibile contraddizione, ogni
successivo sviluppo. Ma insegnandoci ancora una volta, terribilmente, la
misura del prezzo da pagare, il corrispettivo dolorante di un’opera capace
di aver vita al di là del suo autore e del suo dramma.
Daniele
Piccini
___________________
Seguono alcune poesie pasoliniane
tratte da Tutte le poesie, a cura e con uno scritto di Walter Siti.
Saggio introduttivo di Fernando Bandini, Cronologia a cura di Nico Naldini,
2 tomi, Mondadori, Milano 2003.
Dedica
Fontana di aga dal me paìs.
A no è aga pì
fres-cia che tal me paìs.
Fontana di rustic amòur.
Dedica. Fontana d’acqua
del mio paese. Non c’è acqua più fresca
che nel mio paese. Fontana
di rustico amore.
Ploja tai cunfìns
Fantassùt, al plòuf
il Sèil
tai spolèrs dal to
paìs,
tal to vis di rosa e mèil
pluvisìn al nas il
mèis.
Il soreli scur di fun
sot li branchis dai moràrs
al ti brusa e sui cunfìns
tu i ti ciantis, sòul,
i muàrs.
Fantassùt, al rit
il Sèil
tai barcòns dal to
paìs,
tal to vis di sanc e fièl
serenàt al mòur
il mèis.
Pioggia sui confini. Giovinetto,
piove il Cielo sui focolari del
tuo paese, sul tuo viso
di rosa e miele, nuvoloso nasce il mese.
Il sole scuro di fumo, sotto
i rami del gelseto, ti brucia e sui
confini, tu solo, canti
i morti.
Giovinetto, ride il Cielo
sui balconi del tuo paese, sul tuo viso
di sangue e fiele, rasserenato
muore il mese.
Da La meglio
gioventù
Hymnus ad nocturnum
Ho la calma di un morto:
guardo il letto che attende
le mie membra e lo specchio
che mi riflette assorto.
Non so vincere il gelo
dell’angoscia, piangendo,
come un tempo, nel cuore
della terra e del cielo.
Non so fingermi calme
o indifferenze o altre
giovanili prodezze,
serti di mirto o palme.
O immoto Dio che odio
fa che emani ancora
vita dalla mia vita
non m’importa più
il modo.
Splendore
O gioia, gioia, gioia…
C’era ancora gioia
in quest’assurda notte
preparata per noi?
Da L’Usignolo
della Chiesa Cattolica
L’Appennino
I
Teatro di dossi, ebbri,
calcinati,
muto, è la muta luna
che ti vive,
tiepida sulla Lucchesia
dai prati
troppo umani, cocente sulle
rive
della Versilia, così
intera sul vuoto
del mare – attonita su stive,
carene, vele rattrappite,
dopo
viaggi di vecchia, popolare
pesca
tra l’Elba, l’Argentario…
La luna, non c’è
altra vita che questa.
E vi si sbianca l’Italia
da Pisa
sparsa sull’Arno in una
morta festa
di luci, a Lucca, pudica
nella grigia
luce della cattolica, superstite
sua perfezione…
Umana la luna da queste
pietre
raggelate trae un calore
di alte passioni… È,
dietro
il loro silenzio, il morto
ardore
traspirato dalla muta origine:
il marmo, a Lucca o Pisa,
il tufo
a Orvieto…
II
Non vi accende
la luna che grigiore, dove
azzurri
gli etruschi dormono, non
pende
che a udire voci di fanciulli
dai selciati di Pienza o
di Tarquinia…
Sui dossi risuonanti, brulli
ricava in mezzo all’Appennino
Orvieto, stretto sul colle
sospeso
tra campi arati da orefici,
miniature,
e il cielo. Orvieto illeso
tra i secoli, pesto di mura
e tetti
sui vicoli di terra, con
l’esodo
del mulo tra pesti giovinetti
impastati nel tufo.
