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La saggistica Un
film di Laura Betti
Recensioni e commenti il manifesto, 2 settembre 2001 Il
poeta corsaro con la maglia n 10
Realizzato scegliendo tra le interviste, i documentari, le letture, i film, da un materiale sterminato confezionato seguendo una ritmica che assomiglia al pulsare del sangue è stata trovata la strada che fa sentire ancora una volta contemporaneo il poeta, come lo era negli anni Sessanta per quelli che si sforzavano di capire e di agire. La voce di Pasolini sembra essere la vera protagonista del film. E' una voce che racconta il suo percorso di scrittura, i suoi interventi politici si susseguono limpidi, come le indicazioni di cinema, lui stesso operatore di macchina, il suo nuovo strumento per scrivere poesia, indicano una strada oggi difficilmente seguita dai giovani. Quando disegna il volto di Ezra Pound o quando sceglie le comparse di Accattone, quando scrive, lo si legge nel film compie atti di poesia. Incontriamo Laura Betti con il ricordo degli applausi che hanno risuonato a lungo al solo comparire del nome del poeta e del suo nome. Ci chiediamo che traccia ha voluto seguire in questa testimonianza di opposizione: "Come ci si riferisce al popolo? Con la sovranità. Io aspetto ancora la grazia a Sofri che è stata richiesta dalla sovranità del popolo. Perché i giovani si rivoltano? Perché sanno che è tutto finto, è un presepio. Ma i giovani sono più sofisticati, sanno che i conti non tornano".
"La scelta è una scelta di solitudine. Non è vero che si in Italia si senta la presenza di Pasolini. All'estero è diverso, ci sono le file per vedere i suoi film, si discutono i suoi scritti come abbiamo visto fare in maniera commovente a Mosca. Ho cominciato a pensare al film quando Martone filmò un mio spettacolo teatrale, Una disperata vitalità, con i soldi di Rai2 di Freccero che ce lo ha ancora nel cassetto mentre Arte in Francia lo sta per trasmettere a settembre. Io che non sopporto più la mia immagine pur avendo fatto 72 film, raramente mi riconosco". Lo
dice con l'autentico charme della grande attrice, in sontuosi abiti indiani
che ci ricordano il malizioso folletto che era quando in tv, abito nero
e collettone bianco, rappresentava una presenza che non passava inosservata,
quelle volte che le era concesso partecipare, lei sofisticata interprete
di Brecht. Parla della sua immagine anche per sottolineare che invece lei
è in perfetta sintonia con i giovani, a dispetto del passare degli
anni: "La cosa potrebbe stupire, ma io le sento le necessità dei
giovani, non basta esserlo, vuol dire sentire il mondo in una certa dimensione
che è anche poetica, se non sconfina nella violenza. Di quegli applausi
sentivo forse il bisogno: fare questo film è stata una scelta di
grande solitudine provata in Italia. La ragione per cui avevo la necessità
di far parlare Pier Paolo è stata vedere la delicatezza con cui
Martone seguiva il mio spettacolo che era di poesia, in modo si potrebbe
dire rispettoso. Ho capito che si possono fare molte cose. Volevo rendere
quello che sentivo nella voce di Pier Paolo Pasolini, una voce come un
soffio, soffiata su un'Italia che lo ha relegato per quindici anni nella
merda. C'è questa mia visione di Pier Paolo che è
Le diciamo che era emozionante vedere quasi la diretta della partita della troupe di Salò contro Novecento vinta per 5 a 2 con Pasolini che porta la maglia numero dieci, bel gioco da regista, bella energia che come le sue parole va dritto in porta: "E' il superotto di Claire Peploe che abbiamo gonfiato a 35. Con me non parlava di calcio perché sapeva che non lo potevo sopportare, però lui era tifoso del Bologna perché, non dimentichiamolo, era bolognese". Sergio Citti che si trova lì, indeciso se fare una puntata tra la baraonda dei produttori, aggiunge che neanche con loro, neanche con Ninetto Davoli parlava troppo di calcio, ma portava sempre un pallone nel cofano della macchina da usare appena trovato il campetto. Con Volponi invece ne parlava sempre, tenevano entrambi per il Bologna e andavano allo stadio insieme, lo racconta nel film lo stesso Volponi. "A parte il superotto ci sono materiali diversi nel film, le interviste girate da Scola, Bernardo Bertolucci, Bolognini fatte poco dopo il delitto alla gente della zona dell'Idroscalo, la panchina girata da me con Dante Ferretti che era il suo scenografo, poi c'era quel monumento. Ora pare che risanano la zona. Ho cominciato a fare qualcosa nel novembre del '76 ma non pensavo di Fare con la f maiuscola, sono stata colta dal mio temperamento bolognese politico. Dovevo occuparmi del processo, come mi chiese la famiglia, l'ho fatto e mi ha marcata per sempre, mi sono occupata di sua madre. Credo di avere amato solo Pier Paolo. Non ho mai perdonato all'Italia di legare la memoria di Pier Paolo ai rifiuti. Io amo questo paese ed anche se come lui ho pensato qualche volta di andare via resto qui, paese in preda a tante mistificazioni. Nel fare il film non ci siamo proposti l'attualità, mai in nessun momento, ma le sue parole sono ancora oggi attuali". il manifesto, 5 ottobre 2001
E' più facile che ci sia un certo disinteresse delle istituzioni, come ha detto ieri nella conferenza stampa di presentazione del film a Roma. La Fondazione Pasolini è in difficoltà, non ha la possibilità di aprire le porte al pubblico né di continuare la conservazione, non può accedere ai fondi del ministero della cultura, né le università si dimostrano particolarmente interessate. "Io sono stanca - dice Laura Betti - Ho anche pensato di dare l'archivio in gestione al comune di Roma. Ma si deve fare in fretta, soprattutto visto il momento storico che stiamo vivendo".
Nel
film sono stati inseriti i volti e le voci dei suoi veri amici, quelli
non al centro dei battage pubblicitari come lo scrittore Paolo Volponi,
Ninetto Davoli come una luce guizzante, la Callas che incede come Medea,
Alberto Moravia, Totò che aveva rilanciato nel cinema in un'altra
giovinezza. E l'imperdibile frammento che la People filmò su uno
storico incontro di calcio. Il film si apre e si chiude su quei pochi metri
di fango, restati dissestati dalla notte della sua morte a ricordare più
delle parole la sua morte. In Grecia sono così alcuni luoghi restati
sacri nei secoli: non una colonna, non un recinto, ma solo terra e vento.
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