...

La saggistica

"Pagine corsare"
Saggistica

La pietà e l’edonè. Pasolini e la televisione
di Agostino S. Cardanelli, http://cinema.supereva.com/
 

In un articolo pubblicato sul “Corriere della Sera” pochi giorni prima della morte, Pier Paolo Pasolini lancia due “modeste proposte per eliminare la criminalità in Italia”: l’abolizione immediata della scuola dell’obbligo e l’abolizione immediata della televisione. In questo articolo, Pasolini, prendendo spunto dal massacro del Circeo compiuto da un gruppo di tre giovani neofascisti della Roma bene e da altri fatti violenti occorsi negli stessi giorni nella capitale a opera di proletari e sottoproletari, torna a parlare, come gli capita di fare sempre più spesso, di quella rivoluzione antropologica che avrebbe mutato radicalmente la società italiana negli ultimi quindici anni, compreso l’ambiente delle borgate romane, da lui stesso descritto nei romanzi Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959) e nei film Accattone (1961) e Mamma Roma (1962).

“È stata la televisione – scrive Pasolini – che ha, praticamente (essa non è che un mezzo) concluso l’era della pietà, e iniziato l’era dell’edonè. Era in cui dei giovani insieme presuntuosi e frustrati a causa della stupidità e insieme dell’irraggiungibilità dei modelli proposti loro dalla scuola e dalla televisione, tendono inarrestabilmente ad essere o aggressivi fino alla delinquenza o passivi fino all’infelicità (che non è una colpa minore)”.

Pasolini vede negli ultimi quindici-venti anni della storia italiana, corrispondenti al processo di modernizzazione del paese, la messa in atto di quello che in altri suoi articoli definisce un vero e proprio genocidio, perpetrato con arrogante cinismo e insensibile brutalità dal potere democristiano. Paradossalmente, il partito cattolico alla guida del paese da trent’anni è indicato come il principale responsabile di una profonda e irreversibile opera di scristianizzazione, resasi manifestata con la cancellazione di ogni esperienza del sacro dal tessuto sociale e con la perdita di ogni sentimento di pietà e carità.

Per Pasolini, qualsiasi traccia di cultura irrazionale, arcaica, mitica, religiosa, conservatasi immutata nei secoli all’interno delle classi sociali più umili, è stata spazzata via di colpo dalla nascita della società dei consumi e dalla diffusione tentacolare, che non ha risparmiato nessuno, di modelli di vita piccolo borghesi basati sull’edonismo. Anche nelle classi apparentemente estranee a tali modelli, come il sottoproletariato urbano romano, Pasolini ne denuncia l’avvenuta assimilazione, che conduce alla tragica conseguenza di rendere indistinguibili i comportamenti violenti e criminali di matrice neofascista da quelli di origine proletaria.

“Se dunque i progressisti hanno veramente a cuore la condizione antropologica di un popolo – continua Pasolini – si uniscano intrepidamente a pretendere l’immediata cessazione delle lezioni alla scuola d’obbligo e delle trasmissioni televisive. Non sarebbe nulla, ma sarebbe anche molto: un Quarticciolo senza abominevoli scuolette e abbandonato alle sue sere e alle sue notti, forse sarebbe aiutato a ritrovare un proprio modello di vita”. Se per Pasolini l’istruzione di massa italiana rappresenta “una scuola di iniziazione alla qualità di vita piccolo borghese”, la televisione costituisce il luogo in cui tale modello di vita si ritualizza nel culto quotidiano dell’edonismo e del consumismo, dunque, in una delle armi impiegate dalla classe dominante per mettere in atto il genocidio di un’intera cultura.

Nel discorso portato avanti da Pasolini, influenzato dalla critica radicale all’industria culturale della Scuola di Francoforte, la televisione svolge un ruolo estremamente negativo. Da questo punto di vista, per verificare in maniera diretta la forza provocatoria delle sue prese di posizione risulta di grande interesse il film di montaggio Il rito del degrado. Pasolini e la televisione, realizzato da Roberto Chiesi per il Centro Studi-Archivio Pier Paolo Pasolini e presentato al Gabinetto Viesseux di Firenze il 25 ottobre 1975, nell’ambito delle celebrazioni per il trentennale della morte. L’antologia delle più significative apparizioni televisive di Pasolini offre uno spaccato in presa diretta della riflessione dell’autore sulla società italiana, spesso marcata da venature profetiche. Il film alterna brani più celebri ad autentiche rarità, coprendo l’arco temporale 1966-1975: dal documentario Pasolini l’enragé (Pasolini l’arrabbiato) di J.-A. Fieschi nella storica serie francese dei Cinéastes de notre temps fino a una toccante intervista concessa a un’emittente transalpina pochi giorni prima della morte, in cui è ribadita l’assoluta perdita di speranza dell’autore circa il destino del suo paese.