Chiusa nei nervi, nel lucido
passo,
tra sgretolate muraglie
e scoscese
case, la bestia sale su
dal basso
con ai fianchi le tinozze
d’accesa
uva, sotto il busto di Bonifacio
prossimo a farsi polvere,
difeso
da barocca altezza nella
medioevale
nicchia della muraglia.
III
È assente dal suo
gesto Bonifacio,
dal reggere la fionda nella
grossa
mano Davide, e Ilaria, solo
Ilaria…
Dentro nel claustrale transetto
come dentro un acquario,
son di marmo
rassegnato le palpebre,
il petto
dove giunge le mani in una
calma
lontananza. Lì c’è
l’aurora
e la sera italiana, la sua
grama
nascita, la sua morte incolore.
Sonno, i secoli vuoti: nessuno
scalpello potrà scalzare
la mole
tenue di queste palpebre.
Jacopo con Ilaria scolpì
l’Italia
perduta nella morte, quando
la sua età fu più
pura e necessaria.
IV
Sotto le palpebre chiuse
ride
tra i pidocchi il mammoccio
di Cassino
comprato ai genitori; per
le rive
furenti dell’Aniene, un
assassino
e una puttana lo nutrono,
nelle
coloniali notti in cui Ciampino
abbagliato sotto sbiadite
stelle
vibra di aeroplani di regnanti,
e per i lungoteveri che
sentinelle
del sesso battono in spossanti
attese intorno a terree
latrine,
da San Paolo, a San Giovanni,
ai canti
più caldi di Roma,
si sentono supine
suonare le ore del mille
novecento cinquantuno, e
s’incrina
la quiete, tra i tuguri
e le basiliche.
Nelle chiuse palpebre d’Ilaria
trema
l’infetta membrana delle
notti
italiane… molle di brezza,
serena
di luci… grida di giovanotti
caldi, ironici e sanguinari…
odori
di stracci caldi, ora bagnati…
motti
di vecchie voci meridionali…
cori
emiliani leggeri tra borghi
e maceri…
Dalla provincia viziosa
ai cuori
bianchi dei globi dei bar
salaci
delle periferie cittadine,
la carne e la miseria hanno
placidi
ariosi suoni. Ma nelle veline
e massicce palpebre d’Ilaria,
nulla
che non sia sonno. Forme
mattutine
che, precoce, la morte alla
fanciulla
legò al marmo. All’Italia
non resta
che la sua morte marmorea,
la brulla
sua gioventù interrotta…
Sotto le sue palpebre, nel
suo
sonno, incarnata, la terra
alla luna
ha un vergine orgasmo nell’argenteo
buio
che sulla frana dell’Appennino
sfuma
scosceso verso coste dove
imperla
il Tirreno o l’Adriatico
la spuma.
Dentro il rotondo recinto
di pelli
e di metallo, isolato tra
le fratte
in cerchio in una radura
d’erba
verdissima sui dossi del
Soratte,
dorme un umido, annerito
gregge,
e il pastore con le membra
contratte
nel calcare.
V
Sotto le sue palpebre chiuse
Luni
all’addiaccio, e le trepide
città dove l’Appennino
profuma
più umano nelle cesellate
siepi,
tra i caldi arativi della
Toscana,
o dove più selvaggio
le vecchie pievi
assorbe nell’etrurio – s’allontanano
sull’ala dei vergini, chiari
suoni serali. Ed essa si
dipana,
la catena, nei solchi secolari
delle vene del Serchio,
dell’Ombrone
e, dietro rudi imbuti e
terrei fari
d’albore, il Tevere, nel
polverone
appenninico, pagano ancora…
Roma, dietro radure di peoni,
ruderi alessandrini e barocchi
indora
alla luna, e disfatte borgate
irreligiose, dove tutto
si ignora
che non sia sesso, grotte
abitate
da feci e fanciulli; i lungofiumi
dal Pincio, all’Aventino,
alle scarpate
dello spoglio San Paolo
dove i lumi
ingialliscono la calda atmosfera,
risuonano dei passi che
le umide
pietre macchiano, e la romana
sera
echeggiandone, come una
membrana
grattata da un vizioso dito,
svela
più acuto l’odore
dell’orina.
