"Pagine
corsare"
Saggistica
Pasolini
Il testamento
"Faccio
cinema senza speranza"
di Pier Paolo Pasolini
&
“I
suoi film cambiavano il costume”
di Paolo D'Agostini
La domenica della Repubblica,
in la Repubblica, 3 settembre
2006
con
uno stralcio dei
Commenti
di Georgia dal suo blog
georgiamada.splinder.com
.
Le società
repressive reprimono tutto,
quindi gli uomini
possono fare tutto.
Le società
permissive permettono qualcosa
e si può fare
soltanto quel qualcosa.
La libertà
concessa dall’alto è una falsa libertà
(Pier Paolo Pasolini)
.
"[Pasolini]
sarebbe un leader palestinese".
Nico Naldini, intervistato
da Francesco Durante, sul "Mattino" di Napoli,
in occasione della pubblicazione
de "Il treno del buon appettito", Guanda, 1995.
.
.
Giuseppe Bertolucci
fa resuscitare, in un documentario presentato a Venezia le parole che Pier
Paolo Pasolini affidò al giornalista Gideon Bachman, ospite clandestino
sul set
blindato di “Salò”.
L’anno era il 1975. Poco dopo, e prima che il film fosse finito, Pier Paolo
morì lasciando questa confessione inedita che rivela il dramma di
un uomo rimasto solo a gridare la sua rabbia per il nuovo “fascismo consumista”,
l’anarchia del potere, l’oscuro futuro dei giovani. È il ritratto
di un poeta sconfitto, affidato a immagini mai viste prima.
Georgiamada ha ripreso
nel suo blog lo stesso, splendido servizio giornalistico
della "Domenica della
Repubblica" del 3 settembre scorso.
* * *
Il
testamento
"Faccio cinema senza
speranza"
di Pier Paolo Pasolini
Un brano dell’intervista
filmata da Gideon Bachman
sul set di Salò
durante le riprese finali del film
.
Salò
è preso dalle 120 giornate di Sodoma di De Sade, ma è
ambientato durante la Repubblica di Salò, cioè nel ‘44-’45.
Quindi, c’è molto sesso, ma il sesso presente nel film è
il tipico sesso di De Sade, la cui caratteristica è esclusivamente
sado- masochistica, in tutta l’atrocità dei suoi dettagli e delle
sue situazioni.
[...] Nel mio film tutto
questo sesso assume un significato particolare: è la metafora di
ciò che il potere fa del corpo umano, è la mercificazione
del corpo umano, la sua riduzione a cosa, che è tipica del potere,
di qualsiasi potere. Se io, al posto della parola “Dio”, in De Sade metto
la parola “potere”, viene fuori una strana ideologia, estremamente attuale.
[...] Un altro elemento d’ispirazione
del film è la rievocazione di quei giorni che ho vissuto, i giorni
della Repubblica di Salò. [...] Io non stavo a Salò, ma in
Friuli. Il Friuli era diventato una regione tedesca, era stato annesso
burocraticamente alla Germania. Si chiamava il “Litorale adriatico”. C’era
un Gauleiter, che era una specie di governatore, dall’8 settembre ‘43 fino
alla fine della guerra. Quindi, ho passato giornate spaventose in Friuli.
Intanto, c’è stata una delle più forti lotte partigiane e
mio fratello ci è morto. [...] Fra l’altro, il Friuli era continuamente
bombardato dagli americani e vi passavano le formazioni delle fortezze
volanti che andavano a bombardare la Germania. Rastrellamenti, paesi deserti,
bombardamenti quasi inutili, di pura crudeltà.
La lezione del film
[...] Non m’illudo di essere
capito dai giovani perché con loro è impossibile instaurare
un rapporto di carattere culturale perché vivono nuovi valori con
cui i vecchi valori, nel nome dei quali io parlo, sono incommensurabili.
Sembra che si mettano d’accordo! Parlano, ridono e si comportano allo stesso
modo, fanno gli stessi gesti, amano le stesse cose, montano le stesse moto.
[...] La cosa orrenda della cultura italiana è che i giovani siano
liberi, siano privi di complessi, siano disinibiti, vivano una vita felice.
