Pier Paolo Pasolini
La saggistica
Scritti
corsari
1975
Un
dibattito del collettivo redazione di "Salvo imprevisti"
.
Per gentile concessione
dell'Editrice Gammalibri (ora Kaos) di Milano, riportiamo qui di seguito
un ampio stralcio di un dibattito su Scritti corsari tenuto dal
collettivo redazionale di "Salvo imprevisti", un "quadrimestrale di poesia
e altro materiale di lotta", autogestito e autofinanziato, attivo dal 1973
a Firenze. Il dibattito è incluso nel volume Dedicato a Pier Paolo
Pasolini, Gammalibri, Milano 1976
|
MARIELLA BETTARINI
Perché Scritti corsari. C'è un evidente parallelismo con corsivo:
scritti che "corrono", si divulgano. Ma anche scritti "pirati", "di rapina".
Il libro è formato di articoli che vanno dal 7 gennaio 1973 al 18 febbraio
1975: sono gli scritti "primi"; poi ci sono documenti e allegati integrativi.
Io vedo tre "filoni di discorso":
il filone strettamente politico, direi antropologico-politico (la "mutazione
antropologica") e, legato a questo, quello del neofascismo e dell'omologazione
culturale del nuovo potere; poi c'è il problema dell'omosessualità, e
collegato a questo l'aborto e la sessualità in genere; infine c'è un
settore dove Pasolini si rifà al discorso sulla lingua (dialetti e critica
letteraria).
Partirei da alcuni di questi
temi, pur tenendo presenti altri "sotto-filoni" (per esempio il discorso
che lui continuamente faceva sugli intellettuali in rapporto alla politica,
sui rapporti tra Pci e Dc eccetera). Personalmente mi interessava, per
cominciare, non tanto la parte sociologica del libro quanto quella dove
Pasolini parla dell'aborto e dei rapporti tra sessualità e omosessualità.
Ciò mi interessa molto, anche perché egli, anche quando non ne parla
direttamente, ne parla. Quando parla della Chiesa lo fa in questo senso
(per esempio i rapporti tra Chiesa e sessualità, tra sessualità e politica;
il discorso del clerico-fascismo, il tema dell'edonismo di massa eccetera).
Potrebbe essere questo un primo approccio al libro.
RICCARDO BOCCACCI Penso
che gli Scritti corsari siano un circolo chiuso. Rappresentano i
nodi centrali del pensiero di Pasolini, quegli stessi nodi che si ritrovano,
sia pure in maniera diversa, nel primo libro a cui gli stessi Scritti
corsari rimandano: La nuova gioventù.
Rispetto all'argomento aborto,
farò un discorso personale. Vorrei mettere in evidenza alcuni aspetti
che Pasolini non ha visto. Sono d'accordo su tutto il discorso circa la
coppia e la necessità che avrebbe la società dei consumi di mantenerla.
Però credo che l'uomo non può parlare di aborto; è, secondo me, un discorso
che non gli compete, una forzatura. L'aborto in sé è una violenza, violenza
contro la madre. Pasolini fa invece un discorso di parte dove la madre
non viene nemmeno considerata. Egli non parla di centri sociali, di prevenzione,
di educazione sessuale, ma garantisce lo sbocco del discorso solo in teoria.
Sono convinto che non bisogna farsi prendere, discutendo un problema di
così grande importanza, da facili radicalismi. Bisogna mettere la società
di fronte alle sue responsabilità per garantire ai cittadini le strutture
perché l'atto sessuale non diventi imposizione, ma sia, il coito etero
e non, un atto gioioso e conoscitivo e non alienato. [...] Un discorso
di classe deve sempre prevedere un tipo di legislazione, ma mi pare si
stiano facendo grossi errori sulla testa delle donne. Per concludere: sì
ai centri sociali, alla contraccezione positiva, all'educazione sessuale
nelle scuole, che non deve limitarsi a spiegare quali sono gli organi genitali.
SILVIA BATISTI Tu
intanto dici che Pasolini fa un discorso "di parte". Sì, d'accordo, ma
qualsiasi persona fa discorsi di parte. Io non credo all'individuo che
collettivizza a priori un problema, perché un problema, prima di essere
collettivizzato, è molto individualizzato, sicché tutti facciamo discorsi
di parte, anche se è chiaro che l'aborto è un fatto collettivo che riguarda
la società. [...] facciamo dei centri sanitari, dei centri di assistenza,
creiamo i così discussi consultori, ma facciamo in modo che questi siano
realmente per e con la società, per e con le donne, e non dei centri fantasma
o dei centri di potere.
