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La scomparsa di Enzo Siciliano Don Chisciotte in difesa
della poesia
Non scompare soltanto uno dei maggiori scrittori italiani: se ne va anche un pezzo di storia, in particolare di quella koinè letteraria romana di cui fu elemento portante. Enzo Siciliano conteneva la memoria di un’irradiazione, era il prisma ottico su cui si riflettevano i punti luce di molte generazioni. E, cosa ben più importante, le tracce di un passato memorabile che stenta a trovare voce. Non basta nominare Moravia, Elsa Morante, Pasolini, Sciascia, Attilio Bertolucci, figure con cui Siciliano ha intessuto per anni un rapporto continuo. Ricordando costoro, accantonando l’aura di leggenda, e guardando al mondo così com'è diventato ora che non ci sono più sembra non sia trascorso qualche decennio, ma secoli. Anch’io conobbi Siciliano in una delle stazioni del percorso. I ventenni degli Anni Settanta, di cui in qualche modo facevo parte, hanno le tempie ingrigite, hanno perso un sacco di capelli, ma sembrano ancora figli, o meglio orfani, o figliastri. Una generazione di vieux garçons, ma non di vitelloni. È singolare che il
recente passato faccia cenni da un mondo perduto: senza nostalgia, con
energia, protervia, senza arrendersi a una realtà che ad ogni piè
sospinto sembra fare a meno della letteratura. Di questa guerra donchisciottesca
(l’unica possibile in epoca moderna), Enzo Siciliano fu uno strenuo combattente.
Come per Don Chisciotte, la sua fu la guerra per la poesia minacciata.
E lui la poté ancora combattere. Non sempre era necessario condividere
le sue predilezioni. Era il gesto ad essere decisivo, non altro. In questo
senso va letta la sua naturale predisposizione a raccogliere attorno a
sé alla rivista da lui ereditata da Moravia, Nuovi Argomenti, una
fucina di nuovi scrittori. A molti parve che Siciliano, in tal senso, detenesse
un luogo. Niente di più sbagliato: egli stesso era il luogo. Non
c’erano protocolli, burocrazie, ufficialità. C’erano solo un paio
di divani e una poltrona. Tutt’al più caffè.
Avendolo conosciuto, mi aveva sempre colpito in lui il senso dello spazio, dei movimenti, il suo modo di muoversi accompagnato da una voce delicata, tenorile, di suono nettamente italiano. Durante un viaggio negli Stati Uniti, io guidavo la macchina e lui si muoveva fra il Nevada, lo Utah e il Colorado come se stesse sotto casa, senza guardare mai la cartina. Dietro c’era Laura Betti, che tuonava sulle calamità che avremmo incontrato sbagliando strada. Non avvenne mai. Un’altra volta, diretti verso Siena, Enzo dormiva sul sedile di dietro con accanto Flaminia, sua moglie. Io guidavo la macchina e avevo vicino la mia compagna di allora, Jelena. A un certo punto, c’era un cartello che indicava di girare a destra per Siena. Enzo, come un invasato, si svegliò di colpo, dicendo: "A sinistra!". Fu smentito seccamente perché il cartello diceva di andare a destra. E poco convinto si riaddormentò. La strada, dopo un lunghissimo rettilineo, fece una “u” e andammo nella direzione opposta, esattamente come aveva detto lui.
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