...

La saggistica

"Pagine corsare"
Saggistica

La Personalità Autoritaria
Quando la società tende all'involuzione
di Vittorio Martone
Rivista "Tabard", marzo 2006

Queste riflessioni muovono da un’imprescindibile valutazione di due basilari concetti,
interpretati seguendo il modello che Pier Paolo Pasolini ha proposto nello scritto Sviluppo e progresso.

Secondo Pasolini la parola “sviluppo” “ha oggi una rete di riferimenti che riguardano un
contesto indubbiamente di «destra»”, poiché il termine fa riferimento esclusivamente alla produzione di beni, in larga parte superflui, tramite il cui consumo si aspira alla promozione sociale o si rimarca l’appartenenza ad un gruppo privilegiato. Al contrario il “progresso” identifica un percorso di profonda evoluzione individuale e collettiva. Volendo riassumere è possibile precisare il significato dei due vocaboli affermando che “il «progresso» è dunque una nozione  ideale  (sociale e  politica):  là  dove lo «sviluppo» è un fatto pragmatico ed economico” (1). Il lavoro comune deve dunque puntare – e da subito – in direzione del progresso. L’auspicio è quello di non incorrere nello stesso sbaglio che ha compiuto la società italiana nel corso del secondo dopoguerra, quando ci si è illusi che il raggiungimento di uno sviluppo materiale potesse gettare le fondamenta per l’avvio del progresso. Quel che è derivato da questo errore, infatti, è stato un intorpidimento che ha fortemente rallentato la possibilità di un’evoluzione nel nostro paese.

È possibile identificare nell’educazione e nella responsabilità i principi fondanti del percorso sociale evolutivo. Nel parlare d’educazione si fa qui riferimento ad un processo d’acquisizione di consapevolezza sia individuale sia collettiva che non sia guidato dall’alto o eterodiretto. Teorie come quella gobettiana delle élite o quella gramsciana dell’educazione dal basso
hanno già dimostrato la loro sterilità nel passato e tanto meno possono risultare valide se applicate alla realtà attuale. Con ciò si intende evidenziare che se processo educativo ci dev’essere, esso va pensato come un tipo di intervento basato sulla trasversalità, sulla molteplicità dei punti di vista e di direzione e sulla continua evoluzione. Per quanto riguarda la questione della responsabilizzazione dell’individuo, ritengo che essa derivi soprattutto da un’acquisizione di consapevolezza del proprio ruolo nella società. Questo passaggio è direttamente consequenziale alla comprensione dell’importanza del proprio lavoro, sia in termini di utilità sociale che per la soddisfazione personale. In quest’ottica dunque assume grande rilievo il proclama dello psicoanalista austriaco Wilhelm Reich, secondo cui va responsabilizzato il “lavoro vitalmente necessario” (2), ovvero quello che giova alla comunità e che per essa risulta indispensabile.

Tramite l’introduzione del concetto di “lavoro vitalmente necessario” è inoltre possibile superare
la classica distinzione gerarchizzata tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, tipico derivato
della teoria delle élite.

Dunque: educazione e responsabilità, educazione alla responsabilità come strumenti
per opporsi al crescente autoritarismo di alcuni spregiudicati gruppi di potere che si sta diffondendo su base internazionale. Questo impegno è dettato dal desiderio di impedire, per quanto possibile, pericolose derive della società in senso autoritario.

Abbiamo sinora accennato alla percezione del rischio di una svolta autoritaria della
nostra società. Ma quali sono gli aspetti, i comportamenti, le molteplici manifestazioni che permettono di pensare a questa realtà nei termini descritti?
 