VI
Un esercito accampato nell’attesa
di farsi cristiano nella
cristiana
città, occupa una
marcita distesa
d’erba sozza nell’accesa
campagna:
scendere anch’egli dentro
la borghese
luce spera aspettando una
umana
abitazione, esso, sardo
o pugliese,
dentro un porcile il fangoso
desco
in villaggi ciechi tra lucide
chiese
novecentesche e grattacieli.
Sotto le sue palpebre chiuse
questo
assedio di milioni d’anime
dai crani ingenui, dall’occhio
lesto
all’intesa, tra le infette
marane
della borgata.
VII
Si perde verso il bianco
Meridione,
azzurro, rosso, l’Appennino,
assorto
sotto le chiuse palpebre,
all’alone
del mare di Gaeta e di Sperlonga…
Dietro il Massico stende
Sparanise
candelabri di ulivi, tra
festoni
di piante rampicanti sulle
elisie
radure, dove lucono i lampioni
a San Nicola… Si spalanca
il golfo
affricano di Napoli, nazione
nel ventre della nazione…
E non più Jacopo
(più recente è il sonno
di Ilaria) sotto le palpebre
fonde
in civile forma il popolare
mondo
italiano, e contro gli sfondi
del suo paesaggio, non più
scarnisce
in luce di intelletto –
che non nasconde
la buia materia – una mano
che unisce
a Dio il povero rione. Quaggiù
tutto è preumano,
e umanamente gioisce,
contro il riso del volgare
fu
ed è inutile ogni
parola
di redenzione: splende nella
più
ardente indifferenza dei
colori
seicenteschi, quasi che
al sole
o all’ombra non bastasse
che la sola
sfrontata presenza, di stracci,
d’ori,
con negli occhi l’incallito
riso
dei bassi digiuni d’amore.
Ragazzi romanzi sotto le
palpebre
chiuse cantano nel cuore
della specie
dei poveri rimasta sempre
barbara
a tempi originari, esclusa
alle vicende
segrete della luce cristiana,
al succedersi necessario
dei secoli:
e fanno dell’Italia un loro
possesso,
ironici, in un dialettale
riso
che non città o provincia
ma ossesso
poggio, rione, tiene in
sé inciso,
se ognuno chiuso nel calore
del sesso,
sua sola misura, vive tra
una gente
abbandonata al cinismo più
vero
e alla più vera passione;
al violento
negarsi e al violento darsi;
nel mistero
chiara, perché pura
e corrotta…
Se ognuno sa, esperto, l’ingenuo
linguaggio
dell’incredulità,
della insolenza,
dell’ironia, nel dialetto
più saggio
e vizioso, chiude nell’incoscienza
le palpebre, si perde in
un popolo
il cui clamore non è
che silenzio.
1951
Da Le ceneri
di Gramsci
La ricchezza
(1955-1959)
1
Fa qualche passo, alzando
il mento,
ma come se una mano gli
calcasse
in basso il capo. E in quell’ingenuo
e stento gesto, resta fermo,
ammesso
tra queste pareti, in questa
luce,
di cui egli ha timore, quasi,
indegno,
ne avesse turbato la purezza…
Si gira, sotto la base scalcinata,
col suo minuto cranio, le
sue rase
mascelle di operaio. E sulle
volte
ardenti sopra la penombra
in cui stanato
si muove, lancia sospetti
sguardi
di animale: poi su noi,
umiliato
per il suo ardire, punta
un attimo i caldi
occhi: poi di nuovo in alto…
Il sole
lungo le volte così
puro riarde
dal non visto orizzonte…
Fiati di fiamma dalla vetrata
a ponente
tingono la parete, che quegli
occhi
scrutano intimoriti, in
mezzo a gente
che ne è padrona,
e non piega i ginocchi,
dentro la chiesa, non china
il capo: eppure
è così pio
il suo ammirare, ai fiotti
del lume diurno, le figure
che un altro lume soffia
nello spazio.
