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Saggistica La figura femminile
secondo Pasolini
Nella vita di Pier Paolo Pasolini vi sono almeno tre figure centrali: sua madre Susanna, Laura Betti - l’amica che fu anche interprete di molti suoi film e poi affettuosa custode della sua memoria -, Maria Callas, interprete del film Medea, legata a Pasolini da un sentimento che andò oltre l’amicizia. Ma, oltre a queste tre donne, le tracce relative alla interpretazione della figura femminile nella società in cui viveva, sono in Pasolini numerosissime e costanti. ![]() ![]() ![]() Pasolini ama i suoi personaggi, soprattutto quelli femminili: non li giudica, ce li mostra in tutta la loro interezza, senza troppi fronzoli retorici, con scarno ed essenziale realismo (non si è mai stancato di ripetere, in decine di interviste, che egli amava e prendeva in considerazione "soltanto la rappresentazione della realtà", sia nei suoi lavori cinematografici sia in quelli letterari). Nei film, gli accostamenti tra musica colta (Bach, Vivaldi, Händel) e una vita così profana portano alla nascita di un profondo, sacrale senso di pietà nel cuore dello spettatore. Pietà per le molte ingiustizie, per i torti subiti, per un'esistenza che si mischia perennemente alla miseria, un'esistenza dove i vinti e gli sfruttati non hanno possibilità di riscatto e anche quando lo cercano, magari lavorando (si pensi al personaggio di Stella in Accattone - vedi foto sopra), rimangono soltanto degli schiavi, pronti a tornare rapidamente alle rispettive condizioni precarie. Penso proprio si tratti di una "qualità" di amore che possiede lo stesso spessore che ha legato Pasolini alla propria madre. Uno dei momenti in cui il poeta appare più commosso è quello in cui scrive ricordando sua madre nei primi anni dopo il loro arrivo a Roma, quando lui faceva lavori temporanei e precari e lei era a servizio nelle case dei "signori" per guadagnare di che vivere per tutti e due. In Mamma Roma, il personaggio interpretato da Anna Magnani delinea un esempio di maternità dai comportamenti molto simili: anche qui, la donna è disperatamente pronta a tutto pur di far vivere decentemente, di assecondare e proteggere il proprio figliolo. ![]() ![]() Pasolini si esprimeva in un'epoca in cui, in nome di un insopportabile moralismo, la prostituta, l'omosessuale, la ragazza-madre costituivano un vero e proprio scandalo. Condizioni di vita certamente diversissime, ai suoi tempi accomunate dalla condanna causata da un diffuso senso del pudore: lo stesso che agirà nel rinviare frequentemente Pasolini a giudizio nei tribunali italiani. Occorre ricordare che erano gli anni della legge Merlin per la chiusura delle case d'appuntamento, di una decisa condanna dell'omosessualità da parte di ogni parte politica e dalle gerarchie ecclesiastiche, che nel migliore dei casi semplicemente fingevano di ignorare ipocritamente l'esistenza di prostitute e di omosessuali, cosً come, prima che intervenissero iniziative legislative, fingeranno di non conoscere l'entità degli aborti clandestini, spesso causa di morte per le donne. Trasgressione, anticonformismo, letterarietà innata, provocazione e disillusione erano le caratteristiche di fondo che connotavano l’essenza stessa di Pasolini, personaggio scomodo e irriverente che trovò la forza di manifestare la propria omosessualità in anni come i '60-'70 in cui i tabù sociali erano, come accennato, molto radicati in tutti gli strati sociali. E che rappresentava le donne come le componenti della società più “attrezzate”, in termini di tenacia e di coraggio. ![]() Maria Antonietta Macciocchi, direttrice di "Vie Nuove", che propose a Pasolini una collaborazione con la rivista, cosa che avvenne a partire dal maggio 1960, ha descritto lo scrittore come «l'intellettuale più dolce, più delicato, più disponibile» che avesse conosciuto. In un suo articolo del 1995 la Macciocchi scrive tra l’altro: «Pasolini è l'unico grande intellettuale che abbia parlato della questione tabù: la sessualità femminile, l'amore e l'aborto. Allora il suo complesso discorso venne trasformato rozzamente dal femminismo d'assalto come un'opposizione risoluta alla legge sull'aborto. [...] "Il problema non è di essere contro o a favore dell'aborto - aveva scritto Pasolini - ma a favore o no della sua legalizzazione. Ebbene, io mi sono