La Personalità Autoritaria
Quando la società tende all’involuzione
di Vittorio Martone
marzo 2006

È possibile riscontrare tendenze verso l’autoritarismo nella produzione ideologica di
numerosi gruppi legati a contesti politici di destra, i quali hanno fatto del neoliberismo selvaggio
e del favoreggiamento delle classi più abbienti la propria bandiera. Il riferimento non è diretto
solo alla situazione statunitense, ma anche a quella italiana, che si è distinta per il rapidissimo
rispecchiamento dei comportamenti e delle ideologie di marca Usa, con tempi prossimi alla
simultaneità. Il neoconservatorismo americano ha infatti tracciato una via precisa che in Italia è
stata sinora seguita pedissequamente. Le riforme dell’attuale [marzo 2006] governo Berlusconi hanno ricalcato fedelmente diversi programmi realizzati dall’amministrazione Bush, come è accaduto ad esempio per la politica di riduzione della pressione fiscale sulle classi più ricche secondo la teoria del trickling down. In base a questo modello economico la riduzione delle tasse ai ceti privilegiati viene giustificata affermando che, per sovrabbondanza tra i più abbienti, possa derivare benessere anche per il resto della società (come nell’esempio della piramide di coppe di champagne in cui, riempiendo la prima fino all’eccesso, questa straborda e fa colmare progressivamente anche le sottostanti). Oltre al ricorso ad una politica economica comune, quello che preoccupa nei parallelismi tra Stati Uniti e Italia è lo sviluppo di ideologie puramente conservatrici, o meglio reazionarie, o addirittura la loro invenzione quando se ne presenta l’occorrenza.

È il caso del neo-creazionismo che, in un superamento di facciata della “verità” biblica sulla
creazione oppone il concetto di “disegno intelligente” all’evoluzionismo darwiniano, portando
avanti un’ammissione di superficie del relativismo, in realtà con lo scopo di difendere il proprio
assolutismo. Questo tipo di strategia desta un particolare interesse: è una forma di reazione che in qualche modo tende a fagocitare gli assunti o le dinamiche di base dell’ideologia opposta in funzione della propria affermazione. In ultima analisi, si tratta dello stesso processo che attuava il nazi-fascismo prendendo a prestito dal socialismo formule e organizzazione sino a realizzare il paradosso di raggiungere una maggiore internazionalizzazione della stessa
Internazionale comunista. Questa dinamica risulta particolarmente interessante, e tra poco la
ritroveremo applicata anche alla sessualità.

Ma ad accomunare i due paesi è anche il costante processo di invasione dello stato,
della chiesa e delle varie formazioni religiose nelle questioni etiche. Negli ultimi anni ad esempio il governo degli Stati Uniti ha ripetutamente finanziato programmi di educazione sessuale finalizzati a terrorizzare i giovani, nel corso dei quali veniva sostenuta la necessità della castità per evitare l’AIDS e le gravidanze. In Italia si assiste ormai quotidianamente ad attacchi incrociati su temi come l’utilizzo degli anticoncezionali, l’aborto, il sesso fuori dal matrimonio ecc. Ma l’atteggiamento della chiesa su simili questioni ha una particolarità: l’istituzione si limita a diffondere proclami senza apparentemente invadere la sfera personale del fedele. La ripetitività del messaggio ci sembra però intesa a far crescere nell’individuo una sorta di morale spersonalizzata, sconnessa dai reali comportamenti e desideri del soggetto e anzi in contrasto con essi, che funga da freno inibitorio e, con il tempo, finisca con lo spingere verso una condizione di inappagamento frustrante. 

Proprio questo tipo di comportamento spersonalizzato, in cui l’individuo agisce come se fosse teleguidato da una morale coercitiva estranea all’ego, sembra essere alla base della partecipazione massiccia ai sempre più imponenti raduni cattolici di massa. È possibile affermare che l’adesione a simili eventi sia determinata da costrizioni aliene ai reali desideri dell’individuo. Inoltre non si può dire che i soggetti che partecipano a simili manifestazioni siano ferventi credenti e rigidi osservanti della dottrina cattolica. Infatti sempre più spesso l’appartenenza ad un credo religioso, in un contesto storico moderno in cui lo spirito a-religioso è oramai assodato, è vissuta sulla scia di quella che Adorno definisce la “neutralizzazione” della religione (3). Il culto “neutralizzato”, ovvero mantenuto e consumato in maniera casuale e come merce culturale, viene trasformato, sulla base dell’adesione convenzionale ad esso, in un fattore di conformità sociale e di adattamento al gruppo interno. L’identità di gruppo diventa sempre più importante per i membri di una società estremamente frammentata. Proprio nell’ambito delle questioni sulla spersonalizzazione e sull’identità di gruppo ci pare interessante riflettere su un fenomeno come la nascita e lo sviluppo dell’associazione degli asessuali, che dopo essersi affermata negli Stati Uniti ha conosciuto una rapida diffusione anche nel nostro paese attraverso il forum Aven Italia (4). Quello dell’affermazione del movimento asessuale è un fenomeno di particolare interesse, poiché questi soggetti non vivono “semplicemente” un rifiuto totale della sessualità ma addirittura sostengono di essere privi di qualunque pulsione sessuale.

