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Saggistica À nous la liberté
«Povero Stracci, crepare, non aveva altro modo per ricordarci che anche lui era vivo!». E queste parole pronunciate da Orson Welles la chiudono. La potenza viscerale e la profondità culturale de “La Ricotta” sono riassumibili nei primi e negli ultimi versi dell’opera, dei versi “scandalosamente” poetici. Tutta l’opera cinematografica (e non) del Maestro dalle tre P, risulta un meraviglioso “scandalo” poetico, una provocazione aspra, ma pur sempre infinitamente tenera e sincera. Il 9 dicembre del 1973 Pasolini scrisse sul Corriere della Sera un articolo intitolato “Sfida ai dirigenti della televisione“. L’autore, in questo brano attaccava polemicamente,con il suo spiccato gusto per la provocazione, i cosiddetti programmi “culturali“, considerandoli un volgare mezzo di imborghesimento per le masse e sfidava i dirigenti a diffondere i sani principi della cultura attraverso la letteratura, ironizzando poi che gli italiani possono riscoprire i libri (se mai li hanno scoperti). Tornando a “La Ricotta“, bisogna sottolineare che risulta l’antitesi del cinema italiano anni 60, ovvero quel cinema che ha immortalato il miracolo economico costituito da lavatrici, frigoriferi, televisori ed automobili (l’ambitissima 500). Eppure nel bel mezzo del vortice della nascente società dei consumi, c’era ancora qualcuno che moriva di fame. Sono i sottoproletari, gente che viveva per strada, abitando in fetide baraccopoli, gente come Stracci, il protagonista della storia, che ingaggiato come comparsa per un film sulla passione di Cristo nel ruolo di un ladrone, dopo aver ingerito ogni sorta di cibaria morirà per indigestione durante la finzione scenica. A seguire la lapidaria frase pronunciata da Welles, ed è capolavoro. “Uccellaci e uccellini” e “Che cosa sono le nuvole?” (rispettivamente del '66 e del '68) rappresentano una tappa fondamentale nel percorso registico di Pasolini, prima di tutto perché costituiscono l’incontro tra il poeta e l’emblema della comicità partenopea, il grandissimo Totò. La maschera (già di per sé) farsesca, pinocchiesca e talvolta grottesca del Principe De Curtis (qui alle sue ultime interpretazioni) diviene ancor più tragicomica e invecchia, appassisce filtrando le ideologie del poeta. In quanto a maschere da commedia dell’arte bisogna segnalare la partecipazione a “Che cosa sono le nuvole?” della coppia comica più famosa del cinema italiano, Franchi e Ingrassia. Questo cortometraggio inserito poi nel discreto “Capriccio all’italiana“ appare una finissima e sublime metafora sulla strumentalizzazione delle masse, attraverso una rappresentazione della tragedia di “Otello” ad opera di una compagnia di marionette (costante che ritornerà ampiamente nel testamentario “Salò“). A fine spettacolo le marionette di Jago (Totò) e di Otello (Davoli) verranno gettate nella discarica dal monnezzaro (Modugno) e finalmente come dice Totò potranno ammirare le meravigliose e strazianti bellezze del creato, le nuvole. "Uccellacci e uccellini" è una profonda riflessione sulla fine degli anni '60 sospesa tra l’ilare e il grottesco con un bianconero straniante e apocalittico. Pasolini con ironica rassegnazione pone alcuni quesiti filosofeggiando sui mali che affligono il belpaese, inanellando una serie di raccontini in forma di fioretti francescani. L’analisi pasoliniana va dalla crisi della sinistra (con il funerale di Togliatti) all’ utopistica pace nel mondo, soffermandosi sulla figura dell’intellettuale marxista, rappresentato da un corvo saccente (sottolineatura autoironica dell’autore) sconfitto dalla fame atavica dei due proletari (Totò e Davoli) che gli tireranno il collo per farlo arrosto. La strumentalizzazione delle masse, questa era la vera idea di morte del genere umano secondo Pasolini che accentuò polemicamente nel suo più funereo capolavoro uscito postumo nel 1975, “Salò o le 120 giornate di Sodoma“. In quest’opera vi è racchiusa tutta la rabbia che il poeta aveva nei confronti del potere, rappresentante un mezzo di oppressione per l’individuo, in grado di privare della libertà e della dignità umana. Alla sua uscita, il film accese roventi polemiche e fu subito sequestrato e condannato per oscenità e corruzione ai minori (accusa fasulla e a scopo unicamente politico), poi venne rimesso in circolazione nel '79. Questa opera resta la prima ed unica parte della “Trilogia della morte” che l’autore aveva intenzione di realizzare dopo quella dedicata alla vita. Ora bisogna fare un passo
in dietro per poter differenziare le due ideologiche trilogie. La Trilogia
della vita con i primi due capitoli (”Il Decameron” e “I racconti
di Canterbury“) rappresenta la gaia volgarizzazione del bisogno
sessuale, traendo ispirazione (solo in parte) dalle opere originali di
Boccaccio e Chaucer, con vari rimandi alla pittura fiamminga da Bosch a
Brüghel.
Tornando invece a “Salò” come abbiamo già detto, rappresenta la sottomissione e la perdita di dignità del genere umano. L’opera è suddivisa in gironi danteschi (Antinferno, Girone delle manie, Girone della merda, Girone del sangue) all’interno di una villa nei pressi di Salò sotto il dominio nazifascista (siamo nel 1945) dove quattro uomini di potere (tra quali anche un Monsignore) insieme a quattro vecchie meretrici, sottopongono figli e figlie dei partigiani a sadici e perversi giochi di eros e thanatos. Quindi un’ opera limite legata in maniera intrinseca non solo al surriscaldato clima socio-politico dell’epoca, ma anche all’incessante flusso della memoria collettiva e specialmente (questo è essenziale) profeticamente aperto al futuro. Una vittoria fascista! |
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