Tutta la borghesia italiana è convinta di questo. Anche tutta la
sinistra, sì. [...] Non capiscono, non vedono. Perché non
li amano! Chi non ama i contadini non capisce la loro tragedia. Chi non
ama i giovani se ne frega di loro. «Ma sì, sono contenti,
sono disinibiti!» [...]
Padri e figli
Tutti i miei libri e le
mie opere narrative parlano di giovani: li amavo e li rappresentavo. Adesso
non potrei fare un film su questi imbecilli che ci circondano. A volte
mi vengono letteralmente le lacrime agli occhi quando vedo il figlio di
Ninetto [Davoli ndr], che ha un anno. Mi vengono le lacrime agli
occhi per la pietà per il suo futuro. [...] Nelle grandi città
industrializzate la gioventù è diventata odiosa, insopportabile.
I loro padri, in fondo, cos’hanno fatto, quelli che hanno quaranta-cinquant’anni?
Cos’hanno fatto perché questi figli non fossero così? Niente!
I padri che hanno dei figli dai quindici ai vent’anni ormai oggettivamente
non possono più insegnare niente, perché non hanno fatto
esperienza del tipo di vita dei loro figli. [...]
Sesso e libertà
Durante le età repressive
il sesso era una gioia, perché avveniva di nascosto ed era un’irrisione
di tutti gli obblighi e i doveri che il potere imponeva. Invece, nelle
società tolleranti, come si dichiara quella in cui viviamo, il sesso
è necrotizzante perché la libertà concessa è
falsa e soprattutto è concessa dall’alto e non conquistata dal basso.
Quindi, non si tratta di vivere una libertà sessuale, ma di adeguarsi
a una libertà che viene concessa. Allora, a un certo punto, uno
dei personaggi del film dirà proprio questa frase: «Le società
repressive reprimono tutto, quindi gli uomini possono fare tutto».
Ma ho aggiunto questo concetto che per me è lapidario: le società
permissive permettono qualcosa e si può fare solo quel qualcosa.
Che è terribile! In Italia oggi si può fare qualcosa. Prima
non era concesso niente, in realtà. Le donne erano quasi come nei
paesi arabi. Il sesso era nascosto: non si poteva parlare, non si poteva
mostrare neanche mezzo seno nudo in una rivista. Adesso concedono qualcosa,
concedono foto di donne nude, non di uomini però!
La coppia è un
incubo
Poi, c’è una grande
libertà nei rapporti della coppia eterosessuale, una libertà
per modo di dire perché dev’essere quella, e poi è obbligatoria.
Siccome è concesso, è diventato obbligatorio, perché
un ragazzo, visto che è concesso, non può non approfittare
di questa concessione. Quindi, si sente obbligato a stare sempre in coppia
e la coppia è diventata un incubo, un’ossessione, anziché
una libertà. [...] È una coppia completamente falsa e insincera,
di un’insincerità spaventosa. Vedi i ragazzi che, presi da chissà
quale slancio romantico, camminano tenendosi per mano, un ragazzo e una
ragazza, oppure tenendosi abbracciati. «Cos’è quel tipo di
romanticismo?», ti chiedi. Niente. È la loro coppia rilanciata
dal consumismo perché questa coppia consumistica compra. Tenendosi
per mano va alla Rinascente, alla Upim. [...]
Il potere
Ognuno odia il potere che
subisce. Quindi, io odio con particolare veemenza il potere di oggi, 1975.
È un potere che manipola i corpi in un modo orribile, che non ha
niente da invidiare alla manipolazione di Himmler o Hitler. Li manipola
trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo
dei nuovi valori che sono alienanti e falsi. Sono i valori del consumo,
che compiono quello che Marx chiama un genocidio delle culture viventi,
reali, precedenti. [...]
Mangiare merda
Un vecchio contadino tradizionalista
e religioso non consumava delle sciocchezze preconizzate dalla televisione.
Bisognava fare in modo che invece le consumasse. In realtà, i produttori
costringono i consumatori a mangiare merda. Il brodo Knapp è merda!
