La saggistica

"Pagine corsare"
Saggistica

La figura femminile secondo Pasolini
di Angela Molteni

Nella vita di Pier Paolo Pasolini vi sono almeno tre figure centrali: sua madre Susanna, Laura Betti  - l’amica che fu anche interprete di molti suoi film e poi affettuosa custode della sua memoria -, Maria Callas, interprete del film Medea, legata a Pasolini da un sentimento che andò oltre l’amicizia. Ma, oltre a queste tre donne, le tracce relative alla interpretazione della figura femminile nella società in cui viveva, sono in Pasolini numerosissime e costanti.

Stella, in Accattone
In Accattone e Mamma Roma, i suoi due primi film, per esempio (ma anche in opere successive), Pasolini trova in personaggi di prostitute, papponi, ladri i punti di riferimento per esprimere la propria poetica dell'abbandono e della povertà: dà loro, senza discriminazioni, la medesima consistenza umana. La dimensione della sua visione, violenta e lirica insieme, propone una spiritualità che non possiede alcun barlume di speranza. La prostituzione o il furto appaiono come elementi sacrificali che emergono dal panorama costante del disagio sottoproletario. Dunque, oltre che agli altri personaggi altrettanto umili e sottoproletari, è anche alla prostituta che va l’attenzione e l'affetto di Pasolini, non in quanto personaggio positivo ma in quanto personaggio che impersona una delle peggiori vittime dell'umiliazione e dello sfruttamento.
Anna Magnani in Mamma Roma
Attraverso gli scritti e le immagini pasoliniane non sono più messi in risalto solamente la miseria che deriva da questo mondo ma anche il forte vitalismo e l'autenticità che queste persone trasmettono. Perché se è vero che nella società borghese sono il benessere e le buone maniere a connotare una persona, è anche vero che nella maggior parte dei casi queste risultano essere una semplice facciata, un'ipocrisia costruita su misura, e non rivelano alcunché di autentico, di reale. Una facciata che poi nel corso degli anni ha conosciuto le sue mode, i suoi stereotipi, i suoi meccanismi di consumo fino a portare a una omologazione - tanto temuta da Pasolini che non si stancava di mettercene in guardia - che ha finito per uccidere le istanze più vere che ogni persona si dovrebbe portare dentro.
Borghetto Prenestino a Roma
Nelle borgate romane - per le quali Pasolini non si stanca di dichiarare il proprio amore incondizionato - la vita è ancora legata all'istinto, alla frode, alla battuta sempre pronta, al cazzeggio, al dolore, all'infamia. Tutte componenti di una vita che conosce le sue regole per la sopravvivenza, regole che non promettono paradisi o miglioramenti, ma che costringono a fare i conti con la brutalità della vita stessa, del lavoro, del piatto di minestra conquistato a fatica.

Pasolini ama i suoi personaggi, soprattutto quelli femminili: non li giudica, ce li mostra in tutta la loro interezza, senza troppi fronzoli retorici, con scarno ed essenziale realismo (non si è mai stancato di ripetere, in decine di interviste, che egli amava e prendeva in considerazione "soltanto la rappresentazione della realtà", sia nei suoi lavori cinematografici sia in quelli letterari). Nei film, gli accostamenti tra musica colta (Bach, Vivaldi, Händel) e una vita così profana portano alla nascita di un profondo, sacrale senso di pietà nel cuore dello spettatore. Pietà per le molte ingiustizie, per i torti subiti, per un'esistenza che si mischia perennemente alla miseria, un'esistenza dove i vinti e gli sfruttati non hanno possibilità di riscatto e anche quando lo cercano, magari lavorando (si pensi al personaggio di Stella in Accattone - vedi foto sopra), rimangono soltanto degli schiavi, pronti a tornare rapidamente alle rispettive condizioni precarie.