Quelle braccia d’indemoniati,
quelle scure
schiene, quel caos di verdi
soldati
e cavalli violetti, e quella
pura
luce che tutto vela
di toni di pulviscolo: ed
è bufera,
è strage. Distingue
l’umiliato sguardo
briglia da sciarpa, frangia
da criniera;
il braccio azzurrino che
sgozzando
si alza, da quello che marrone
ripara
ripiegato, il cavallo che
rincula testardo
dal cavallo che, supino,
spara
calci nella torma dei dissanguati.
Ma di lì già
l’occhio cala,
sperduto, altrove… Sperduto
si ferma
sul muro in cui, sospesi,
come due mondi, scopre due
corpi… l’uno
di fronte all’altro, in
un’asiatica
penombra… Un giovincello
bruno,
snodato nei massicci panni,
e lei,
lei, l’ingenua madre, la
matrona implume,
Maria. Subito la riconoscono
quei
poveri occhi: ma non si
rischiarano, miti
nella loro impotenza. E
non è, a velarli,
il vespro che avvampa nei
sopiti
colli di Arezzo… È
una luce
– ah, certo non meno soave
di quella, ma suprema –
che si spande
da un sole racchiuso dove
fu divino
l’Uomo, su quell’umile ora
dell’Ave.
Che si spande, più
bassa,
sull’ora del primo sonno,
della
notte, che acerba e senza
stelle Costantino
circonda, sconfinando dalla
terra
il cui tepore è magico
silenzio.
Il vento si è calmato,
e, vecchio, erra
qualche suo soffio, come
senza
vita, tra macchie di noccioli
inerti.
Forse, a folate, con scorata
veemenza,
fiata nel padiglione aperto
il beato rantolo degli insetti,
tra qualche insonne voce,
forse, e incerti
mottetti di ghitarre…
Ma qui, sul latteo tendaggio
sollevato,
la cuspide, l’interno disadorno,
non c’è che il colore
ottenebrato
del sonno: nella sua cuccetta
dorme,
come una bianca gobba di
collina,
l’imperatore dalla cui quieta
forma
di sognante atterrisce la
quiete divina.
[…]
Da La religione
del mio tempo
Supplica a mia madre
È difficile dire con
parole di figlio
ciò a cui nel cuore
ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo
che sa, del mio cuore,
ciò che è
stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò
ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia
che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per
questo è dannata
alla solitudine la vita
che mi hai data.
E non voglio esser solo.
Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi
senza anima.
Perché l’anima è
in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore
è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo
di questo senso
alto, irrimediabile, di
un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire
la vita,
l’unica tinta, l’unica forma:
ora è finita.
Sopravviviamo: ed è
la confusione
di una vita rinata fuori
dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico:
non voler morire.
Sono qui, solo, con te,
in un futuro aprile…
Da Poesia in
forma di rosa
Versi del testamento
La solitudine: bisogna essere
molto forti
per amare la solitudine;
bisogna avere buone gambe
e una resistenza fuori del
comune; non si deve rischiare
raffreddore, influenza o
mal di gola; non si devono temere
rapinatori o assassini;
se tocca camminare
per tutto il pomeriggio
o magari per tutta la sera
bisogna saperlo fare senza
accorgersene; da sedersi non c’è;
specie d’inverno; col vento
che tira sull’erba bagnata,
e coi pietroni tra l’immondizia
umidi e fangosi;
non c’è proprio nessun
conforto, su ciò non c’è dubbio,
oltre a quello di avere
davanti tutto un giorno e una notte
senza doveri o limiti di
qualsiasi genere.
Il sesso è un pretesto.
