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"Pagine
corsare"
Saggistica
Introduzione a un libro
inedito
Massimo Sannelli
1.
Quando Leopardi annota che
la «vera, contemporanea poesia» (Zibaldone, 4450: 1°
febbraio 1829) ha una funzione («aggiunge un filo alla tela brevissima
della nostra vita») insegna due cose: in primo luogo, che la contemporaneità
tra uomini e opere non è indifferente dal punto di vista etico;
in secondo luogo – ed è il punto più importante – che esiste
un fine pratico della poesia. Della poesia, esattamente, perché
quello scopo non sembra appartenere alla prosa. Chi vuole interpretare
vede sùbito che nel 1829 il divario tra la poesia – da un lato –
e la prosa e il linguaggio quotidiano, dall’altro, è forte, ma misurabile
in termini di aspettative sociali e accademiche, e più di tutto
stilistiche (la poesia ha delle caratteristiche – la metrica e un
lessico autonomo – che la rendono riconoscibile come la non-prosa: per
Leopardi esiste una funzione che dovrebbe manifestarsi in poesia «anche
in questi sì prosaici tempi»); mentre oggi la differenza assume,
in generale, altre caratteristiche: in primo luogo, il fatto di basarsi
su idee, e idee di gruppi.
Quello che Marco Merlin
ha scritto nel weblog di «Atelier» (dicembre 2004) sul
concetto di «poesia contemporanea» deve essere approfondito:
soprattutto per il nesso che istituisce tra contemporaneo e «seppellimento»
del passato; quindi tra contemporaneo ed eterno. Ad esempio: «Qualcuno
dirà che non esistono tempi per la poesia, che quando un’opera è
autentica è oltre il tempo, eterna più che contemporanea.
Ma proprio la percezione che qualcosa sia “autentico” rispetto ad altro
dimostra l’esistenza di una sfasatura, al di là della quale vi è
creazione, al di qua della quale nulla è nuovo sotto il sole. La
novità, naturalmente, sarà quella eterna, data appunto da
tutti i gesti creativi che sono stati sempre veramente contemporanei.
La novità è, appunto, l’autenticità di chi risponde
alle proprie radici con parole attuali, che avvengono ora, che sono prese
nella carne della scrittura, non giocate da una poetica preesistente, ma
bruciate dal loro stesso fuoco». Con una tensione metafisica difficilmente
parafrasabile, ma utile, a patto che interagisca con altre provocazioni
culturali.
2.
Del post di Merlin colpisce,
appunto, la relazione tra autenticità e seppellimento
dei «padri» e della «nostra identità acquisita»:
«È inutile ridare voce a una figurazione umana e culturale
già da tempo satura. Liberiamoci del cadavere psicostorico dell’Occidente,
ritrovando l’oriente un po’ più in là, oltre il varco, oltre
l’ultimo orizzonte che da secoli i poeti hanno esperito. Facciamoci veramente
carico della nostra eredità seppellendo in noi i nostri padri e
la nostra identità acquisita, andiamo incontro a noi stessi, siamo
autentici. Cerchiamo una parola veramente contemporanea, perciò
eterna, che non si lasci trarre in inganno dai temi del nostro tempo, destinati
a una rapida storicizzazione».
Più che il principio
cristiano per cui ex/in morte vita, sembra che qui agisca un ragionamento
sugli archetipi. Lo sviluppo del figlio prevede il seppellimento di un
padre morto. In che modo è morto il padre? Non ucciso come
Laio dal figlio, forse – ma il figlio non può riconosce il padre
né Laio può identificare il bambino rifiutato con il passante
che lo ucciderà: né il primo è padre né il
secondo è figlio, se non biologicamente. O forse ucciso, ma indicibilmente?
Quello che importa è il privilegio del funerale, a scapito dell’autopsia.
Non si tratta di giochi comparatistici, ma di un test, facilissimo,
di sopravvivenza: questi archetipi sembrano immortali, e incarnati nell’umanità
in quanto specie; riemergono in forme diverse, dialettizzandosi con le
realtà che in un dato momento sono dominanti.
Merlin scrive: «Cerchiamo
una parola veramente contemporanea, perciò eterna, che non si lasci
trarre in inganno dai temi del nostro tempo, destinati a una rapida storicizzazione».
E anche: «Il gesto poetico contemporaneo è creativo se dà
voce ad una possibilità reale di uomo non ancora attuata, ma dormiente
in noi». Per chi ha una formazione abbastanza rigorosamente filologica,
la contemporaneità è quasi una tautologia: condividere la
stessa epoca. Ma Pasolini e Sanguineti si appartengono come Guinizelli
e Bonagiunta e come Dante e Cavalcanti: cioè come Laio ed Edipo;
cioè storicamente, non affettivamente o per una condivisione
di ideali. Non può che nascere il conflitto: tra individui teoricamente
uguali – perché sono padre e figlio, perché sono poeti, ecc.