Penso proprio si tratti di una "qualità" di amore che possiede lo stesso spessore che ha legato Pasolini alla propria madre. Uno dei momenti in cui il poeta appare più commosso è quello in cui scrive ricordando sua madre nei primi anni dopo il loro arrivo a Roma, quando lui faceva lavori temporanei e precari e lei era a servizio nelle case dei "signori" per guadagnare di che vivere per tutti e due. In Mamma Roma, il personaggio interpretato da Anna Magnani delinea un esempio di maternità dai comportamenti molto simili: anche qui, la donna è disperatamente pronta a tutto pur di far vivere decentemente, di assecondare e proteggere il proprio figliolo.

Teorema: Silvana Mangano con Pasolini
Più avanti, i personaggi della "madre" di una famiglia inconfondibilmente borghese e della "serva" in Teorema - interpretati rispettivamente da Silvana Mangano e da Laura Betti - avranno le stesse caratteristiche, borghese l'una, proletaria l'altra.
Teorema: Laura Betti con Pasolini
Sono figure emblematiche descritte da Pasolini anche nelle sue opere letterarie oltreché cinematografiche. E l'unica che Pasolini "salverà", riscatterà misticamente (facendola addirittura ascendere al cielo - anche questo, dunque, un elemento simbolico che Pasolini applica a una figura femminile), sarà proprio la serva.

Pasolini si esprimeva in un'epoca in cui, in nome di un insopportabile moralismo, la prostituta, l'omosessuale, la ragazza-madre costituivano un vero e proprio scandalo. Condizioni di vita certamente diversissime, ai suoi tempi accomunate dalla condanna causata da un diffuso senso del pudore: lo stesso che agirà nel rinviare frequentemente Pasolini a giudizio nei tribunali italiani. Occorre ricordare che erano gli anni della legge Merlin per la chiusura delle case d'appuntamento, di una decisa condanna dell'omosessualità da parte di ogni parte politica e dalle gerarchie ecclesiastiche, che nel migliore dei casi semplicemente fingevano di ignorare ipocritamente l'esistenza di prostitute e di omosessuali, cosً come, prima che intervenissero iniziative legislative, fingeranno di non conoscere l'entità degli aborti clandestini, spesso causa di morte per le donne. Trasgressione, anticonformismo, letterarietà innata, provocazione e disillusione erano le caratteristiche di fondo che connotavano l’essenza stessa di Pasolini, personaggio scomodo e irriverente che trovò la forza di manifestare la propria omosessualità in anni come i '60-'70 in cui i tabù sociali erano, come accennato, molto radicati in tutti gli strati sociali. E che rappresentava le donne come le componenti della società più “attrezzate”, in termini di tenacia e di coraggio.

Comizi d'amore: intervista di Pasolini davanti a una fabbrica del milanese
Per fare un altro esempio, Comizi d'amore, il film-inchiesta composto da varie interviste su sesso e dintorni (rapporti, matrimonio, divorzio, prostituzione, eccetera), Pasolini scelse di girarlo in tutte le regioni italiane e, non casualmente, in differenti contesti sociali. Anche in questo lavoro non sono certo le donne di estrazione borghese (Camilla Cederna, Oriana Fallaci) quelle che lo scrittore mostra di apprezzare maggiormente, perché rispondono con minore autenticità e realismo alle domande poste nelle interviste.

Maria Antonietta Macciocchi, direttrice di "Vie Nuove", che propose a Pasolini una collaborazione con la rivista, cosa che avvenne a partire dal maggio 1960, ha descritto lo scrittore come «l'intellettuale più dolce, più delicato, più disponibile» che avesse conosciuto.

