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Saggistica La ricotta di Pier
Paolo Pasolini
Pasolini poeta, scrittore e in questo caso regista che mette la propria faccia a difesa di un’idea in cui crede intensamente. Certo è che il mediometraggio pasoliniano non è una rappresentazione ortodossa (nel senso di convenzionale) della Passione, ma non è nemmeno additabile di eresia. Il film rappresenta un gruppo di attori che vogliono girare una pellicola sulla morte di Cristo. Indubbiamente le scene della crocefissione in cui gli attori ridono e scherzano possono dare l’idea di poco rispetto, ma non era l’intenzione. Inoltre, come sempre nei suoi film, Pasolini parte da una storia per denunciare i problemi e i vizi dell’Italia sua contemporanea, appena uscita dalla dilaniante guerra mondiale e di cui Pasolini vuole mostrare l'arte povera e triste, quella che più gli sta a cuore. Quella della capitale, come già aveva fatto con Accattone e Mamma Roma. L’intervista di un giornalista al regista è una delle scene più significative del film, in cui il regista sostiene che Fellini ‘danza’ e che gli italiani sono “il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa” (citazione da una sua poesia in cui però parlava di ‘più ignorante del mondo’), leggendo poi un passo dal libro Mamma Roma dello stesso Pasolini, accusando di qualunquismo e ignoranza l’attonito reporter. La ricotta è un film non è ortodosso nemmeno nella forma, non solo nei contenuti. Non si può infatti ricondurre ad un filone neorealistico, benché faccia parte di una sorta di film a capitoli, Ro.Go.Pa.G., dalle iniziali dei rispettivi registi. Gli altri episodi infatti sono: Illibatezza di Roberto Rossellini, Il nuovo mondo di Jean-Luc Godard, Il pollo ruspante di Ugo Gregoretti. Mediometraggio particolare, in cui non mancano le citazioni ed elementi autoreferenziali, oltre ad un mix di stili che lo rende davvero interessante. Fenomenale l’alternanza delle scene in bianco e nero con quelle delle crocifissioni a colori, con tonalità così vive che rimandano alle manieristiche Deposizioni del Cristo di Rosso Fiorentino e di Pontormo. I richiami cinematografici evidenti sono a Fellini, Charlie Chaplin (il montaggio veloce) e Orson Welles (che interpreta il ruolo del regista), mentre a livello musicale è da sottolineare l’alternanza di musiche twist con opere classiche di Verdi o Bach. Le sale cinematografiche
sono colme di lungometraggi vuoti di contenuto, Pasolini ci ha insegnato
e dimostrato che in 34 minuti si può dare e dire tanto. Molti lo ricordano
come poeta, altri come scrittore, altri ancora solo come regista. Pasolini
era tutte e tre le cose, inscindibili, sempre.
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