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La saggistica

"Pagine corsare"
Saggistica

Pier Paolo Pasolini, giornalista corsaro
di Massimo Candotti, gennaio 2003
Dalla tesi di laurea del corso di Teorie e Tecniche del Linguaggio giornalistico
tenuto dal prof. Raffaele Fiengo, Università di Padova

Un lavoro che fornisce alcuni strumenti di comprensione rispetto alla scelta
operata da Pier Paolo Pasolini negli anni settanta di collaborare con il "Corriere della Sera",
il più importante quotidiano italiano ma anche il più potente giornale della borghesia.

Tra il gennaio del 1973 e il febbraio 1975 Pasolini scrive una serie di interventi sul Corriere della Sera per la rubrica “Tribuna Libera”. A “invitarlo” è il direttore Pietro Ottone, in carica dal marzo del 1972. 

In questi articoli, di argomento sociale e politico, l’autore elabora una nuova strategia retorica per coinvolgere i lettori e farli riflettere sulle sue posizioni. Pasolini riesce a dare evidenza fisica e retorica a quello che dice. Le sue lucciole, i suoi capelloni, servono a creare immagini forti che simboleggiano concetti più ampi e li imprimono nella mente del lettore. Un altro elemento peculiare di questi articoli è la loro verve, la passionalità che trasmettono. Come ammette egli
stesso, Pasolini è scandalizzato. Il suo atteggiamento nei confronti dei temi trattati vuole essere tutt’altro che imparziale. Attraverso frasi brevi, taglienti e aggettivi duri comunica al lettore tutta la rabbia e lo sbigottimento che i fatti e i comportamenti dibattuti suscitano in lui. 

Gli articoli scritti sul Corriere verranno raccolti, assieme ad altri interventi come quelli sul “Tempo” o su “Paese Sera” nell’ultimo libro pubblicato dall’autore: “Scritti Corsari” (1975).

Ecco un estratto, da un articolo del Corriere del 26 giugno 1974, che rende bene in
concetto di etica giornalistica pasoliniana: 

"lo non ho alle mie spalle nessuna autorevolezza: se non quella che mi proviene paradossalmente dal non averla o dal non averla voluta; dall'essermi messo in condizione di non aver niente da perdere, e quindi di non esser fedele a nessun patto che non sia quello con un lettore che io del resto considero degno di ogni più scandalosa ricerca." 
L’Autorevolezza non deriva dalla messa in mostra di orpelli accademici, razionalismo o obiettività scientifica. Ciò che lo rende credibile è la sua onestà intellettuale il fatto che, sia pur da un personalissimo punto di vista, egli si dedica alla critica senza pregiudizi morali o velature ideologiche. In lui non c’è pretesa di imparzialità, ma una presa di posizione indipendente da qualsiasi motivazione che non sia quella dettata dalla propria sensibilità personale. Pasolini è il classico esempio di intellettuale illuminato che lancia il suo sguardo critico sulla società. I suoi articoli partono sempre dall’analisi di un singolo fatto o carattere sociale per poi aprirsi ad una più ampia analisi della società e della situazione politica italiana. Nel corpus di articoli raccolti in ”Scritti Corsari “, si possono notare alcuni temi ricorrenti, delle nozioni-cardine sulle quali l’autore costruisce le sua analisi globale. Questi temi sono: l’edonismo, la società dei consumi,
la Chiesa, il Pci, il mondo contadino.
 

Pasolini giornalista: gli esordi

Nel 1957 Pasolini esordisce come inviato del settimanale del Pci “Vie Nuove” al festival della gioventù di Mosca. Ben lungi dal voler esaltare gli aspetti più canonici del paese socialista, racconta la Russia come un mondo ancora rurale, di gente semplice, non troppo dissimile dal suo Friuli e dal Veneto. Questi resoconti, seppur poco ortodossi, colpiscono lettori e redazione, tanto che nel maggio del 1960 Pasolini si inserisce stabilmente nelle pagine di “Vie Nuove”, attraverso la rubrica “Dialoghi con Pasolini”. Scrivendo sul settimanale popolare del PCI, egli si trova di fronte un pubblico abbastanza ristretto e fortemente connotato in senso politico e ideologico.

Perché fu assunto? Certamente non solo per i suoi resoconti dalla Russia. “Vie nuove” è un giornale fedele alla linea del partito dal quale Pasolini era già stato espulso. Egli tuttavia costituisce un prezioso catalizzatore di opinioni; con la sua sola presenza, con il suo solo nome scatena interesse e reazioni da parte del pubblico. È un interlocutore non allineato e forse spiazzante, ma di sicuro molto stimolante per quel pubblico così abituato ad un giornalismo unilaterale. “Vie Nuove”, fin dal 1946 anno in cui Longo fondò la testata, ha sempre puntato molto sul dialogo con i lettori, lo ha sempre considerato un suo punto di forza. 

