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"Pagine
corsare"
La scomparsa di Enzo
Siciliano
Ma quale Italia? Intellettuali
e società letteraria nel "Belpaese"
Intervista a Enzo Siciliano
di Roberto Balzano
Rivista Origine n. 3,
settembre 2005
Cercare di mettere ordine
nella storia della cultura italiana del secondo novecento, per potere fare
chiarezza su molti degli aspetti che non ci piacciono dell’Italia di oggi.
Dato questo come obiettivo di queste pagine, non potevamo rivolgere le
nostre domande che ad Enzo Siciliano. Scrittore, critico, autore di testi
per il teatro, Siciliano è stato uno dei protagonisti del dibattito
culturale italiano degli ultimi decenni. Amico dei grandi della letteratura
del dopoguerra, instancabile organizzatore culturale, ha ricoperto la carica
di presidente della Rai. Autore di romanzi fondamentali come “La notte
matrigna” (1975), “La principessa e l’antiquario” (Premio Viareggio 1981),
“I bei moment”i (Premio Strega 1998), e l’ultimo “Non entrare nel campo
degli orfani” (2002). Ha curato numerosi volumi sulla letteratura tra cui
“La letteratura italiana” e l’importantissima antologia “Racconti italiani
del Novecento”. I suoi Diari sono una testimonianza lucidamente critica
sulla nostra contemporaneità.
Dal 1972 è alla direzione
di “Nuovi Argomenti”. Siamo andati ad intervistarlo nel salotto della sua
casa romana.
Iniziamo da un consiglio.
Cosa si sente di suggerire ad un giovane che vuole scrivere?
Innanzitutto leggere. Oggi
si legge male, e soprattutto si ignorano i classici. Non è negativo
che i lettori della tua generazione sappiano tutto di Paul Auster, ma è
un male se ignorano Dostoevskij o Balzac o Tucidide. In ogni caso leggere
è l’unico consiglio che si può dare: la scrittura, se ce
n’é capacità, viene dopo.
Lei sostiene che non c’è
più spazio per i classici, ed è vero, ma ai suoi tempi era
diverso?
Certo. Avevano un’importanza
centrale. Negli anni ’50 io leggevo i classici nella Bur e nella Universale
Economica.
I classici si continuano
a stampare anche oggi. Cosa avevano di particolare queste due collane?
La differenza è che
si faceva una selezione di testi fondamentali, mentre oggi si è
smarrita la dimensione dell’utilità e del valore formativo della
lettura. Nella Bur e nell’Universale Economica c’era di tutto, e tutto
il meglio. Lì trovavo “La cousine Bette” accanto a Euripide, a Diderot,
ma anche un testo importante per chiarire la storia italiana come il “Diario
della rivoluzione del ‘48” di Carlo Cattaneo. Certo, anche oggi, nelle
librerie si vendono tanti classici in edizioni economiche (il prezzo oscilla
fra gli 8 e i 20 euro - prezzi economici?). Ma sembrano cespi d’insalata
affiancati gli uni agli altri. Poi succede che alcuni di essi, a fare “biblioteca”,
vengano pubblicati il mercoledì in tandem con “Repubblica”, e scatta
il successo.
All’epoca la Bur e l’Universale
Economica furono il presupposto e lo strumento della creazione di una vera
cultura popolare in Italia (penso, ad esempio, all’importanza che avrebbe
l’affrontare un testo impegnativo, ma fondamentale per capire la nostra
contemporaneità, come la Storia d’Italia di Guicciardini).
C’era un progetto di crescita sociale, e soprattutto si aveva la convinzione
che la formazione della nuova classe dirigente del paese dovesse passare
attraverso la cultura popolare intesa nel senso più alto e universale.
Il meglio dell’Italia tra gli anni ’40 e ’60 sta proprio in questa consapevolezza
e in questa tensione. Io ricordo con piacere che per comprare i libri risparmiavo
sul biglietto del tram.
Consolante, anche io risparmio
sui biglietti del metrò per andare in libreria… Ma perché
poi le cose sono cambiate?
Il discorso è complicato.