pronunciato contro l'aborto e a favore della sua legalizzazione" [..] Col suo discorso sulla sessualità, Pasolini fa avanzare il discorso femminista, monco, rituale, ortodosso [...] Ero più che amica di Pasolini» - conclude la Macciocchi. - «C'era tra noi un'intesa assoluta, una complicità da "eretici". Accettò di tenere una rubrica settimanale, la prima sfida antidogmatica che si conosca nel campo della sinistra, su “Vie Nuove”, che allora dirigevo, con un "Dialogo coi lettori". Accettò , scrivendomi che lo avevo convinto... arrivando "dritta al suo cuore". Non volle mai un soldo di compenso, il che stupisce oggi davanti alla bulimia dell'oro che distingue certi scrittori e giornalisti "famosi", tra cui talora si annidano anche certi suoi detrattori. In verità lo commuoveva il fatto che un periodico importante fosse diretto da una donna. [...] Arrivava quasi ogni settimana in via Sicilia, nel mio ufficio dalle alte vetrate. Entrava con passi leggeri, da gatto. Poi mi portava al caffeuccio dell'angolo, che c'è tuttora. Lo definivano un anormale. Era molto bello, giovane, elegante, con quei suoi jeans e il giubbotto. Nessuno mi sembrava più normale e dolce e attraente di questo... anormale [...] Lui sembrava il solo a comprendere la fragilità disperata perfino di quelle chiamate "mostri sacri" del successo, le più traumatizzate tra "le donne oggetto": Bardot (che tenta di uccidersi), Callas (abbandonata da Onassis), Marilyn Monroe (suicida). In una poesia che doveva accompagnare la sequenza di Marilyn sul letto di morte, nel film La rabbia Pasolini la evoca: "Del mondo antico e del mondo futuro non erano restati che la bellezza e te... Povera sorellina cadetta"». ![]() ![]() Scrive lo stesso Pasolini (Il sogno del centauro, ora in Pasolini. Saggi sulla politica e la società. Meridiani Mondadori, 1999): «Anche Medea, come altri personaggi pasoliniani, è un’esclusa. Sradicata dalla sua terra, non riesce ad integrarsi a Corinto. Medea vive segregata in un palazzo con la sola compagnia di alcune ancelle. Il travaglio di Medea, infatti, oltre che di natura amorosa, deriva anche dall’incapacità degli abitanti di Corinto di accettare la sua diversità, di integrare la cultura della sua remota Colchide. Corinto emargina in primo luogo una donna depositaria di un remoto sapere del corpo e della terra. Nella rappresentazione del mito di Medea è così possibile scorgere un tratto ricorrente nella storia dell’uomo, cioè la tendenza a fare di un individuo “diverso” un capro espiatorio». Nel caso specifico, il rimando è alle innumerevoli figure femminili che, in diverse epoche della storia, sono state investite di segni negativi per destituirle di ogni autorevolezza. Pasolini, dunque, vede Medea anche come un’esclusa, sovrapponendo a questo personaggio la dolorosa vicenda personale della propria marginalizzazione. La «mentalità dell’animale ferito, al traino della banda», è ciò che rende Pasolini particolarmente vicino alle vittime di ogni intolleranza e così sensibile ai riflessi psicologici del loro dramma. «[…] I più dei miei fastidi, la maggior parte dell’odio che mi si dedica, vengono dal fatto che sono diverso. Lo sento, questo odio, è “razziale”. È il razzismo che viene esercitato contro tutte le minoranze del mondo». Maria Callas scrisse che la sua storia con Onassis l’aveva lasciata con “nove anni di sacrifici inutili”; forse, interpretare la tragedia di una donna pazza d’amore e poi tradita le sembrava un modo per alleviare quel dolore. Decise che Pier Paolo non era un intellettuale come tutti gli altri, “con il loro naso sempre tra le pagine di un libro, che non vedono la vita”. “Mi sembra di averla sempre conosciuta”, disse Pasolini, “è come se fossimo stati a scuola assieme”. E a un giornalista: «Per me la Callas è come Franco Citti. I due estremi si toccano: i cosiddetti mostri sacri hanno in sé qualcosa di talmente autentico e personale, che è come se fossero presi dalla strada». ![]() Molte altre sono state le donne con le quali Pasolini ha di volta in volta stabilito rapporti affettivi oltreché professionali e di grande, reciproca stima: da Elsa Morante (fonte inesauribile di suggerimenti sulla musica da utilizzare nei film e in particolare collaboratrice al commento musicale di Medea) a Oriana Fallaci (con cui Pasolini fu spesso in polemica e che, sulle vicende legate