Pasolini nell’accettare l’incarico si mostra perplesso “Ho accettato - dice - , ma non so bene ancora che cosa ho accettato”. Pasolini è garantito dall’insieme in cui si trova ad operare, da quel repertorio di cultura impegnata del dopoguerra di cui sono impregnate le pagine del giornale. Progressismo, antidecadentismo, disciplina, visione socialista, sono tutte le componenti canoniche della cultura di “Vie Nuove” in cui si muove la rubrica dialettica di Pasolini. La direttrice Macciocchi introduce questo elemento irregolare, ma ne mette in luce gli aspetti di continuità con la linea presentandolo come: “Uno scrittore impegnato nel modo più combattivo possibile, perché pone al centro delle sue opere un asse ideologico progressista e tendenzialmente socialista (…) abbiamo scelto lo scrittore più fieramente avverso all’improvvisazione, la dilettantismo, all’indisciplina, alla slealtà intellettuale” (articolo del 22 maggio1960).

La direttrice tenta di tranquillizzare il pubblico più intransigente: in realtà poi Pasolini uscirà
volentieri dal sentiero tracciato per lui, anche se rimarrà ben all’interno del movimento,
accettando le condizioni del dialogo.

Non mancarono nella sua assunzione, risvolti di pura strategia politica. Quando, all’inizio
degli anni sessanta, il partito volle aprire il dialogo con i cattolici Pasolini recitò un ruolo
molto importante. Egli, così vicino al cattolicesimo come sentimento, ma allo stesso tempo
così lontano dal cattolicesimo come istituzione, era perfetto per stabilire un contatto con
l’uditorio cattolico senza dare l’idea di fare concessioni all’apparato istituzionale del Vaticano.

Rispetto a questi esordi la prospettiva pasoliniana cambierà radicalmente negli “Scritti Corsari” degli anni settanta. Per tre motivi di fondo. Il primo è che sono passati dieci anni, dieci anni in cui la società italiana è profondamente cambiata. Come Pasolini stesso non mancherà mai di sottolineare la società, il costume e lo stesso partito comunista non sono più gli stessi dei primi anni sessanta. Il secondo motivo è di carattere interiore, la sua esperienza di vita gli ha fatto maturare in questi dieci anni un forte senso di estraneità e di rifiuto di tutta la società civile, così mostruosamente modificata dalla filosofia del consumo.

Il terzo motivo, quello più prettamente giornalistico, è che egli non scrive più su un periodico di partito, ma anzi su una testata tacciata di essere padronale e anti-operaia. Egli ora, non si sente più responsabile di fronte a nessuno, se non a se stesso. Il suo pubblico non è più quello rigidamente ideologizzato di “Vie Nuove”, ma un pubblico più vasto ed eterogeneo. Pasolini, più che rispettarne e, in minor parte, condividerne i valori, sembra sentire l’impulso di destarlo dal suo torpore, informarlo, scandalizzarlo. Non ci sono più aspetti comuni da sottolineare come fece la Macciocchi, e nemmeno valori intoccabili da rispettare; egli è libero di seguire il suo animo di fustigatore e accusatore dei mali della società.
 

Note su Piero Ottone, il direttore
che ha aperto le porte del Corriere a Pasolini

Ottone assume la guida del Corriere il 3 marzo del 1972, dopo che il suo predecessore, Giovanni Spadolini, è stato licenziato in maniera alquanto brusca e immotivata. Un licenziamento che per le sue modalità di attuazione suscita molte perplessità all’interno della redazione del Corriere che entra in sciopero e ottiene un accordo che, in casi del genere, obbliga la proprietà a consultare prima il Comitato di Redazione. Perché viene assunto Ottone? Forse perché Giulia Maria Crespi reputa Spadolini troppo di destra o forse (come sostiene lo stesso Spadolini) proprio per preparare e sostenere l’ascesa di un governo di centro-destra. All’epoca infatti Ottone non figura certo come filocomunista, ma piuttosto un liberale conservatore. Ad ogni modo, lo scopo dichiarato della direzione Ottone è quello di una informazione “indipendente” ed obiettiva volta soprattutto a conquistare lettori. Gradualmente il giornale si aprirà, grazie alla rubrica della Tribuna, anche a pensatori di sinistra, tra i quali, appunto, Pier Paolo Pasolini. 

