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L'attualità ,
spesso, si diverte a prendere a calci la fantasia, umiliandola, banalizzandola.
E la cronaca, quando è nera ancor di più, di questo è maestra, pur se
nulla vi sarebbe da vantarsi.
Così accade che pochi mesi dopo l'uscita di un libro che ripercorre, in sottofondo, la storia finale di Pier Paolo Pasolini, Pino Pelosi - colui che secondo la giustizia, quella stessa giustizia che ha stabilito che per piazza Fontana non vi siano colpevoli, ha ucciso il poeta e regista nel novembre 1975, come recita la sentenza di primo grado, in collaborazione con ignoti -, ritratti. O meglio, fornisca una versione che si avvicina molto, forse troppo, a quella del libro. Coincidenze, null'altro, è ovvio. Coincidenze che rendono ancora più reale, e sofferente, quel parto della fantasia che è Fútbol bailado, romanzo di Alberto Garlini che, fossimo in un paese serio, sarebbe stabilmente ai vertici delle classifiche di vendita ed invece, in questa penisola dove chi legge è guardato storto, langue in quarta fila. Se fossimo in Brasile, addirittura, ve ne sarebbe una copia in ogni casa, per la tematica trattata. Che è, lo indica chiaramente il titolo, il calcio, il fútbol. Non il football, troppo duro il suono inglese per adeguarsi al gioco di Francesco Ferrari, il protagonista di queste 477 pagine. Fútbol, alla spagnola, armoniosamente, dolcemente. Bailado, ballerino. Una danza con il pallone. Roba da brasiliani, appunto. Da Garrincha, da passeri. Da fuoriclasse. E Francesco Ferrari lo è. Un campione vero, pulito, che non può peccare né sentirsi in colpa perché gioca troppo bene, uno di quelli che giocano per il pubblico e per il divertimento. Più per quest'ultimo, a dire il vero. Il risultato? Non ha alcuna importanza, è un incidente secondario. È il gesto tecnico l'essenza del gioco, un gesto da svolgere a ritmo lento, blandendo il pallone, carezzandolo. Non serve la potenza, quando si ha il controllo. Quando si può indirizzare la sfera di cuoio dovunque si voglia, lasciandola danzare nell'aria, dopo il colpo, sino a vederla depositarsi in rete, alle spalle dei portieri, che si fermano ad applaudire. Ma questo, seppure in poesia, è ancora football. Per diventare fútbol deve uscire dallo stadio, dal rettangolo bianco che ne delimita le possibilità e che lo ingabbia con le sue regole. Perché il fútbol bailado è come una specie di fiume che non si può arginare: gli uomini possono stringere gli argini, possono togliere la ghiaia e pensare di farla franca, ma il fiume prima o poi la fa pagare: alla prima pioggia insistente, trasborda, sconfina, inonda, contagia. E così fa il fútbol, che si gioca dove cade il pallone. Nelle piazza, negli autogrill, in posti irregolari. Posteggi, strade in disuso, boschi di mele, aiuole davanti ai monumenti. Cortiletti interni dei palazzi. Ad Assisi, a Siena, una partita di due giorni, a Porzûs, commemorando l'eccidio partigiano. [...] Il fútbol bailado invece è puro. E con la sua purezza lega l'uno all'altro i diversi momenti del libro, le diverse storie che si intrecciano, a volte confondendo realtà e fantasia, riportando alla mente la stagione di quando ci si credeva, ci si illudeva, tutti puri. La stagione dell'Italia mundial, dell'Heysel, che ruppe l'ultima falsa ingenuità , del calcio-scommesse, di Pasolini. Ed è proprio il poeta e regista ad essere protagonista di alcuni passaggi del libro, narrati con sapienza da documentarista. La giovinezza, l'adolescenza, la scoperta dell'altro e della passione, l'amore infinito per il cinema, spezzata nei suoi film, e per il calcio. Quel calcio che sarà presente anche nell'ultima sera della sua vita, sul lungomare di Ostia. "Oggi è il 2 novembre, è mezzanotte, siamo a Ostia e abbiamo una partita da giocare...". Così parlando il ragazzino calcia il pallone in mezzo alla congrega degli assassini, dei terroristi, dei marchettari. Il pallone vola alto, altissimo, fino al nero del cielo e ricade esattamente in mezzo al gruppo. E gli assassini, i terroristi, i marchettari guardano la sfera come se fosse un'apparizione ultramondana. La calciano increduli per la sola ragione di saggiarne la consistenza materiale. È vera, risponde come dovrebbe, è una palla di cuoio a scacchi bianchi e neri. Un calcio tira l'altro e a Ostia, il 2 novembre a mezzanotte si gioca una partita di calcio. Per pochissimi istanti ma si gioca. [...] Tutti