In un suo articolo del 1995 la Macciocchi scrive tra l’altro: «Pasolini è l'unico grande intellettuale che abbia parlato della questione tabù: la sessualità femminile, l'amore e l'aborto. Allora il suo complesso discorso venne trasformato rozzamente dal femminismo d'assalto come un'opposizione risoluta alla legge sull'aborto. [...] "Il problema non è di essere contro o a favore dell'aborto - aveva scritto Pasolini - ma a favore o no della sua legalizzazione. Ebbene, io mi sono pronunciato contro l'aborto e a favore della sua legalizzazione" [..] Col suo discorso sulla sessualità, Pasolini fa avanzare il discorso femminista, monco, rituale, ortodosso [...] Ero più che amica di Pasolini» - conclude la Macciocchi. - «C'era tra noi un'intesa assoluta, una complicità da "eretici". Accettò di tenere una rubrica settimanale, la prima sfida antidogmatica che si conosca nel campo della sinistra, su “Vie Nuove”, che allora dirigevo, con un "Dialogo coi lettori". Accettò , scrivendomi che lo avevo convinto... arrivando "dritta al suo cuore". Non volle mai un soldo di compenso, il che stupisce oggi davanti alla bulimia dell'oro che distingue certi scrittori e giornalisti "famosi", tra cui talora si annidano anche certi suoi detrattori. In verità lo commuoveva il fatto che un periodico importante fosse diretto da una donna. [...] Arrivava quasi ogni settimana in via Sicilia, nel mio ufficio dalle alte vetrate. Entrava con passi leggeri, da gatto. Poi mi portava al caffeuccio dell'angolo, che c'è tuttora. Lo definivano un anormale. Era molto bello, giovane, elegante, con quei suoi jeans e il giubbotto. Nessuno mi sembrava più normale e dolce e attraente di questo... anormale [...] Lui sembrava il solo a comprendere la fragilità disperata perfino di quelle chiamate "mostri sacri" del successo, le più traumatizzate tra "le donne oggetto": Bardot (che tenta di uccidersi), Callas (abbandonata da Onassis), Marilyn Monroe (suicida). In una poesia che doveva accompagnare la sequenza di Marilyn sul letto di morte, nel film La rabbia Pasolini la evoca: "Del mondo antico e del mondo futuro non erano restati che la bellezza e te... Povera sorellina cadetta"».

Maria Callas e Pier Paolo Pasolini in partenza per il Brasile per presentare il film Medea
I rapporti instauratisi tra Pasolini e Maria Callas all’epoca della lavorazione del film Medea (1969-71) costituiscono un’ulteriore testimonianza della considerazione dello scrittore nei confronti delle donne, in questo caso di una donna che era anche una grande artista osannata in tutto il mondo. L’amicizia con la Callas, nata durante le fasi di lavorazione di Medea, è altresì molto importante in quanto ci offre la possibilità di cogliere Pasolini nelle vesti del poeta, pronto a dedicare alcuni versi alla soprano, e in quelle del pittore che disegnerà le famose serie di ritratti di Maria Callas. Nel Canzoniere a lei dedicato traspare il fascino subìto di fronte alla forza della sua voce («...portando teco quell’odor d’oltretomba, / canti arie composte da Verdi e divenute rosse del sangue / la cui esperienza - che non ne pronuncia la parola - / insegna la dolcezza, la vera dolcezza»), e della sua figura, «riapparizione ctonia, riapparizione da un viaggio compiuto in luoghi da lui mai percorsi».
Uno dei ritratti fatti da Pasolini a Maria Callas
Le due serie di ritratti, la prima realizzata a Grado e Cervignano nel 1969 durante le riprese di Medea, la seconda concepita in Grecia nell’isola di Skorpios nel 1970 durante un loro periodo di vacanza, si pongono quale momento tra i più importanti anche dell’esperienza pittorica di Pasolini. Quest’attività, per quanto praticata come momento del tempo libero, ha accompagnato costantemente la vita di Pasolini. Scorrendo il catalogo delle sue opere figurative ci troviamo di fronte ai luoghi, alle persone e agli affetti della sua vita: gli amici più intimi, le rive del Tagliamento, Casarsa, la madre e i celebri autoritratti costituiscono i momenti più significativi del suo immaginario pittorico che, nei ritratti della Callas, trova senza dubbio un suo momento molto significativo.