alla morte dello scrittore realizzò una vera e propria controinchiesta per il periodico "L'Europeo"), e a Dacia Maraini (collaboratrice alla sceneggiatura del Fiore delle Mille e una notte). ![]() Per concludere questa riflessione sul rapporto di Pier Paolo Pasolini con le donne, mi pare che il modo più significativo sia proprio quello di richiamarmi a ciò che Laura Betti ci ha trasmesso con il suo film sul poeta e alle dichiarazioni che a tale film hanno fatto seguito. Ha scritto Laura Betti: «Ho fatto un film sognando le parole di Pier Paolo immerse in tutto ciò che da tempo non lo riguarda, come un'enfatica, mondana e stridente democrazia, una falsa capacità di capire una non troppo furtiva apologia della bassa cultura... bassa, strisciante, penetrante e capace di una potente e vorace assimilazione. Ho fatto un film comunque certa della sua ineffabile e straordinaria ironia nello scuotersi di dosso la polvere di tanto beato e approvato orrore ma anche dal suo immenso amore per le vittime che sanno di poesia. Ho fatto un film di certo perché volevo vedere dove lui è veramente.» Dice ancora Laura Betti: «Gliene dicevano di tutti i colori ma poi tutti correvano a intervistarlo, sperando che dicesse parole indisponenti. Lui era schivo, cercava di sfuggire, ma non sapeva dire di no, per gentilezza [...] Nelle borgate lui era molto amato e mi portava appresso perché era conscio del suo fascino e voleva farmi vedere che in quei quartieri fuori dal mondo era come un re. Piaceva molto anche agli intellettuali, perché li stimolava: e anche i suoi nemici erano belle persone colte, ce ne fossero oggi di carogne così intelligenti. Ma credo che sia successo qualcosa di grave, di cultura non c'è più traccia, se ne è andata, l'hanno cacciata, addio». ![]() Ad avallare l'interpretazione di un Pasolini precursore delle tematiche anti-globalizzazione è stata propria Laura Betti: alla conferenza stampa successiva alla proiezione del suo film, l’attrice-regista dichiara, dall'alto della sua grandissima amicizia con lo scrittore scomparso, che «a Genova lui ci sarebbe sicuramente andato. Certi passaggi dei suoi scritti, come quelli sul consumismo, non invecchiano mai». E infatti nella pellicola molte parole pronunciate da Pasolini suonano assolutamente contemporanee. Come quando avverte che il vero pericolo "è la destra politica, non economica"; quella, per intenderci, "dei nuovi padroni", che vuole "lo sviluppo e non il progresso", facendoci diventare "consumatori e non cittadini". Dal film emerge anche l'amore per i paesi poveri del mondo. Come quando lo scrittore ricorda la sua esperienza in un villaggio del Sudan, in cui il tribunale era allestito sotto un albero. O come, quasi alla fine, le immagini del poeta che cammina in una discarica si alternano a quelle dei bambini africani denutriti. ![]() Misteriosamente, a dispetto di materiali "sporchi" come si dice in gergo, cioè reperti di trasmissioni televisive o filmati in superotto o in video, quanto più povero è stato il supporto su cui si è registrata la sua voce e le immagini o le inquadratur fisse, tanto più arrivano direttamente le parole di Pasolini: interventi politici sotto forma di discorso morale, l'insegnamento del cinema fatto sempre dietro la macchina da presa, ricordi di infanzia come poesie in cui ancora non si sono trovate le parole definitive. La perfetta analisi del futuro e la pulizia della mente, dice la Betti, fanno di lui ancora oggi un compagno di strada dei giovani, così come lo era per la generazione del '68, rapporto estremamente conflittuale, ma duraturo nel tempo e che può dare ancora fertili risultati. Il film riesce a creare questo legame tra un'epoca che sembra così lontana e oggi, come nel colloquio con un grande classico per cui non c'è bisogno di volgari limiti temporali. Non è stato fatto volutamente (il collegamento con l'attualità è stato accuratamente evitato, spiega la Betti), ma il risultato è che le sue parole ancora oggi indicano un cammino possibile, come ad esempio diffidare di ogni certezza e capire a quali interlocutori concedere la propria attenzione. Sorprende sentirlo parlare così a lungo e ci si accorge come per tanto tempo non si è sentita quella voce, o una voce simile di cui non diffidare. --------------------------------------
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