Questa linea editoriale fu contestata dalla borghesia milanese, ma l’allargamento del pubblico del Corriere non mancò di dare i suoi frutti. Le vendite, infatti, aumenteranno. “Ottone - scrive
Bocca su Prima Comunicazione nell’ottobre del 1976 - deve fare un giornale che non dispiace ai comunisti e neppure ai democristiani, che non procura grane a Cefis ma neppure ad Agnelli, che non si mette contro la finanza di stato da cui Rizzoli riceve i prestiti, ma che non può attaccare quella privata di cui Rizzoli resta comunque un rappresentante. Diciamo, un giornale senza più una politica, che non sa più dove mirare, che riempie la prima pagina di editoriali di sociologi e romanzieri”.
 

La nascita della società dei consumi: l’”articolo delle lucciole”

l concetto cardine da cui muove l’analisi sociologica e politica di Pasolini è l’avvento della società dei consumi e lo stravolgimento dei valori che ha messo in opera. Tutti i fenomeni sociologici e politici, dal ’68 alle stragi di stato, vengono interpretati alla luce di questo cambiamento strutturale della filosofia di vita degli italiani. Il manifesto di questo schema di pensiero lo si può indicare nel famoso “articolo delle lucciole”, uscito sul Corriere il primo
febbraio del 1975 con il titolo “Il vuoto del potere in Italia”. Qui l’autore fa una breve, ma
illuminate analisi del periodo storico tra la fine del fascismo e gli anni settanta, usando come metro di scansione temporale le lucciole, scomparse dalle campagne a causa dell’inquinamento nei primi anni sessanta.

Prima di cominciare ad analizzare più dettagliatamente questa scansione, vale la pena di
soffermarci sull’uso che fa Pasolini dell’immagine delle lucciole: un’immagine poetica per
rendere concreto e comprensibile un fenomeno sociologico piuttosto denso e articolato. Attraverso questo mezzo retorico l’autore mette il lettore al corrente delle diverse fasi dell’impoverimento culturale del paese, ma fa anche di più, evoca la scomparsa di tante piccole faville che illuminavano il buio con la loro presenza: sono le numerose microculture locali che con l’omologazione culturale causata dalla società dei consumi, sono destinate a perdersi, a morire. Pasolini qui sfrutta il suo talento di poeta, per trasmettere al lettore non solo un processo antropologico di impoverimento, ma anche il sentimento che provoca. Chi non è mai stato di fronte alla bellezza di una notte illuminata dalle lucciole? Chi non la rimpiangerebbe? Ecco allora che il parallelo tra la distruzione dell’universo paleoindustriale e contadino e la scomparsa delle lucciole rende evidente e presente al lettore tutta la tristezza e il rammarico che questo processo storico fa nascere in Pasolini.

Tornando al testo, si osserva come l’autore divida l’arco temporale preso in considerazione in tre periodi: prima, durante e dopo la scomparsa delle lucciole. Prima della loro scomparsa, nonostante la contiguità col regime fascista che egli assegna ai primi anni di governo Dc, negli italiani resistevano ancora i valori (Chiesa, patria, famiglia, obbedienza, disciplina, ordine, risparmio, famiglia, moralità) che appartenevano “alle culture particolari e concrete che costituivano l’Italia arcaicamente agricola e paleoindustriale”. I governi Dc, succedendosi, hanno cercato di istituzionalizzare questi valori, di “nazionalizzarli” e così facendo li hanno svuotati del loro significato, della loro realtà. È in questo periodo che cominciano a sparire le lucciole. L’elite culturale del paese, seppur ben informata dalle descrizioni sociologiche dell’avvento della società di massa negli altri paesi, non immaginava i profondi mutamenti che ciò avrebbe provocato in Italia.

Così, tutto d’un tratto, i valori su cui in precedenza era incardinata la vita dell’italiano medio non valgono più e vengono rifiutati anche i loro corrispettivi istituzionalizzati. Pasolini è convinto che in Italia si stia verificando un cambiamento epocale, una svolta radicale nella storia umana: “quella storia che le cui scadenze sono millenaristiche”.

L’industrializzazione degli anni settanta e il sempre maggiore asservimento alla logica del
consumo, scontrandosi con “l’arcaicità pluralistica” ha dato vita, tramite una rivoluzione
antropologica, ad un popolo “degenerato, ridicolo, mostruoso e criminale” . Questo nuovo
Potere è riuscito anche là dove il fascismo stesso aveva fallito: contaminare l’anima delle
persone. Durante il Ventennio i comportamenti cui gli italiani erano stati costretti, non erano che dei simulacri dietro i quali continuavano a vivere i valori antichi e la coscienza contadina e preindustriale. La società dei consumi di massa invece ha corrotto l’essere più profondo dei cittadini, portandoli ad abbandonare il vecchio credo per l’esaltazione dell’edonismo (altro termine chiave della filosofia pasoliniana), del consumismo e dell’omologazione.

