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Saggistica La forza della contraddizione
Quando il poeta, il regista, il critico Pier Paolo Pasolini fu assassinato il 2 novembre 1975 fu una doccia fredda per tutti gli italiani. Hanno trascurato qualcosa? Rimosso? Dimenticato? Questa voce scomoda non era diventata parte della coscienza pubblica? Chi ora avrebbe posto in questione la moralità dell’aborto, il destino contradittorio dei poliziotti e soldati, l’ipocrisia degli intellettuali, il conformismo involontario dei giovani, chi senza di lui? La sua morte era, come la sua vita - omossessuale per l’uomo medio, critico per i fascisti, cristiano e comunista per la sinistra di partito - uno scandalo. Uno scandalo che ancora oggi, e non solo in Italia, non vede una fine. Chi è, chi è stato, chi fu, Pier Paolo Pasolini? Pier Paolo Pasolini, poeta,
scrittore di romanzi e di teatro, di saggi, di descrizioni (1)
letterarie, cineasta, viaggiatore nel mondo dei reietti occidentali e orientali,
osservatore e scrutatore del mondo umano moderno nelle sue mutazioni, critico
caustico di tutte le ipocrisie del governo democratico, nazionale e internazionale,
e infine tra l’altro - cosa nota a pochi - pittore di sporadica esperienza:
espressione a cui voleva dedicarsi negli “ultimi” anni della sua vita (era
solo sui cinquant’anni) nella sua ultima dimora, acquistata con tanta faticosa
tenacia, quella della Torre di Chia (Viterbo). All’attività pittorica
non poté dedicarsi per molto, in quanto a qualcuno dava un grande
fastidio la sua multiforme presenza e attività, e il suo vasto interesse
per la realtà, per la vita sociale e civile degli uomini, la sua
curiosità e la sua intelligenza, l’intrufolarsi dappertutto e l’accentuare
in tutti i modi e senza remora la contraddizione del sistema capitalistico,
il quale vuole da una parte inneggiare al progresso sociale e civile della
produzione e dall’altra mettere sull’altare divino la forma privato-capitalista
dell’appropriazione dei prodotti di lavoro (consumo).
Uno scandalo italiano Forse per un lettore tedesco che non abbia molta familiarità con “le cose” italiane è molto difficile capire gli scandali italiani, i quali assumono un aspetto molto esotico (quasi incomprensibile) per la tradizione culturale di popoli nordici. Qui siamo in terra mediterranea, senza dubbio, latina e non greca, ma forse anche sì, se si pensa alla condanna a morte di Socrate per corruzione dei giovani, con la differenza molto evidente, che Socrate poteva gustare la sua ultima ora, un fato estremo, il morire ossequiente alle leggi della patria, in contraddizione però col suo libero pensiero. Questa morte non è triste, perché discussa, non turbata, anzi: bersi la sua inevitabile cicuta in tutta consenziente libertà, circondato dall’armonia dei suoi pensieri senza rinnegarli, e contornato dai suoi discepoli, confutando questo e quello, sembra il trionfo della vita nella morte nel tramonto ellenico. Un assassinio, per ragion di stato, che deve compiere volontariamente la vittima di sua propria mano e imporlo al mondo cosí come un suicidio, una morte cercata e voluta, avendo vissuto in piena forma la forza della propria contraddizione, del mettersi in “dizione” contro le regole apertamente dominanti, contro la pubblica opinione, un parlare aperto nudo esposto, esprimere il proprio malessere ufficialmente e invitare le giovani generazioni a pensare e “dire” liberamente “contro”, per propria voluta ricerca di coscienza e non per inculcata obbedienza all’ignoranza, per cosí “salvare il bello e il buono” di una “patria”. Ah! Limpida doppia contraddizione dell’antico mondo ellenico! Nella contraddizione del più alto livello del concetto di democrazia moderna, negli Stati Uniti d’America, si ricorre, ancora oggi e forse sempre