– e praticamente non confrontabili. Tutto questo è implicito, perché
è il mito ed è l’indicibile, nel funerale dei padri. Ma non
è stato detto nulla sull’eventuale parricidio che permette la cerimonia;
come se fosse indicibile, tanto è innaturale, e come se servisse
allo spettacolo delle esequie. Colpisce, a livello sentimentale, che per
essere contemporanei – metafisicamente, non nel modo pragmatico e banale
del filologo e dello storico – è necessario contemplare (e provocare?)
una morte: che significa – sempre nel senso pragmatico-banale – far uscire
dalla ‘mia’ contemporaneità una persona. E in generale sembra che
lo spazio letterario, almeno occidentale, non possa vivere se non attraverso
parricidi-seppellimenti che coesistono – letteralmente contemporanei
– con la sopravvivenza del vecchio nel nuovo («Sieti raccomandato
il mio Tesoro, / nel qual io vivo ancora»). Fuor di metafora, il
debito con Pascoli – e con D’Annunzio – è implicito, ad esempio,
fino a Pasolini, che lo nota in uno dei saggi di Passione e ideologia.
Così, a loro volta, il debito di D’Annunzio nei confronti dello
stesso Pascoli e di entrambi verso Dante e gli Antichi.
Da questo punto di vista
l’Occidente non è veramente un cadavere psicostorico. Anzi lo è,
a partire dalla sua etimologia; ma i suoi archetipi sono, appunto, immortali,
quasi intatti dopo il logoramento – che dovrebbe essere purificante – del
Cristo. Cristo, Dio, il Lógos, non è né Dioniso
né Orfeo (né Edipo). Tra una concezione del mondo in cui
l’esistente è increato e una fede nel mondo creato c’è un
abisso, che rende difficile il ‘battesimo’ degli archetipi precristiani.
L’utopia di Merlin è utile e provocatoria, contemporaneamente:
utile perché non facile, e quindi stimolante (io stesso ne ho scritto
perché toccato: non solo nell’intelletto, che è il meno);
e perché coglie effettive, e non immaginarie, difficoltà;
provocatoria nel suo auspicare l’eternità, considerandola
sia producibile sia desiderabile. In una parola, l’eternità è
apocalittica, secondo la conclusione «Cerchiamo una parola veramente
contemporanea, perciò eterna, che non si lasci trarre in inganno
dai temi del nostro tempo, destinati a una rapida storicizzazione».
La storicizzazione è il Male da evitare: perché?
3.
Il problema potrebbe non
consistere nella storicizzazione, dato che non si può essere che
corporei e quindi nella/della storia: l’essilio-onore di Dante e
l’ermo colle di Giacomo sono soggettivi, storici, storicizzati,
ed eterni. Non è assurdo dire che l’eternità possa
derivare anche dai «temi del nostro tempo»: purché
nello scrittore non parli, come scrive lo stesso Merlin, «il suo
io – il plagio dell’identità che gli è stata imposta –, ma
la natura e la lingua nella memoria delle loro possibilità storiche
mai avverate».
4.
Dell’io, in breve: il corpo
non è distinto se non in maschio e femmina. Né esiste un
termine che identifichi e separi il corpo del maschio rispetto a quello
femminile, e viceversa. Così è possibile trovare ragioni
e radici dell’impersonalità a partire dalla nostra stessa corporeità;
allo stesso modo è possibile angelicare e spiritualizzare questo
stesso corpo: ad esempio diminuendo o accettando più criticamente
i ruoli che gravano sull’io e sul corpo.
5.
Nel testo di Merlin non
si parla di Giovani: che erano un livello anagrafico (come i Bambini e
i Vecchi) e si trasformano in una classe di lavoratori abbastanza omogeneamente
precari e di consumatori abbastanza omogeneamente identificati dal marketing.
I loro corpi non sono una Regola o uno Schema eterodiretto, ma un territorio
che nasce e si scopre: che parla, anche poeticamente, a partire da questa
scoperta e dal rifiuto, più o meno maturo, del «plagio»
di cui parla Merlin. Che questo sviluppo dell’eterno a partire dal contemporaneo
debba passare per la Morte e per la Cerimonia del funerale è, secondo
me, meno condivisibile: a meno che non esista una necessità poetica
di quel «gioco del massacro» che Porta nota in Sanguineti.
