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La scomparsa di Enzo Siciliano Madre,
ossessione del costume nero
Il
libro "Campo de' Fiori"
Quella
lite del ' 63 a fianco di Moravia contro il giovane Eco
Da "24 ore su 24 - 7 giorni su 7" - La scomparsa di Enzo Siciliano, uno dei massimi intellettuali della nostra contemporaneità, lascia un vuoto che appare decisivo, mettendo a rischio una generazione intera (la successiva) che è chiamata a coglierne l'eredità. Uno speciale in memoriam: interventi d'annata di Nascimbeni, Baldacci e Conti. 14 giugno
2006
di Giulio Nascimbeni, Corriere della Sera, 11/12/1994 Potrà sembrare strano
che, per il nuovo romanzo di Enzo Siciliano intitolato Mia madre amava
il mare (e, dunque, con una netta indicazione sulla preminenza d' un personaggio),
l' inizio di questa nota sia invece dedicato alla figura del padre. C'
e' la Roma dei primi mesi del 1944 occupata dai tedeschi, con il coprifuoco
alle cinque del pomeriggio. In quelle ore tristi e deserte, il padre dell'
io narrante (cioe' di Enzo Siciliano stesso) legge alla famiglia I promessi
sposi. E' una scena quieta, con un suo vago incanto, specialmente se rapportata
al brontolio dei cannoni che arriva da Anzio e all' incubo dei rastrellamenti.
Il "ramo del lago di Como" spalanca un "altrove" immaginario, "il mondo
delle parole che allineandosi creavano il ritmo di una vita tutta diversa
da quel dominio della paura che ci assediava". Se si vuole, pur considerando
l' eta' del bambino che ascolta, e' la scoperta delle magie della letteratura.
In ultima analisi, i libri che Enzo Siciliano ha scritto sembrano avere
la loro cellula originaria nella lontana lettura del padre. Da essa discende,
in modo piu' passionalmente accentuato, anche il romanzo di adesso che
pone la madre in una specie d' incessante "primo piano", protettiva e antagonista.
Le pagine attraversano tempi e luoghi diversi (la guerra, il dopoguerra,
la natia Calabria, Roma, l' Umbria...). La madre vive in questi tempi e
in questi luoghi con una onnipresenza fatta piu' di sfumature che di grandi
gesti, piu' di sottili penombre quotidiane che di abbaglianti memorie.
Del resto, e' nella natura stessa del ricordo amoroso l' indugio sui dettagli:
il fruscio d' una vestaglia, un cappello, la tinta del sole in un particolare
tramonto, la preparazione d' un cibo, la sosta in un caffe' , acquistano
nella distanza un emozionante nitore. Alla madre, che "diffidava del ricordare
ma non dei ricordi", Siciliano dedica una scrittura di alta eleganza, che
racconta e scava, sempre felicemente oscillando tra narrazione e meditazione.
Non c' e' una trama da riassumere. Si va per squarci che si aprono come
accade nel cielo quando il vento sposta le nuvole. Il mare, i paesi, le
case della Calabria "con i carezzevoli colori del riparo". La scoperta
dei piaceri del melodramma in quello che era il Teatro Reale dell' Opera.
La lentezza delle passeggiate romane. Il padre che ascolta Radio Londra.
Le prime, clandestine inquietudini del sesso. Il lessico della madre che
dice "corchia" per donna ottusa, "basilisco" per cervellotico e "apa morta"
per indicare un' energia inesistente. "Per sapere chi siamo . scrive Enzo
Siciliano . sembra sia necessario uscire dal tempo". Se si esclude il finale
del libro con la morte della madre, avvenuta di recente, il romanzo e'
tutto un' uscita dal tempo verso i frammenti piu' vividi del passato. Il
narrare diventa cosi' un esercizio di conoscenza interiore ("sapere chi
siamo") che puo' sanare remoti distacchi, ferite presenti in noi come schegge
dimenticate. Si accampano sullo sfondo le spiagge dell' infanzia, i giochi,
le onde, il rito del bagno. Nel suo immutabile costume nero, la madre compare
gia' nella prima riga del romanzo. Come se i ricordi fossero una misteriosa
marea e l' avessero portata fin li' , sotto l' ombrellone.