Da quanto abbiamo potuto constatare è possibile riconoscere nelle riflessioni diffuse nel
forum la tendenza ad un rigido riconoscimento della proprio identità in termini di gruppo interno e gruppo esterno. Questo tipo di visione polarizzata delle relazioni interpersonali è alla base di una struttura caratteriale nel complesso estremamente propensa all’accettazione dell’autoritarismo. Un soggetto che interpreta la realtà nella sua interezza partendo da questa ideologia polarizzata interno/esterno può facilmente sviluppare, se stimolato in maniera opportuna, una forte tendenza autoritaria. Uno dei più abusati strumenti di sollecitazione in tal senso è il ricorso alla terminologia ideologico-bellicosa. La distorsione del linguaggio tramite l’uso di formule legata alla guerra ha un’origine antichissima. Ma volendo fare degli esempi, potremmo ricordare le famose “battaglie della lira” indette dal fascismo, la “guerra della razza” del nazismo, la “guerra fredda”, sino alle recenti guerre “del gas”, o peggio “guerre in difesa dell’identità”. Con un minimo di attenzione è possibile notare facilmente come qualsiasi tipo di discorso sui temi più importanti della politica nazionale o mondiale venga affrontato facendo ricorso ad una terminologia fondamentalmente bellicosa.

Ma tutto questo non basta. È fondamentale per la reazione completare il processo di
sottomissione dell’individuo all’autoritarismo attraverso la repressione sessuale. Potrebbe sembrare anacronistico parlare di repressione del desiderio in una società apparentemente laicizzata come quella attuale. Eppure quella che potrebbe sembrare una forzatura rivela una realtà più complessa di quella che emerge da un’analisi superficiale. Quando parliamo di repressione sessuale non intendiamo di certo un’azione diretta sui comportamenti quale potrebbe essere, ad esempio, il ritorno a un divieto formale dei rapporti prima del matrimonio. 

Una simile strategia infatti scatenerebbe, in difesa di diritti da tempo acquisiti e ormai ritenuti a livello profondo inviolabili, una contrapposizione frontale tra istituzioni e masse sulla base del risentimento per il tentativo di abolizione delle libertà. E allora in che modo i gruppi conservatori e reazionari tentano di realizzare il proprio progetto di repressione? Una metodologia di fondo che comunque mantiene una propria efficacia resta sempre l’attacco diretto, sviluppato con la critica, la contestazione e gli altri mezzi di espressione più o meno ufficiali che rientrano nel novero delle pratiche democratiche. Le osservazioni quasi quotidiane contro la legittimità dell’utilizzo di metodi anticoncezionali, dell’aborto, del divorzio, i proclami in difesa dell’unità della famiglia e dell’educazione cattolica e le accuse ai consultori appartengono proprio a questo tipo di strategia. 

Ma la dinamica in assoluto più importante nel contesto della repressione della libido è la creazione e il successivo sviluppo di una sessualità nevrotica. Nella realtà sociale attuale sembrano assodate la libertà dei costumi e la possibilità di vivere la sessualità senza restrizioni di alcun tipo, siano esse di casta, censo, età o stato civile. Questo, purtroppo, non sempre è vero. Ma questo tipo di riflessione non appartiene all’ambito di analisi di questo articolo e non potrà essere sviluppata in questa sede. Dunque, assumendo che la realtà attuale sia quella di una società pienamente laicizzata, possiamo affermare che una limitazione di queste libertà acquisite debba passare per la creazione di blocchi profondi a livello della personalità. Secondo la teoria di Reich è possibile considerare la libertà sessuale come strumento per evitare i comportamenti e l’appestamento ideologico reazionari. Ciò vuol dire che la limitazione diretta della sessualità o la sua profonda inibizione possono essere sfruttati dal regime conservatore e autoritario con l’intento di produrre negli individui una predisposizione alla sottomissione all’autoritarismo. 