Scrive lo stesso Pasolini (Il sogno del centauro, ora in Pasolini. Saggi sulla politica e la società. Meridiani Mondadori, 1999): «Anche Medea, come altri personaggi pasoliniani, è un’esclusa. Sradicata dalla sua terra, non riesce ad integrarsi a Corinto. Medea vive segregata in un palazzo con la sola compagnia di alcune ancelle. Il travaglio di Medea, infatti, oltre che di natura amorosa, deriva anche dall’incapacità degli abitanti di Corinto di accettare la sua diversità, di integrare la cultura della sua remota Colchide. Corinto emargina in primo luogo una donna depositaria di un remoto sapere del corpo e della terra. Nella rappresentazione del mito di Medea è così possibile scorgere un tratto ricorrente nella storia dell’uomo, cioè la tendenza a fare di un individuo “diverso” un capro espiatorio». Nel caso specifico, il rimando è alle innumerevoli figure femminili che, in diverse epoche della storia, sono state investite di segni negativi per destituirle di ogni autorevolezza. Pasolini, dunque, vede Medea anche come un’esclusa, sovrapponendo a questo personaggio la dolorosa vicenda personale della propria marginalizzazione. La «mentalità dell’animale ferito, al traino della banda», è ciò che rende Pasolini particolarmente vicino alle vittime di ogni intolleranza e così sensibile ai riflessi psicologici del loro dramma. «[…] I più dei miei fastidi, la maggior parte dell’odio che mi si dedica, vengono dal fatto che sono diverso. Lo sento, questo odio, è “razziale”. È il razzismo che viene esercitato contro tutte le minoranze del mondo».

Maria Callas scrisse che la sua storia con Onassis l’aveva lasciata con “nove anni di sacrifici inutili”; forse, interpretare la tragedia di una donna pazza d’amore e poi tradita le sembrava un modo per alleviare quel dolore. Decise che Pier Paolo non era un intellettuale come tutti gli altri, “con il loro naso sempre tra le pagine di un libro, che non vedono la vita”. “Mi sembra di averla sempre conosciuta”, disse Pasolini, “è come se fossimo stati a scuola assieme”. E a un giornalista: «Per me la Callas è come Franco Citti. I due estremi si toccano: i cosiddetti mostri sacri hanno in sé qualcosa di talmente autentico e personale, che è come se fossero presi dalla strada».

Maria Callas e Pier Paolo Pasolini sul set di Medea
«Il rapporto assunse toni di un’intimità tutta particolare. In lei Pasolini vedeva una fanciulla ferita, una persona essenzialmente timida che era riuscita a conquistare i più grandi teatri del mondo e a esporsi con un enorme atto di volontà. Riconosceva tutto questo, poiché sentiva le stesse cose dentro di sé: una timidezza radicata nel profondo, un’immensa convinzione e una determinazione a far sì che nulla (o nessuno) interferisse con la realizzazione della sua visione artistica. Tra Maria Callas e Pier Paolo Pasolini non c’era né più né meno che una giocosa reciprocità di sentimenti. Il loro rapporto era cominciato in modo platonico e sarebbe rimasto tale durante la lavorazione del film e durante i diversi anni in cui continuarono a frequentarsi e a scriversi. Maria capiva quali fossero i limiti, eppure sembrava intenzionata a oltrepassarli. Pare che Pasolini le avesse detto che, a parte la madre, era l’unica donna che avesse mai amato. Pasolini aveva quarantotto anni; «ci sono dei vecchietti allegri», faceva osservare, «io sarò uno di quelli». Venne fotografato in compagnia di Maria Callas all’aeroporto di Roma: un primo piano dei due mentre si baciano sulle labbra. Quotidiani e settimanali annunciarono il loro imminente fidanzamento ufficiale.» (Barth David Schwartz, Pasolini Requiem, Marsilio Editore, 1995).

Molte altre sono state le donne con le quali Pasolini ha di volta in volta stabilito rapporti affettivi oltreché professionali e di grande, reciproca stima: da Elsa Morante (fonte inesauribile di suggerimenti sulla musica da utilizzare nei film e in particolare collaboratrice al commento musicale di Medea) a Oriana Fallaci (con cui Pasolini fu spesso in polemica e che, sulle vicende legate alla morte dello scrittore realizzò una vera e propria controinchiesta per il periodico "L'Europeo"), e a Dacia Maraini (collaboratrice alla sceneggiatura del Fiore delle Mille e una notte).

