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La saggistica Un
film di Laura Betti
Recensioni e commenti la
Repubblica, 29 agosto 2001
«Sono passati 26 anni, e sono sempre stata muta, quasi muta, comunque a un film non pensavo, sino a quando Mario Martone ne fece uno sul mio recital di poesie di Pier Paolo, intitolato "Una disperata vitalità". Il film fu comprato dalla televisione e siccome era bellissimo, chiuso a chiave in un cassetto. Poi quei due produttori indefessi, Cicutto e Degli Esposti, mi sono saltati addosso e mi hanno tolto il fiato fin quando ho detto va bene». Nel Fondo Pier Paolo Pasolini di cui è presidente, Laura Betti ha trovato una quantità impressionante di materiale, filmati, video, lettere, carte, e ha faticato ad eliminare cose ancora magiche e sorprendenti, che però avrebbero reso il film lungo un centinaio di ore. "Gliene dicevano di tutti i colori ma poi tutti correvano a intervistarlo, sperando che dicesse parole indisponenti. Lui era schivo, cercava di sfuggire, ma non sapeva dire di no, per gentilezza, e siccome toccava a lui rispondere al telefono, perché una cameriera sua madre non la voleva, era fatta". E' impressionante, in questo film pieno di incanti, quanto Pasolini abbia parlato, generosamente, con quella sua voce leggera e uniforme, dalla dolce pronuncia friulana. "Nelle borgate lui era molto amato e mi portava appresso perché era conscio del suo fascino e voleva farmi vedere che in quei quartieri fuori dal mondo era come un re. Piaceva molto anche agli intellettuali, perché li stimolava: e anche i suoi nemici erano belle persone colte, ce ne fossero oggi di carogne così intelligenti. Ma credo che sia successo qualcosa di grave, di cultura non c'è più traccia, se ne è andata, l'hanno cacciata, addio". Spesso nel film della Betti appare la desolazione insopportabile, morta, della zona dove fu ucciso, un'immensa lugubre distesa di spazzatura: "Io lo vedo così presente, in mezzo ai rifiuti, alla merda nostra che ormai in questo paese meraviglioso è tracimata ovunque. Qualcuno aveva cercato di farci un piccolo giardino, ma l'hanno subito distrutto, eppure non so come è proprio da lì che mi sembra che le sue parole rimbalzino nel mondo: ne ha dette a valanghe di parole, il segno massimo della sua generosità verso tutti e tutto". Strappano ancora il cuore le scene di stupefazione muta, di autentico dolore, di senso di una perdita irrimediabile, del funerale di Pier Paolo Pasolini, in tempi in cui al passaggio delle bare non si battevano le mani, perché la morte dei personaggi, dei poeti, non era ancora diventata un povero, assurdo spettacolo. "In quei momenti è vero, c'è stato vero amore nella gente, in quella folla davvero immensa, strana, fatta di borgatari e intellettuali che provavano anche paura, la sensazione del pericolo che senza le parole di Pier Paolo, il silenzio avrebbe portato. Poi le istituzioni hanno spazzato via tutto quell'amore, e anche quella poesia". A 26 anni dalla sua morte, gli scandali, i processi, gli anatemi contro la sua omosessualità e le sue idee, si perdono nel grigiore di tempi in fondo più innocenti. E anche qui la smemoratezza ha archiviato i fischi, gli insulti, gli sputi, le uova marce, che accolsero l'autore del "Vangelo secondo Matteo", alla Mostra del '64, che gli aveva assegnato il Gran premio della giuria: e si è annebbiato il ricordo del '68, quando, alla presentazione di "Teorema", poi trascinato in tribunale per oscenità, lui si oppose a quello che definiva "fascismo di sinistra" finendo poi per dare la sua adesione alla contestazione. Sullo schermo, la sua bella faccia dura e luminosa comunica una serenità o una rassegnazione indecifrabili e le sue parole incantano, oggi più di ieri, per quella capacità di guardare in un futuro che è adesso il nostro presente. "Fosse qui magari non gli spiacerebbe il movimento, quello di Genova, che non mi sembra negativo, se veramente porta un pensiero. Il mio film non è un omaggio, sia chiaro, è una bomba, la mia vendetta contro un mondo che pensa si possa vivere senza poesia. Non si può, e lui ce lo ricorda. Io poi da quel giorno là l'ho sempre sentito vivo, perché la morte non era prevista. E adesso lo frego: nel 1971 scrisse per "Vogue" il mio necrologio per il 2001 definendomi un'eroina, una persona molto spiritosa e una eccellente cuoca. Il 2001 è arrivato e io sono qui. Però al Palazzo del cinema vado solo se non ci sono scale e se non fa troppo caldo. Non si sa mai". la