Il potenziale “orgastico” dell’individuo si caratterizza dunque come elemento centrale negli attacchi della reazione. Poco conta il contesto in cui si vive la propria sessualità. In questa sede di discussione non ci dilungheremo nel tentativo di stabilire quale tipo di struttura della coppia sia più funzionale al superamento di antiche costrizioni. Quello che invece vogliamo evidenziare è che la possibilità di vivere una sessualità completa e consapevole può esprimere un potenziale evolutivo per l’individuo che in qualche modo atterrisce il reazionario. Dunque poco importa se il contesto è quella della coppia aperta al molteplice o di quella pienamente soddisfatta dell’esclusività monogamica. In presenza di un atteggiamento consapevole e soprattutto in assenza di forme patologiche della personalità, la sessualità ricopre sempre una funzione positiva rispetto ai tentativi di repressione. Vale la medesima affermazione anche quando essa è vissuta al di fuori di ogni rapporto stabile, sino a quando la ricerca dei rapporti non sia accompagnata – ci ripetiamo – da atteggiamenti nevrotici o da comportamenti ossessivo-compulsivi. In definitiva, in assenza di comportamenti patologici ogni forma di sessualità è da ritenersi positiva.

Si apre a questo punto la questione sull’identificazione dell’eventuale patologia, e di cosa, nella molteplicità delle manifestazioni comportamentali umane, possa essere descritto in tal modo, ma qui corriamo il rischio di estendere questa trattazione – che certamente non ha pretese di esaustività – in maniera praticamente infinita. Allora, assumendo che una sessualità sana è in grado di esprimere un potenziale evolutivo funzionale al progresso, ne deriva l’assoluta necessità per la reazione di bloccare questo percorso. Una delle metodologie principali adottate in questo senso è la sovrastimolazione sessuale. L’esasperante martellamento mediatico realizzato con immagini di una sessualità distorta ci sembra connesso al tentativo di inibire nel profondo quei soggetti che invece nel quotidiano hanno accesso a una libera vita sessuale. Sovraccaricare di senso e di interesse morboso un argomento, un soggetto, è il modo migliore per farlo assurgere al grado di feticcio. E la feticizzazione inevitabilmente conduce alla distorsione percettiva nei riguardi dell’oggetto in questione. Aspirando quindi ad un chimerico raggiungimento del nuovo desiderio che si è prodotto nell’individuo e data la sua totale estraneità al reale – dovuta al suo carattere intrinseco di feticcio – ecco che si crea nell’individuo un’aspirazione frustrata capace di determinare inibizione anche rispetto a quella realtà che invece resta accessibile, ma che risulta insoddisfacente per il fatto stesso di essere reale e non onirica.

Dunque con la sovrastimolazione si conduce il soggetto all’interiorizzazione di una feticistica
visione da sogno, che per queste sue stesse caratteristiche non esula dal cliché. E proprio
questa esasperazione del cliché conduce il nuovo sogno interiorizzato a tramutarsi progressivamente – ma con impressionante rapidità – in elemento kitsch, completando in questo modo il percorso spiraliforme d’involuzione del desiderio. La reazione quindi sfrutta a proprio vantaggio la libido al fine di reprimerla, utilizzando meccanismi di estrema semplicità ma anche di estrema efficacia. Essa crea da sé i feticci contro cui combattere e in questa lotta pone le basi caratteriali che le permettono di rinforzare la propria base vitale. Come già accennato prima, si realizza un tipo di strategia simile a quella del nazismo, che per reprimere l’internazionalismo socialista ne prendeva a prestito le forme organizzative. La dinamica è uguale a quella che Goebbels stesso definì quando affermò che era necessario rifornirsi "nell’arsenale della democrazia delle sue stesse armi al fine di distruggerla dall’interno”.