ROBERTO VOLLER
Quello che sto per dire suonerà come uno slogan: completa libertà sessuale.
Quindi aborto inteso come momento liberatorio e non come trauma. Mi rendo
conto che questa dichiarazione di principio non tiene conto della situazione
politica esistente, ma non vedo come poter girare intorno al problema.
[...] Nel titolo dato da Pasolini stesso, Scritti corsari, è evidente
il proposito di fare ancora una volta scandalo. Il corsaro era un avventuriero
pagato da nazioni in guerra fra loro, per saccheggiare e distruggere le
navi nemiche. Ma oggi a che serve lo scandalismo? [...]
ATTILIO LOLINI Il
movimento femminista rivendica su questo problema una totale autonomia,
la donna gestisce questo problema in assoluta libertà. Per i partiti politici,
per il Pci in particolare, entra in scena la figura del medico-tutore che
dovrebbe essere, nello stesso tempo, psicologo, padre e accertatore dei
redditi: una figura evidentemente ambigua.
STEFANO LANUZZA Intanto
la legge proposta dal Pci non è assolutamente una legge che prevarica
i diritti della donna. Si tratta invece di una legge, in via di perfezionamento,
che prevede un rapporto non traumatico della donna che deve abortire con
la collettività e che fa carico di ciò alla collettività. Se il problema
dell'aborto è, come è, un problema sociale, in questa misura, esso va
inserito in un contesto; ed evidentemente, se l'aborto deve essere libero
e gratuito, ne dovrà essere responsabilizzata la collettività. Da questo
punto di vista, si attende una regolamentazione che salvaguardi la salute
e l'autonomia della donna... Ora però vorrei aggiungere che stiamo parlando
in astratto anche perché non è ancora definita una legge sull'aborto.
Semmai, questa sera potremmo discutere la posizione di Pasolini relativamente
al problema dell'aborto.
LOLINI [...] La posizione
di Pasolini sull'aborto è la più scoperta in questo senso, e si presta
a un tipo di polemica dovuta a una posizione tutta particolare di Pasolini.
Quando emerse, credo che avesse le caratteristiche dello scandalo, della
provocazione, che sono connaturati all'opera pubblicistica di Pasolini.
Secondo me, sarebbe un errore chiudere il dibattito intorno a Pasolini,
su certi temi, col rischio di museificarlo. Il dibattito va allargato,
tenendo conto dei problemi di ora, alla distanza di alcuni mesi dalla sua
morte, perché i problemi corrono e si pongono più in fretta.
LUCIANO VALENTINI Sono
d'accordo con la suddivisione dei temi fatta da Mariella. Credo sia molto
interessante analizzare uno di questi temi, cioè il tema del rapporto
tra aborto e omosessualità. Il problema dell'aborto si sta dibattendo
in tutto il paese e tutte le componenti vi stanno partecipando. Noi dobbiamo
giustamente dare il nostro contributo in questo senso, sia pure come rivista,
modesta quanto si vuole. Però non vorrei che il dibattito scadesse in
una polemica fra varie posizioni: Pci, anti-Pci eccetera. Il dibattito
nel paese va avanzando e quindi non è detto che le posizioni siano da
prendere in maniera assoluta. Personalmente sono d'accordo sul fatto che
l'aborto sia, per la donna, un trauma: non si può pensare, infatti, che
l'aborto sia il metodo più giusto ed efficace per il controllo delle nascite.
[...] Altro punto consiste nel fatto per cui noi, collegandoci al discorso
di Pasolini, dobbiamo trattare la sessualità del "diverso", cioè l'omosessualità.
In definitiva, dobbiamo cogliere il discorso di rinnovamento culturale
che la posizione di Pasolini porta avanti... Noi deriviamo da ere veramente
medievali, con paure e tabù con cui fare i conti. Mariella parlava dei
vari filoni; secondo me, questi filoni si collegano al problema della sessualità.