Repubblica, 31 agosto 2001
E ad avallare l'interpretazione di un Pasolini precursore delle tematiche anti-globalizzazione è stata propria la regista, anche lei acclamatissima: alla conferenza stampa successiva alla proiezione, Laura Betti dichiara, dall'alto della sua grandissima amicizia con lo scrittore scomparso, che "a Genova lui ci sarebbe sicuramente andato. Certi passaggi dei suoi scritti, come quelli sul consumismo, non invecchiano mai". E infatti nella pellicola, che raccoglie filmati editi e inediti, interviste televisive, spezzoni dei film, molte parole pronunciate da Pasolini suonano molto contemporanee. Come quando avverte che il vero pericolo "è la destra politica, non economica"; quella, per intenderci, "dei nuovi padroni", che vuole "lo sviluppo e non il progresso", facendoci diventare "consumatori e non cittadini". Dal film emerge inoltre l'amore per i paesi poveri del mondo. Come quando lo scrittore ricorda la sua esperienza in un villaggio del Sudan, in cui il tribunale era allestito sotto un albero. O come, quasi alla fine, le immagini del poeta che cammina in una discarica si alternano a quelle dei bambini africani denutriti. Ma la pellicola non rappresenta solo il lato serio, impegnato, del personaggio a cui è dedicata. Anzi, in uno spezzone, è lo stesso Pasolini a dire di sé: "Io sono un tipo allegro, gaio". Un uomo capace anche di divertirsi in un modo semplice: basta guardare le riprese di una partita di calcio tra la squadra "Novecento" (capitanata da Bernardo Bertolucci) e una squadra "Salò", col regista che gioca a calcio come un qualsiasi italiano. Irresistibile anche uno spezzone televisivo in cui lo stesso Pasolini intervista i giocatori del Bologna sulla loro vita sessuale. Tra le risposte, quella di Giacomo Bulgarelli, che ammette: "Certo, venendo da paesi cattolici, in noi un po' di repressione c'è". Ancora, non potevano mancare gli accenni, anche se pudichi, alla sua tragica morte. La Betti recupera alcune sequenze del funerale, di cui resta impressa, oltre che la partecipazione popolare, la disperazione di Ninetto Davoli; e poi fa vedere la lapide in ricordo dello scrittore che sorge nel punto dell'Idroscalo di Ostia in cui perse la vita. La rievocazione della "doppia vita" di Pasolini, intellettuale di giorno e cacciatore di emozioni di notte, è affidata alle parole di uno dei suoi amici storici, il poeta Paolo Volponi. E anche a quelle dello stesso Pasolini, che rivendica la propria omosessualità. Avvertendo il pubblico: guardate, mi colpiscono su questo aspetto perché vogliono mettermi a tacere su altre questioni, sulla mia libertà di pensiero. E, pensando alla sua orribile fine, la frase suona più che mai vera. la
Repubblica, 8 ottobre 2001
È un amore che traspare dal modo in cui sono accostati i materiali di repertorio, dalla colonna sonora malinconica, dalla struggente nostalgia che Laura Betti prova e che intende trasmettere allo spettatore, riuscendo a trovare più di un momento di poesia in forma di cinema. Ma c'è anche molta lucidità, la lucidità di un profeta che ci annunciò con largo anticipo, e con l'acre consapevolezza di non poterlo evitare, quel che stava per capitarci: la trasformazione antropologica del cittadino in consumatore, l'omologazione culturale, la produzione e l'acquisto di beni superflui, lo sviluppo senza il progresso. Per tutto ciò è largamente motivato il titolo, che convoca i termini di "ragione" e "sogno", contro il sonno della ragione venuto a contaminarci con la società delle merci, quella in cui viviamo. Di Pasolini, soprattutto, Laura Betti vuole far emergere la generosità umana e intellettuale, senza scolpirgli il monumento ma lasciando - ogni volta che può - parlare lui in prima persona, nei vecchi fotogrammi in bianco e nero che ci restituiscono la sua immagine nervosa, risentita e stranamente quieta, senza soluzione di continuità. Con una sola eccezione per Paolo Volponi, la regista ricorre poco, invece, alle testimonianze degli amici del poeta. Alla
voce pasoliniana preferisce affiancare materiali di repertorio rari (come
la sequenza in cui Pasolini fa il ritratto a Ezra Pound) o brani dei suoi
film (da Accattone a La ricotta e
Che cosa sono le nuvole?,
dal
Vangelo secondo Matteo al Decameron), ricordandoci la motivazione
della scelta pasoliniana di fare cinema perché «rappresenta
direttamente la vita e la sua poesia».
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