In memoria di Enzo Siciliano
 


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"Pagine corsare"
La scomparsa di Enzo Siciliano

La scomparsa di Enzo Siciliano
di Generoso Picone, Il Mattino 10 giugno 2006

C’è quel passo della lettera di Giacomo Leopardi a Pietro Giordani. «In fine mi comincia a stomacare il superbo disprezzo che qui si professa di ogni bello e di ogni letteratura: massimamente che non mi entra poi nel cervello che la sommità del sapere umano stia nel saper la politica e la statistica». Enzo Siciliano lo scelse come esergo al suo Campo de’ fiori, pubblicato da Rizzoli nel 1993, il racconto della società letteraria romana ai primi anni ’70, libro densissimo di ricordi e di passione per gli amici Alberto Moravia, Elsa Morante, Pier Paolo Pasolini, Dacia Maraini, Dario Bellezza, Attilio e Bernardo Bertolucci, Laura Betti, Maria Callas. Ora che non c’è più, ucciso da un devastante ictus, la citazione potrebbe ben servire a condensare il senso che lui ha voluto dare all’impegno di una vita. 

Da quando le fastidiosissime placche alla gola gli imposero da ragazzino di smettere di cantare e invece che un bravo musicista lo fecero appassionare ai libri, in pratica Enzo Siciliano ha sempre creduto nell’alto e primario valore della letteratura. «È un di più dell’esistenza, ma non il suo lusso: è il di più nel quale l’esistenza si proietta simbolicamente e necessariamente», ha scritto in Romanzi e destini. Per questo l’ha promossa strumento indispensabile a cogliere l’ambiguità imponderabile che abita l’animo umano. La verità, insommma, che spesso è da cercarsi oltre la realtà. 

La curiosità intellettuale di Siciliano, la sua versatilità, la compresenza di passioni convergenti e divergenti, da lui scherzosamente giustificata con l’appartenenza zodiacale al segno dei Gemelli, nascevano da questa profonda e radicata convinzione. Siciliano ha ricoperto un ruolo importante, da protagonista e testimone, nelle vicende intellettuali dell’Italia di questi ultimi decenni. «Appartengo a una generazione che ha riflettuto su una battuta di Sartre: le mani bisogna sporcarsele fino al gomito», diceva e ha fatto così, senza remore e con entusiasmo. 

Ma la sua qualità maggiore forse è stata di essere sempre attento al lavoro degli altri, capace di intuire lo spessore di ogni novità, creatore e difensore di comunità culturali nelle quali far maturare idee, sancire rapporti. Da «Nuovi argomenti» alle case editrici in cui ha lavorato, dai premi letterari che ha diretto agli istituti culturali che ha presieduto - su tutti la Rai e il Gabinetto Vieusseux a Firenze - le attività cui mise mano hanno cercato di uniformarsi al modello dell’antica società degli intelletti. Anche contro i dettati dei tempi e con esiti non puntualmente entusiasmanti: la sua presidenza a viale Mazzini, dal 1996 al 1998, sarà ricordata per aver risposto «Michele chi?» a chi gli chiedeva di Santoro e per aver fatto trasmettere il «Macbeth» dalla Scala il sabato in prima serata su RaiUno. Poco. Epperò definì uno stile, lasciò una traccia. Se le pagine delle sue riviste, le stanze della sua casa, la camera ardente dell’ultimo saluto sono stati pieni di scrittori e artisti un paio di generazioni più giovani di lui ci sarà un motivo. 

Nato a Roma da genitori calabresi - «Quel cielo era la luce del mio sangue», scriverà a proposito della terra familiare -, orfano del padre Natale, capitano dei carabinieri, a 15 anni, Enzo Siciliano visse con con la madre Giuseppina, donna energica e presenza costante - troppo, diceva Moravia - a cui dedicherà nel 1994 il romanzo Mia madre amava il mare. Deciso a fare lo scrittore, si iscrisse alla facoltà di Filosofia per dotarsi dell’opportuna preparazione concettuale e all’università studiò con Natalino Sapegno, Ugo Spirito, Guido Calogero. Compagni di corso Alberto Asor Rosa, Mario Tronti, Tullio De Mauro, Renzo De Felice, Ruggero Savinio. Da Tronti ebbe la tessera del Pci, che lui fece prendere ad Asor Rosa. Nel 1956, dopo i fatti di Ungheria, lasciò il partito. Rimase di sinistra, liberale e libertario. 

Pure la sua scuola di scrittura ebbe maestri di rilievo, Niccolò Gallo, Giorgio Bassani, Giacomo Debenedetti e Arrigo Benedetti. Nel 1958 il primo libro, la cura di un’antologia di «Solaria». L’esordio narrativo è del 1963, anno topico, in cui fece uscire Racconti ambigui. Se fuori cominciava a imperversare la neoavanguardia, Siciliano guardava ad autori come Henry James e Robert Musil che scandagliavano le profondità del debenedettiano personaggio uomo. Quando i ribelli del Gruppo 63 diedero assalto ai cassetti di Bassani, Enzo Siciliano si schierò con chi aveva pubblicato Il Gattopardo: cioè, con la sua idea di letteratura come continuità di una nobile tradizione. Con Angelo Guglielmi recuperà in seguito un rapporto anche di amicizia, ma intanto il suo percorso s’intrecciò con quelli di Alberto Moravia, di Pier Paolo Pasolini - sua la Vita di Pasolini del 1978 - di Elsa Morante, dei Bertolucci. Sodalizio forte, da clan, attraversato anche da bisticci e rancori, ma assolutamente creativo. 

Siciliano ebbe una parte nel «Vangelo secondo Matteo» di Pasolini, lavorò a saggi e romanzi, da La coppia del 1966 trasse un film che diresse, s’impegnò per il teatro, sviluppò una ricca attività critica. Nel 1973 tornò al romanzo con Rosa pazza e disperata, nel 1980 vinse il «Viareggio» - di cui sarebbe diventato presidente nel 2005 dopo la morte di Cesare Garboli - con La principessa e l’antiquario, cura le raccolte Racconti italiani del ’900 per i Meridiani Mondadori in cui inserisce Gianni Brera e Francesco Guccini accanto a Primo Levi e Carlo Emilio Gadda. Coltivò una amicizia fraterna con Raffaele La Capria. Amava veder sorgere il nuovo. Scrittori allora giovani come Sandro Veronesi, Giorgio Van Straten, Claudio Piersanti, Niccolò Ammaniti, Eraldo Affinati, Aurelio Picca - per lui l’ultima recensione affidata a «Repubblica», l’altro ieri - avranno la sua egida, che significava conforto, dialogo critico, accoglienza. «Il romanzo è vivo», diceva Siciliano soddisfatto, vincitore di una battaglia che era sua. 

 


La scomparsa di Enzo Siciliano, di Generoso Picone
 

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