Danno delle cose sofisticate, cattive, le robioline, i formaggini per bambini,
tutte cose orrende che sono merda. Se facessi un film su un industriale
milanese che produce biscotti, li reclamizzassi e li facessi mangiare a
dei consumatori, verrebbe fuori un film terribile, sull’inquinamento, la
sofisticazione, l’olio fatto con le ossa delle carogne. Potrei fare un
film così, ma non posso! Come faccio a stare lì un anno prima
a pensarci e poi a girare? Sarebbe più utile, nel senso diretto,
pratico della parola, farlo proprio così com’è. Ma chi me
lo fa fare? Sarebbe autolesionismo.
La sottomissione al consumismo
[...] L’unico sistema ideologico
che ha davvero coinvolto anche le classi dominate è il consumismo
perché è l’unico che è arrivato fino in fondo, che
dà una certa aggressività perché quest’aggressività
è necessaria al consumo. Se uno è puramente sottomesso, segue
l’istinto puro della sottomissione come un vecchio contadino che chinava
la testa e si rassegnava, cosa sublime come l’eroismo. Adesso questo spirito
di rassegnazione, di sottomissione non c’è più, perché
altrimenti che consumatore è uno che si rassegna e accetta un suo
stato arcaico, retrogrado e inferiore? Deve lottare per elevare il suo
stato sociale. «Io chino la testa in nome di Dio» è
già una grande frase. Mentre adesso il consumatore non sa affatto
chinare la testa, anzi crede stupidamente di inchinarla e avere i suoi
diritti. Anzi, è sempre lì a pretendere i suoi diritti, a
crederci, invece è un povero cretino. [...] Non credo ci sarà
mai un tipo di società in cui l’uomo sia libero. Quindi, è
inutile sperarci. Non bisogna mai sperare in niente. La speranza è
una cosa orrenda, inventata dai partiti per tener buoni i suoi iscritti.
Scrivere per il cinema
Non scrivo più come
prima, il che equivale a dire che non scrivo più. In principio,
quando ho cominciato a fare cinema, ho pensato che fosse solo l’adozione
di una tecnica diversa, direi quasi di una tecnica letteraria diversa.
Poi, invece, mi sono reso conto, pian piano, che si tratta dell’adozione
di una lingua diversa. Quindi ho abbandonato la lingua italiana, con cui
mi esprimevo come letterato, per adottare la lingua cinematografica. Ho
detto varie volte, per protesta, contestazione totale, che avrei voluto
rinunciare alla nazionalità italiana. Facendo del cinema ho rinunciato
alla lingua italiana, cioè alla mia nazionalità. Ma la verità
è un’altra, forse più complicata e profonda: la lingua esprime
la realtà attraverso un sistema di segni. Invece, il regista esprime
la realtà attraverso la realtà. Questa è forse la
ragione per cui mi piace il cinema e lo preferisco, perché esprimendo
la realtà come realtà opero e vivo continuamente a livello
della realtà.
Le parole «fiore»,
«petalo», le vado a prendere dal nostro linguaggio di uomini
che stiamo comunicando. Non importa niente a noi della poesia. Usiamo la
parola «fiore» perché ci serve nei nostri rapporti umani.
Le immagini, invece, su quale altro linguaggio si fondano? Si fondano sulle
immagini dei sogni e della memoria. Noi quando sogniamo e ricordiamo, giriamo
dentro di noi dei piccoli film. Allora, il cinema ha le sue fondamenta,
le sue radici su un linguaggio completamente irrazionale, irrazionalistico.
[...] In fondo, quando uno ha visto un film, gli pare di aver sognato.
Perché faccio cinema
Se io credessi che il mio
cinema fosse del tutto integrato da una società che vuole anche
il tipo di cinema che faccio io, allora forse non lo farei. [...] La società
borghese digerisce tutto: amalgama, assimila e digerisce tutto. Però,
in ogni opera in cui l’individualità, la singolarità si afferma
con originalità e violenza, c’è qualcosa di inintegrabile.