Nei molti brani presentati emerge una conflittualità nell’utilizzo pasoliniano del mezzo televisivo: da una parte l’attacco frontale e la denuncia di quello che è considerato come uno strumento di mistificazione e strumentalizzazione; dall’altra lo sfruttamento di quello stesso mezzo, anche se in forma occasionale e non sistematica, per portare avanti la sua riflessione sociologica e antropologica. Al di là delle apparizioni in programmi televisivi, in tutto circa una trentina, i prodotti più interessanti di questo rapporto, documentati da brevi spezzoni anche nella raccolta antologica, restano ancora oggi i film realizzati sotto forma di appunti, che per il loro stesso carattere di abbozzi incompiuti meglio si prestavano alla fruizione su piccolo schermo: Appunti per un film sull’India (1968) e Appunti per un’Orestiade africana (1969) realizzati in previsione di un più ampio e mai realizzato Poema sul Terzo Mondo, e Le mura di Sana’a (1971), documentario in forma di appello all’Unesco contro la selvaggia distruzione della struttura medievale della città yemenita. Soltanto due furono trasmessi dalla Rai, che invece rifiutò di mandare in onda il più lungo articolato film sull’Orestiade, a conferma di una tensione mai assorbita tra Pasolini e gli apparati televisivi, già all’epoca accusati di essere ostaggio dei partiti politici.

Pasolini ricorre al mezzo televisivo per mettere in atto un forma di comunicazione stilisticamente impura, dal carattere occasionale, estemporaneo e frammentario; un modus operandi al centro dell’intera produzione di questi anni, che trova la sua espressione più radicale nel postumo Petrolio (1991), opera costruita su una serie di appunti, incompiuta dunque, ma strutturalmente concepita per essere tale, proprio come i film appena citati. Un bisogno di comunicazione immediata spinge Pasolini alla ricerca di forme di espressione non codificate, nell’intento di rompere la separatezza tra produzione artistica ed esperienza diretta delle cose, tra riflessione e azione. Il suo operare nella società si fa sempre più immediato e svincolato da necessità formali, con il film o il romanzo costruito per appunti, oppure con la poesia in forma di comunicato stampa (in Trasumanar e organizzar, 1971), o ancora con articoli polemici, scandalosi, provocatori dedicati all’attualità politica e sociale, pubblicati sul “Corriere della Sera” e “Il Mondo” e subito raccolti negli Scritti corsari, 1975, e nelle postume Lettere luterane, 1976.

Dunque, il Pasolini che si autodefinisce corsaro e luterano, costruendosi un ruolo di personaggio scandaloso, non può che entrare in rotta di collisione con il prevalente conformismo di linguaggi, formati e contenuti della televisione. Se i suoi film sotto forma di appunti lasciano soltanto intravedere le fruttuose potenzialità  di una collaborazione (quella che in questi stessi anni Rossellini riesce a portare avanti con continuità), le non troppo frequenti comparsate di Pasolini in programmi televisivi finiscono per sancire la definitiva impossibilità di questa collaborazione, a causa di un limite che agli occhi dell’autore appare connaturato al mezzo stesso. La questione emerge con estrema chiarezza in uno dei brani antologizzati da Chiesi, nel quale, invitato da Enzo Biagi e dire ciò che vuole per dimostrargli la libertà di cui sta beneficiando, Pasolini risponde con queste parole: “Di fronte all’ingenuità o alla sprovvedutezza di certi spettatori io stesso non vorrei dire certe cose. Quindi mi autocensuro. Ma a parte questo, è proprio il medium di massa in sé... nel momento in cui qualcuno ci ascolta nel video ha verso di me un rapporto da inferiore a superiore, che è un rapporto spaventosamente antidemocratico”.

 

.


Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998
.
 

La pietà e l’edonè. Pasolini e la televisione, di Agostino S. Cardanelli

Vai alla pagina principale