Come già detto la spersonalizzazione dell’ego consente di creare una scissione nella psiche dell’individuo tale da mettere in contraddizione comportamenti e posizioni morali. Questo processo non potrebbe però risultare completo senza una profonda inibizione anche del comportamento politico di un soggetto civile consapevole. L’alienazione riveste un ruolo centrale nella sottomissione all’autoritarismo, ma in questa sede il concetto è ripreso dal contesto novecentesco in maniera non proprio ortodossa. Il ricorso a queste tematiche non deve ingannarci riportandoci al dibattito sulla società moderna dell’industria e delle macchine. La questione è invece incentrata sul complesso della personalità dell’individuo. Infatti un soggetto consapevolmente impegnato in una visione critica della società e desideroso di partecipare attivamente ai processi sociali può essere fortemente inibito da una realtà di cui percepisce la negatività ma nella quale non trova margini d’azione per realizzare un cambiamento. 

Le posizioni assunte dai vertici istituzionali del nostro paese sulle più varie questioni – legalità in testa (leggi ad personam, depenalizzazioni, conflitto d’interesse) – mostrano la sicurezza e la sfacciataggine di un gruppo dirigente che intende accumulare ricchezze e potere sfruttando la politica come semplice mezzo per superare gli ostacoli istituzionali alla propria affermazione.Vengono dunque palesati, come se non dovessero essere più oggetto di imbarazzo, i moventi fondamentali delle principali azioni di governo realizzate tutte a colpi di maggioranza. Ogni progetto di legge si ritrova battezzato con assoluta rapidità con un nome alternativo e più “confidenziale”, che ne rivela la motivazione reale (la “salvapreviti” è un ottimo esempio). E la creazione di questi molteplici “segreti di Pulcinella” è accompagnata da un’arroganza tanto fastidiosa quanto apparentemente inattaccabile.

La situazione politica attuale è totalmente diversa da quella della prima Repubblica. In quella realtà era possibile parlare di “poteri oscuri”, di “doppio stato”, di una certa progettualità finalizzata a spingere il paese nella direzione che dei poteri paralleli avevano scelto. Oggi, invece, non si può parlare di “pianificazione” autoritaria. È difficile credere che questo governo abbia un progetto dettagliato per spingere il paese verso il regime, anche perché non dispone dell’intelligenza per farlo. Eppure è esattamente in quella direzione che ci stiamo
muovendo. Come è spiegabile una simile situazione? Forse semplicemente ricordando che il berlusconismo e tutte le sue più bieche derive rappresentano il punto di arrivo di un percorso involutivo che ha radici antiche. Così come Piero Gobetti descrisse il fascismo come il punto di arrivo del fallimento dei moti risorgimentali, così è possibile parlare di questa attualità come del punto d’arrivo di un “cammino” iniziato con il fallimento degli ideali della resistenza. E il fastidioso revisionismo sull’argomento è un chiaro esempio di questo: il governo in carica cerca di distruggere alla base la fonte ideologica che crea la sua opposizione. La struttura caratteriale di chi è oggi deputato al governo di questa nazione fa il resto: non c’è bisogno che loro pensino di trascinarci verso il regime, lo fanno già – e molto bene –  semplicemente perché agiscono sulla base dell’ideologia autoritaria che hanno profondamente interiorizzato. 

La sfacciataggine della dirigenza politica e il generale contesto di assopimento di massa bastano a far sentire isolati quegli individui la cui coscienza politica imporrebbe loro una presa di posizione ed un tentativo di azione diretta. Proprio la mancanza di una struttura  organizzativa tale da convogliare queste istanze – argomento che ci fa toccare la questione della crisi dei partiti politici e dei sindacati – determina una sorta di sottomissione coatta allo status quo che potremmo definire come una specie di imbavagliamento nevrotico. Risulta quindi difficile manifestare attivamente il proprio rifiuto di questa situazione. Le manifestazioni di dissenso ormai sempre più frequenti e riguardanti ogni settore della vita politica (lavoro, ambiente, welfare, giustizia, informazione ecc.) vengono semplicemente bollate con un’etichetta qualsiasi per poi essere ignorate e dimenticate. Esse, purtroppo, non riescono a sortire un effetto diretto sulla realtà. E lo scontro diretto cui pure si ambisce nei momenti di disperazione – sottolineiamo l’utilizzo letterale di questo termine – risulta impossibile a realizzarsi fino a quando l’autoritarismo non si sia manifestato nella sua assolutezza. Il risultato resta però lo stesso: la società si tramuta in un’organizzazione autoritaria in mano ad un’oligarchia squisitamente economica, che nel perseguimento del proprio interesse traduce in forza materiale un’ideologia reazionaria. E l’aspetto più grave di questa situazione non è solo l’agevolazione di una classe a discapito delle altre, ma anche e soprattutto la modificazione della struttura caratteriale delle masse, che vengono predisposte a una progressiva radicalizzazione dell’estremismo autoritario.

