La saggistica
 


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"Pagine corsare"
Saggistica

Dopo PPP
di Massimo Sannelli

Non si tratta di identificare il cadavere di Pasolini con quello del Cristo morto - anche se ogni ucciso innocente è quasi Cristo. Perciò non si deve santificare Pasolini; ma nemmeno ridurlo ad una misura troppo criminologica, politica e laica. E invece: l’uomo privo di azioni non intellettuali deve essere guardato secondo l’uso di una carità intellettuale. La mitezza merita mitezza. 

Pasolini muore, e questo è l’unico fatto certo. Ma l’interpretazione è convulsa: ucciso per caso, in una “squallida cornice di cronaca nera” (G. Accame); no, ucciso dalla malavita; no, ucciso dallo Stato; no, ucciso da Pelosi (no, da Pelosi con altri; no, solo da altri), ma eseguendo una volontà diretta di Pasolini, come regista-mitologo dell’ultimo atto. Ma io mi chiedevo se l’arte di Pasolini non fosse in rapporto con questa morte; se essere poeta - in determinate forme, linguaggi, e anche nel “cinema di poesia” - non fosse un’introduzione a questa - e non un’altra - forma di morte; e se le parole non fossero anche un unico antivedere di questa realizzazione.

Mi chiedevo: per il poeta la parola è più di una nomenclatura o di uno strumento? Sì, pensavo: per il poeta la parola è la realtà. E ciò che viene sancito in forma di parole, e con l’apparenza pubblica della poesia, è più che vero: è reale. Quindi: se Pasolini elabora ossessivamente, per trent’anni, testi sulla propria morte (come e dove avverrà, con quali mezzi, con quali conseguenze infamanti e liberatorie), la sua morte è parte della poesia (e il fatto del 2 novembre 1975 è l’ultima poesia, non scritta e non ripetibile): anzi la morte è l’argomento principale della poesia, insieme alla solitudine e all’“amore materno, straziante” (chi ha una madre infelice non potrà essere felice, finché l’amore per la madre sarà possibile; perciò resterà solo, come il sovrano che non vuole, o non può, avere compagni: “Tu sai che mia madre ha ottant’anni; fra un po’ sarò solo al mondo. […] voi siete giovani e innamorati, e io vecchio, solo, e senza più niente nella vita”).

Quindi: è possibile, ma forse non dimostrabile, che Pasolini abbia organizzato razionalmente la propria morte; ma è più corretto - perché è la poesia - dire che si è dedicato ad uno strazio di superlavoro ed eros moltiplicati al massimo, nella speranza di un’uscita di scena memorabile e feconda, per i sensibili, e devastante per altri. Cioè la poesia scritta anticipa i fatti della “poesia vissuta”, e i fatti sono la garanzia della poesia scritta: non c’è, in senso stretto, nessuna invenzione, se non nell’uso delle tecniche e nelle forme di montaggio.

Chi crede, anche per un delirio, di essere seme, agirà da seme: “Ciò che l’uomo, scoprendo l’agricoltura, ha veduto nei cereali, ciò che ha imparato da questo rapporto, ciò che ha inteso dall’esempio dei semi che perdono la loro forma sotto terra per poi rinascere, tutto questo ha rappresentato la lezione definitiva. La resurrezione, mio caro” (Medea). Nello stesso tempo, il seme non è invisibile: al punto che - come per una maledizione - nessun poeta italiano ha più avuto un’ombra della presenza, carismatica e scandalistica, di Pasolini (che passava serenamente dal “Processo alla Tappa” al “Corriere della Sera”, dal festival di Berlino a “Novella 2000”); la cui morte segue solo di due settimane l’annuncio del premio Nobel a Montale. Così Sanguineti, già enfant terrible, invecchia felice, come aveva scritto già nel 1975 (si chiude “il dialogo con tutto quello che non siamo stati, e non abbiamo voluto essere. E saremo un po’ tutti costretti a invecchiare più in fretta”). Come se il 2 novembre 1975 la stessa idea della Gioventù fosse morta, in un colpo solo e tutta; e come se la genealogia ufficiale della poesia italiana fosse stata pietrificata e svergognata, una volta per sempre. Sanguineti vivo invecchia nella vita e Montale morto rimane grandissimo, ma fuori del Mito: morto Pasolini (Manzoni: “l’edificare il mito […] per poi farne altare, legno, chiodi o corda”) il distacco del poeta dal pubblico non specialistico è diventato terribile, e ci tocca ancora.

Allora mi è sembrato di imparare che la poesia del/sul corpo non è solo un artificio tematico, ma un atto di Body Art, che produrrà esaltazioni e degenerazioni su un corpo già mortale; e che la poesia non è un gioco, ma una responsabilità gigantesca, in primo luogo sulla propria pelle, letteralmente. Ogni parola scritta mi si ritorcerà contro, chiedendomi ragione: una volta detta, è  cosa. Ma anche la lama e il martello sono cose. E noi siamo o troppo parola o troppo corpo o troppo mente, e non l’insieme inscindibile di mente, corpo e parola; e guadagniamo una sopravvivenza, sia pure precaria, a patto di non scivolare nel rischio etico e fisico di diventare corpi d’amore e di poesia. E non condividiamo la maestà, la potenza, l’inusualità e il furore che Rosselli rivendicava a se stessa, senza uscire dal contenutismo che la rendeva simile, contro ogni apparenza, a Pasolini. Né possiamo dire “nel mio mestiere sono re”, come Pavese. E sembra strano che le Maestà siano tali quando stanno per morire tragicamente, perse nella disperazione (“il mondo non mi vuole più e non lo sa”), nella “storia di una malattia” o nel cupio dissolvi. Non è assurdo, se questa regalità si misura proprio sul distacco (veramente Gelassenheit) da qualsiasi cosa non sia amore e/o poesia. 

Il cristiano si chiede: queste tendenze, che finiscono per distruggere la vita, onorano Dio? Ma riguardano certamente la grande poesia. E allora siamo costretti a chiederci se la grande poesia, a queste condizioni, onori Dio. Eppure l’istinto - che è fedele d’amore ma non teologo - non riesce a cogliere nessuna vera bestemmia in questi autori. Se la bestemmia c’è, rimane inedita e intima: nel rapporto privato tra Pier Paolo, persona, e la persona di Dio.

Ho provato a scrivere di questo e di altro in un libro, Philologia Pauli, che è anche una specie di oggetto di ringraziamento. In primo luogo al lavoro di Pasolini. E poi a Gian Ruggero Manzoni, che ha onorato il libro con una prefazione più bella del libro; ad Alessandro Ramberti, che se ne è fatto editore, per Fara, con una cura impensabile; a Federico Federici, che per pura amicizia ne aveva realizzato una prima edizione informatica. Infine a Giuseppe Zigaina, il cui pensiero, per quanto non sempre condivisibile, resta un grandissimo stimolo.

(Genova, 4 agosto 2006, pomeriggio)


Il testo di Massimo Sannelli, pubblicato nel sito-blog "Fabry poesia e spirito"
ha suscitato un dibattito tra utenti di internet, molto acceso e polemico: per leggerlo, raggiungere il sito citato.

 


Dopo PPP, di Massimo Sannelli
 

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