più, alla violenza della sedia elettrica, per punire il piccolo cittadino. Ma da dove nasce la violenza individuale alla criminalità? C’è forse un addestramento, una risposta individuale, alla violenza dello Stato? Questi collegamenti vengono ad ogni modo evitati, è un dato di fatto. Ma noi... siamo forse migliori? Pier Paolo Pasolini, Pilade, Prologo, ed. Garzanti 1988Gli atti di contraddizione, poi, dell’uomo storico Cristo nazareno, sono diventati simbolo dell’universale sofferenza dell’uomo. Per lo meno ce l’hanno inculcato che l’uomo deve sempre e solo soffrire, per cui chi contraddice deve subire il suo calvario e pur lamentandosi dell’abbandono di Dio-Padre accettare il martirio imposto, il massacro del suo corpo per indicare, agli uomini che vedono questo spettacolo, la via di una propria organizzata redenzione civile. Non è certo il messaggio del Cristo storico, deturpato nudo e umiliato sulla croce. Certo il Cristo storico non è il Cristo della sua religione, diventata da cristianesimo primitivo un’autorità infallibile, senza contraddizione benefica, un cattolicesimo dispotico, un po’ oggi, per salvarsi nel suo impero, piú liberale, di una “falsa tolleranza” (termine pasoliniano): insomma una contraddizione malefica e funesta che si equilibra tra forza e debolezza. Ma nel mentre di questa civiltà cristiana-cattolica, sul roccioso terreno extramedievale, postrinascimentale, controriformistico mediterraneo al massimo, Giordano Bruno, mascherato col saio grottesco degli eretici, in ceppi, a piedi nudi, preceduto da frati salmodianti, vigilato da gente in armi, si avvia al rogo, isolato nella sua coscienza di infinità dell’universo, dopo sette anni di reclusione tra le viscide mura delle carceri vaticane, viene condotto verso il Campo de’ Fiori (dove, oggi a Roma esiste ancora una statua in sua effigie) tra lo scherno di una moltitudine, di una massa umana ignara e condannata alla stupidità e all’obbedienza dell’ordine vigente e terrorizzata dallo scandalo: La morte come castigo civile. c’è stato finalmente un uomoQuanto si differenzia la moltitudine di allora dalla moltitudine dell’oggi? Vengono i brividi, pensando alla moltitudine dell’oggi: tutta racchiusa inclusa nel suo centro, pronta al massacro del diverso, ma eppure composta e vigilata da gente in pace, “pacifisti”. Scandalo è una parola prettamente cattolica. I dizionari etimologici ci dicono che è una voce dotta, nata nel latino ecclesiastico, scandalum, (Prudenzio, poeta latino cristiano del IV secolo d.C.), parola riformata sul termine greco skandalon nel senso di ostacolo e insidia, imparentato col latino scandere, sanscrito skándatr, saltare. E sì, lo scandalo è proprio un salto, un salto mortale . Dante lo usò nella sua lingua poetica seminator di scandalo, nel senso di discordia. Scandalo oggi si usa nel senso di turbamento della coscienza e della sensibilità e atto contrario alla morale vigente e al decoro e quindi, con la conseguente scia di indignazione per chi non rispetta le convenzioni sancite, per chi vuole aprire un breccia nelle norme, per chi fa uso di libertà di pensiero, per chi salta oltre la cortina di ferro. Rimane aperta la domanda chi siano i fautori dello scandalo, la vittima o il carnefice. Scandalo e morte hanno qualcosa in comune. Comunque sia, la vita tutta di Pasolini fu uno scandalo e la sua morte pure. La crocifissioneL’immensità del cielo sul corpo Nel 1975, all’alba del 2
novembre, per puro caso, venne trovato su una spiaggia del mare di Ostia
(a pochi chilometri da Roma), un corpo deturpato, massacrato da una violenza
inaudita: era il corpo di un poeta, un poeta italiano, conosciuto non solo
a Roma, ma oltre gli Appennini e le Alpi, oltre i Vosgi e gli Urali, oltre
i mari e gli oceani. Era il corpo di Pier Paolo Pasolini.