I discorsi sul problema della Chiesa, sulla fine dell'egemonia della Chiesa
e sul momento edonistico, cioè della civiltà totalizzante di massa, un
edonismo di tipo americanizzante, si collega ala sessualità. È questo
uno dei nodi centrali del libro di Pasolini, perché questo tipo di edonismo,
questa esplosione della sessualità, in realtà è una falsa libertà,
una libertà imposta dall'alto. Tutto questo conduce al discorso della
rivoluzione antropologica, dell'omologazione, del genocidio: questi sono
tutti da ricollegare a quello della sessualità, e quindi al tipo di società
dei consumi a quella permissività che è propria del neocapitalismo.
Il limite della posizione
pasoliniana sta nel non riuscire a storicizzare il processo sociale: si
travalica il discorso della lotta di classe e si va verso il mito, verso
l'estetizzazione che è propria di una certa sclerosi dell'antropologia.
Il discorso della sessualità, dunque, coinvolge tutti questi temi, ed
è un aspetto di altri aspetti che vanno discussi. Il discorso, quindi,
della sessualità si ricollega a quello dell'omosessualità, del concetto
di "diverso", che purtroppo anche la sinistra ha portato avanti, non tanto
per colpe quanto per ritardi. Personalmente, mi rifarei a una corrente
scientifica e filosofica nello stesso tempo che è la psicanalisi, che
ha avuto una influenza nella cultura italiana. Io però sono contrario
all'uso della psicanalisi fatto da certa pubblicistica; penso all'articolo
di "Paese Sera" (subito dopo la morte di Pasolini) in cui viene fatto un
uso della psicanalisi in senso tradizionale e anche razzistico. Lo stesso
"Espresso" fa questi giochi, cioè chiama un luminare di psicanalisi, una
specie di santone che dà la sua ricetta e la sua etichetta. Majore su
"Paese Sera" afferma che l'omosessualità non è altro che il paravento
della schizofrenia, della malattia mentale, della paranoia. Questo è un
discorso che denota l'omosessuale come un "diverso", come un "malato".
Riprendendo invece proprio i temi freudiani, il discorso va capovolto,
perché il fatto rivoluzionario del concetto della bisessualità consiste
proprio nell'affermare che esistono nell'uomo e nella donna due aspetti,
e che soltanto a livello posteriore si sovrappone il ruolo sessuale manifesto.
Qundi il discorso sull'omosessuale non è un discorso di malattia, ma di
normalità. L'omosessuale non è un diverso: egli ha soltanto un modo di
espressione della propria personalità, che è al limite anche una scelta.
[...]
LANUZZA L'argomento
era la struttura, la concezione degli Scritti corsari; gli altri
sono degli addentellati che minacciano di condurci nella specializzazione
sociologica e che richiederebbero molto più tempo e spazio. Perché, quindi,
non cerchiamo un po' di condensare la discussione? Il titolo io lo trovo
salgariano (del resto, Pasolini, in un'intervista, ha detto che da giovane
era stato un lettore accanito di Salgari) e quindi anche mitico: cosa molto
significativa, probabilmente. Perché questa premessa? Per collegarmi subito
al discorso di Mariella sul-l'omosessualità e proporre un parallelo fra
mito e omosessualità... Gli Scritti corsari mi pare che siano una
raccolta d'interventi essenzialmente sociologici, diciamolo pure; non certo
antropologici o etnologici. Sono, in sostanza, degli articoli di livello
estremamente divulgativo e quasi di "spiegazione al popolo". Interventi
non sempre intonati fra loro che, chiaramente, stanno in questi giorni
assumendo la forma di un'operazione editoriale che ha fatto diventare anche
Pasolini una creatura di consumo. Vivo o morto, Pasolini fa scandalo, quindi
fa guadagnare: la logica dell'industria culturale non perde colpi... Tornando
alla questione del mito, la visione storico-mitica di Pasolini è quella
del mondo contadino, di un mondo analfabeta fatto di vecchi, donne e bambini
che si ritrovano la sera davanti al focolare per comunicarsi tradizioni
culturali essenzialmente orali. Si tratta di un mondo che poi, a detta
di Pasolini, avrebbe subito come un'offesa irreparabile l'intervento della
tecnologia, dei trattori, delle stalle razionali, delle aie. Ma tutte queste
cose, nelle aree socialiste, già hanno contribuito a fare prendere coscienza
al contadino della propria dimensione storica, la stessa coscienza di classe
dell'operaio. Nella sua analisi del mondo contadino, Lenin definiva i contadini
classe conservatrice e "piccolo-borghese". Mi pare che Pasolini, pur riprendendo
questa locuzione di Lenin, non ne abbia fatto buon uso. Il mito può inoltre
collegare Pasolini a "zone storiche" quali, per esempio, quelle greche.
