
|
|
![]()
|
.. |
La scomparsa di Enzo Siciliano C'era in Enzo Siciliano...
C'era in Enzo Siciliano, nei suoi modi come nello stile della sua prosa, una forbitezza letteraria che rivelava un'arte signorile della dissimulazione onesta, praticata con garbo e misura. Sapeva intrattenere nella conversazione e divertirsi con il gioco delle curiosità esteso a una cosa, a un libro, a una mostra, a un concerto, a un pettegolezzo su conoscenti o gente in vista. Il titolo del suo esordio narrativo, "Racconti ambigui" del 1963, gli era intonato, come il genere di osservazione, in essi applicato, sui vizi segreti di una Roma pitturata di falso decoro. Accanto a Moravia e a Pasolini nei tardi anni Cinquanta e nella redazione di "Nuovi Argomenti" (dove si occupava inizialmente della segreteria), aveva imparato molto, mantenendo tuttavia un proprio carattere, appena segnato dagli interessi per il marxismo e la psicanalisi. Sulla sua formazione di scrittore versatile, o meglio di "homme de lettres" come s'intende in Francia, influì poi il saggismo critico di Giacomo Debenedetti, che appare come un naturale retroterra dei suoi debutti in volume come interprete militante: "Prima della poesia" del 1965, in cui analizza il momento della letteratura italiana, e "Autobiografia letteraria" del 1970, dove racconta di sé, di autori e di libri alla maniera di un diario. L'esperto d'arte, anche musicale e pittorica, moltiplicava le fisionomie che Siciliano poteva assumere, gli dipingeva sul volto una patina di "dilettantismo" (nel senso migliore ed etimologico del termine). Qualcosa di sofisticato e di intellettualistico si imprimeva soprattutto nelle sue trame narrative, la cui prima prova romanzesca fu "La coppia" del 1966 (poi da lui stesso portata sugli schermi in una versione cinematografica), in cui il protagonista-voyeur viene progressivamente attirato in un ménage altrui e si trasforma infine in una metafora del coinvolgimento dello scrittore nella propria materia fantastica (quasi nel modo riferito da Metastasio nel sonetto "Sogni e favole io fingo"). Il melodramma e il teatro appartenevano alle corde di Siciliano, ai suoi gusti non meno che alla sintassi del suo pensiero, al linguaggio e ai dialoghi dei personaggi attraverso i quali si esprimeva. Alla composizione di opere teatrali si dedicò specialmente negli anni Sessanta ("Tazza", "Tempesta", "La mamma com'è" sono alcuni titoli), sfumando il realismo moraviano, da cui era partito, in vicende paradossali a carica simbolica. Erano forme di sperimentazione, cui veniva indotto dalla curiosità di variare i propri registri, assecondando l'indole eclettica. Gli sdoppiamenti di personalità, le identità nascoste alla Dorian Gray lo attiravano come soggetti ideali dei suoi intrecci. Nella biografia di Puccini, pubblicata nel 1976, e nella "Vita di Pasolini", edita poco dopo la sua morte e ristampata di recente negli Oscar Mondadori, costruì un racconto in bilico tra cronaca oggettiva, saggio psicologico e documentario vagamente neorealista di aspetti della storia italiana. Non gli venivano spontanei gli asserti categorici, bensì le sfumature e i chiaroscuri dell'ambiguità. Nell'Italia degli ultimi decenni, teatro talvolta di una realtà superiore all'immaginazione, Siciliano ha rispettato la "decenza" che Montale si prefiggeva come dote morale oltre che letteraria, impegnandosi in molteplici ruoli (tra i quali quello benemerito di direttore del Gabinetto Vieusseux) e in una continua attività di romanziere e di critico per giornali e riviste. È folto l'elenco delle sue opere e forse non si contano gli articoli, che avevavo un loro "tocco" quando pure fossero dettati da un'occasione recensoria. Egli stesso è stato un "personaggio", come si dice, partecipe della stagione memorabile di Bassani e di Bertolucci, di Gadda e di una Roma vitale dove ancora gli artisti si incontravano nei caffè, giravano a piedi per strade notturne. Anche per queste ragioni curò volentieri una raccolta in tre volumi dei "Racconti italiani del Novecento". Forse da tempo si sentiva un epigono, pur conservando un'attenzione vigile sull'attualità. Un suo romanzo "definitivo" non ci viene in mente, ma ripercorrendo i loro titoli ("La principessa e l'antiquario" del 1980, "Diamante" del 1984, o quelli più vicini, "I bei momenti", "Non entrare nel campo degli orfani", "Il risveglio della bionda sirena") si risveglia il ricordo di un'elegante leggibilità, di un'intelligenza esercitata come un costume letterario e una maniera di essere.
|
|
|