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"Pagine
corsare"
I contributi dei visitatori
La morte inimitabile
di Massimo Sannelli
1.
Ciò che è
posto sotto il segno dell’Ambiguità è e rimane ambiguo. L’“esitazione
prolungata tra suono e senso” – che è la poesia, secondo Valéry
– riguarda, forse, ogni gesto di chi si dedica, per elezione e vocazione,
alla poesia.
Partiamo da alcuni presupposti
o “degnità”:
-
la morte di Pasolini non è
estranea al suo lavoro poetico, e non solo perché la poesia ha profetizzato
(desiderato, sperato, descritto) l’omicidio.
-
questa morte è, in pratica,
l’ultima poesia della vittima: realtà e violenza brutale senza finzione,
e quindi il non plus ultra di un “cinema di poesia”, in cui gli
attori sono completamente incarnati in un ruolo (la vittima, l’assassino
o gli assassini).
-
della morte di Pasolini è
possibile fare una sinossi, ma non un regesto univoco: tutte e cinque le
possibilità (delitto di stato, pestaggio fascista, pestaggio malavitoso,
lite dopo una provocazione, suicidio sacrificale per mano di altri) sono
più o meno accettabili. Questa plausibilità di fondo, unita
alla mancanza di prove concrete, permette che ogni ipotesi abbia i suoi
sostenitori, più o meno accaniti e gelosi della propria verità.
La verità degli altri è svalutata come “un romanzone granguignolesco”
[1] ; lo stesso Pino Pelosi ha scritto: “Secondo il
mio modesto parere, non avevano capito assolutamente niente di lui, della
sua vita segreta, pur essendo uomini sicuramente di grande cultura” [2].
-
Pelosi partecipa all’Ambiguità:
non solo perché le sue dichiarazioni processuali, rinnovate in Io,
angelo nero, sono cambiate nel maggio 2005; ma anche perché
vuole accreditarsi come un uomo che, ambiguamente, fa (per necessità
o per caso) quello che non è: non è mai stato un prostituto
(p. 21: “io quello non l’ho mai fatto”) e lo considera un lavoro immorale
(p. 36: “già mi ripugnava quello che avevo fatto prima”; p. 85:
“io quel ‘mestiere’ non l’ho mai fatto, non mi piaceva, anzi mi faceva
schifo”), ma ha detto di sì a Pasolini; non è un ladro, ma
ha rubato più volte; ha alle spalle una famiglia seria (p. 21),
ma commette reati; non è un violento, ma ha aggredito la fidanzata
(p. 128: “Non so come ho potuto farlo, non lo so, e basta”). Questa molteplicità
esplode in una crisi psicotica, durante la carcerazione, e il libro ne
registra tutte le fasi (pp. 102-112).
-
Io, angelo nero è
molto aspro nei confronti di Pasolini, Marazzita (p. 111), Betti (p. 51)
e Fallaci (p. 47). Nel 1995 Pino “giura assolutamente” (p. 125) sulla “vera
e unica verità” (p. 142), modificata nel 2005. In questa storia
il mittente e il destinatario possono diffamarsi a vicenda, o sovrapporsi
e sfumare l’uno nell’altro: azione e passione si riducono ad un unico flusso
di parole, irresponsabile, che i mass-media amplificano e poi abbandonano.
-
sia nella prima sia nella seconda
versione, Pino dichiara di aver accettato un rapporto orale (fase 1) e
di essere andato ad urinare, sùbito dopo (2): seguono la violenza
(3) e la fuga sull’auto, che schiaccia e uccide Pasolini (4). Il problema
è nella terza fase, quindi: significa, essenzialmente, che – come
quelle di Pino – ogni ricostruzione della dinamica è differenziabile,
e si differenzia, per segmenti all’interno di un percorso univoco. Chi
invece crede all’ipotesi del suicidio per delega non dà molto peso
a queste fasi finali, e preferisce studiare il segmento, precedente, della
volontà di sacrificarsi come un seme nella terra. Quelli che propongono
il delitto politico ipotizzano ugualmente una regia, un segmento anteriore,
non organizzato da Pasolini.
-
ogni amico di Pasolini – ma
Pasolini si è sempre considerato, in pagine pubbliche, orribilmente
solo
– aggiunge, testimoniando, una tessera che può entrare nella simmetria
del mosaico, ma che produce una dissonanza nell’insieme: vale, ad esempio,
per la storia delle pellicole di Salò rubate e materia di
ricatto (secondo Sergio Citti), o non rubate e quindi non usate per mettere
in difficoltà Pasolini (secondo Naldini). Nemmeno gli amici sono
in grado di dire una parola definitiva su quello che è accaduto:
perché si concentrano su segmenti armonizzabili con la sequenza,
ma inutili o fuorvianti ai fini del montaggio. Ognuno aggiunge fotogrammi,
ma il film che ne risulta è senza logica.
