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La scomparsa di Enzo Siciliano Enzo Siciliano, presidente
che voleva una Rai migliore
La morte di Enzo Siciliano ci riempie di tristezza non solo perchè spezza un'esistenza ancora nel pieno della vivacità e della modernità intellettuale, ma anche perchè sottrae alla nostra amicizia e al nostro affetto un tenace protagonista del tentativo di restituire al sistema della comunicazione italiano la dignità, l'autonomia e la qualità perdute negli ultimi venti anni sotto le spinte della commercializzazione, dei condizionamenti politici e dei conflitti di interesse. Siciliano visse gli anni della sua presidenza della Rai con l'angoscia di non riuscire a riportare il servizio pubblico al fervore e all'intelligenza culturale che avevano caratterizzato la programmazione della Rai negli anni '60/70: anni nei quali aveva collaborato alla tv di Bernabei e di Fabiani con le sue doti di letterato, di critico d'arte, di esperto musicale. Naturalmente quel tentativo era reso difficile dalle logiche ferree della concorrenza esterna, dagli interessi organizzati che ormai agivano all'interno della stessa Rai, dalle indecisioni della stessa sinistra sulle strategie con le quali difendere e rilanciare il servizio pubblico. Ma quegli anni, quei mesi non furono inutili: con la collaborazione di un Consiglio di amministrazione composto da personalità di grande onestà intellettuale e di forte esperienza culturale ( Liliana Cavani, Fiorenza Mursia, Federica Olivares, Michele Scudiero) , Siciliano lavorò per rimettere al primo posto dei doveri del servizio pubblico la formazione di una identità italiana, di una coscienza nazionale unitaria che già la politica berlusconiana - interpretata dalla presidenza Moratti/Saccà - aveva cominciato ad intaccare in nome dell'efficienza e del mercato. Fu molto criticato ( e anche, volgarmente, preso in giro) per aver voluto - per una volta in un anno - trasmettere in prima serata un Macbeth scaligero : ma in quel riprendere Verdi, Shakespeare, la Scala c'erano la rivendicazione e il richiamo di una grande tradizione, insieme colta e popolare, che l'Italia, il suo servizio pubblico televisivo, non potevano abbandonare alla logica della realpolitik degli ascolti: pena la deriva - che poi puntualmente si è realizzata - dei reality-show, dei pacchi infiocchettati, dei pomeriggi da "Novella 2000". Ottenne invece un grande risultato, di cui la Rai tuttora fruisce, con la riorganizzazione e il rilancio della produzione cinematografica e di fiction. Collaborando strettamente e valorizzando l'esperienza e il rigore di Liliana Cavani, unificò e finanziò quel settore che è diventato, sotto la direzione prima di Sergio Silva e poi di Stefano Munafò, uno dei segmenti più interessanti e industrialmente validi non solo della Rai ma dell'intero settore audiovisivo italiano. Oggi lo piangiamo come amico, come intellettuale, come uomo di una sinistra colta e aperta al cambiamento e alla modernità: ma anche come modello di una presenza in Rai caratterizzata da una elevata dignità culturale, da una intensa voglia di cambiare, dalla ambizione a rappresentare e sostenere il meglio della nostra cultura e delle nostre tradizioni, dalla difesa della libertà e delle sfide intellettuali.
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