Nel mondo greco il mito era, specialmente per gli intellettuali, un dato
assai importante. Gli intellettuali greci avevano un'alta considerizione
della pederastia proprio perché consideravano la donna una semplice riproduttrice
della specie, un essere inferiore. È forse questo aspetto mitico (che
può essere anche politico) di Pasolini che può aiutare a spiegare la
sua omosessualità e le sue posizioni antifemministe, antisessantottesche,
anti-aborto... Mi interessava perciò, se possibile, approfondire il discorso
sul mito in Pasolini: per me è uno degli argomenti più interessanti per
un approccio non solo agli Scritti corsari, ma a tutta l'opera del Pasolini
cineasta. Per esempio, chiediamoci: la "trilogia della vita" che rapporto
ha con la presenza di Pasolini nel dibattito del nostro tempo? Direi, per
sollecitare delle risposte, che ha un rapporto molto relativo.
BATISTI Il mito della
civiltà contadina è per Pasolini il limite estremo fra storie e metastorie,
fra mito personale e coscienza del reale. Coscienza come coinvolgimento
civile e razionale dentro/fuori la storia; storia che, nel momento in cui
viene rifiutata, è tuttavia amata. Il mito è in realtà per Pasolini
la salvezza della/dalla storia; una storia che è per lui diretto contatto
con la realtà che per molti versi lo emarginava e lo faceva sentire diverso,
di quella diversità che è sì sessuale, ma è anche confronto con gli
altri e con il mondo. Il rifiuto razionale che Pasolini provava per i borghesi,
i figli dei borghesi e per tutta la borghesia in genere, è la prova prima
della presenza della storia come parte vivente in Pasolini. Non si possono
rifiutare i borghesi, la borghesia, il capitale, il capitalismo se non
si è calati fino in fondo nella realtà che ci circonda. Esemplare a questo
proposito la lettura di Scritti corsari, in special modo l'articolo
dedicato alle lucciole, e l'altro, quello che inizia "Io so i nomi...".
E allora il mito? Il mito non è altro che l'anti-mito, proprio perché
quest'occhio di mito è sempre nel ciclone, è sempre e costantemente combattuto
con e per la storicità delle cose. È assurda l'accusa che si faceva a
Pasolini di essere un conservatore, un reazionario. Non può essere reazionario
un uomo che pur nelle sue grandi rabbie svolgeva un'azione diretta sui
problemi diretti della politica e della storia, trasgrediva l'ordine sociale
che il capitalismo impone. Pasolini si occupava del recupero di certe tradizioni
contadine e trovava nel terzo mondo il fulcro dei suoi interessi e del
suo lavoro. Se di mito si può parlare, non è certo un mito "per" e "con"
il passato, ma è un mito per sopravvivere, per andare avanti, per credere
e sperare in qualcosa di diverso. Ma per i "padroni delle ferriere" e per
la borghesia non si può e non si deve parlare di passato perché il passato
è un rifiuto, sia pure inconscio, della società dei consumi, e raspare
la terra con le mani è pur sempre un atto di trasgressione.
[...]
RINO CAPEZZUOLI A
pochi mesi dalla morte di Pasolini, io posso rilevare che egli era arrivato
anche alle masse, anche se non era entrato e probabilmente neanche voleva
entrare in una logica dei problemi di massa. Questo è, a mio parere, uno
dei limiti dell'azione di Pasolini. Nonostante la sua opposizione, nonostante
la sua buona fede, si è lasciato travolgere da un certo mito e anche da
certe mode venute avanti. Però c'è un aspetto positivo che secondo me
va sottolineato: il fatto di essere un "diverso" e la sua battaglia in
favore dei diversi, in una società come la nostra, che tende a distruggere
i diversi, che non dà loro spazio, tanto nel campo sessuale quanto in
altri campi, a cominciare dalle minoranze linguistiche, dai dialetti, da
tutto ciò che è alternativo. In questo senso, Pasolini faceva un discorso
che era di massa e non di élite. [...] Gli Scritti corsari rappresentano
per me il clou della forza di Pasolini, della sua fatica, del suo essere,
del suo darsi, anche se sui temi che ha sollevato (problema dell'aborto,
della religiosità, eccetera) ci sarebbe da parlare quanto si vuole, se
non altro per mettere in luce alcune contraddizioni. Sull'aborto, per esempio,
Pasolini ha scritto un pezzo "famoso": quello del 19 gennaio 1975, che
è un pezzo decisamente "di valore" a tutti gli effetti, anche coraggioso.
