In memoria di Enzo Siciliano
 


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"Pagine corsare"
La scomparsa di Enzo Siciliano

La Maraini ricorda: quei giorni
con Enzo, Moravia e Pasolini
di Rita Sala
Il Messaggero, 10 giugno 2006

Sono molti i fili che congiungono Dacia Maraini con Enzo Siciliano. Fili tenaci, legati alla giovinezza dei due scrittori, al fuoco ideologico e creativo di anni in cui, grazie ad Alberto Moravia, fondarono, assieme ad altri, la Compagnia del Porcospino. Come sede, un teatrino di via Belsiana, nel centro di Roma. «Era il 1966 racconta la Maraini , Moravia si occupava di teatro con sempre maggior passione e frequenza. Il gruppo del Porcospino, a via Belsiana, mise in scena un suo testo, L’intervista, poi un mio lavoro intitolato La famiglia normale, e ancora opere di Carlo Emilio Gadda, Wilcok, Strindberg, Goffredo Parise e Kyd. Anche Tazza, di Enzo Siciliano. Fu un bel periodo, denso, che si concluse nel 1968 per mancanza di fondi». 

La passione del teatro, in Siciliano, cominciò a bruciare allora. E l’ha accompagnato fino alla fine. Ma la Maraini non se la sente di dire che il palcoscenico ha occupato un posto di privilegio nella poetica dell’amico: «Enzo ha spaziato in molti e differenti campi, come la sua cultura gli permetteva di fare. Si è nutrito di ogni stimolo, della frequentazione di intellettuali come Moravia, appunto, e Pier Paolo Pasolini, con i quali è cresciuto ed è maturato. E’ stato un ottimo narratore, un saggista di pregio, un critico acuto... Il suo ultimo libro, ad esempio, Il risveglio della bionda sirena , è bellissimo. La storia d’amore fra Antoinette Raphael e Mario Mafai, storia vera “di un amore coniugale”, come spiega il sottotitolo, ha grande profondità e una delicatezza speciale. Quanto mi sia piaciuto glielo dissi. E sono felice di averlo fatto».

La musica, alla quale Siciliano ha dedicato un amore fedele, negli ultimi tempi addirittura in crescendo, secondo Dacia testimonia «quanto Enzo fosse davvero un eclettico, benché incapace, per formazione di base, di cadere nella superficialità»: «Ha scritto critiche musicali tutta la vita. Oltreché competenti, belle nella forma scritta, con quella sua ricerca della e sulla parola che lo ha sempre contraddistinto». 

Infine il carattere, la personalità. «Il suo segno distintivo è stata l’appartenenza al Sud. Era un meridionale, lo è sempre rimasto. Con tutte le qualità di comunicativa, capacità di legare e di esprimersi, che questo comporta. E naturalmente con certe schiettezze che rasentano la scontrosità. Prova ne è l’unico anno da presidente Rai che ha trascorso senza assoggettarsi alle leggi del potere, senza piegare la schiena per compiacere qualcuno. La sua influenza è stata culturale, non si è mai appoggiato alle clientele, ai circoli, al giro di “quelli che contano”». 

Cosa lasci dietro di sé, la Maraini lo sintetizza così: «La scrittura, il gusto, lo stile. La forza e il coraggio di testimoniare per gli amici: Pasolini, ad esempio. Enzo è stato instancabile nel metterci in guardia dal rischio di scambiare la parabola terminale dell’uomo Pasolini con la verità più intima e profonda che Pier Paolo ha comunicato. La visibilità, oggi, passa attraverso i media, e in tal senso sembra distorcere e volgarizzare la memoria di chi non c’è più. Eppure, se per Pasolini non ci fosse stato tutto il parlare, lo scrivere, il riportare a noi le sue parole che anche Enzo ha promosso, la dimenticanza sarebbe stata ingiustificabile». 

Maraini/Siciliano. Un’amicizia che, forse, poggia in primo luogo sulla motivazione che Dacia ha dato, un giorno, della propria scrittura: «Perché e per chi si scrive? Non vedo altro motivo che il piacere: si scrive spinti da un desiderio quasi erotico, si scrive perché si è felici di farlo. Mentre scrivo non mi chiedo mai chi siano i miei lettori e non voglio neanche saperlo. Mi piace, semmai, se proprio devo pensare a un lettore, immaginarne uno che mi assomigli, che sia in grado di capirmi. In realtà quel lettore sono io. Il primo lettore della propria scrittura è l’autore stesso». 

 


La Maraini ricorda: quei giorni con Enzo, Moravia e Pasolini, di Rita Sala
 

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