Per tutto il periodo in cui tu non eri nato,
“Nel ricordo mi sembra stesse facendosi notte. Non so se proprio fosse buio, o ci fosse ancora un residuo di luce. Ricordo, in quel pomeriggio del 5 novembre ’75, Laura, Graziella, Ninetto (2), vicini, schierati come un muro davanti al furgone che portava la bara di Pasolini, un piccolo spazio libero tra la folla assiepata, - e in quel punto una gran luce meridiana. Per il resto, i brandelli del ricordo sono stretti dal buio, attraversati dai bagliori delle lampade di Campo de’ Fiori, dal freddo di novembre.Si apprese la notizia dell’assassinio del poeta Pier Paolo Pasolini, per radio e attraverso la stampa. Gente della sua generazione, ma anche di nuove generazioni, si ricordano di una strana cena avvelenata dalla agitazione dei padri, degli zii, dei nipoti e nipotini. Pier Paolo Pasolini era stato assassinato. La coscienza addormentata degli italiani si risvegliava, nella cruda sensazione di non aver ascoltato e di non essere stati vigili di se stessi. Parlavo recentemente con un amico, un operaio genovese, un ex-operaio dell’Ansaldo, oggi piú che ottuagenario (allora: generazione di Pasolini!), e gli dicevo - su sua richiesta - che avevo infine concluso il mio libro su Pier Paolo Pasolini, e volevo con mite superiorità docente, spiegargli chi è Pier Paolo Pasolini. Ma egli disse: “Io lo conosco Pasolini, so chi è.” E me lo disse, con la sua voce chiara, in un modo aperto, sincero e genuinamente sicuro, che quasi quasi io mi vergognavo del mio scarso sapere. La sua espressione era una convinzione, ed era un richiamo a una lotta antica. Ero molto felice, in quanto, ancora oggi, nessuno “sa” - mi pare - chi è, chi è stato, chi fu Pier Paolo Pasolini. Siamo nel 2005 - trent’anni dalla sua morte, quindi - e ancora oggi si leggono sui giornali, le stesse ripetute domande e le stesse risposte, molte ciarle sulla sua persona, poco sulla sua opera. Lo scandalo italiano continua. Dal 1975, in un continuo inesorabile, si parla, si scrive, su Pasolini, ma niente o poco di nuovo. A ogni anniversario di morte, un anno, due anni, cinque anni, dieci anni, per non parlare dei vent’anni dopo! Ed adesso, nel 2005, siamo arrivati ai trent’anni dalla morte. Le argomentazioni sono piú o meno sempre le stesse, con una tendenza molto chiara, in ghirigori pseudo intellettuali per eliminare un poeta che non si adatta alla coscienza dell’odierna umanità col i loro “lascia perdere”... Sarebbe stato meglio se l’Italia non l’avesse mai avuto, mormorano gli italiani! Tutto questo succede in Italia, in quella Italia che non si decide a cambiare, una terra che si crogiola al sole di una sempre piú reazionaria malefica consenziente contraddizione, una terra che non ha il coraggio dello scandalo crudo, lo scandalo, diciamo, di un Cristo spogliato, nudo, nel suo pudore sulla croce della verità - predicatore di un nuovo mondo, che mai venne e che fu stipulato e sanzionato nelle leggi assolute di una religione di stato: una conformistica convenzione. “Non crediate che io sia
venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace ma
la spada.” Sono le parole di Cristo secondo San Matteo, riportate testualmente
da Pasolini nel suo film Il Vangelo secondo Matteo.
Il funambolo fantastico Comunque nei paesi fuori d’Italia, la reputazione di Pier Paolo Pasolini è senza dubbio migliore, e chi scrive su di lui lo fa per una passione esistenziale. Negli scritti tedeschi, per esempio, non ho mai trovato parole di diffamazione, ma solo l’intento di capire le sue opere. In Italia si fa di tutto - come già detto - per danneggiare e denigrare il piú grande poeta d’Italia del XX e XXI secolo... Nella Storia i secoli scorrono veloci, ma nella vita individuale un secolo non è neppure una generazione... Imbrogli e disbrogli, contorsioni
funambolesche del pacifismo dell’Uomo senza qualità! O meglio, mancanza
di intelligenza, volgare ignoranza. Sembra che niente sia cambiato in questi
trent’anni (che non sono neppure una mezza vita), per lo meno in Italia,
se si tralascia l’ Euro ecc.
Leggo sul “Corriere della
Sera” del 16 settembre 2005, rubrica “Cronaca di Roma”, un articolo di
Franco Cordelli, col titolo Un
fantasma sfuggente ridotto a "logo", scritto, appunto in occasione
di “Trent’anni dopo” con un referto sulla pubblicazione di Antonio Tricomi
L’opera
mancata di Pasolini, ed. Carocci 2005. Tutto ci fa ricordare la religiosa
Guerra dei Trent’anni in Europa!