Per quanti siano gli incontri
– e anche d’inverno, per
le strade abbandonate al vento,
tra le distese d’immondizia
contro i palazzi lontani,
essi sono molti – non sono
che momenti della solitudine;
più caldo e vivo
è il corpo gentile
che unge di seme e se ne
va,
più freddo e mortale
è intorno il diletto deserto;
è esso che riempie
di gioia, come un vento miracoloso,
non il sorriso innocente
o la torbida prepotenza
di chi poi se ne va; egli
si porta dietro una giovinezza
enormemente giovane; e in
questo è disumano,
perché non lascia
tracce, o meglio, lascia una sola traccia
che è sempre la stessa
in tutte le stagioni.
Un ragazzo ai suoi primi
amori
altro non è che la
fecondità del mondo.
È il mondo che così
arriva con lui; appare e scompare,
come una forma che muta.
Restano intatte tutte le cose,
e tu potrai percorrere mezza
città, non lo ritroverai più;
l’atto è compiuto,
la sua ripetizione è un rito. Dunque
la solitudine è ancora
più grande se una folla intera
attende il suo turno: cresce
infatti il numero delle sparizioni –
l’andarsene è fuggire
– e il seguente incombe sul presente
come un dovere, un sacrificio
da compiere alla voglia di morte.
Invecchiando, però,
la stanchezza comincia a farsi sentire,
specie nel momento in cui
è appena passata l’ora di cena,
e per te non è mutato
niente; allora per un soffio non urli o piangi;
e ciò sarebbe enorme
se non fosse appunto solo stanchezza,
e forse un po’ di fame.
Enorme, perché vorrebbe dire
che il tuo desiderio di
solitudine non potrebbe esser più soddisfatto,
e allora cosa ti aspetta,
se ciò che non è considerato solitudine
è la solitudine vera,
quella che non puoi accettare?
Non c’è cena o pranzo
o soddisfazione del mondo,
che valga una camminata
senza fine per le strade povere,
dove bisogna essere disgraziati
e forti, fratelli dei cani.
Da Trasumanar
e organizzar
[53]
Vedo nella notte d’Inghilterra
il cui colore è un
turchino profondo –
per un sentiero erboso,
oltre una steccatella
vanno un uomo e una donna
– affondano
nella notte che avvolge
solo le vicinanze della
loro casa; vanno a piedi,
nel giro d’un breve mondo –
Vicino alla luna il terrore
mi fa scorgere la stella
che vedevo da ragazzo –
il futuro risponde
a chi sa ormai ogni cosa
– da silenzio a silenzio –
Quell’uomo e quella donna
– quanta provincia
e quanta campagna… Troppo
terso è il cielo
sopra la casa. Voi siete
un uomo – lo sento
vedendo quel giovane padre,
che vince
(così lui crede)
la notte – Non datevi pensiero –
[56]
Navigate* in acque oscure
e lontane,
talvolta visibile, talvolta
perso
nelle profondità.
E sono poche settimane
che ve ne siete andato senza
speranza verso
il passato, oltre una strada
di puttane.
Non vi ho visto sparire.
È ancora incerto
che le cose siano così
come io credo. Ma l’anima
ci precede. Essa, mentre
io vi cerco,
già vi ricorda: il
riso di Ninetto
risuona, allegro per quanto
ne può sapere
la memoria, e mi fa venir
voglia di toccarne
il corpo di padre ragazzetto.
Ma questa non è più
una di quelle sere
in cui m’era vicina, come
per l’eterno, la sua carne.
* Vi allontanate
[96]
Come se fossi appena giunto
a Roma,
e trovassi una immensa città
sotto la pioggia,
con quartieri sconosciuti
e inconoscibili,
di cui si sanno leggende
– o di cui parla
uno dei mille treni o tram
che passano lontani,
<appena percettibili>,
la cui parabola
si perde su soglie quasi
ultraterrene,
non so immaginare in quali
strade,
in quali case, con che gente
possa
stare uno come te; da dove
parta
e dove giunga la tua macchina
nel fango;
il forestiero è separato
dal tuo mondo
da un inverno piovoso, troppo
tiepido per lui,
e si guarda intorno come
se atterrito rinascesse.
Da L’hobby del
sonetto
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