Laura Betti in tre foto di scena
Come accennato, una tra le figure femminili di primo piano nella vita di Pasolini è stata Laura Betti. Il sodalizio artistico e umano tra l’attrice e lo scrittore è stato l'incontro di due anime in rivolta. La memoria del poeta che Laura Betti ha continuato tenacemente a tener viva con numerose iniziative - dall'istituzione del Fondo Pasolini (1980) al film presentato al Festival di Venezia, La ragione di un sogno (2001) - offre un altro spunto per riflettere sui rapporti profondi e sulla grande considerazione nutriti da Pasolini nei confronti delle donne. «Una tragica Marlene, una vera Garbo» che si era «messa sul volto una maschera inalterabile di pupattola bionda». Così Laura Betti venne definita da Pier Paolo Pasolini nel 1971 immaginando per Vogue un necrologio dell'attrice per l'allora lontano 2001. «Un'eroina, una persona molto spiritosa e un'eccellente cuoca» sottolineava ancora Pasolini parlando della sua amica attrice, con cui strinse una grande amicizia artistica e di anime. E immaginando la data della sua morte tre anni in anticipo sulla realtà  (Laura Betti è scomparsa in effetti il 31 luglio 2004), aveva detto nell’ipotetico necrologio: «Sono sicuro che nella sua tomba ella si sente bambina. Ella è certamente fiera della sua morte, considerandola una morte speciale». Contestatrice, anima in rivolta, graffiante e ruvida, la Betti non era, spiega ancora Pasolini, una persona ambigua, al contrario una donna «tutta d'un pezzo: inarticolata come un fossile».

Per concludere questa riflessione sul rapporto di Pier Paolo Pasolini con le donne, mi pare che il modo più significativo sia proprio quello di richiamarmi a ciò che Laura Betti ci ha trasmesso con il suo film sul poeta e alle dichiarazioni che a tale film hanno fatto seguito.

Ha scritto Laura Betti: «Ho fatto un film sognando le parole di Pier Paolo immerse in tutto ciò che da tempo non lo riguarda, come un'enfatica, mondana e stridente democrazia, una falsa capacità di capire una non troppo furtiva apologia della bassa cultura... bassa, strisciante, penetrante e capace di una potente e vorace assimilazione. Ho fatto un film comunque certa della sua ineffabile e straordinaria ironia nello scuotersi di dosso la polvere di tanto beato e approvato orrore ma anche dal suo immenso amore per le vittime che sanno di poesia. Ho fatto un film di certo perché volevo vedere dove lui è veramente.»

Dice ancora Laura Betti: «Gliene dicevano di tutti i colori ma poi tutti correvano a intervistarlo, sperando che dicesse parole indisponenti. Lui era schivo, cercava di sfuggire, ma non sapeva dire di no, per gentilezza [...] Nelle borgate lui era molto amato e mi portava appresso perché era conscio del suo fascino e voleva farmi vedere che in quei quartieri fuori dal mondo era come un re. Piaceva molto anche agli intellettuali, perché li stimolava: e anche i suoi nemici erano belle persone colte, ce ne fossero oggi di carogne così intelligenti. Ma credo che sia successo qualcosa di grave, di cultura non c'è più traccia, se ne è andata, l'hanno cacciata, addio».

La stele in ricordo di Pasolini, sul luogo del suo assassinio - Idroscalo (fino al 2005)
Spesso nel film della Betti appare la desolazione insopportabile, morta, della zona dove fu ucciso, un'immensa lugubre distesa di spazzatura: «Io lo vedo così presente», è il commento di Laura Betti, «in mezzo ai rifiuti, alla merda nostra che ormai in questo paese meraviglioso è tracimata ovunque. Qualcuno aveva cercato di farci un piccolo giardino, ma l'hanno subito distrutto, eppure non so come è proprio da lì che mi sembra che le sue parole rimbalzino nel mondo: ne ha dette a valanghe di parole, il segno massimo della sua generosità verso tutti e tutto [...] Strappano ancora il cuore le scene di stupefazione muta, di autentico dolore, di senso di una perdita irrimediabile, del funerale di Pier Paolo Pasolini, in tempi in cui al passaggio delle bare non si battevano le mani, perché la morte dei personaggi, dei poeti, non era ancora diventata un povero, assurdo spettacolo. In quei momenti è vero, c'è stato vero amore nella gente, in quella folla davvero immensa, strana, fatta di borgatari e intellettuali che provavano anche paura, la sensazione del pericolo che senza le parole di Pier Paolo, il silenzio avrebbe portato. Poi le istituzioni hanno spazzato via tutto quell'amore, e anche quella poesia».

