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La scomparsa di Enzo Siciliano Enzo Siciliano,
È morto l’ultimo dei critici militanti della nostra letteratura, formatosi in un’epoca in cui il mercato non spadroneggiava come oggi. È morto anche un raffinatissimo scrittore, più inglese che italiano. Sono corso trafelato a villa Mafalda sulla Salaria a Roma per dare l’ultimo saluto al mio grande amico Enzo Siciliano. Ho percorso il tratto della Salaria che costeggia Villa Ada a piedi, tra un traffico indicibile. Al primo piano l’ho rivisto composto su un tavolo, addormentato, quieto. La morte lo aveva colpito nella notte, con una terribile emorragia cerebrale. Quella cara carnagione scura, come di una persona abbronzata, mi ha spinto le mani sugli occhi. Come a volere cancellare quella vista. Ho abbracciato e baciato sulle guance i suoi due figli e non sono riuscito a stare in piedi più di cinque minuti. Come per Moravia, per Pasolini, per la Morante, per Sandro Penna, non voglio credere alla morte. Gli artisti sono eterni no? Non ho potuto fare a meno di pensare che Siciliano era nato nel 1934, dieci anni prima di me e siccome si sa che i morti rimandano alla propria dipartita, mi sono detto che il tempo si è accorciato anche per me. All’ingresso ho incontrato uno sparuto gruppo di amici: Cordelli, Manica, Colasanti, Picca, che mi hanno informato del trasferimento in una sala del Campidoglio e dei funerali a Santa Maria del Popolo. Ho cercato inutilmente Flaminia, la floreale ragazza che incontrai nel 1965 a casa di Siciliano a via Brunetti, nelle vicinanze di piazza del Popolo. Sono tornato a casa tutto sudato. La voce di Enzo mi ha accompagnato, una voce calda, pastosa, che mi diceva di non agitarmi, di stare fermo dinanzi al lutto. E io l’ho rivisto seduto dietro la sua scrivania che mi passava le bozze di Nuovi argomenti, che mi parlava di Pasolini, di Moravia, come fossero suoi parenti. Sono corso allo scaffale dove conservo le sue opere e le ho messe sul tavolo alla rinfusa. Ecco Prima della poesia, il lungo saggio che testimoniò il suo grande amore per la letteratura, polemizzando con il carrozzone della neoavanguardia, che era la sua generazione. L’aveva tradita? No, solo che commettevano un grande errore nel non riconoscere l’importanza di autori come Bassani, Moravia, Pasolini. Ecco il suo primo libro di racconti Racconti ambigui, titolo che gli suggerì proprio Pasolini, che si riteneva un titolista nato. Nel 1970 uscì l’Autobiografia letteraria dove figuravano i suoi autori di sempre, italiani e stranieri. Insieme a Garboli, Enzo rappresentò fin da subito la critica militante migliore del nostro paese. Moravia me ne parlava come di un critico molto raffinato e colto. Allora Enzo aveva appena smesso di insegnare in un liceo romano, di cui ricordo allievi molto affezionati. Insegnava filosofia. E i romanzi? Eccoli alla rinfusa anche loro: Rosa pazza e disperata, Dietro di me, Cuore e fantasmi, La notte matrigna, La principessa e l’antiquario, Diamante, Carta blu. Torno alla critica che lo accompagnò sempre. Ecco La bohème del mare, Romanzi e destini dove scrutinò la nuova generazione dei narratori, La voce di Otello, Vita di Pasolini e quella di Puccini e il libro sul suo caro Moravia. Sono libri che ho visto nascere, che ho letto in anteprima, debitamente dedicati. Fin da subito si interessò alle posizioni politiche dei direttori di Nuovi argomenti. Interveniva con brani di mediazione ma sempre più accosto all’autore de Gli indifferenti, pur tenendo presente la furia di Pasolini contro gli studenti, soprattutto quelli che volevano il “rogo” della letteratura. Enzo teneva soprattutto alla cultura. Un paese senza cultura era come non nato. Fu militante da subito. Ricordo le sedute a casa sua della nuova generazione di poeti che avevano presentato spettacoli al Beat 72, organizzati da Cordelli, sedute molto vive dove Enzo sembrava a suo agio, quasi fosse il vescovo di tutti noi. L’ultima volta che ci siamo sentiti per telefono, a Pasqua scorsa, abbiamo parlato della sua casa al Vertano, la dimora di campagna dove avevo visto i suoi due figli crescere. Gli era sembrata all’improvviso troppo fredda. Preferiva andarci d’estate. Vertano, da vertere. Quando gli chiedevo cosa stesse facendo, mi diceva che stava scrivendo un nuovo romanzo. «Scrivo» diceva, come dire vivo, non so fare altro. Mi consigliò di scrivere per me stesso, quando mi lagnai dell’attesa troppo lunga delle recensioni al mio ultimo romanzo. Era stato sempre prodigo di consigli, anche nei momenti critici della mia vita, come un vero fratello maggiore. Mi consigliava di non confondere la letteratura con la vita, di tracciare ben netto il solco, se non volevo finire prigioniero dell’una e dell’altra, se non volevo impazzire. Mi raccomandava la distanza, il capo fuori nel gorgo delle narrazioni, di stare attento alla lingua, di tenermi all’osso, come raccomandava Moravia, di lasciar perdere i fronzoli. Quando morì Moravia, in casa di Laura Betti dopo i funerali ci abbracciammo fraterni. Ci era morto il padre? Un padre alla rovescia? Amava la letteratura fatta dai giovani e appena diventammo adulti distolse lo sguardo verso le generazioni successive, senza mai