capiscono immediatamente la fine, il momento in cui la morte viene a reclamare i suoi diritti: un tiro a vuoto del ragazzino dalla tuta blu finisce in un canaletto senza che Pasolini corra a raccoglierlo. Vincenzo e il ragazzino se ne vanno via, insieme. Quando non sono che ombre confuse nella nebbia, come in un rito religioso, in un silenzio di erbe e lune grigie, Pasolini viene massacrato. I diversi piani del romanzo si compongono pagina dopo pagina. Distraggono il lettore dalla retta lettura. Lo conducono ad Assisi, là dove san Francesco predicava agli uccelli, a Porzûs, a rivivere la strage sistematica compiuta da alcuni partigiani ai danni di altri partigiani, sul set dei film di Pasolini, nei campi di calcio, a Saintes-Maries-de-la-Mer, meraviglioso angolo di Provenza dove il mare ed il cielo si riuniscono, a Ronda, in Spagna, dove si svolse il massacro narrato in Per chi suona la campana. È un percorso ad ostacoli, dove si affacciano più personaggi in una storia che, iniziata nel marzo 1975 a Parma, si conclude nell'ottobre 1982 a Ronda, con una postilla torinese nove anni più tardi. Avanti e indietro nel tempo il lettore è accompagnato dolcemente, quasi tenuto per mano affinché non si smarrisca. Ed è proprio questo uno dei pregi migliori del libro. Il ritmo, che avvinghia dalla prima all'ultima pagina, zigzagando tra i diversi rivoli delle storie, senza perdere mai di vista il traguardo finale [...]. [http://elsinore.splinder.com/ 13 maggio 2005] * * * Ho chiuso il romanzo di Garlini (Fútbol bailado, Sironi Milano 2004) un paio di settimane fa, e ho dovuto aspettare che le impressioni in parte alate e in parte abissali che mi ha lasciato si depositassero da qualche parte, prima di riuscire a decifrarle. Una difficoltà simile a proferir parola su una mia lettura me l'hanno lasciata solo due libri prima d'ora: Memorie del sottosuolo di Dostoevskij e Il maestro e Margherita di Bulgakov, e si tratta di due libri non privi di punti in comune con questo. In Fútbol bailado c'è un personaggio che racconta al modo dell'uomo del sottosuolo, pur senza comparire mai: al di sopra del protagonista (omonimo dell'autore) e delle narrazioni autonome degli altri personaggi (fra i quali Pasolini, un calciatore mistico, un artista innamorata della luce, un cupo terrorista nero idealista, San Francesco, una pletora di figuranti) c'è questo "autore implicito", un'entità estranea alla storia narrata ma in possesso di tutte le sue chiavi interpretative. Con Il maestro e Margherita, Fútbol bailado condivide la rappresentazione allegorica di una realtà caotica e irriducibile a discorsi ragionevoli e sintatticamente bene ordinati. La trama è complessa e aggrovigliata. Mi limito ad alcune indicazioni generiche: l'infanzia di Pasolini e la partecipazione di suo fratello alla Resistenza; una partita di calcio fra la troupe pasoliniana di Salò e quella bertolucciana di Novecento; la morte di Pasolini; lo scandalo del calcio scommesse del 1980; il Mundial del 1982. Attorno a queste date e a questi eventi si sviluppano le storie dei personaggi principali, di cui Garlini ricostruisce biografie più o meno sviluppate nei particolari, ma che passano sempre per i punti critici della vita umana: l'infanzia, l'adolescenza, la maturità e, per alcuni, la morte. Tutte queste vite si intrecciano l'una con l'altra fino a formare una sorta di saga famigliare, se pure di una famiglia formata da vincoli più spirituali che di sangue. Nonostante l'abbondanza di dati reali, Fútbol bailado è un racconto più mitologico che realistico, dove gli eventi storici e le vicende dei personaggi sono caricati di significati paradigmatici. Pasolini rappresenta un ideale di santità laica capace di spingersi fino al sacrificio di sé. Francesco Ferrari - il calciatore-mistico che restituisce tutto il ricavato della sua attività professionistica per dedicarsi a coltivare un calcio ideale nelle piazze e nelle squadre dilettanti di periferia - non è un personaggio realistico, ma il simbolo di un desiderio di pulizia morale. Gli anni Settanta non sono solo gli storici "anni di piombo", ma anche il sogno (infranto) di un'Italia sprovincializzata e ricca di fermenti vitali, artistici, morali. La materia narrata a volte assume un valore simbolico che definirei senz'altro religioso, trasformandosi in una vera e propria agiografia di un’umanità santa e perfetta che vive più nei sogni e nelle speranze