Tanto per dire: a pensare le collane erano stati uomini come Angelo Rizzoli
e Giancarlo Pajetta che avevano provato sulla propria pelle la difficoltà,
allora comune a tutti noi, di avvicinarsi alla lettura (l’uno era un trovatello,
l’altro aveva assaggiato le carceri fasciste prima dei diciotto anni),
e che avevano maturato un senso, potremmo dire etico, dell’importanza del
libro e della letteratura. Oggi, invece, a capo delle case editrici ci
sono i manager, mentre gli intellettuali sono relegati nell’angolo. Non
ci sono più i Vittorini, i Sereni, i Pavese, i Debenedetti. Tutto
il tessuto culturale degli anni ’50 e ’60 è stato smagliato con
la perdita di potere decisionale e di indirizzo da parte degli intellettuali.
Le case editrici sono andate progressivamente allo sbando, si sono indirizzate
sempre più verso la ricerca del “caso” e hanno perso di vista il
catalogo. Non esistono più politiche editoriali, se non legate alla
logica del profitto giorno per giorno.
Non credo che il mercato
editoriale, e in generale la cultura italiana, abbiano deciso di regredire
spontaneamente. Cosa è avvenuto perché si giungesse a questa
situazione?
Diciamo che nei fatti si
è cementificato quel mutamento antropologico testimoniato da Pasolini
fin dall’inizio degli anni ’70 (gli “Scritti corsari”, molti brani di “Petrolio”,
“Trasumanar e organizzar”), ovvero una decadenza progressiva, e, da un
certo punto in poi inarrestabile, della tensione culturale nel nostro paese.
Di chi sono le responsabilità
di questa decadenza?
Le responsabilità
sono politiche nel senso più ampio. Sono da attribuirsi ad un sistema
che non è stato capace di controllare e indirizzare in senso positivo
il fenomeno principale della modernità: lo sviluppo e la diffusione
capillare dei media, tv innanzitutto. Ma che, al contrario, ha lavorato
per farne lo strumento di creazione del consenso (Berlusconi docet). La
strumentazione dei media ha finito per privilegiare il dato persuasivo
invece di quello espressivo e conoscitivo, qualificando così le
informazioni non dal punto di vista dei contenuti e dei significati, ma
solo delle immagini. Lo schermo televisivo agisce come una forza centripeta
e coercitiva in cui tutto diventa uguale: le bombe su Baghdad e le cure
dimagranti.
Di fronte a questa situazione
come hanno reagito gli intellettuali?
Sono stati spiazzarti, si
sono smarriti, e adesso vivono come dei rifugiati. La cultura, intesa come
significati, idee, forme espressive, è aliena da un modello totalmente
schermo-centrico come quello affermatosi in Italia.
Gli intellettuali, però,
mica si sono estinti... Dove sono, oggi, i luoghi e qual è il ruolo
di chi vuole fare cultura?
La classe intellettuale
italiana ha un ruolo decisamente marginale in termini di influenza sulla
vita del paese. E la cultura, ormai, è diventata un bene residuale
all’interno del quale ci si raccoglie per volontariato.
Ne esce, insomma, un quadro
disarmante che purtroppo risponde a verità. Soltanto un’obiezione:
sicuro che gli intellettuali siano esenti da colpe?
Certo che no, tutt’altro.
E mi riferisco, in principal modo, all’atteggiamento dei gruppi della neoavanguardia
e dei contestatori. Gli italiani hanno vissuto il trauma, durissimo, della
messa in discussione delle forme organiche della cultura e della comunicazione
(romanzo in primis) da parte di quegli stessi che però non sono
stati capaci di proporre un effettivo rinnovamento dei modelli espressivi.
Si è rifiutata l’idea che l’intera esistenza è una narrazione.
Questo ha determinato una frazione tra pubblico e intellettuali che ha
a sua volta messo in crisi i valori della “cultura di per sé” (pensiamo
alle critiche che ha dovuto subire uno come Moravia), e ha causato negli
italiani un vuoto di senso che in qualche modo è stato colmato,
con conseguenze nefaste, dalla tv.
Che ruolo ha avuto il
giornalismo in questo contesto?
Il giornalismo è
stato protagonista in negativo di questi cambiamenti. Nel dopoguerra al
centro della vita giornalistica italiana c’erano, solo per fare qualche
nome, gente come Brancati, Moravia, Alvaro, Flaiano, Soldati. Il giornale
rappresentava la cinghia di trasmissione e diffusione alta della cultura
del paese. Oggi c’è da imbarazzarsi solo a tentare un paragone.
