|
|
|
Saggistica All'armi siam studenti
.
Maria Antonietta Macciocchi, di Lilli Carmelini. in "Magnani, Mangano, Morante... ritratti di donne del '900" Mostra alla Cappella Orsini di Roma, orttobre 2009 Era la fine del novembre 1974, secondo anno del mio tumultuoso insediamento all'Università di Parigi VIII Vincennes, quando mi raggiunse lì Pasolini. In Italia, la nobile sinistra mi aveva emarginato, come si voleva allora, per le diffidenze ideologico politiche. A Vincennes mi avevano offerto, grazie alla mia laurea in lettere e filosofia all'Università di Roma, un piccolo insegnamento. Subito avevo trasformato la mia precaria "cattedra" in un luogo di libertà come lì si poteva. Seminario su Gramsci e poi, nel '74, inaugurai il seminario sul fascismo europeo, compreso quello francese. Una novità sferzante, un'audacia spericolata nell'insegnamento universitario tradizionale, anche se col '68 quello era stato ridotto in camicia. Si unirono a me professori
di ingegno come Jean Toussaint Desanti (Le origini filosofiche del fascismo
e Gentile); Jean Pierre Faye (Critica dei linguaggi totalitari);
Jean Michel Palmier
Miller si era introdotto come un gatto nell'ex Commissariato alle questioni ebree, un edificio misteriosamente intatto, ma la cui esistenza era sempre stata negata, anche se aveva l'autorità di un vero e proprio ministero sotto Petain. E ne aveva estratto i documenti che studiammo alla Università, con le disposizioni di Vichy, le puntuali razzie, gli elenchi delle famiglie da deportare, la schedatura degli ebrei di Francia e di Parigi, molti finiti al Vel d' Hiver. Quando occuparono Parigi, le SS si congratularono ghignando: "Che lavoro fino, avete lavorato meglio di noi". Il mio Seminario fu subito uno scandalo. Gli slogans comunisti e della sinistra erano: "Siamo il Paese dei resistenti" e "il Pcf è il partito dei fucilati". Bolgia infernale contro quel corso controcorrente. E anche botte da orbi, elettricità tagliata durante le lezioni, e poiché era il tempo maoista, che pure amavo, quelli mi stavano alle costole e mi appiccicavano fuori del cancello dell'Università uno striscione a lenzuolo per stigmatizzarmi come nemica: "Pi Ling, Pi Kong, Pi Macciocchi". Il che voleva poi dire: "Abbasso Lin Piao, abbasso Confucio e abbasso la strapazzata insegnante revisionista"! "Se Macciocchi parla di fascismo non può essere che fascista", argomentavano i Mao spontex (i più violenti). Mi sentivo alle strette. Era inutile spiegare a quelle giovani belve che si erano denominati Gruppo Foudre (folgore!...) - maoisti duri, stalinisti, e qualche canaglia fascista - che da ragazzetta ero stata un'onesta partigiana. Anzi, di più: organizzatrice della Resistenza (donne soprattutto) nella quinta zona di Roma (via Ripetta e dintorni), staffetta per guidare in luoghi segreti qualche illustre antifascista, compreso il grande Pertini; pochi meriti, insomma, tranne la sfida alla morte che da giovani è come un gioco. Pensai perfino di portare a Parigi, perché mi credessero, quel certificato coi timbri ufficiali, dove il governo Badoglio, per quelle modeste azioni, mi equiparava al grado di sottotenente. Poi pensai alla sghignazzata dei miei alunni: "Ce ne infischiamo. E poi chi è questo Badoglio?" (d'altronde, nemmeno da noi lo sanno ancora). Ero ufficialmente sola. Fuori dalla "giusta linea". Il Pci, allora, e la sua sinistra intellettuale, autorevole e onnipresente, non usavano parlare di fascismo, perché questo evitava di abbordare l'altro corno del dilemma totalitario, quello dello stalinismo. Discorso paralizzato, per decenni, nella reciproca banalizzazione. Certa filosofia del fascismo riportava allo stalinismo, e l'inverso era vero. Nel Seminario, sotto tutti gli angoli - storia, propaganda, estetica, linguaggio, cinema, radio - appariva il controcanto o il duetto delle dittature, in un'era paurosa: tutto ciò era inaccettabile