Naturalmente il problema dello aborto non si può porre come lo poneva
Pasolini, ma va posto nell'ambito della situazione della donna e a livelli
più generali, che sono quelli dell'emancipazione della donna (che Pasolini
non sentiva). Inoltre Pasolini, come intellettuale di sinistra, avrebbe
dovuto porsi il problema del rapporto con le masse. Ciò non ha fatto,
ed è un limite della sua azione. E un nodo grosso della cultura italiana,
questo rapporto con la grande massa. Massa dentro la quale io riconosco
la mia cultura, che è quella del movimento e delle idee che il movimento
nel suo insieme riesce a portare avanti, e che a volte possono anche diventare
idee sbagliate. Però questa massa ha sempre avuto (e la storia ce lo dimostra)
una capacità di autocoscienza, di rinnovamento, di rompere anche certi
schematismi. Questi sono problemi che riguardano non solo Pasolini, ma
tutta la cultura italiana...
[...]
LOLINI C'è un libro
di Gramsci, Sotto la mole, che per molti versi è agganciabile alla
raccolta Scritti corsari.
[...]
RICCI Sulla base
di una mia certa tendenza a storicizzare i problemi, mi sento abbastanza
critico nei confronti della concezione politica di fondo degli Scritti
corsari. Facendo un'analisi di tipo storico, si può dire che la civiltà
dei consumi, contemporanea a quel grosso fatto di ribellione più emotiva
che scientifica che è stato il Sessantotto, ha fagocitato il mondo antico,
barbarico, dialettale caro a Pasolini. Un mondo pieno di una sua cultura
originaria ma anche meno razionale, meno politicizzato rispetto a oggi.
Per Pasolini, la moda, la pubblicità, la televisione, i mass-media, coi
loro contenuti alienati e alienanti, hanno ucciso il mito di una realtà
in cui - come egli scrive - sorrisi e miseria si fondevano, e davano fiato
e sostanza a tutta una serie di esistenze sub-proletarie. Ora, se è esatto
dire che l'acculturazione ha distrutto larga parte della cultura reale,
è altrettanto vero che le masse hanno acquisito una nuova consapevolezza
politica, sia a livelli collettivi che individuali. Quindi mi sembra si
possa dire che il reimbarbarimento del mondo, cioè quel medioevo non post-contemporaneo
ma arcaico, che Pasolini sognava, costituirebbe solo un antistorico e abbastanza
utopico balzo all'indietro. Ritenere poi il centralismo della civiltà
dei consumi socialmente più pericoloso del centralismo fascista, mi pare,
sul piano storico-politico, eccessivo. Mi viene anche in mente che Pasolini
amava Napoli, i suoi analfabeti in possesso, diceva, del mistero della
realtà, un suo mondo dialettale fatto anche di immobilismo, decadimento
e pochezza ideologica. Bene: Napoli è il simbolo di un'Italia da Terzo
Mondo nata dagli arbitri del potere centrale e periferico e fondata anche
sull'ignoranza, sugli ex-voto, sui panni stesi nei vicoli, quindi su un
certo tipo di folklore che potrà anche essere tanto estetico ma che, però,
in senso strettamente politico, è negativo. In sostanza la concezione
pasoliniana del mondo emergente dal fondo degli Scritti corsari
è un po' la stessa dei suoi ultimi film: prendiamo, per esempio, Il
Decameron, o I racconti di Canterbury, o Il fiore delle mille e una notte:
tutto vi appare sottomesso alla esposizione elementare della "fisica gloria"
insita nelle cose. In altre parole, la vita il sesso la materia la morte,
specie se visti in un certo modo, elusivo e anti-ideologico, finiscono
con l'assumere la parvenza di comodo sfogo per contraddizioni di fondo,
la cui origine è in gran parte soggettiva. Ora, il limite degli Scritti
corsari risiede, credo, nel calare microanalisi di per sé acute entro
un sistema di pensiero globale che è lo stesso della "trilogia della vita"
e ora di Salò, e che non mi pare accettabile in pieno. Da tali
acute analisi settoriali citerei a caso, oltre all'articolo sui capelloni,
alcune intuizioni brillanti come quelle relative a una Chiesa divenuta
ormai estranea al potere e certi spunti sulla "rivoluzione" del Sessantotto