Nella seconda parte dell’ “articolo delle lucciole” Pasolin riflette sul vuoto di potere che si è
creato in Italia. La Dc, infatti, seppur stabilmente al governo, non si è accorta che i cardini del suo consenso popolare sono adesso rifiutati dalle masse. La Chiesa, che aveva consentito ai democristiani di governare l’Italia fino ad allora, stava subendo il processo di secolarizzazione dovuto all’avvento della società di massa e i suoi precetti cedevano velocemente il passo davanti al nuovo “potere reale”. Ciò, secondo Pasolini, ha creato una frattura tra la classe dirigente e il sentire comune, un “vuoto di potere”, destinato a colmarsi stravolgendo l’intero paese. Arrivato al culmine di questa descrizione apocalittica, però, Pasolini ammette di non saper spiegare che cosa sia con precisione questo nuovo potere e in che forme è destinato a regnare sull’Italia. Se la cava con un altro tocco poetico ed esprime così la sua sfiducia nei valori della nuova società: “quanto a me (se ciò ha qualche interesse per il lettore) sia chiaro: io, ancorchè multinazionale, darei l’intera Montedison per una lucciola”.
 

Il rapporto con la Chiesa e il suo
alter ego parlamentare: la Democrazia cristiana

Pasolini è chiaramente religioso, ma il suo rapporto con la Chiesa è controverso. Da questi scritti trapela il suo essere credente nel senso più alto del termine, pervaso da una religiosità e da un senso del sacro del tutto personali e quanto mai avverso alla facciata ufficiale della Chiesa, al falso moralismo del Vaticano. Il suo è uno spiritualismo intimo e contrario a tutte le forme esteriori e di potere che aveva assunto il cattolicesimo.

Nell’articolo del 30 gennaio 75, uscito sul Corriere con il titolo “Pasolini replica sull’aborto”,
accusa apertamente la Chiesa cattolica di aver perso da tempo il suo carattere idealista,
spiritualmente distaccato dalle tematiche terrene e di essere un’istituzione fondata sul più
totale pragmatismo. Uno degli strumenti di questo potere temporale del Vaticano è la Dc, che a sua volta è accusata di utilizzare la coscienza religiosa degli italiani come strumento di governo. 

Negli articoli scritti sul Corriere, Pasolini si scaglia più volte contro la Dc. Per prima cosa accusa la dirigenza democristiana di continuità con il regime fascista. A suo parere negli anni cinquanta, grazie all’appoggio delle masse garantito dal controllo e dall’influenza del Vaticano, la Dc ha potuto governare in uno stato di apparente democrazia, ma di fatto ha mantenuto vive le istituzioni e i metodi repressivi del regime.

Un’altra colpa del partito di Andreotti era di non essersi accorto del cambiamento epocale che fu l’avvento della società dei consumi. Pensando di poter cavalcare l’onda della modernizzazione e del progresso, la Dc non si sarebbe accorta che proprio questa modernizzazione avrebbe messo in crisi i principi che reggevano lo stato democristiano fino a renderli inutili e invisi alla popolazione.
 

Pasolini e il Partito comunista

Nella pagine del Corriere Pasolini fornisce spesso spunti polemici e di riflessione alle forze
intellettuali progressiste in generale e comuniste in particolare. Pasolini si è sempre detto
comunista, ha appoggiato il partito nei momenti importanti e lo descrive come un’isola di
civiltà nel paese, separata ed inconciliabile con la società conservatrice e democristiana. Tuttavia furono molte le occasioni di contrasto con i comunisti. Un’accusa classica che gli
muovevano era quella di una mancata considerazione del ruolo del PCI nella modernizzazione dei costumi. Ciò non corrisponde a verità. Pasolini ha molta considerazione dell’operato della dirigenza comunista sulla modernizzazione dei costumi degli italiani. Nell’articolo “Abrogare P.” del 26 luglio 1974, ad esempio, risponde alle critiche mosse da Maurizio Ferrare dalle pagine de “l’Unità” sulla sottovalutazione del ruolo del PCI nella vittoria del referendum sul divorzio: 

