Pier Paolo Pasolini
La saggistica
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La polemica "Pasolini
contro Calvino"
Sul libro di Carla Benedetti,
Pasolini contro Calvino.
Per una letteratura
impura, Bollati Boringhieri 1998
di Angela Molteni
Per quanto riguarda il libro
della Benedetti, il succo del discorso sarebbe che Calvino (specie quello
della maturità) fosse astratto dalla realtà, quindi sostanzialmente
"disimpegnato" e invece Pasolini il contrario (detto riducendo drasticamente
i particolari). Le conclusioni a cui approda la Benedetti sono preparate
dalle premesse, "a favore" di Pasolini e "contro" Calvino: il primo uscirebbe
"vincitore" dalla sfida del secolo, secondo la Benedetti; l'altro "sconfitto".
Quello di cui discute la Benedetti non è lo specifico letterario
o storico, ma affronta da militante "antagonista" l'istituzione letteraria
italiana, che avrebbe istituzionalizzato Calvino ed "espulso" Pasolini.
Il tono diventa quindi prevedibilmente quello del pamphlet, dell'arringa.
A lei non interessa dare i termini di una questione, ma schierarsi. Operazione
certo non illecita, anche se sostanzialmente pericolosa: suscita diatribe
che sfiorano il politico, dimenticando la letteratura. Insomma: un libro
polemico, scritto per polemica contro un obiettivo preciso. Ma che non
mette in discussione valori letterari, bensì assunti relativi alla
"figura dell'intellettuale nell'epoca postmoderna". Argomento interessante,
a cui Pasolini e Calvino prestano incidentalmente la maschera semplificante
di polarità opposte, assunte peraltro in un contesto a loro "postumo"
(l'ambientazione della tesi benedettiana è in pieno dentro gli anni
Novanta).
Il processo alle intenzioni
di Italo Calvino, che da morto non può controbattere, si colloca
tra il grottesco e il ridicolo, visto che la materia del contenzioso s'è
ridotta all'opposizione fuorviante tra le supposte "storie di carta e d'inchiostro"
(Calvino) e le altrettanto supposte "storie di carne e di sangue" (Pasolini).
Mi sembra che, assolutizzando e polarizzando in maniera oscena due classici
del nostro Novecento, i critici letterari che in questi ultimi tempi hanno
parlato a dismisura di questo pamphlet, stiano facendo il gioco dell'industria
culturale, che si impossessa di autori sfaccettati e problematici come
Calvino e Pasolini e li rivende impacchettati nelle aure mistificatorie
opposte: "carta e inchiostro", "carne e sangue". Il Pasolini che parla
del cristianesimo (A un papa) è passato sotto silenzio; di
Calvino che racconta i disagi della società industriale (oltre alla
Giornata
dello scrutatore, penso a La nuvola di smog) s'è ricordato
solo Gian Carlo Ferretti.
Qui di seguito, due stralci
dagli interventi di Federico De Melis, "il manifesto" e della stessa autrice
di Pasolini contro Calvino, Carla Benedetti.
Federico De Melis sul "manifesto"
[...] Il volume intorno a
cui si è accesa - senza che nessuno lo avesse letto - un'intensa
polemica giornalistica, non si fonda su una ricostruzione storica, anzi
la ignora volutamente. e non è neppure un libro di critica letteraria
(per quanto contenga parti critiche); si tratta piuttosto dì un
pamphlet in cui Calvino e Pasolini sono presi come esempio di due opposte
idee e pratiche della letteratura.
La stessa chiave di lettura
usata dalla Benedetti non è letteraria, bensì filosofica,
o meglio, filosofico-politica [...] Oltre le polemiche un po' smodate suscitate
sui giornali, il pamphlet di Carla Benedetti Pasolini contro Calvino,
appena uscito da Bollati Boringhieri, mette l'accento bene, riguardo all'ultimo
Pasolini, sulla fine della contrapposizione manieristica di passione e
ideologia, a tutto favore della prima. La quale, lasciata a se stessa,
doveva sfociare nella pura (o impura) dimensione corporea, nella "macchina
sadiana", solo possibile scandaglio, ormai, per le trasformazioni in corso.