“Ciò che oggi ci interessa è perché Pasolini, in modo tambureggiante, ossessivo perché continuiamo a discutere, o rievocare un autore la cui opera sappiamo ’mancata’ e forse, in parte o tutta, destinata all’oblio, all’incomprensibilità. O, detto in altri termini, che cosa davvero resta di Pasolini? Non già dunque, che cosa resterà, questo non lo possiamo dire, se già supponiamo che non ne resterà l’essenziale; ma proprio che cosa resta in questo momento, se nei nostri anni non si fa altro che evocare il fantasma suo, e dico fantasma non a caso poiché penso al suo nome, alla sua presenza-assenza, alla vita che fu, alle testimonianze che ne restano, dico fantasma in quanto entità contrapposta a ciò che di reale, di materiale, di non leggendario dovrebbe sussistere di un autore: la sua opera.” (Franco Cordelli, “Corriere della Sera”, 10 settembre 2005)E la città di Roma sarà quest’anno un anfiteatro, ed è già tutta piena di rassegne, di mostre, di “passeggiate romane” in nome di Pasolini, e cosí avverrà in grandi e piccoli luoghi d’Italia. Comunque, sopportando bene o male tutto questo fiume di articoli di stampa italiana, sono tutti fiumi che non arriveranno mai al mare. Il più grande scandalo italiano appare infine nel febbraio del 2003, allorché la cosiddetta Opera Completa di Pier Paolo Pasolini, nella collana dei Meridiani Mondadori, curata e guidata particolarmente dallo studioso italiano Walter Siti viene conclusa. Un’opera racchiusa in dieci volumi, ben impaginati, stampati su carta leggera giallina, ben rilegati in pseudo-pelle blu scuro e con scritta dorata per i titoli delle raccolte. Volumi molto costosi, il cui prezzo non è accessibile a tutti. Volumi adeguati per fare bella figura, per metterli in uno scaffale sottovetro, ma non per leggerli, per studiarci sopra: bisogna avere dita filiformi e sempre ben curate - ma non con unghie lunghe - e non guastate da un lavoro manuale e pesante. Alla fine dell’ultima raccolta (di due volumi) delle poesie, c’è una lunga postfazione del curatore Walter Siti, persona rispettabile certo, e gentile, il quale, come curatore dell’opera, si trova davanti alle poesie di Pasolini, e a tutte le cartacce sparse (non si capisce perché proprio la poesia venga posta come ultima raccolta, tanto piú che Pasolini teneva in grande conto la poesia). Walter Siti si trova in una grande contraddizione con se stesso e la sua visione del mondo, pur non essendo un filologo, come egli stesso conferma. Il titolo che egli dà a questa conclusione di queste sue fatiche di Ercole è L’opera rimasta sola. Questa postfazione non è un articolo giornalistico, a cui si potrebbero perdonare molte cose, no, no, questa è la difesa di se stesso, del curatore, il quale non capisce l’autore che gli fu affidato. È l’indignazione del curatore. Certo il lavoro suo gli venne degnamente retribuito. Ma la sua coscienza è in bilico: tra quello che si è e quello che si deve, per lavoro, compiere. Mi sia permesso di immaginare un Walter Siti impegnato in un lavoro interessante, piegato sulle carte di un autore a lui alieno, lavoro accettato per motivi di retribuzione, ma anche per reputazione. Bisogna anche avere da parte nostra la mite tolleranza per capire che per Walter Siti questo lavoro di raccolta sia stato un vero tormento personale, scoppiato poi in questa sua ultima crisi della postfazione. Walter Siti, nella sua anima, disprezza Pasolini. E lo disprezza cosí profondamente da discreditare volgarmente non solo l’uomo che era, ma anche tutta la sua opera. Walter Siti non riesce a capirlo e in tutto il suo solerte impegno non può accettare il metodo di lavoro di Pasolini (troppo poco ordine tra le su carte, troppi progetti iniziati non finiti, ecc. ecc.). Walter Siti non è un artista. È un lavoratore di cose letterarie. Prima di tutto, Pier Paolo Pasolini, non pensava certo di morire già, pur portando in sé dalla sua nascita un profondo senso filosofico della morte. - E poi: Pier Paolo Pasolini è un artista, un artista che è alla ricerca della verità poetica, senza dogmi accademici o senza appigliarsi totalmente ai modelli della tradizione. Pasolini, senza dubbio alcuno da parte mia, è il poeta del nostro tempo, il grande poeta, come fu grande Dante al suo tempo. La sua forza della contraddizione fa di lui l’UOMO NUOVO. Scrive Walter Siti, tra l’altro: “C’è in lui, fin dall’inizio, una feroce volontà di essere autore” (p. 1921). L’astio in Walter Siti cresce, vede e visiona qualcosa di diverso che è estraneo al sentire e fare dell’artista: un individuo nato e cresciuto e vivente in un campo magnetico di una certa società storica (e Pasolini, accentua continuamente la limitatezza storica, del suo tempo e della sua esistenza in esso). Un artista nel suo tempo, che si impone per elezione naturale la gioia della creazione, cioè di riuscire ad esprimere qualcosa del tutto, nel razionale e nell’irrazionale da una sua visione della realtà. Sono stato razionale e sono statoTutto un agglomerato d’idee da esprimere in forme, una ricerca genuina dell’essere, un aggiornarsi nei fatti e dei fatti, un’esperienza di vita, è l’opera di Pier Paolo Pasolini. Questa postfazione, in tutte
le sue fibre, è un insulto raffinato al Poeta Pier Paolo Pasolini.