dell'autore (implicito o meno) che nella realtà : il fútbol bailado eponimo, una sorta di calcio comunitario giocato con francescana gioia e purezza di spirito nelle piazze dei paesi; un'installazione perfettamente riuscita che suscita nei visitatori di una mostra sentimenti di pace universale e appartenenza spirituale a un'ipotetica comunità umana; la nascita di un figlio dall'unione "in camera caritatis" fra l'artista e il calciatore-mistico morente. D'altra parte, però, non manca una rappresentazione molto cruda e diretta della negatività da cui nascono gli slanci idealizzanti di cui sopra: la vita misera e violenta delle periferie di trent'anni fa; la cattiveria atroce dei poveri e quella travestita da trasgressione dei ricchi; la sanguinarietà del potere e del terrorismo; lo sgomento e il senso di colpa di fronte all'insensatezza della vita e della morte. Il romanzo di Garlini ondeggia costantemente fra un realismo cupo e disperato e un simbolismo luminoso e ricco di speranza, fra un'attrazione quasi nichilista verso l'abisso dell'insignificanza e il desiderio di trovare nelle vicende umane un elevato senso morale. Anche questa tensione ricorda l'uomo del sottosuolo che urla e strepita contro i vizi e le ipocrisie individuali e collettive della sua epoca, ma poi dichiara di non voler credere che gli uomini siano destinati a compiere soltanto il male. Bulgakov estende questo desiderio di bene perfino al diavolo. Nella resa narrativa di questa oscillazione tra male naturale e bene ideale, la prosa di Garlini è nettamente più efficace e credibile quando lavora sul lato dell'abisso, mentre si riveste di una patina didascalica e melodrammatica quando si sposta dall'altro lato. Le miserie umane, il dolore e il senso di colpa, la violenza e la morte sorgono spontaneamente dalla storia narrata, come in un racconto naturalistico, mentre le aperture ai significati elevati e idealizzati oscillano fra un sentimentalismo un po' laccato e tirate al sublime un po’ forzate e romanticheggianti. I personaggi sono molto umani quando si muovono nelle bolge infernali della miseria e della violenza, mentre assumono posture un po' ieratiche e imbalsamate quando si incamminano verso il paradiso. D'altronde si sa che rendere narrativamente il lato buono della vita umana schivando la melensaggine è un'impresa estremamente difficile, e forse l'unica strada per arrivarci è davvero quella di affidare le buone azioni e gli ideali positivi ai diavoli e alle streghe. A me sembra che questa differenza di resa stilistica indichi anche una differenza di rapporto fra l'autore e la materia narrata. Mi pare che i temi della santità e della tensione umana verso l'eterno, il vero, il giusto siano per Garlini un mito, forse un mito generazionale, e comunque più la rappresentazione di un desiderio che non di un'esperienza. Per contro, mi pare che la materia "truce" e in modo particolare la violenza naturale della vita e il senso di colpa di fronte alla morte siano temi che scaturiscono direttamente da frammenti di vita vissuta. Il fatto che l'autore tratti la santità con un registro narrativo alquanto sovraccarico e leggermente in falsetto, poi, mi fa pensare che questo desiderio di bontà e di pulizia non abbia una presa sicura sulla coscienza, ma sia inserito a forza nella narrazione con un intento giustificatorio, quasi a dire “ehi, considerate che io, il narratore, non sono privo di pensieri elevati, e se questa materia che vado raccontando è orrenda e ricolma di miserie non è colpa mia.... Per concludere, dato che io sono quasi sicuro che Garlini non abbia detto in questo libro tutto quello che aveva da dire, scommetto che ne scriverà altri, e mi permetto di esprimere la speranza che nei prossimi arrivi a separare completamente la sua naturale inclinazione all'abisso dall'artificiosa rincorsa al sublime. Che decida una volta per tutte, insomma, se vuol essere un uomo del sottosuolo o un buon diavolo. [Fútbol bailado di
Alberto Garlini, recensione di Luca Tassinari, http://letturalenta.net,
8 novembre 2005]
Alberto Garlini è nato a Parma nel 1969 e vive a Pordenone. Nel 2001 ha pubblicato una raccolta di poesie: Le cose che dico adesso, Nuovadimensione. Nel 2002 ha pubblicato con Sironi il romanzo Una timida santità , vincitore del Premio Vigevano 2003. Collabora alle pagine culturali del «Messaggero Veneto». È tra i curatori della manifestazione culturale Pordenonelegge. |