di Enzo Siciliano di Luigi Baldacci, Corriere della Sera, 6/9/1993 A Campo de' Fiori Moravia
tenne il discorso funebre per Pasolini: "Di poeti ne nascono pochi in un
secolo...". Recentemente Enzo Siciliano e' andato a Casarsa per parlare
di Petrolio e dal ricordo di queste due occasioni ha ricavato un libro,
Campo de' Fiori (Rizzoli), in cui, sullo sfondo della vita letteraria romana,
Pasolini emerge in un' ottica privilegiata insieme col suo grande romanzo
incompiuto. Potremmo anche dire che Campo de' Fiori, che segue a distanza
di quindici anni Vita di Pasolini, sia un saggio su Petrolio in forma narrata:
atto di cristiana pieta' dopo il rifiuto . che ando' dal linciaggio all'
imbarazzato silenzio . a cui l' opera fu sottoposta sullo scorcio del '
92. Un saggio che non scende mai sul terreno della polemica, anche se nel
frattempo il consensus omnium con garanzia di durata non e' mancato a romanzi
che a Petrolio non legano le scarpe. Ma Siciliano ha fatto bene a lasciar
correre, se e' vero che, come scriveva Raboni qualche giorno fa sul "Corriere",
"troppe volte, nella realta' del nostro Paese, le polemiche suscitano,
in chi si trova ad affrontarle, un senso di disagio o addirittura di vergogna,
tanto forte e' l' impressione di muoversi nell' irrimediabile". Pasolini,
si sa, aveva rotto coi figli della borghesia che a Valle Giulia giocavano
alla rivoluzione, e piu' tardi scomunico' anche gli "squallidi criminali"
che avevano gia' rivestito il ruolo di ragazzi di vita. Siciliano, per
provocarlo, gli parlava di un concerto di Pollini affollato di giovani:
"Ti sbagli . rispondeva Pasolini. Applaudono Pollini perche' gli e' stato
detto dai discografici che bisogna applaudirlo". Poi, a un tentativo di
replica, aggiungeva semplicemente: "Leggerai Petrolio". Il romanzo futuro
si delineava come un giudizio universale che, attraverso il petrolio dell'
Eni, avrebbe coinvolto tutta la corruzione italiana; che era poi un "bisogno
di verita' " senza confronto in quegli anni: "Sempre piu' sono convinto
che la verita' di Pasolini... sia da cercarsi nella sua solitudine. La
sua gramsciana organicita' era un fantasma. Era nella disorganicita' caratteriale
la sua forza: come e' sempre in un poeta". Credo che Siciliano abbia ragione.