in cui, a parte tutta la carica emotiva che tutt'oggi ci insegue a livello
di ricordi, il verbalismo divenne davvero, come scrive Pasolini, "una nuova
ars retorica". Poi mi sembra esemplare in tutti i sensi la prima parte
dell'articolo intitolato "Il romanzo delle stragi". A questo punto vorrei
anche esporre in breve quelli che sono i meriti sostanziali dell'opera:
1) il fatto di avere utilizzato un grosso mezzo di comunicazione di massa
come il "Corriere della Sera" mettendo da parte il moralismo sempre in
auge entro certa retorica del ciclostile e dell'underground fine a se stesso;
2) il fatto di inserirsi, pur con tutti i limiti detti prima, nel dibattito
generale relativo a una situazione politica e direi storica che da circa
trent'anni vede la Dc determinare in Italia una continuità strutturale
di fondo rispetto al prefascismo e al fascismo stesso. Personalmente, più
che alla sociologia e alle interpretazioni antropologiche care a Pasolini,
riterrei storicamente più motivato un discorso che risalisse a monte,
superando anche, come inutile utopismo, le polemiche affiorate talora nella
sinistra sulla cosiddetta "rivoluzione incompiuta" all'epoca della Resistenza
(nel CLN i rapporti di forza erano quelli che erano).
LOLINI Volevo
fare una precisazione a proposito dell'inizio dell'intervento di Ricci,
quando ha detto "miseria". Pasolini teneva a sottolineare, quando parlava
di quest'argomento, che il termine era "povertà", che è molto diverso
da "miseria". La "miseria", secondo lui, era profondamente negativa; invece
nella povertà c'è il "riso del garzone": tutta un'altra cosa.
GAGNO A me sembra
indispensabile dare a questo dibattito un carattere di estrema apertura,
perché qui non si tratta né di fare una celebrazione in coro di Pasolini,
né di buttar giù una serie di interventi, in cui tutti si trovino. Pasolini
ci dev'essere semplicemente utile, secondo me, per quel poco o molto di
stimolo, di provocazione, che ci può dare. Non si tratta quindi di mitizzare
il personaggio.
VALENTINI Sono d'accordo
su quanto ha detto Roberto adesso, di non fare un discorso funereo su Pasolini.
Scritti corsari è un libro indubbiamente magmatico, estremamente complesso,
un libro anche d'intervento, e per questo non organico. C'è un articolo
molto importante, il cosiddetto "articolo delle lucciole", in cui è inquadrata
proprio l'analisi storica della società italiana in questi ultimi trenta-trentacinque
anni: vi e posto il problema della rivoluzione antropologica, un concetto
che si rifà a quello di omologazione, e quindi al concetto di genocidio.
Il genocidio delle civiltà subalterne, e quindi l'analisi di una società
che va verso un tipo di massificazione in cui c'è un'apparente democrazia,
un edonismo che è falsa libertà, che in realtà è totalitarismo calato
dall'alto e non acquisizione personale della libertà. In questo senso,
mi sembra che Pasolini abbia effettuato sulla civiltà italiana analisi
estremamente importanti, che io credo nessuno scrittore, nessun intellettuale
italiano aveva posto fino a oggi (possiamo riferirci all'estero ad Adorno,
a certe analisi della civiltà contemporanea di massa fatte dalla scuola
di Francoforte eccetera). La civiltà di massa uccide l'umanesimo. Noi
intellettuali di stampo umanistico, dice Pasolini, non ci ritroviamo in
questa civiltà. Da qui ha origine tutta quella sua nostalgia del tempo
perduto in cui c'è proprio questa paura e nello stesso tempo questa sensazione
della morte. Morte che è morte della civiltà umanistica, in cui l'uomo
aveva rapporti con gli altri in maniera più libera di quella che si verifica
oggi. Sono solo parzialmente d'accordo con quanto ha detto Giovanni a proposito
del fascismo: sono d'accordo con lui quando afferma che non si può condividere
con Pasolini il discorso che "si stava meglio quando si stava peggio",
quando c'era più miseria o "povertà". Però, a mio avviso, c'è l'elemento