-
i fatti dovrebbero essere solidi
come la pietra e incontestabili. In questa storia, e nel nostro modo di
leggerla, sono di cera molle: i fatti sono parole, perché nei testimoni
e negli interpreti di Pasolini le parole sono diventate pari ai fatti.
Ci sfugge quello che Pelosi e Bellezza chiamano, rispettivamente, “vita
segreta” e “vero percorso mentale” [3] della
vittima.
2.
I letterati fanno letteratura
per vocazione e per professione. Ecco un modello letterario: nella prima
novella del Decameron, rifatta anche nel film di Pasolini, ser
Cepperello
vive peccatore, muore dopo una falsa confessione e passa per santo con
il nuovo nome di san Ciappelletto (nuovo nome=nuova storia; una
classica metanomasia riguarda Sha’ul-Saulos, nemico dei cristiani, che
diventa Paulos [4], apostolo, e per il quale inizia
una vita nuova). Anzi, Dio stesso permette che avvengano miracoli intorno
al culto di “san” Ciappelletto. Per quanto ci riguarda: c’è chi
odia, da sempre o da poco, Ciappelletto e vuole ribadire che il santo non
era tale (perciò Pelosi cita nel libro testimonianze, appositamente
non verificabili, sulla durezza di Pasolini: pp. 35, 55, 124); c’è
anche chi non ha notato la trasformazione di Cepperello in Ciappelletto,
e crede che il santo ci sia sempre stato, nonostante il “cuore diabolico”
che Pasolini si riconosce nel Frammento epistolare di Poesia
in forma di rosa. Lo stesso Pelosi parla di un Pasolini “ragno” e “serpente”
(p. 37), ma gli augura di essere “in Paradiso circondato da persone buone
come spesso lo sei stato tu” (p. 126).
L’ultima poesia di Pasolini
è stata la propria morte, che lo ha ‘tradotto’ automaticamente nel
mito: non a caso Bellezza propone a Sanguineti di esaltarsi con una morte
memorabile, come quella del suicida (Pavese) e dell’ucciso (Pasolini) [5].
Pasolini ha realizzato la morte-poesia o per adesione esplicita, autopunitiva
o sacrificale, o rendendovisi disponibile con un lungo comportamento a
rischio: “Decidere non è voler fare il movimento, ma farlo” [6];
ha poi rinunciato, per la prima volta, a scrivere un’idea (che per lui
significa evocare) e a filmarla (che è la traduzione in segni
dell’oralità della realtà, ma con il medium di una
rappresentazione). Il risultato è una poesia che non si può
leggere, come un normale testo, o un film che non si può
vedere, come un normale film: un unicum che partecipa della
natura di entrambi i media, ma che va oltre l’“empirismo eretico”
praticato fino al 1975. Infatti è irripetibile e inimitabile: non
esiste “riproducibilità tecnica” che possa interferire con la sua
unicità, iniziata e finita all’Idroscalo di Ostia. Impariamo che
“il mistero del linguaggio non è dei soli viventi ma abbraccia i
morti” [7]: dunque stiamo sperimentando gli effetti
postumi – e tra gli effetti siamo compresi noi stessi, con gli amici e
con Pelosi – di un’opera che non possiamo più vedere e che non vedremo.
3.
Questa non diventerà
la sesta ipotesi su un caso infinito. Si tratta solo di un’indicazione
e di un promemoria: per rendere, se possibile, più pasoliniano –
e quindi meno filisteo o “miseramente borghese” – ciò che riguarda
Pasolini. Questa morte ci mette alla prova e ci esamina, soprattutto dal
punto di vista della carità e dell’uso di una ragione non troppo
laica e semplificante. Da letterati che fanno letteratura, ritornare a
Boccaccio significherebbe una cosa sola: ricominciare a naufragare in cose
alte, unendo un po’ di carità alla tragedia e un po’ di cultura
alla nebbia.
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[1]
Mario Cervi, Mattei, Pasolini e le memorie sporche di “Petrolio”,
“Il Giornale”, 12 agosto 2005, p. 27.
[2]
Io, angelo nero, Sinnos, Roma 1995, p. 124.
[3]
Morte di Pasolini, Mondadori, Milano 1995, p. 61.
[4]
Cfr. Giorgio Agamben, Il tempo che resta. Un commento alla “Lettera
ai Romani”, Bollati Boringhieri, Torino 2000, pp. 15-18.
[5]
Ancora Morte di Pasolini, p. 61.
[6]
Gilles Deleuze, Pericle e Verdi. La filosofia di François Châtelet,
trad. di A. Moscati, Cronopio, Napoli 1996, p. 25.
[7]
Guido Ceronetti, Pensieri del tè, Adelphi, Milano 2002, p.
58.
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