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Saggistica La Personalità
Autoritaria
Queste riflessioni muovono
da un’imprescindibile valutazione di due basilari concetti,
Secondo Pasolini la parola
“sviluppo” “ha oggi una rete di riferimenti che riguardano un
È possibile identificare
nell’educazione e nella responsabilità i principi fondanti del percorso
sociale evolutivo. Nel parlare d’educazione si fa qui riferimento ad un
processo d’acquisizione di consapevolezza sia individuale sia collettiva
che non sia guidato dall’alto o eterodiretto. Teorie come quella gobettiana
delle élite o quella gramsciana dell’educazione dal basso
Tramite l’introduzione
del concetto di “lavoro vitalmente necessario” è inoltre possibile
superare
Dunque: educazione e responsabilità,
educazione alla responsabilità come strumenti
Abbiamo sinora accennato
alla percezione del rischio di una svolta autoritaria della
La Personalità
Autoritaria
È possibile riscontrare
tendenze verso l’autoritarismo nella produzione ideologica di
È il caso del neo-creazionismo
che, in un superamento di facciata della “verità” biblica sulla
Ma ad accomunare i due paesi
è anche il costante processo di invasione dello stato,
Proprio questo tipo di comportamento spersonalizzato, in cui l’individuo agisce come se fosse teleguidato da una morale coercitiva estranea all’ego, sembra essere alla base della partecipazione massiccia ai sempre più imponenti raduni cattolici di massa. È possibile affermare che l’adesione a simili eventi sia determinata da costrizioni aliene ai reali desideri dell’individuo. Inoltre non si può dire che i soggetti che partecipano a simili manifestazioni siano ferventi credenti e rigidi osservanti della dottrina cattolica. Infatti sempre più spesso l’appartenenza ad un credo religioso, in un contesto storico moderno in cui lo spirito a-religioso è oramai assodato, è vissuta sulla scia di quella che Adorno definisce la “neutralizzazione” della religione (3). Il culto “neutralizzato”, ovvero mantenuto e consumato in maniera casuale e come merce culturale, viene trasformato, sulla base dell’adesione convenzionale ad esso, in un fattore di conformità sociale e di adattamento al gruppo interno. L’identità di gruppo diventa sempre più importante per i membri di una società estremamente frammentata. Proprio nell’ambito delle questioni sulla spersonalizzazione e sull’identità di gruppo ci pare interessante riflettere su un fenomeno come la nascita e lo sviluppo dell’associazione degli asessuali, che dopo essersi affermata negli Stati Uniti ha conosciuto una rapida diffusione anche nel nostro paese attraverso il forum Aven Italia (4). Quello dell’affermazione del movimento asessuale è un fenomeno di particolare interesse, poiché questi soggetti non vivono “semplicemente” un rifiuto totale della sessualità ma addirittura sostengono di essere privi di qualunque pulsione sessuale. Da quanto abbiamo potuto
constatare è possibile riconoscere nelle riflessioni diffuse nel
Ma tutto questo non basta.
È fondamentale per la reazione completare il processo di
Una simile strategia infatti scatenerebbe, in difesa di diritti da tempo acquisiti e ormai ritenuti a livello profondo inviolabili, una contrapposizione frontale tra istituzioni e masse sulla base del risentimento per il tentativo di abolizione delle libertà. E allora in che modo i gruppi conservatori e reazionari tentano di realizzare il proprio progetto di repressione? Una metodologia di fondo che comunque mantiene una propria efficacia resta sempre l’attacco diretto, sviluppato con la critica, la contestazione e gli altri mezzi di espressione più o meno ufficiali che rientrano nel novero delle pratiche democratiche. Le osservazioni quasi quotidiane contro la legittimità dell’utilizzo di metodi anticoncezionali, dell’aborto, del divorzio, i proclami in difesa dell’unità della famiglia e dell’educazione cattolica e le accuse ai consultori appartengono proprio a questo tipo di strategia. Ma la dinamica in assoluto più importante nel contesto della repressione della libido è la creazione e il successivo sviluppo di una sessualità nevrotica. Nella realtà sociale attuale sembrano assodate la libertà dei costumi e la possibilità di vivere la sessualità senza restrizioni di alcun tipo, siano esse di casta, censo, età o stato civile. Questo, purtroppo, non sempre è vero. Ma questo tipo di riflessione non appartiene all’ambito di analisi di questo articolo e non potrà essere sviluppata in questa sede. Dunque, assumendo che la realtà attuale sia quella di una società pienamente laicizzata, possiamo affermare che una limitazione di queste libertà acquisite debba passare per la creazione di blocchi profondi a livello della personalità. Secondo la teoria di Reich è possibile considerare la libertà sessuale come strumento per evitare i comportamenti e l’appestamento ideologico reazionari. Ciò vuol dire che la limitazione diretta della sessualità