Saggi
 

"Pagine corsare"
Quando giocava Pasolini…
di Giancarlo Susanna


"Pasolini mangiava poco," scrive Piccioni, "non beveva alcolici, non fumava. Era un uomo sportivo nel vero senso della parola. L'abitudine al moto, alla corsa, era nata spontanea nella sua infanzia itinerante, rafforzata dalle successive, diverse gioventù: quella ludico-vacanziera del Friuli e quella liceale-universitaria di Bologna". 

E Ninetto Davoli ricorda in un'altra pagine: "Lo chiamavamo Stukas per quel suo modo di scattare sulla fascia e quella corsa bruciante. Nelle partite che giocavamo, lui era quasi sempre il più in forma. Aveva un fisico perfetto, nerboruto, mai un chilo di troppo addosso. A pallone era come un ragazzino, uno di noi. Il calcio era il suo sport preferito, dopo veniva la boxe, anche se non frequentava il ring come gli stadi".

Seguendo il filo critico-narrativo dello sport nella scrittura e nella vita di Pasolini - dal pallone sempre presente in Ragazzi di vita e Una vita violenta all'intervista ai giocatori del Bologna in Comizi d'amore, dalle partitelle sui campi di periferia a quelle con la nazionale dello spettacolo, dalla polemica sulle "mille coree" augurate alla nazionale italiana con Arpino all'intervento sul ciclismo nel Processo alla Tappa di Zavoli - Piccioni traccia dello scrittore un ritratto vivido e brillante.

Tanto più interessante perché diretto - Pasolini ci parla attraverso i suoi scritti - e corale - gli interventi di quelli che gli erano amici o l'hanno incontrato sono illuminanti. Piccioni raccoglie una nutrita serie di testimonianze dell'epoca: articoli, interviste e voci si dipanano a sostegno di una tesi che si chiarisce nelle ultime battute del libro: "Certo il Pasolini calciatore sorrideva di più, si divertiva di più, scherzava di più di altri Pasolini. Però il suo calcio, partite su partite, gol che non arrivano, arrabbiature che non finiscono con un'azione di gioco, somiglia ad altri Pasolini, perennemente alla ricerca di qualcosa che sfugge, che scappa via: un linguaggio, una strada per comunicare, un genere umano. L'amico pallone lo aiuta più di tanti altri: qui non c'è nessuna abiura, nessuna resa. Poi l'ultimo viaggio verso l'ultimo campo.
 

Valerio Piccioni, giornalista, nel 1983 segue i Mondiali di atletica in Scandinavia per «Paese Sera», dove ha cominciato la sua carriera. Dal 1990 lavora a «La Gazzetta dello Sport». Ha seguito più volte il Giro d'Italia e il Tour de France. Letteratura e sport sono tra le parole che ama di più: tutto questo ha reso inevitabile il suo incontro con Pier Paolo Pasolini



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