Io stesso, le cose che scrivevo sui giornali trent’anni fa poi le ho usate
per fare dei libri: quelle che scrivo oggi possono essere appunti per un
libro possibile.
La verità è
che la cultura è uscita dall’orizzonte dei giornali italiani. Quanta
tv c’è sulla carta stampata? Persino la struttura editoriale è
modulata su ritmi televisivi. Un esempio principe su tutti: il salotto
di Vespa è diventato il centro del dibattito politico nel nostro
paese, e i giornalisti, che dovrebbero essere i primi ad indignarsi, fanno
la fila per potercisi sedere.
Ma non accade lo stesso
anche negli altri paesi?
Non necessariamente. Prendiamo
il New York Times ad esempio. Sopra ci trovi i nomi dei maggiori intellettuali
americani (anche del mondo universitario), non una riga di riferimento
alla tv, e una buona parte del giornale è dedicata alla cultura.
Il giornale così strutturato, anche se non vende milioni di copie,
ha un peso notevole sul dibattito politico e culturale americano, ed è
il giornale più autorevole del mondo. In Italia un giornale del
genere non c’è.
Lei ha parlato di intellettuali
legati al mondo dell’università. Anche oggi nelle università
italiane si cerca di fornire gli strumenti per fare cultura.
Non è più
la stessa cosa. Io mi sono formato nella facoltà di lettere della
Sapienza: ma era un luogo vivo, stimolante, realmente formativo, dove a
fare lezione c’era il meglio della cultura letteraria, storica, filosofica
italiana del dopoguerra. Adesso, salvo eccezioni, la qualità del
corpo docente si è notevolmente abbassata nella media. L’università
di massa di per sé non è un fatto negativo, ma lo diventa
nel momento in cui serve solamente da parcheggio per generazioni di giovani
per i quali non c’è lavoro. Il problema, comunque, riguarda l’intero
sistema scolastico italiano, di cui le varie riforme che si sono susseguite
negli ultimi anni non hanno fatto altro che impoverire e dilatare la funzione
di conoscenza e formativa.
Torniamo a parlare di
letture. Bombardati dalla tv, non supportati dall’università, i
giornali sono quello che sono, come si fa a scegliere i libri da leggere?
Cercando di attenersi ad un canone?
L’abbiamo detto all’inizio,
si deve partire dalle letture formative, dai classici, e dai grandi del
novecento italiano. Il canone non serve a niente, è una malattia
alessandrina del secolo passato che rischia soltanto di creare dei vuoti
molti gravi. Il lettore deve essere attento, critico, pensare con la propria
testa, perché oggi non ci sono più specifiche, né
sistemi di differenziazione dei prodotti culturali in base al loro effettivo
valore.
È un problema irrisolvibile?
Non credo. Se tu ad esempio
vai in una libreria di New York, ti accorgi che i libri importanti, diciamo
di “spessore culturale”, sono chiaramente distinti dalla letteratura d’intrattenimento
e d’evasione, comprese le nuove uscite. Che ci siano i best-seller è
logico, che non tutti abbiano voglia e possibilità di leggere i
classici anche, ma questo non significa che debbano scomparire le differenze.
Sennò è il caos: un appiattimento verso il basso che non
giova nessuno.
Concludiamo da dove abbiamo
iniziato: con una riflessione sulla scrittura. Lei ha detto che “scrivere
è un modo per alzare un ostacolo contro il disordine che può
divorarci”. È una concezione etica della scrittura, l’unica possibile.
Negli ultimi anni, invece,
tra i giovani che si interessano di letteratura si sta diffondendo sempre
più la moda di frequentare le cosiddette scuole di scrittura creativa?
Personalmente sono contrario. Lei cosa ne pensa?
Non si può insegnare
a scrivere a comando. Queste scuole non mi piacciono per niente. Trasformano
lo scrivere in un dato manageriale e generano soltanto confusione in chi
le frequenta. Vengono stravolti i valori: chi affronta la scrittura deve
innanzitutto essere un lettore, magari soltanto della propria esistenza
e che per questo legge altro. Bisogna prima apprendere: assorbire e non
sputare. Le scuole di scrittura fanno il contrario, ed è sbagliato.
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