o la sua profonda inibizione possono essere sfruttati dal regime conservatore e autoritario con l’intento di produrre negli individui una predisposizione alla sottomissione all’autoritarismo. Il potenziale “orgastico” dell’individuo si caratterizza dunque come elemento centrale negli attacchi della reazione. Poco conta il contesto in cui si vive la propria sessualità. In questa sede di discussione non ci dilungheremo nel tentativo di stabilire quale tipo di struttura della coppia sia più funzionale al superamento di antiche costrizioni. Quello che invece vogliamo evidenziare è che la possibilità di vivere una sessualità completa e consapevole può esprimere un potenziale evolutivo per l’individuo che in qualche modo atterrisce il reazionario. Dunque poco importa se il contesto è quella della coppia aperta al molteplice o di quella pienamente soddisfatta dell’esclusività monogamica. In presenza di un atteggiamento consapevole e soprattutto in assenza di forme patologiche della personalità, la sessualità ricopre sempre una funzione positiva rispetto ai tentativi di repressione. Vale la medesima affermazione anche quando essa è vissuta al di fuori di ogni rapporto stabile, sino a quando la ricerca dei rapporti non sia accompagnata – ci ripetiamo – da atteggiamenti nevrotici o da comportamenti ossessivo-compulsivi. In definitiva, in assenza di comportamenti patologici ogni forma di sessualità è da ritenersi positiva. Si apre a questo punto la questione sull’identificazione dell’eventuale patologia, e di cosa, nella molteplicità delle manifestazioni comportamentali umane, possa essere descritto in tal modo, ma qui corriamo il rischio di estendere questa trattazione – che certamente non ha pretese di esaustività – in maniera praticamente infinita. Allora, assumendo che una sessualità sana è in grado di esprimere un potenziale evolutivo funzionale al progresso, ne deriva l’assoluta necessità per la reazione di bloccare questo percorso. Una delle metodologie principali adottate in questo senso è la sovrastimolazione sessuale. L’esasperante martellamento mediatico realizzato con immagini di una sessualità distorta ci sembra connesso al tentativo di inibire nel profondo quei soggetti che invece nel quotidiano hanno accesso a una libera vita sessuale. Sovraccaricare di senso e di interesse morboso un argomento, un soggetto, è il modo migliore per farlo assurgere al grado di feticcio. E la feticizzazione inevitabilmente conduce alla distorsione percettiva nei riguardi dell’oggetto in questione. Aspirando quindi ad un chimerico raggiungimento del nuovo desiderio che si è prodotto nell’individuo e data la sua totale estraneità al reale – dovuta al suo carattere intrinseco di feticcio – ecco che si crea nell’individuo un’aspirazione frustrata capace di determinare inibizione anche rispetto a quella realtà che invece resta accessibile, ma che risulta insoddisfacente per il fatto stesso di essere reale e non onirica. Dunque con la sovrastimolazione
si conduce il soggetto all’interiorizzazione di una feticistica
Come già detto la spersonalizzazione dell’ego consente di creare una scissione nella psiche dell’individuo tale da mettere in contraddizione comportamenti e posizioni morali. Questo processo non potrebbe però risultare completo senza una profonda inibizione anche del comportamento politico di un soggetto civile consapevole. L’alienazione riveste un ruolo centrale nella sottomissione all’autoritarismo, ma in questa sede il concetto è ripreso dal contesto novecentesco in maniera non proprio ortodossa. Il ricorso a queste tematiche non deve ingannarci riportandoci al dibattito sulla società moderna dell’industria e delle macchine. La questione è invece incentrata sul complesso della personalità dell’individuo. Infatti un soggetto consapevolmente impegnato in una visione critica della società e desideroso di partecipare attivamente ai processi sociali può essere fortemente inibito da una realtà di cui percepisce la negatività ma nella quale non trova margini d’azione per realizzare un cambiamento. Le posizioni assunte dai vertici istituzionali del nostro paese sulle più varie questioni – legalità in testa (leggi ad personam, depenalizzazioni, conflitto d’interesse) – mostrano la sicurezza e la sfacciataggine di un gruppo dirigente che intende accumulare ricchezze e potere sfruttando la politica come semplice mezzo per superare gli ostacoli istituzionali alla propria affermazione.Vengono dunque palesati, come se non dovessero essere più oggetto di imbarazzo, i moventi fondamentali delle principali azioni di governo realizzate tutte a colpi di maggioranza. Ogni progetto di legge si ritrova battezzato con assoluta rapidità con un nome alternativo e più “confidenziale”, che ne rivela la motivazione reale (la “salvapreviti” è un ottimo esempio). E la creazione di questi molteplici “segreti di Pulcinella” è accompagnata da un’arroganza tanto fastidiosa quanto apparentemente inattaccabile. La situazione politica attuale