per la gauche. E poi la Francia s'era forgiata un'identità d'acciaio sbandierando la Resistenza di tutto un popolo contro il fascismo. Senza dubbi. Saltiamo vent'anni. Siamo ad oggi. E un freddo mese di aprile del 1994. In marzo s' è scatenata la grande rivolta dei giovani contro Balladur. In aprile è cominciato il processo a Paul Touvier, massacratore di sette ostaggi ebrei, capo della polizia di Lione, sfuggito per un mezzo secolo alla giustizia. È il primo francese condannato per crimini contro l' umanità. Si rompe il silenzio, riemerge la storia inghiottita, coi settantacinquemila ebrei scomparsi. Dalla Corte d'assise delle Yvelines rimbalza sul pianeta una frase terribile: "I crimini di Touvier s'iscrivono nella storia stessa della Francia. No all'oblio". Un altro muro è sprofondato. Ancora una volta i Figli sono contro i Padri, che poi erano quei miei aggressivi studenti di Vincennes. Mi stropiccio gli occhi, li rivedo e torno indietro, laddove è cominciato questo racconto, verso quella mia fantastica università, creata dopo il '68, dove le idee si urtavano violente, ma poi tutto finiva col somigliare ad un furioso laboratorio. Pasolini venne a darmi una mano. Avevamo lavorato insieme a Vie Nuove, dove teneva la rubrica "Dialogo coi lettori". L'unico che avesse capito l'incendio di quel dibattito e la sua posta. Arrivò con Naldini per presentare il film Fascista, un'opera differente da tutti gli altri "pezzi storici" che avrei disseminato nel programma del seminario: andavano dalla proiezione di Suss l'Ebreo di Veit Harlan, a Metropolis di Fritz Lang e anche alla Nave bianca e L'uomo della croce di Rossellini, prima di Paisà. Fascista di Naldini era un film povero, ideato solo col fervore intellettuale, ma aveva la robusta evidenza dell'immagine dal vero, tutto girato servendosi dei documentari Luce e quasi senza commento del regista. Le scene esplodevano in una mascherata tragica e grottesca, con le folle oceaniche, i cortei delle madri fasciste, gli sposi prolifici dei Casti connubii e le puerpere decorate nei loro letti dal Maschio Marito di tutte. E poi l'incubo di sterminate masse nere che gridavano come scemi: "Duce, duce". Le statue di maschioni invitti si ergevano sugli stadi da contro le macerie della guerra perduta. I miei studenti schiumavano di rabbia. Si schieravano dalla parte della classe operaia, che per loro era sempre adamantina. Il film, secondo quelli, era un falso, un montaggio. Il solo momento di distensione - anche durante la proiezione con Pasolini - era sempre l'arrivo di Mussolini sullo schermo. Meglio di Chaplin! Con i suoi pennacchi di aigrettes bianche, le collane d'oro, le frange di seta sul fez, quasi vestito da donna, si esibiva nelle storiche boccacce ed urla belluine tipo "Vinceremo!". Scrosci di risate. (Forse è per humour involontario, il più irresistibile per suscitare le risate, che Fini ha definito il duce "il piu' grande statista del XX secolo". Ma forse ignorando che nella Francia dell'ergastolo a Touvier non si ride affatto, e tanto meno in Europa oggi. Non si ride affatto, affatto! Anzi...). Nell' anfiteatro riempito fino all' orlo dei suoi duemila posti, lo scontro fu rude. Rivedo Pasolini con una mossa di judo cercare di difendermi dall' assalto di uno che si scaraventa sul palco, mentre introduco la lezione, prima del film. Ma la preda era lui. Sentivo odore di linciaggio: parola che veniva, purtroppo presaga, sotto la sua penna allora ("Sono come un negro, mi vogliono linciare" scriveva nelle Lettere a Gennariello parlando della propria avversione all' aborto). Lo rivedo, occhiali neri, braccia incrociate, ma pronto alla sfida dell'azione. Il volto è più scavato che mai, divorato dalla sua "mania di verità" (quale intellettuale la conosce in Italia questa curiosa passione?), mentre quegli scalmanati gridavano "Pasolini assassini". Un boato. Ma Pasolini detestava