La fusione di arte e vita, degna di un grandissimo body-artista innervato
dalla lontana lezione dei decadenti, serviva al Pasolini ultimo per additare
la fine di un'era, fondata sulla mediazione politico-letteraria. Solo cosi
poteva esprimersi un postumo come lui, non nutrendo ambizione ad essere
"inattuale". La carne viva gli era troppo cara, seppure amara, per divenire
oggetto filosofico. Mentre Calvino si allontanava in mongolfiera: il mondo
si assottigliava, spariva entro categorie e tassonomie e combinazioni lucidissime.
Ha ragione la Benedetti: gli era connaturale da lassù mantenersi
integro "dentro" la società letteraria. Si ritraeva marcando presenza.
Il suo personale genio gli permetteva di mimetizzarsi, volare con un fascio
di bozze in mano da correggere in fretta, perché sentiva i loro
giorni contati. E' vero: lui moriva "dentro" il libro, Pasolini no. Nella
notte di Ostia non aveva libri in mano, ma forse solo visioni di una vita
nuova, che non gli apparteneva però.
Carla Benedetti sulla "Repubblica"
[...] Quel che più
mi ha colpito della polemica che nelle scorse settimane ha accompagnato
l'uscita del mio libro Pasolini contro Calvino è la vivacità
dei toni, oggi davvero inusuale per una discussione attorno alla letteratura.
La prima impressione che se ne poteva avere è che di colpo si fosse
sollevato un coperchio tenuto a lungo sotto pressione. Evidentemente in
gioco non c'è solo una faccenda di corsi e ricorsi delle mode culturali,
di "classici minori" prima gonfiati e poi sgonfiati, come qualcuno ha scritto.
Non credo ad esempio che un saggio contro Moravia (per nominare uno scrittore
che ebbe pari fortuna) avrebbe provocato reazioni analoghe. La verità
è che con Calvino si va a toccare un punto nevralgico, ancora vivo
e scoperto, dì questa nostra tarda modernità: la pretesa
morte della letteratura, data come un destino ineluttabile, e in nome del
quale si celebra la riconciliazione tra letteratura e industria culturale.
Ma è un punto che molti non sono disposti a toccare davvero, a cominciare
da un "anticalviniano storico" come Giovanni Raboni, che da anni esprime
riserve sulla "grandezza" di Calvino, ma che in questa occasione è
intervenuto più per frenare il dibattito che per arricchirlo di
argomenti. Egli ha persino lamentato che sia venuto meno il "principio
di autorità" che consentirebbe ad alcuni, e non ad altri, di criticare
Calvino e, indignato contro il giornale che ha dato il "la" alla
discussione, ha lasciato la sua rubrica domenicale sul "Corriere".
Così l'altra impressione
che la polemica ha dato è esattamente contraria alla prima: e cioè
che quel coperchio lo si volesse richiudere immediatamente, con qualsiasi
mezzo, persino con autoritari richiami all'ordine. In certi casi si è
addirittura derogato all'abituale galateo delle pagine culturali per sparare
direttamente su chi ha osato "criticare un grande", sui "baldi giovanotti"
sprovvisti di qualifica (ancora Raboni su "Sette"), che menano "maramaldeschi
fendenti" (Davico Bonino su "Tuttolibri"), che fanno "uscite
terroristiche" (Asor Rosa sulla "Repubblica"), contrarie alla "moralità"
(Giovanardi su "L'Espresso"). E il buffo è che per l'occasione hanno
finito per ritrovarsi dalla stessa parte le voci più diverse, anche
quelle abituate a farsi (o a fingere di farsi) la guerra tra di loro.
A frenare ulteriormente
il dibattito, dirottandolo su un binario morto, è stato poi lo stereotipo,
agitato da molti, di un Calvino tutto forma e costruzione di contro a un
Pasolini tutto vita e passione (una finta opposizione che blocca da anni
ogni discorso critico su questi due scrittori, che nel mio libro ho cercato
in ogni modo di spazzare via. e che mi sono vista addirittura attribuire).
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