è totalmente diversa da quella della prima Repubblica. In quella
realtà era possibile parlare di “poteri oscuri”, di “doppio stato”,
di una certa progettualità finalizzata a spingere il paese nella
direzione che dei poteri paralleli avevano scelto. Oggi, invece, non si
può parlare di “pianificazione” autoritaria. È difficile
credere che questo governo abbia un progetto dettagliato per spingere il
paese verso il regime, anche perché non dispone dell’intelligenza
per farlo. Eppure è esattamente in quella direzione che ci stiamo
La sfacciataggine della dirigenza politica e il generale contesto di assopimento di massa bastano a far sentire isolati quegli individui la cui coscienza politica imporrebbe loro una presa di posizione ed un tentativo di azione diretta. Proprio la mancanza di una struttura organizzativa tale da convogliare queste istanze – argomento che ci fa toccare la questione della crisi dei partiti politici e dei sindacati – determina una sorta di sottomissione coatta allo status quo che potremmo definire come una specie di imbavagliamento nevrotico. Risulta quindi difficile manifestare attivamente il proprio rifiuto di questa situazione. Le manifestazioni di dissenso ormai sempre più frequenti e riguardanti ogni settore della vita politica (lavoro, ambiente, welfare, giustizia, informazione ecc.) vengono semplicemente bollate con un’etichetta qualsiasi per poi essere ignorate e dimenticate. Esse, purtroppo, non riescono a sortire un effetto diretto sulla realtà. E lo scontro diretto cui pure si ambisce nei momenti di disperazione – sottolineiamo l’utilizzo letterale di questo termine – risulta impossibile a realizzarsi fino a quando l’autoritarismo non si sia manifestato nella sua assolutezza. Il risultato resta però lo stesso: la società si tramuta in un’organizzazione autoritaria in mano ad un’oligarchia squisitamente economica, che nel perseguimento del proprio interesse traduce in forza materiale un’ideologia reazionaria. E l’aspetto più grave di questa situazione non è solo l’agevolazione di una classe a discapito delle altre, ma anche e soprattutto la modificazione della struttura caratteriale delle masse, che vengono predisposte a una progressiva radicalizzazione dell’estremismo autoritario. Quali possono essere le vie
da percorrere per evitare questo slittamento progressivo
È fondamentale non accettare l’identificazione di una soluzione unica o definitiva, concetti che spaventano solo per il loro carattere evocativo. Bisogna ribadire quanto già sostenuto in apertura: se una forma di azione si può ipotizzare questa deve necessariamente avere come caratteristiche la trasversalità, la molteplicità dei punti di vista e di direzione e la continua evoluzione. E quindi diventa “assolutamente” necessario il rifiuto di ogni impostazione di pensiero in qualche modo viziata dal totalitarismo. Questo perché, ovviamente, il percorso involutivo si completa nel momento in cui le istanze sociali critiche e consapevoli vengono assoggettate ad una forma ideologica totalitaria e cercano di sovvertire lo status quo per riutilizzarne le metodologie in un contesto diverso. Quindi non solo rifiuto, ma anche attenzione al rischio di assolutizzazione del relativo. Non è casuale che i processi ideologici cui fa ricorso il panorama politico che si sta contestando in questa sede sfruttino in maniera ripetuta l’accettazione di facciata del relativismo al fine di consolidare il proprio assolutismo. E quindi diventa necessaria un’educazione comune, basata sul confronto continuo e reciproco, finalizzata al superamento anche delle insicurezze individuali. È dunque necessario porre in risalto l’importanza dell’autonomia di pensiero dell’individuo e della sua rete di relazioni sociali, convinti che non ci possa essere individualità completa senza socialità e viceversa. Risulta poi fondamentale l’impegno, come forma di lavoro, di “ training”, nell’analisi di ogni molteplice fenomeno della realtà condotta con un atteggiamento comprensivo, non onnicomprensivo e privo di pretese di esaustività. Importante sarà anche la capacità di sbilanciarsi nelle esposizioni, tentando sempre di far nascere un dibattito proficuo, avendo in seguito l’apertura necessaria al confronto e senza il timore di critiche o smentite, senza difendere aprioristicamente le proprie posizioni, avendo la fondamentale capacità di sviluppare, laddove occorra, una “progressista” asistematicità di pensiero. Di rilievo è poi il lavoro sul linguaggio, che deve tendere non ad una banale semplificazione, che significherebbe assumere il presupposto che le masse non siano capaci di intendere un linguaggio tecnico o specialistico. L’intento deve essere quello di puntare con decisione in direzione della comunicatività, per evitare sterili arroccamenti in un mondo solipsistico. ------------------
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