A quel gioco è possibile opporre – e io opporrei sempre – la distanza
che Guido Cavalcanti mette dopo pochi secondi (il tempo è
prezioso) tra sé e la brigata di Betto nella novella VI, 9 del Decameròn;
così come potrebbe essere perfetta letizia vedere in Sanguineti
e in Pasolini, ad esempio, un’unità scissa, e – per il lettore
contemporaneo – un sollievo (le plaisir du texte) e un’occasione. Mentre
a Sanguineti è mancata l’occasione di integrarsi con Porta
e Pasolini e con i semi di diversità che gliene potevano derivare:
così come Bonagiunta si limitava a rimproverare al primo Guido di
avere «mutata la maniera», senza chiedersi perché le
maniere mutino e con quale vantaggio. La «vera, contemporanea poesia»
ha il dono di rinfrescarci e «ci accresce la vitalità»
(aggiunge varianti e possibilità): «ma rarissimi sono oggi
i pezzi di questa sorta» (Zibaldone, 4450). Non a caso anche
Pasolini parla di un «aumento della vitalità», a contatto
con un testo speciale (il Vangelo secondo Matteo) ed «una energia
terribile, quasi fisica, quasi manuale» sotto forma di «emozione
estetica». Potenza del sacro, sempre: nel suo «aspetto esterno,
stupendamente visuale» e nell’aspetto «violento» di un
Cristo che «dovrebbe avere, alla fine, la stessa violenza di una
resistenza» (PC, I, pp. 672-673).
Sanguineti si è reso
conto, sùbito, che, morto Pasolini, si chiude «di colpo il
dialogo con tutto quello che non siamo stati, e non abbiamo voluto essere.
E saremo un po’ tutti costretti a invecchiare più in fretta»
(1). Si tratta di un aforisma ‘politico’, costruito
per essere memorabile: ma sostituisce il pedagogico (un verbo come maturare,
che nel contesto antipasoliniano sarebbe più prevedibile) con il
biologico (invecchiare). Invecchiare, detto intorno a Pasolini,
significa, empiamente ma con dignità, un’affermazione di principio:
noi non vogliamo morire giovani e vittime di un «suicidio preparato
minuziosamente»; per noi non esiste l’elegia, se non come gioco stilistico
(come quando rivitalizziamo, allegoricamente e con un po’ di sarcasmo,
il sonetto o l’ottava); arte e vita sono campi separati, per noi. In questa
ottica, chi vive non deve maturare: infatti vive (e vivrà, senza
cadere in tentazioni suicide) solo chi è già maturo e fatica.
Le opposizioni poetiche
sono solo metaforicamente belliche: questo permette di impegnarsi da una
parte o dall’altra senza il dramma di dover uccidere/morire in nome di
una causa criticabile o ingiusta. Ed è vero che la poesia non tollera
la morte: se la evoca e la chiama è perché la vede sorella,
come san Francesco, o sposa e speranza, come Leopardi. Per la cosa più
temuta è stata immaginata una natura diversa: così il sentimento
e il trattamento poetico della morte hanno a che fare con la questione
del «contemporaneo», in una forma intuitiva su cui è
meglio, per ora, non aggiungere altro.
6.
Invece la morte di Gadda,
agli occhi di Pasolini, può aggiungere veramente il «filo
alla tela brevissima della nostra vita». Muore un autore di prosa,
di livello universale, e disgustato dalla propria presenza fisica: «Ora
che Gadda si è ritirato definitivamente, voltando le sue spalle
curve, e incamminandosi per una strada che lui ha sempre saputo bene, c’è
in chi resta una vera e propria esplosione di vitalità, Sì,
la morte di Gadda dà una strana certezza di pace: non solo perché
è oggettivamente la morte di un uomo molto vecchio che si è
meravigliosamente adempiuto – e con una vitalità reale, confronto
a cui quella dei suoi vari interlocutori fa ridere – ma, appunto,
perché il modo che Gadda aveva di cedere il posto agli altri era
buffo» (2).
Morto Gadda, la vitalità
esplode, per Pasolini; morto Pasolini, bisogna («saremo costretti
a») invecchiare, secondo Sanguineti. Su chiasmi come questo, e su
antitesi simili, si costruiscono una storia buona e una storia che non
porta frutto. Se questa morte è un seme, quella è
sterile o sterilizza i sopravvissuti che iniziano ad invecchiare; ma questi
valori non giacciono oggettivamente nelle due morti: dipende dalla
pietà e dalla carità verso chi si è estinto, più
o meno caro. Dipende anche dal tipo di morte e dallo sforzo intellettuale
e di carità che chiede. Per sopravvivere serve una certa dose di
attenzione, ma anche di libertà: non è la stessa cosa essere
costretti ad accettare il tempo che passa o provare in sé
la vitalità; sperimentarla fisicamente, quasi con ingenuità.
PC I
Per il cinema, a
c. di Walter Siti e Franco Zabagli, Mondadori, Milano 2001, 2 vv.
SLA
Saggi sulla letteratura
e sull’arte, a c. di Walter Siti e Silvia De Laude, Mondadori, Milano
1999
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(1) Edoardo
Sanguineti, Giornalino 1973-1975, Einaudi, Torino 1976, p. 215.
(2)
SLA, II, p. 1808. Questo saggio di Descrizioni di descrizioni si
intitolava, sul «Tempo» del 3 giugno 1973, Carlo Emilio
Gadda ha tolto il disturbo.
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