[...] Ho questa fiducia nella
libertà umana, che non saprei rendere razionale. Però mi
rendo conto che, se le cose continuano così, l’uomo si meccanizzerà,
si alienerà talmente, diventerà così antipatico e
odioso che questa libertà andrà completamente perduta. Continuerei
a fare cinema lo stesso anche se la libertà fosse solo da parte
mia e si esaurisse con l’espressione. Continuerei a farlo lo stesso perché
ho bisogno di farlo. Mi piace farlo e lo farei. O mi suicido o lo faccio.
[...] Io penso che l’artista
in nessuna società è libero. Essendo schiacciato dalla normalità
e dalla media di qualsiasi società dove egli viva, l’artista è
una contestazione vivente. Rappresenta sempre l’altro di quell’idea che
ogni uomo in ogni società ha di se stesso. Un margine anche minimo,
magari non lo si può neanche misurare, di libertà, secondo
me, c’è sempre. Non so dirti fino a che punto questa sia libertà
o non lo sia. Ma, certo, qualcosa sfugge alla logica matematica della cultura
di massa, ancora per adesso.
“I suoi film cambiavano
il costume”
Paolo D'Agostini
La domenica della
Repubblica, in la Repubblica, 3 settembre 2006
Giuseppe
Bertolucci, che della propria regia di Pasolini prossimo nostro
dice «ho cercato di far parlare il materiale d’archivio», ha
tratto da quest’immersione nel Pasolini ultimo, tragico e negativo su tutto,
soprattutto un’emozione. «Quegli anni, quella metà degli anni
Settanta che è per esempio lo stesso momento di Novecento,
mi sono apparsi segnati da straordinari margini di libertà. Mentre
da lì in poi la forma film ha imboccato un inarrestabile declino.
Ha perso la sua egemonia, circondata da milioni di ore di immagini televisive,
che solo inizialmente e transitoriamente sono state immagini di film, e
poi dalla rete informatica. Credo che Salò ma anche altri
film coevi oggi non solo non sarebbero fattibili ma neanche concepibili,
non sarebbero neanche pensati.
Immaginiamo: intorno a Salò,
ma anche intorno a Novecento, scendevano in campo Calvino o Moravia.
Non c’è corrispettivo oggi, e assai più di un film suscita
dibattito una puntata del Grande Fratello. Ha sostituito i film,
i quali un tempo modificavano i dati del costume, della morale, della politica».
Pasolini prossimo nostro,
che avrà il suo battesimo alla Mostra di Venezia il 7 e l’8 settembre,
nasce così. Il giornalista cosmopolita Gideon Bachmann e sua moglie,
la fotografa Deborah Imogen Beer, poterono frequentare il blindato set
dell’ultimo film di Pasolini e raccolsero una ricchissima documentazione.
Un’ampia intervista filmata con il regista, fotografie. Quei documenti
sono diventati patrimonio dell’associazione Cinemazero, quella che con
la Cineteca del Friuli ha creato le Giornate del cinema muto tenute nel
corso degli anni tra Pordenone, Sacile, Udine. Dall’incontro tra Cinemazero,
la società Ripley’s Film e il regista di Parma, che è anche
presidente della Cineteca di Bologna, è nato questo progetto. Il
risultato è la sintesi di decine di ore di interviste, compresa
una parte precedente a Salò e solo sonora, e di migliaia
di scatti fotografici. Ne esce il ritratto di un artista-polemista amareggiato,
che dichiara il fallimento della sua precedente Trilogia della vita,
il cui successo commerciale raccolto grazie alle male intese promesse di
nudità ed erotismo era andato nel senso contrario alle sue intenzioni:
di contrasto al conformismo consumista, all’appiattimento omologante e
imborghesito dei comportamenti giovanili, alla falsa libertà dei
costumi che riduce corpo e sesso a merce.
Questo documento (di cui
la pagina [vedi sopra] ci restituisce un campione,
in particolare un brano dell’intervista filmata sul set di Salò
durante le riprese finali) segna l’apice di una lunga stagione di ricordi
e omaggi indotti dal trentennale della tragica morte del poeta e cineasta,
avvenuta il 2 novembre ‘75.