il giovanilismo, che torna ora di moda, e non temette di pronunciare la sua ennesima "eresia": "Il modello dell' insolenza, l'assenza di umanità, la crudeltà è identica: come distinguere un giovane fascista da un giovane antifascista?" (vedi le Lettere luterane). Si aggrappò al microfono davanti alla marea di moralismo benpensante. Delineava la continuità del fascismo con le nuove violenze quotidiane. E l' Italia ritmata dal rumore sordo dei cadaveri, più intenso che nel passato, con la strage di Stato, l'ecatombe, la strage... Su questa parola, la strage, la voce rauca si interrompe, spira sul mio magnetofono. Le fotografie che qui riproduciamo [non riprodotte nell'archivio storico del "Corriere"] le ho ritrovate a Parigi, eccezionali documenti, inediti in Italia. È una sequenza mozzafiato, che inizia con Pasolini e Naldini ignari di quel che si prepara, mentre io sento arrivare la tempesta. Nella platea sovraeccitata - "il popolo italiano e francese sono stati l' avanguardia antifascista" - un giovanotto cinese, o giapponese?, col casco da motociclista, in piedi sulla sedia, si toglie i pantaloni e le mutande, in spregio a Pasolini. C' è quasi riuscito, quando una studentessa bionda lo blocca urlando: "Fai schifo, brutto come sei". Potenza della beffa: quello si ritira su i pantaloni. Ma "Pasolini assassini", il refrain pervertito si alza ancora come un ululato tra provocatori ultrarossi, misti a provocatori ultraneri. Naldini si prendeva la testa tra le mani, di colpo ammutolito. L'anfiteatro fu fatto sgomberare. Ce ne andammo avviliti. Per Pasolini c'era un'intuizione fondamentale: il fascismo è un fenomeno culturale e come tale può vivere anche a sinistra (stalinismo). La cattiva coscienza di fronte a fascismo e antisemitismo di certi intellettuali francesi o italiani poneva il problema storico centrale: come depistare il cancro del fascismo. Pochi mesi dopo, nell'Autointervista, comparsa nel marzo '75 sul Corriere della Sera, poneva il problema del neofascismo. L' antifascismo gli pareva un'idea nuova in Occidente. Soprattutto un problema di cultura. Lui, testardo, prima del libro sulla Shoah e il film Olocausto, sarebbe giunto alle estreme conseguenze del carnaio nazista, con Salò. Per lui, nell' "Italietta" come la chiamava, "la storiuzza italiana che si insegna è una cosa ridicola che rende un uomo stupido per tutta la vita" (in Volgare eloquio). E quanto alla "Francetta", sbottava così: "Ogni francese è come un faraone chiuso nella sua piramide" (in Le belle bandiere). Quel Seminario sul fascismo
- durato due orribili ma esaltanti anni, 1974-75 - fu pubblicato nel 1976
da Christian Bourgois, col titolo Elements d' analyse du fascisme.
E andò a ruba. Nel mio scaffale lo rivedo poi tradotto in tedesco, spagnolo,
inglese, giapponese... introdotto nelle scuole di mezzo mondo. Ma quel
che manca è l'edizione italiana. Un editore milanese, molto di sinistra,
lo rifiutò così: "In Italia sappiamo già tutto del fascismo". E il solo
lavoro mio che non abbia visto la luce da noi, (insieme a un Seminario
europeo per Pasolini, che era stato massacrato il 2 novembre del 1975).
Mentre incombe su di noi il 25 aprile, in una tempesta di chiacchiere pro
e contro la mega manifestazione di Milano (ma dov'è Napoli, mi chiedo,
la prima città a scacciare con le armi i tedeschi senza l'aiuto degli
Alleati?), che sembra talora una rivincita post elettorale oppure una strumentalizzazione
dei vincitori. Forse è il professor Eco che dice la cosa più giusta (per
una volta sono d' accordo con lui che Pasolini attaccava per il conformismo),
ovvero che dobbiamo lottare non tanto contro il fascismo che ritorna, ma
contro l' ignoranza, e per l' informazione sul fascismo, magari spendendo
i soldi della manifestazione per libretti "millelire", perché si conoscano
le eccellenti ragioni che la gente aveva di detestare Mussolini.
|
. |
|
|
|