Per fortuna, queste edizioni selezionate dei Meridiani Mondadori non vengono
quasi mai lette veramente.
“Dunque i dieci volumi sono qui, catafratti nella loro epidermide blu scura, con la loro illusione di finitezza, la loro sperata impeccabilità. Ma Pasolini è stato, ed è, lo scrittore dell’imperfezione. Quante volte, curando i testi, mi sono irritato per il suo inconcepibile pressappochismo. Continua a citare a memoria, sbagliando le citazioni [...] E questo non solo nei manoscritti, nelle prime redazioni buttate giù alla brava, ma in testi pubblicati di cui dovrebbe avere, presumibilmente, corretto le bozze. [...] Per fretta, naturalmente, la fretta di una carriera costruita all’insegna del non-ho-tempo; per disprezzo, anche, di un’erudizione da culi di pietra, per insofferenza e odio all’accademia (con relativo sotterraneo complesso di inferiorità). La pazienza artigianale e il rispetto per il lettore non hanno mai preso, in Pasolini, la strada dello specialismo; anzi lo specialismo e la pignoleria gli sono sempre parsi travestimenti della rassegnazione e della rinuncia.Il professore Walter Siti boccia a pieni voti senza esitazione e con una certa soddisfazione della sua autorità, il giovane e il vecchio Pasolini. Lo condanna senza appello a ritirarsi dalla scena e a rimanere chiuso nel sarcofago blu della collana dei Meridiani, che in fondo non se la merita. Si permette anche di fare un poco lo Sherlock Holmes e di frugare nella biblioteca personale di Pasolini, che a quanto pare, e chissà perché, è decimata. Un ultimo controllo sulla cultura di Pasolini nel definitivo processo a Pier Paolo Pasolini. “A consultare i pochi libri rimasti della biblioteca di Pasolini, si resta colpiti da un particolare che conferma l’impressione di disinvoltura (o a dir meglio di sfacciata improntitudine) culturale; molti volumi di quelli che lui cita e utilizza spesso, sono fittamente annotati e accanitamente sottolineati, nelle prime pagine - e poi c’é una piegatura diagonale dell’angolo superiore, di quelle che si dicono ‘orecchie’ e al di là il libro è assolutamente intonso”.C’è un bel libro in lingua tedesca del poeta tedesco Christoph Klinke, Wir sind alle in Gefahr, ed. Oberbaum, Berlin, un titolo preso dall’ultima intervista di Pasolini concessa a Furio Colombo: “Siamo tutti in pericolo”. Ed oggi, piú che mai, tale espressione si conferma valida. e nella piú perfetta solitudine --------------------- (1) Descrizioni, è il termine che usa Pasolini, per i suoi interventi di critica letteraria. (2) Laura Betti, attrice, amica assoluta di Pier Paolo Pasolini, morta nel 2004, Graziella Chiarcossi, cugina di Pasolini e abitante nella sua casa a cura della di lui madre, erede oggi dei diritti editoriali dell’opera di Pasolini, curatrice di diverse opere. Ninetto Davoli, amico di Pasolini, attore, sposato, padre di due figli i cui nomi sono Piero e Paolo. Marina Beelke, nata il 12 febbraio 1938 a Genova. Dal 1963 residente a Berlino, e dal 1972 al 2003 professore di Lingua e Letteratura Italiana all’Università Tecnica di Berlino, con specializzazione sulla letteratura moderna. La pubblicazione del suo nuovo libro Mille e un chilometro di asfalto - Discorsi d’ombra con Pier Paolo Pasolini è prevista per la primavera 2006.
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