Ad avallare l'interpretazione di un Pasolini precursore delle tematiche anti-globalizzazione è stata propria Laura Betti: alla conferenza stampa successiva alla proiezione del suo film, l’attrice-regista dichiara, dall'alto della sua grandissima amicizia con lo scrittore scomparso, che «a Genova lui ci sarebbe sicuramente andato. Certi passaggi dei suoi scritti, come quelli sul consumismo, non invecchiano mai». E infatti nella pellicola molte parole pronunciate da Pasolini suonano assolutamente contemporanee. Come quando avverte che il vero pericolo "è la destra politica, non economica"; quella, per intenderci, "dei nuovi padroni", che vuole "lo sviluppo e non il progresso", facendoci diventare "consumatori e non cittadini". 

Dal film emerge anche l'amore per i paesi poveri del mondo. Come quando lo scrittore ricorda la sua esperienza in un villaggio del Sudan, in cui il tribunale era allestito sotto un albero. O come, quasi alla fine, le immagini del poeta che cammina in una discarica si alternano a quelle dei bambini africani denutriti.

Pasolini cammina su una montagna di rifiuti (dal film di Laura Betti)
C'è molto amore nel film di Laura Betti. È un amore che traspare dal modo in cui sono accostati i materiali di repertorio, dalla colonna sonora malinconica, dalla struggente nostalgia che Laura prova e che intende trasmettere allo spettatore, riuscendo a trovare più di un momento di poesia in forma di cinema. Ma c'è anche molta lucidità, la lucidità di uno scrittore che ci annunciò con largo anticipo, e con l'acre consapevolezza di non poterlo evitare, quel che stava per capitarci: la trasformazione antropologica del cittadino in consumatore, l'omologazione culturale, la produzione e l'acquisto di beni superflui, lo sviluppo senza il progresso... 

Misteriosamente, a dispetto di materiali "sporchi" come si dice in gergo, cioè reperti di trasmissioni televisive o filmati in superotto o in video, quanto più povero è stato il supporto su cui si è registrata la sua voce e le immagini o le inquadratur fisse, tanto più arrivano direttamente le parole di Pasolini: interventi politici sotto forma di discorso morale, l'insegnamento del cinema fatto sempre dietro la macchina da presa, ricordi di infanzia come poesie in cui ancora non si sono trovate le parole definitive.

La perfetta analisi del futuro e la pulizia della mente, dice la Betti, fanno di lui ancora oggi un compagno di strada dei giovani, così come lo era per la generazione del '68, rapporto estremamente conflittuale, ma duraturo nel tempo e che può dare ancora fertili risultati. Il film riesce a creare questo legame tra un'epoca che sembra così lontana e oggi, come nel colloquio con un grande classico per cui non c'è bisogno di volgari limiti temporali. Non è stato fatto volutamente (il collegamento con l'attualità è stato accuratamente evitato, spiega la Betti), ma il risultato è che le sue parole ancora oggi indicano un cammino possibile, come ad esempio diffidare di ogni certezza e capire a quali interlocutori concedere la propria attenzione.

Sorprende sentirlo parlare così a lungo e ci si accorge come per tanto tempo non si è sentita quella voce, o una voce simile di cui non diffidare.

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Uno stralcio di questo brano, scritto in occasione dell'8 marzo 2008, è stato
pubblicato dalla  rivista "Voci di Piazza" della Casaumanista di Milano.

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INVITO ALLA LETTURA:
BRANI DI PIER PAOLO PASOLINI


TUTTI GLI AGGIORNAMENTI
A "PAGINE CORSARE" 
DA OTTOBRE 1998








 


La figura femminile secondo Pasolini, di Angela Molteni, 8 marzo 2008

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