“… Ferrara usa degli argomenti giusti (la presenza imponente e decisiva del PCI ecc.) ma altrettanto inutili, appunto perché da me stesso ritenuti talmente giusti da non poter essere ribaditi senza offesa all’intelligenza del lettore”. 
È senz’altro vero, però, che l’analisi e la critica della società che fa Pasolini, parte da presupposti molto diversi da quelli canonici dell'intellighenzia comunista. Ad esempio la critica della posizione iniziale del PCI, del suo rifiuto del referendum sul divorzio, muove dalla convinzione che la tutta la classe dirigente del paese, quindi anche quella comunista, non abbia compreso la portata del cambiamento messo in atto dalla società dei consumi di massa. La vittoria del “no” del 12 maggio 1974, pur considerando l’importanza dell’apporto del PCI, è attribuita alle modificazioni culturali messe in atto da quello che Pasolini chiama il “Nuovo Potere”.

Dall’articolo del 10 giugno del 1974, uscito sul Corriere con il titolo “Gli italiani non sono più
quelli”:

“Gli italiani si sono dimostrati infinitamente più moderni di quanto il più ottimista dei comunisti fosse capace di immaginare. (…) La mia opinione è che il cinquantanove per cento dei 'no', non sta a dimostrare miracolisticamente, una vittoria del laicismo, del progresso e della democrazia: (…) esso sta a dimostrare du cose.
1) che i 'ceti medi' sono radicalmente - direi antropologicamente - cambiati: i loro valori positivi non sono più i valori sanfedisti e clericali ma sono i valori (ancora vissuti solo esistenzialmente e non 'nominati') dell’ideologia edonistica del consumo. È stato lo stesso potere (…) a creare tali valori, gettando a mare cinicamente i valori tradizionali e la Chiesa stessa, che ne era simbolo.
2) Che l’Italia contadina e paleoindustriale è crollata (…) al suo posto c’è un vuoto che aspetta probabilmente di essere colmato da una completa borghesizzazione, del tipo che ho accennato qui sopra (…)".
Negli “Scritti Corsari” Pasolini non sembra porre il PCI come alternativa alla degradazione della nuova civiltà, forse perché in quegli anni il “compromesso storico” stava avvicinando il partito alla classe dirigente democristiana, colpevole di non essersi non solo opposta, ma nemmeno accorta del deterioramento dei valori storici degli italiani.

Un altro esempio di critica “da sinistra” lo fornisce Gian Carlo Ferretti nel saggio sugli articoli del Corriere, contenuto in “Interpretazione di Pasolini” nel 1977.

Riferendosi al ruolo del PCI nella rivoluzione antropologica descritta nell’articolo del 10 giugno citato in precedenza, egli afferma che Pasolini:

“Sottovaluta altresì i fondamentali elementi di 'progresso' di uno 'sviluppo' in cui il movimento operaio e il PCI operano attivamente e criticamente su ogni terreno specifico (…), anche con concrete possibilità di superamento - su tempi medi e lunghi - di quella contraddizione tra livello 'esistenziale' e 'di coscienza'.
E aggiunge, criticando il “mito della diversità”, visto come connaturato motore della
filosofia pasoliniana:
“Il grande mondo della 'diversità', tende a restringersi ovunque non soltanto per la sempre più vasta strategia 'normalizzatrice' del capitalismo e dell’imperialismo, ma anche e soprattutto per lo sviluppo crescente di massa organizzate e coscienti che ad essa oppongono una strategia liberatoria. È tra queste due strategie che si pone ormai - sempre più chiaramente - la scelta; ed è solo attraverso questa scelta che si possono trovare concrete possibilità di soluzione - su tempi medi e lunghi - anche ad ogni individuale dramma della diversità”.
Mi sia concessa una piccola osservazione. Superato il brivido che provoca questa auspicata soluzione di ogni “dramma della diversità” attraverso l’avveramento della dottrina politica marxiana (non in quanto filosofia, ma viste e considerate le sue realizzazioni storiche), mi è venuta spontanea una riflessione. Secondo Ferretti l’errore che Pasolini commette è quello di non considerare centrale il ruolo delle masse organizzate dal Pci nell’evoluzione del paese. Egli considera la sua analisi socio-politica lacunosa e poco lungimirante se paragonata a quella della sinistra ortodossa dell’epoca. Alla luce di questa critica mi piacerebbe sapere come Ferretti spiegherebbe il fatto che, una volta passati quei “tempi medi e lunghi” cui (siamo nel 1977) fa duplice riferimento, la società capitalistica non solo non è stata radicalmente modificata ed abbattuta da queste masse organizzate, ma al contrario, con la caduta del muro di Berlino ha festeggiato il suo definitivo “trionfo”. […]

 

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Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998
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Pier Paolo Pasolini, un giornalista corsaro, di Massimo Candotti

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