La saggistica

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Saggistica

Il ruolo degli intellettuali? Adulare
di Angelo Azzaro, Liberazione, 20 ottobre 2007

“Stazione in superficie, in profondità era il punto d’incontro tra un’Italia invecchiata,
sorda, incivile, e un’epoca affamata di produzione, in ginocchio davanti alla produzione,
a un numero sempre più vertiginoso di cose, di cifre.
Si entrava in questa città per essere trasformati in cose, in cifre, o respinti.”

Silenzio a Milano,
Anna Maria Ortese 1958


Anna Maria OrteseQual è il ruolo oggi degli intellettuali in Italia? Domanda lecita, per chi crede che la cultura possa ancora significare qualcosa oltre a rappresentare una delle occasioni migliori per produrre ricchezza (per pochi) e far girare denaro (per pochi). La risposta è sotto gli occhi, anzi sotto i piedi. Il ruolo oggi degli intellettuali è camminare sui tappeti rossi della Festa del cinema. Un ruolo difficile che richiede molto impegno per procurarsi l'invito, capacità agonistiche per attraversare il red carpet con disinvoltura, salute quasi perfetta e soprattutto un guardaroba che non faccia sfigurare. Pier Paolo Pasolini e ancora di più Anna Maria Ortese, se ancora vivi, avrebbero avuto grandi problemi a tenere testa ai loro colleghi e sarebbero finiti presto nel dimenticatoio.

Lo ha scritto bene ieri Pierluigi Battista nell'editoriale del Corsera Che cosa resta di una stagione militante e ideologica. Resta «un'attitudine adulatoria nei confronti della politica che conferma una vocazione cortigiana forgiatasi nei secoli; un'inclinazione subalterna, che spogliata di ogni riferimento ideologico forte, si rivela soltanto come una forma di soggezione supplice verso il potere politico». 

Nessun rimpianto per l'intellettuale organico e impegnato, né per gli scontri tra Togliatti e Vittorini. Su questo il '68 e gli anni Settanta hanno già detto tutto, sancendo la fine dell'Autore con la «A» maiuscola e l'irruzione di una comunità che si sostituisce al singolo come produttrice di valori, linguaggi, immaginario. Ma nella politica veltroniana del «ma anche», il posto sotto le stelle è tutto per loro, per gli intellettuali «ma anche», sempre pronti a lanciare il sasso e a nascondere la mano, a prendere posizione per poi negare tutto, a fare film che dicono, ma subito dopo non dicono. E' una generazione intergenerazionale, interculturale, intertutto. 

E mettono paura, perché dell'intellettuale organico conservano le sembianze. Sono intelligenti, preparati, prendono parte alla vita politica del paese, ma hanno un unico obiettivo: aderire alle ragioni del più forte, di chi in quel momento comanda. Se chi comanda ha come unica ideologia la non ideologia del potere il ruolo dell'intellettuale è presto detto: sarà quello di rappresentare nel mondo le ragioni del nulla servendosi di ogni mezzo possibile. Cinema, televisione, musica, letteratura, ogni linguaggio può tornare comodo.

Il Dna della nuova stagione culturale va cercata in questo connubio tra il peggiore conservatorismo, la vecchia idea di intellettuale come genio indiscusso, e il nuovo che avanza sotto le mentite spoglie della non ideologia. Le primarie che hanno consacrato Veltroni alla guida del Pd sono state il banco di prova. Ora si va avanti nel palcoscenico della Festa del cinema, un dispositivo mediatico e politico impeccabile, per consacrare definitivamente il nuovo Piccolo principe (così si chiama, senza pudore, una biografia dedicata al sindaco di Roma).

Se la domanda: viene prima Veltroni o la sua corte degli intellettuali? non può trovare una pronta risposta, forse resta da chiederci dove ha sbagliato la sinistra. Doris Lessing e Omar Pamuk sostengono che è colpa degli scrittori che inseguono ideologie o firmano manifesti. Niente di più vero. Ma forse la sinistra ha anche sbagliato perché nell'intellettuale collettivo, nonostante il '68, non ci ha mai creduto e ha continuato a inseguire i Grandi Autori e i Grandi Intellettuali come unici detentori del sapere e del cambiamento. Lo spiega bene, tra gli altri Roland Barthes, quando sostiene che la genialità e l'autorialità sono concetti «borghesi» con cui non abbiamo mai fatto i conti fino in fondo. Ma una volta chiaro che gli intellettuali paludati sono più inclini a inseguire il potere e chi lo detiene, si potrà forse puntare su quel grande potenziale che sono i saperi condivisi, gli autori con la «a» minuscola, tutti coloro che con talento e creatività partecipano alla comunità, ma che nella corte del principe non ci vogliono entrare.

 

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BRANI DI PIER PAOLO PASOLINI


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Il ruolo degli intellettuali? Adulare, di Angelo Azzaro

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