Tra i precedenti ricordiamo
il contributo di Carlo Di Carlo, che di Pasolini fu aiuto regista, alle
giornate celebrative dello scorso novembre a Bologna: con la riproposizione
del suo ritratto-documentario del ‘68 Pier Paolo Pasolini: cultura e
società, con la presentazione di un inedito Diario al registratore.
La
voce di Pasolini e Anna Magnani sul set di “Mamma Roma”, entrambi
acquisiti dalla Cineteca di Bologna. Sta invece per uscire per Feltrinelli
un cofanetto che raccoglie, nel Dvd, il documentario di Mario Sesti e Matteo
Cerami
La voce di Pasolini [è uscito, e disponibile in
libreria dal 14 settembre 2006, ndr] nato dalla collaborazione tra
Indigo, Bim e Auditorium di Roma con il fondamentale apporto degli eredi
Pasolini: raffinata elaborazione di testi letti da Toni Servillo, di repertorio
filmato e fotografico proveniente da svariate fonti a partire dall’Archivio
audiovisivo del movimento operaio, di animazioni. Lo stesso Dvd come extra,
raccoglie interviste a testimoni e ulteriori informazioni sull’ultimo film,
e, nel libro allegato, i testi del documentario.
Tra i preziosi contenuti
una parte è dedicata al progetto del film che Pasolini avrebbe realizzato
dopo Salò,
Porno Teo Kolossal, pensato per Eduardo cui si
sarebbe dovuto affiancare, come a Totò in Uccellacci e uccellini,
Ninetto Davoli. In più: un reportage inedito realizzato sul set
di Salò dal fotografo Fabián Cevallos e approfondimenti
sulle ipotesi (presenti anche nel lavoro di Bertolucci) di un finale alternativo,
non cupamente pessimista, del film-testamento di Pier Paolo.
.
Pier Paolo Pasolini,
Dante Ferretti e Tonino Delli Coli
Commenti sparsi...
di
Georgia
... ma la grandezza di Pasolini
è stata quella di essere eretico e di non esere incasellabile in
nessuna cosa. Si era schierato con
i poliziotti invece che con i ragazzi nel '68 (a Genova si sarebbe
schierato con i pacifisti). Fu buttato fuori dal Pci, e veniva guardato
con sospetto da quasi tutta la politica. Credo che oggi come ieri sarebbe
eretico, credo che difenderebbe come sempre i paesi deboli e aggrediti.
[...]
Aveva detto che se in America
non succedeva qualcosa, nel 2000 sarebbero diventati simili ai nazisti
e... oggi in America il parlamento ha votato la tortura come legale...
Credo che Pasolini avrebbe lo stesso pensiero, lo aveva già "deviato"
allora e aveva previsto l'oggi, lo avrebbe "deviato" anche ora...
[...]
Destra e sinistra esistono
eccome, che ci sia chi vuole annullare tutto in una marmellata dove i gatti
sono tutti bigi è altra cosa... Anche ai tempi di Pasolini cercavano
di dire che non esisteva la differenza...
[...]
Sarebbe sicuramente a favore
della resistenza irachena e non credo avrebbe mai detto che gli hezbollah
sono terroristi, anzi li avrebbe ammirati, però avrebbe detestato
l'integralismo religioso, avrebbe detestato (come li ho detestati io) i
folli talebani e avrebbe pianto a vederli distruggere con i loro fucilini
isterici i Budda millenari.
[...]
Avrebbe odiato l'integralismo
religioso anche se credo avrebbe sempre difeso il diritto di portare il
velo, lui che aveva messo sotto la protezione dell'Unesco la bellissima
città di Sana'a nello Yemen.
[...]
In realtà non so
cosa sarebbe oggi Pasolini ma so che... andrebbe ascoltato con attenzione.
Oggi non c'è nessuno che sarei disposta ad ascoltare con attenzione.
Georgia
* *
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VEDI
ANCHE:
Pier
Paolo Pasolini, "Salò": mistero, crudeltà e follia
L'anno scorso, a Roma, una mostra dell'ecuadoriano Fabián Cevallos
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