Quali possono essere le vie da percorrere per evitare questo slittamento progressivo
nell’autoritarismo, tenendo presente che simili processi hanno un’evoluzione rapida e dalla
lunga permanenza a livello profondo? Noi riteniamo che l’amplificazione del dibattito su temi
politici, sociali e culturali – nel senso più vasto che questi termini possono assumere – sia di
fondamentale importanza. Inoltre bisogna sottolineare la necessità di affrontare ogni problematica attraverso la moltiplicazione dei punti di vista, rifiutando soluzioni semplicistiche.

È fondamentale non accettare l’identificazione di una soluzione unica o definitiva, concetti che spaventano solo per il loro carattere evocativo. Bisogna ribadire quanto già sostenuto in apertura: se una forma di azione si può ipotizzare questa deve necessariamente avere come caratteristiche la trasversalità, la molteplicità dei punti di vista e di direzione e la continua evoluzione. E quindi diventa “assolutamente” necessario il rifiuto di ogni impostazione di pensiero in qualche modo viziata dal totalitarismo. Questo perché, ovviamente, il percorso involutivo si completa nel momento in cui le istanze sociali critiche e consapevoli vengono assoggettate ad una forma ideologica totalitaria e cercano di sovvertire lo status quo per riutilizzarne le metodologie in un contesto diverso. Quindi non solo rifiuto, ma anche attenzione al rischio di assolutizzazione del relativo. 

Non è casuale che i processi ideologici cui fa ricorso il panorama politico che si sta contestando in questa sede sfruttino in maniera ripetuta l’accettazione di facciata del relativismo al fine di consolidare il proprio assolutismo. E quindi diventa necessaria un’educazione comune, basata sul confronto continuo e reciproco, finalizzata al superamento anche delle insicurezze individuali. È dunque necessario porre in risalto l’importanza dell’autonomia di pensiero dell’individuo e della sua rete di relazioni sociali, convinti che non ci possa essere individualità completa senza socialità e viceversa. Risulta poi fondamentale l’impegno, come forma di lavoro, di “ training”, nell’analisi di ogni molteplice fenomeno della realtà condotta con un atteggiamento comprensivo, non onnicomprensivo e privo di pretese di esaustività. Importante sarà anche la capacità di sbilanciarsi nelle esposizioni, tentando sempre di far nascere un dibattito proficuo, avendo in seguito l’apertura necessaria al confronto e senza il timore di critiche o smentite, senza difendere aprioristicamente le proprie posizioni, avendo la fondamentale capacità di sviluppare, laddove occorra, una “progressista” asistematicità di pensiero. Di rilievo è poi il lavoro sul linguaggio, che deve tendere non ad una banale semplificazione, che significherebbe assumere il presupposto che le masse non siano capaci di intendere un linguaggio tecnico o specialistico. L’intento deve essere quello di puntare con decisione in direzione della comunicatività, per evitare sterili arroccamenti in un mondo solipsistico.

------------------
(1) P. P. Pasolini, Sviluppo e progresso, in Scritti corsari, Milano, Mondadori, 1999.
(2) Cfr.W. Reich, Psicologia di massa del fascismo, Torino, Einaudi, 2002.
(3) Cfr. Theodor W. Adorno, Else Frenkel-Brunswik, Robert N. Sanford, Daniel J. Levinson, La personalità autoritaria, vol. 3°, Milano, Edizioni di Comunità, 1997.
(4) Cfr. il forum di Aven Italia all’indirizzo http://www.asexuality.org/it/

 

.


Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998
.
 

La Personalità Autoritaria. Quando la società tende all'involuzione, di Vittorio Martone

Vai alla pagina principale