Credo anche, pero' , che la parola poeta sia ambigua (e lo era gia' nell'
uso che ne faceva Moravia): poeta come colui che sovrabbonda d' amore e
lo riversa sugli altri. Petrolio, che e' il documento di una totale disorganicita'
a un progetto politico, lo e' anche di un totale disamore. E qui ci viene
in soccorso, ad uscire dall' equivoco, un' altra conclusione: "...niente
e' piu' estraneo a Casarsa, e ai suoi lari, di Petrolio, dello spirito
che lo anima". Sradicato da ogni mito dell' infanzia, e' il libro di un
espressionista: non in quanto mescidanza di lingue e di registri, come
oggi generalmente s' intende, ma in quanto grido, urlo che sovverte tutte
le buone attese di un lettore di tradizione. E' un libro anticlassico che
tuttavia non si contenta, come usa oggi, di verniciature maccheroniche
e offende tutti perche' non cura l' interesse di nessuna parte. La vendetta
che vi si compie nasce da un rimprovero radicale alla condizione di coloro
che vivono senza "avere Cristo", mosso da chi sa di essere immerso in quello
stesso vuoto. Petrolio non e' piu' sorretto da laiche speranze: "Pasolini
considerava il laicismo il volto friabile, anche ingannevole, della borghesia
italiana", sebbene, da ateo quale si proclamava, credeva necessariamente
che il mondo e la storia fossero soltanto il teatro dello scontro tra le
forze sociali. In Petrolio questa contraddizione si estingue in nome di
una scelta nichilistica, impopolarissima per il gusto italiano. Certo,
Pasolini sapeva di essersi tagliato i ponti alle spalle: "Il sistema stilistico
di questo mio libro . la chiusura alla pieta' . mi impedisce... di inventare
un personaggio la cui definitiva partenza, o la cui morte, possa... far
nascere la divina voglia di piangere". E allora, osserva Siciliano, "l'
unico vero romanzo possibile... si rivela drammaticamente impossibile,
condannato all' irrisione di se stesso". Ma e' un' aporia solo apparente,
che costituisce la stessa modernita' di e in nome della quale ci e' dato
riconoscere all' oggettiva incompiutezza dell' opera "una completezza rigorosa".
Pero' , quando sembrava che ci avesse concesso tutto, Siciliano si lascia
un' uscita di sicurezza: "Ho anche un' impressione affatto diversa: che
quanto ci e' rimasto sia follia prefatoria al romanzo da scrivere, al libro
che avrebbe dovuto esserci e non e' mai stato". Fu un sogno? una fata morgana?
Pasolini tornerebbe ad essere, anche in prosa, il poeta, e la sua immagine
piu' consegnata (e piu' deperibile nei termini stessi di una funzione d'
intervento) verrebbe a oscurare la sua splendida apocalisse. O forse questa
e' la soluzione piu' verosimile, cioe' piu' accettabile e piu' naturalmente
somigliante a una societa' intellettuale che si piccava di capire tutto,
a cominciare dalla musica di Verdi, ma che non poteva accettare Petrolio?
Lo sfondo si rimangia la figura, che peraltro era parte integrante di quel
contesto. Resta comunque intatta la prima intuizione: che sia questo il
libro piu' lontano da Casarsa, l' unico in grado di riaprire il bilancio
anche quando dovesse sembrarci esaurito il discorso fatto finora.
di Paolo Conti, Corriere della Sera, 9/7/1996 Nella vita di un intellettuale esistono fratture e svolte che valgono una vita. Per esempio Giulio Carlo Argan non perdono' mai a Renato Guttuso la sua definitiva scelta, nel dopoguerra, a favore della pittura figurativa, insomma per il realismo. Nel caso di Enzo Siciliano, l' allievo prediletto di Giacomo Debenedetti, la ferita si apre nel 1963. E l' anno in cui la letteratura italiana si divide a meta' : da una parte i romanzieri fedeli alla narrativa tradizionale: Giorgio Bassani, Carlo Cassola ma anche Alberto Moravia, e con loro il giovane Siciliano, che non arriva ai trent' anni. Dall' altra le nuove generazioni: Alberto Arbasino, Nanni Balestrini, Renato Barilli, Umberto Eco, Oreste Del Buono, Angelo Guglielmi, Giorgio Manganelli, Edoardo Sanguineti. Sono mesi di scontri durissimi, non si va per il sottile nemmeno sul piano della lingua. Anzi: il "Gruppo ' 63" definisce Bassani e Cassola "le nuove Liale", paragona insomma "Gli occhiali d' oro" o "La ragazza di Bube" a romanzacci per tenere adolescenti, rimprovera al "marxista Moravia" la collaborazione ai "giornali della grande borghesia". A ribattere provvede Siciliano che conia uno slogan in nome dei piu' anziani, come racconta Nello Ajello nel suo libro "Lo scrittore e il potere": "avanguardia band wagon", ovvero gente pronta a salire sul carro dei vincitori. Rampanti. Di li' discende tutta la storia pubblica di Enzo Siciliano. Quell' anno esordisce con "Racconti ambigui", il primo di una dozzina di romanzi, tra cui "La principessa e l' antiquario" che vince il premio Viareggio nell' 81. Con Moravia diventa inseparabile (Luciano Salce, regista satiro, in una sua fortunata rubrica radiofonica inventa un tormentone che imita le cronache mondane degli anni ' 70: "A quel punto entro' Moravia, seguito dal fido Siciliano...": tiene banco per mesi). Collabora con Pier Paolo Pasolini, per lui diventa anche attore nel "Vangelo secondo Matteo". Cura saggi (Pirandello, Cecchi, Puccini) e nell' 86 una "Letteratura italiana". Scrive molto per il teatro, si cimenta con la regia, dirige "Nuovi argomenti" prima con Pasolini, Moravia, Bertolucci e Sciascia e poi (cioe' oggi) con Dacia Maraini, Furio Colombo e Raffale La Capria. Nel ' 73 il capo dei programmi culturali della Rai Fabiano Fabiani (che oggi guida Finmeccanica) gli propone un' esperienza televisiva, lui accetta e con Francesca Sanvitale fa nascere "Settimo giorno", l' antenato dell' augiasiana "Babele", che finisce nel ' 76 sacrificato sull' altare della riforma. Da quel ' 63 passa insomma una vita, fino alla recente direzione del prestigiosissimo "Gabinetto Vieusseux" a Firenze, miniera culturale affidata in passato a Eugenio Montale e a Giovanni Spadolini. Ma la ferita del ' 63 resta ancora aperta e genera paradossi. Se un personaggio televisivo come Maurizio Costanzo giura che Siciliano non potra' che far benissimo alla tv ("Enzo e' un uomo di cultura, ha frequentato il mondo dello spettacolo, sa muoversi e sono certo che sapra' mediare tra le mille anime della Rai") e un altro narratore, Raffaele La Capria, ne tesse le lodi ("Per me rappresenta una garanzia, una persona sensibile, ha un rapporto autentico con la cultura") Edoardo Sanguineti lo boccia trentatre' anni dopo come se fossimo ancora in pieno ' 63: "Se c' e' un mezzo tipico della modernita' quello e' la televisione che ha bisogno di posizioni aperte e sperimentali per uscire da una situazione paludosa, e penso sia alla funzione culturale che all' intrattenimento. Siciliano... be' , tutto e' tranne che un uomo avventuroso o sperimentale, non penso proprio che potra' fare gran bene alla tv". In fondo risale appena al ' 92 un altro attacco di Siciliano al gruppo ' 63, quando riapre il baule dei ricordi e tira fuori un episodio: il cassetto forzato di Giorgio Bassani nella sede della Feltrinelli, in piazza Esedra, ai tempi in cui venne accusato di non voler pubblicare "Fratelli d' Italia" di Arbasino perche' conteneva giudizi poco lusinghieri su Montale, Moravia e la Morante. Pierluigi Battista de "La Stampa", nel gennaio del ' 92, gli chiede il perche' di questo ritorno al passato. Risposta di Siciliano: "L' episodio rende bene quel fare un po' teppistico e nutrito di una certa ebbrezza avanguardistico dadaista...". E anche oggi lo scrittore Franco Cordelli, uscito da "Nuovi argomenti" dopo una lite con i collaboratori di Enzo (ma tornato in buoni rapporti con Siciliano nelle ore della morte di Dario Bellezza), dice: "La tv di Angelo Guglielmi rappresentava una logica innovativa e fragorosa, la scelta di Siciliano fa pensare alla "rinormalizzazione" della televisione attraverso la nobile tradizione umanistica italiana, dando alla parola "normale" un significato non negativo ma neutro". Guglielmi, gruppo ' 63. Ferite che lasciano il segno. Fino alle soglie della Rai.
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