della fine di una determinata civiltà, di determinati valori, di una determinata
cultura. In questo senso, va storicizzato tutto il rapporto che Pasolini
ha avuto con la cultura italiana. Egli è una figura che ha rappresentato
l'evoluzione storica di una civiltà, anche se in contrasto con quella
specie di colossale pessimismo che era la base di tutto il suo pensiero,
e anche della sua opera letteraria, quasi che egli si sentisse di fronte
alla fine della storia. Allora si pone il problema di un nuovo tipo di
società che superi oggettivamente tutte le storture e la massificazione
capitalistica da un lato, e anche quella sociologistica dall'altro, perché
nei paesi in cui si è verificato il socialismo certi problemi li ritroviamo,
puntuali, e questo bisogna tenerlo presente. E necessario prospettare un
certo tipo di società nuova, che nasca da determinati tipi di rapporti
interindividuali. Mi sembra molto importante, per esempio, il problema
dell'espressività, in definitiva dell'arte: fare un'analisi di come viene
usata falsamente l'arte dai mass-media, nella pubblicità; un'arte che
non è arte, che è morta, che non rimane. Il problema dell'espressività
è estremamente importante, perché proprio nel momento dell'espressività,
nel momento creativo, cogliamo veramente il momento di libertà individuale
e quindi del rapporto con gli altri. Perciò è importante definire quale
può essere questo tipo di espressività: secondo me, andiamo verso la
sua massificazione. A questo fa però riscontro una presa di coscienza
da parte di sempre più grandi masse popolari, della necessità di un rapporto
diverso, di una nuova cultura, che offre un ampio spazio di lavoro politico,
in primo luogo, e poi "artistico", "creativo", ecco anche alla nostra rivista.
Se noi tradiamo questa coscienza popolare torniamo a una fase che è morte,
perché oggettivamente esiste il rischio che il sistema inglobi questo
tipo di nuova espressività. Si tratta di un rischio che possiamo evitare
solo se riusciamo veramente a essere "organici" alla classe. Ed ecco il
concetto di "intellettuale organico". Secondo me Pasolini non è stato
un intellettuale organico; è stato un momento di accusa, sotto qualsiasi
punto di vista, con una coerenza di vita e di pensiero e di opere. Però
tutto questo non significa essere "intellettuale organico". L'intellettuale
organico sta insieme alle masse che prendono coscienza e si trasformano
proprio in momento di elaborazione di cultura. Non è un caso, per esempio,
che Pasolini sia più portato a una descrizione antropologica, non storica,
non di classe, della società. Qui il discorso dei rapporti tra Pasolini
e i partiti della sinistra sarebbe molto interessante.
LANUZZA [...] Pasolini
fu, piuttosto, un intellettuale in stato di guerriglia permanente e, rispetto
al movimento di classe, un eccentrico. Egli si mosse in un rapporto laterale
rispetto alle masse, fu un induttore di intuizioni, un sociologo-divulgatore
acutissimo; quasi mai un ideologo. Fu un mediatore settoriale di cultura
e istanze sociali: cioè una figura estremamente composita. In esso che
cosa rimpiangiamo e critichiamo? Rimpiangiamo e critichiamo contraddizioni
che sono nostre. Un nostro atteggiamento polivalente, il nostro essere
o no generosi, il nostro essere o no disponibili. Di lui rimpiangiamo soprattutto
il momento umanistico, che è anche quello della poesia. Pasolini è essenzialmente
poeta, una figura spesso umanamente vulnerabilissima. Egli è stato l'intellettuale
più inascoltato degli anni Settanta, anche se vi ha avuto un ruolo preciso.
Un intellettuale che ha utilizzato i mass media? Forse, però è anche
l'uomo che, facendo scandalo, è stato abbastanza adottato, e quindi venduto,
dai media. [...] Gli Scritti corsari sono un'antologia, abbastanza
positivamente disordinata, dei più disparati argomenti; forse proprio
per questo noi siamo stati costretti a parlare un po' "a braccio" su tanti
temi e tutti insieme, cioè senza nessuna "scaletta" metodologica preventiva.