dimenticarsi di noi. Parlavamo molto di critica, contro tutti gli strutturalismi, senza mai ricadere nell’impressionismo facilone. Ora è scomparso anche Enzo. Di quella razza non se ne vedono più. Che dire poi delle cariche pubbliche, dal promotore di tantissime iniziative culturali a Roma e nel nostro paese. Resteranno di lui certamente diversi libri, tra i più avvincenti della critica italiana, anche quelli di narrativa, i suoi paesaggi, la sua formazione da lettore del “nouveau roman”. Come un vero critico militante era geloso, gelosissimo dei suoi autori: Dario Bellezza, il sottoscritto, Cordelli e dopo Magrelli fino a Piperno a Picca, su cui aveva scritto il suo ultimo articolo. Mi vedeva come un moraviano di sinistra e ci scherzavamo sopra a volte su quella figura di “amleto formato mignon” che aveva scritto nella presentazione dei meridiani sui racconti italiani del Novecento. Era attento alla sofferenza dei suoi autori, alla necessità della scrittura che doveva essere sempre sorvegliata. Una volta si lagnò che i suoi brani narrativi non figuravano in alcuna antologia degna di questo nome. Per rincuorarlo gli dissi che era perché lo vedevano come l’antologista per antonomasia e come antologizzare un antologista? Sorrise. Per me l’attività critica era parte di quella narrativa e non perché l’io dell’autore era scomparso come credevano gli strutturalisti. Era stato Giacomo Debenedetti a insegnare a tutti che si poteva essere critici e narratori insieme, come Sainte-Beuve. Da Citati in poi fino a Berardinelli, la critica ha sempre fatto uso della scrittura narrativa. Ho scritto che con Siciliano ci ha lasciato l’ultimo critico militante della nostra letteratura e vorrei spiegarmi. Fino agli anni Sessanta la letteratura veniva accompagnata dalla critica. Il mercato era ancora lontano dal dettare le sue leggi e per un esordiente vi giuro che la vita era difficilissima. Ci voleva l’imprimatur del critico o del grande scrittore se si voleva tentare l’avventura. Per uno come me incontrare Enzo e Garboli fu una grande fortuna. Si potevano imparare molte cose che oggi gli autori non mostrano di conoscere e nemmeno di sospettare. Con gli anni Settanta la critica scomparve, radicalizzandosi tutta in critica politica. La letteratura sembrò a quella generazione appannaggio aristocratico di una borghesia barbara e sfruttatrice. Semmai era da salvare il cinema, non la poesia. Negli anni Trenta Moravia i suoi critici li incontrava sul tram o al caffè e sia pure scontrandosi, amavano tutti quella conversazione colta senza la quale non possono nemmeno venire i romanzi, né alti né bassi. C’era insomma una comunità letteraria ancora viva e io nemmeno sospettavo che quella fosse l’ultima stagione, dopo la quale il mercato avrebbe preso le redini di tutto, compreso quelle del pubblico. Insomma quando ero ragazzo io nessuno scriveva per il pubblico o quantomeno lo confessava. Ricordo una Amelia Rosselli stranita dinanzi alla possibilità di incontrare il pubblico delle sue poesie. «Che schifo il pubblico!» esclamò come se si trattasse di luridi voyeurs. Non che si scrivesse per venire applauditi dalla critica, ma c’era e veniva ascoltata, quantomeno tra autori era d’obbligo passarsi i dattiloscritti prima della pubblicazione. Pasolini fece leggere a Moravia in anteprima il suo Petrolio per averne il parere. Allora i critici ti aspettavano con il fucile spianato al secondo romanzo. Non si poteva sbagliare. Oggi è il pubblico che decide le sorti di un autore, un pubblico che spesso nemmeno sa di che si tratta. Di qui l’abbassamento della qualità, checché ne scriva Baricco sulle sue puntate di Repubblica. Non sono i ritrovati tecnici o la spettacolarizzazione del prodotto a fare buono il vino, ma la specificità delle uve e i raggi del sole inclinati al punto giusto e soprattutto è importante il tempo, come sapeva bene un poeta come Rilke. La letteratura si sa è ormai un trattino di congiunzione tra gli spettacoli dei media più beceri. La scomparsa di Siciliano è tutto questo. Aveva inoltre una grande cultura musicale e al Vertano quante volte uscendo di casa cantava i ritornelli delle opere liriche più conosciute! Visse d’arte, visse d’amore con la sua fida Flaminia che non lo ha mai abbandonato. Che dire ancora della sua attenzione alla pittura, al cinema. Ricordo che a Venezia fu proiettato un suo film proprio mentre il produttore dava bancarotta. Anche della politica sapeva molte cose e la sua amicizia con Veltroni si era rafforzata proprio su questo. I suoi due figli hanno succhiato dal padre questa cultura e sono pittori e attori molto degni. No, non era un tuttologo, quelli sono venuti dopo a straziarci le giornate. Scrivere romanzi per lui era come ritrovare il filo delle letture dei classici. Non c’era romanzo occidentale che ignorasse e di cui non si sentisse l’eco nelle sue frasi. Moravia sosteneva che era avvincente anche la sua Letteratura italiana in tre volumi, proprio perché nella scrittura critica sembrava che si liberasse di tutte le sue ossessioni, che nella narrativa teneva sorvegliate. Insomma Siciliano è una perdita secca per Roma e il nostro paese. Amava la Bellezza. Che altro?
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