Credo però che la discussione svolta fino a ora rappresenti un po' la
spia di un nostro sostanziale ritardo; per esempio, abbiamo voluto parlare
a lungo dell'aborto, di un argomento sul quale, più tempestivamente avremmo
dovuto dibattere prima e in altre occasioni, e non perché sollecitati
dagli scritti o dalla morte di Pasolini... Abbiamo poi cominciato anche
a discutere sull'omosessualità, che è tema attuale socialmente, ma meno
culturalmente. Nell'ambito della letteratura, esso si è consunto con Proust,
Gide, Musil. Ricordiamoci che, in Italia, Umberto Saba finiva di scrivere
il romanzo Ernesto una vera e propria flaubertiana educazione omosessuale-sentimentale
negli anni Cinquanta. [...] L'omosessualità è un fenomeno di costume
e di cultura che esaminiamo affannosamente e in ritardo, così come in
ritardo abbiamo affrontato, per esempio, le correnti letterarie dello strutturalismo
o del formalismo russo. E tutto ciò perché il fascismo ha provocato un
vuoto pneumatico fra l'Italia e gli altri paesi. Certi temi esposti da
Pasolini rappresentavano questa arretratezza della cultura italiana. Pasolini
è stato il fedele e spietato interprete di simile condizione. Un interprete
che ha tentato costantemente, con un impegno quasi ossessivo, lo scarto
in avanti, ma che è stato fermato, prima con il linciaggio morale, poi
con la morte.
[...]
RENZO PEPI Parto
dall'osservazione secondo cui si potrebbe tentare un aggancio fra gli Scritti
corsari e Sotto la mole. Per quel poco che so sia di Scritti corsari
che di Sotto la mole senza dubbio un parallelo si può tentare,
ma "con le molle". Il Gramsci di Sotto la mole era il Gramsci ancora
molto giovane che scriveva sull'Avanti, che non aveva ancora una
visione del futuro partito rivoluzionario, e che quindi non aveva ancor
ben delineata né una visione del Partito comunista, né quella di "intellettuale
organico". È stata poi fatta qualche osservazione sul cosiddetto "diverso".
Per me il "diverso" non può, come tale, essere definito un rivoluzionario:
può anche esserlo, ma può essere l'opposto. Per molti anni Pasolini (mi
riferisco in particolare al suo cinema) non è stato compreso o è stato
evitato sia per certi aspetti omosessuali che lui evidenziava, sia per
la sua fuga dalla realtà. Dovremmo chiarire, prima di tutto in noi stessi,
il problema dell'omosessualità, perché ad esempio, a livello personale,
ho dovuto superare molti contrasti nel mio io per giustificare anche l'omosessuale.
Nel paese il discorso purtroppo rimane ancora sospeso, ed è una cosa di
cui bisogna tenere conto. Questo è un fatto culturale. [...] Concludo
su questo punto. Secondo me dobbiamo fare chiarezza in noi stessi. Se ci
analizziamo a fondo, non so quanti sono disposti ad accettare l'omosessuale.
[...] Riferendomi a un altro punto che è stato trattato, che è quello
di Pasolini interprete di certe culture subalterne, secondo me l'operazione
che Pasolini ha fatto è positiva da un lato (su questo non c'è dubbio),
però la migliore strada per difendere anche un certo tipo di cultura subalterna
non è quella di mitizzarla e di lottare anche contro se stessi perché
questa non sparisca; il problema, secondo me si propone in termini di lotta
di classe, quindi in termini collettivi (e qui Pasolini non è uscito dal
discorso individuale), perché solo in termini collettivi possono essere
preservati anche certi valori propri delle culture subalterne.
[...]
BETTARINI Il
problema non va tenuto nelle alte sfere, ma va riportato a una realtà
quotidiana. È ora di smetterla di parlare di sessualità come se si parlasse
di poesia. La sessualità è un fatto di carne e non di carta. Questo bisogna
sempre tenerlo presente, altrimenti si rischia di attribuire agli altri
- omosessuali, operai, donne, cioè persone che vivono una realtà soprattutto
e prima di tutto carnale, e solo secondariamente linguistica - vizi intellettualistici
che magari sono i nostri.
[...]
LANUZZA Vorrei
dire ora che Pasolini era un "diverso" non soltanto perché omosessuale.
Credo che la diversità di Pasolini consistesse proprio nel suo modo di
essere intellettuale. [...] La diversità di Pasolini risiede nel fatto
che, prima di tutto, egli era un "pestatore di calli": era uno che minava
il "Palazzo". L'omosessualità non potenziava né qualificava la diversità
dei suoi atti. Semmai, li filtrava.
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