La narrativa

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Simona Consoni
P e t r o l i o

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Antologia della critica

«Ho fatto un po’ di calcoli. Visto che la decisione spettava a me e che Pier Paolo non mi aveva mai detto né brucialo né pubblicalo così com’è, con una virgola lasciata a metà, ho deciso di farlo prima di diventare troppo vecchia e di non poterci più lavorare con tutti gli strumenti del caso. Stabilito questo ho preso il coraggio a due mani e ho finalmente aperto quella famosa cartella e ho letto il testo per la prima volta, attenta soprattutto a rispettarlo.»
Paolo Mauri, intervista a Graziella Chiarcossi, “la Repubblica”, 23 ottobre 1992

«Sono sopravvissute poco più di 500 pagine sulle 2000 del progetto finale, composte di 133 “appunti” numerati pieni di correzioni, sottolineature, spazi vuoti e brani lasciati in sospeso, ma nonostante questo abbiamo deciso di pubblicare tutto lo stesso, perché nessuno di noi poteva arrogarsi il diritto di condannare a censura completa l’opera di uno scrittore come Pasolini.»
Intervista ad Aurelio Roncaglia, “Gazzetta del Sud”, 25 ottobre 1992

«Conta - è chiaro - il fatto che Petrolio sia un romanzo incompiuto, ma non solo. Perché anche sfogliandolo rapidamente si viene pervasi da una strana sensazione di non completezza. Le parole poste da Pasolini a introduzione della narrazione, in fondo, lo testimoniano: l’autore voleva costruire un’opera indefinibile, un miscuglio di fonti e tecniche miste capaci di spiazzare sempre il lettore e di dargli l’impressione che nessuna certezza è praticabile.»
Nicola Fano, “l’Unità”, 25 ottobre 1992

«L’incompiutezza si palesa sia sotto l’aspetto quantitativo, sia dal punto di vista qualitativo, ma il carattere frammentario e non rifinito dei materiali non toglie che in essi possano ravvisarsi elementi preziosi per una migliore conoscenza dello scrittore. L'unica chiave possibile di lettura sta in un rifiuto di senso definitivo, che è forse anche l’elemento che più di ogni altro rende le pagine di Petrolio più valide anche per i nostri giorni.» 
Enrico Gatta, “il Resto del Carlino”, 25 ottobre 1992

«Non c’è dubbio che doveva essere pubblicato, ma la domanda che mi faccio è: piacerà ai lettori? Naldini risponde di sì: “non solo per le bellissime parti scritte, che probabilmente sarebbero state riscritte magari molte volte come era nel suo modo di lavorare, ma perché con questo libro ci troviamo dentro il laboratorio dell’autore che nelle sue note intavola un dialogo con il lettore. È come visitare un’officina in piena attività.»
Daniela Pasti, intervista ad Aurelio Roncaglia e Nico Naldini, “la Repubblica”, 27 ottobre 1992

«L’articolata e molteplice produzione letteraria e cinematografica pasoliniana e la sua complessa figura intellettuale, torna a imporsi con la forza dei suoi miti, passioni, contraddizioni vitali, mentre appare sempre più chiara di che lacrime grondi e di che sangue la “modernità” da lui impietosamente criticata con tanta preveggenza. Basterà leggere le rubriche giornalistiche degli anni Sessanta, nelle quali Pasolini inizia quella requisitoria sulle violentazioni e adulterazioni di uno sviluppo senza progresso, che impronterà la stagione corsara degli anni Settanta. Un discorso tra disperata regressione e lucida analisi, che appare comunque oggi come una lunga e inascoltata premonizione.»
Gian Carlo Ferretti, “Tempo Medico”, 28 ottobre 1992

«L’opera assume indubbiamente il valore di una alta testimonianza sia sul piano artistico che spirituale e umano del mondo inquieto di Pasolini in cui narrativa, poesia, cinema, collaborazioni di giornali, si intrecciavano in un’unica dimensione, quella di un intellettuale contro corrente, corsaro, coinvolto nel suo e nel nostro tempo, pronto alla riflessione dura, acre, impietosa. Gli anni di Petrolio, della sua stesura, sono gli anni degli Scritti corsari e di Salò in cui Pasolini affronta i casi dell’epoca con spirito aggressivo, politicamente acceso e con un fondo di appassionata e sdegnata protesta morale. Predomina in Petrolio il senso del definitivo, la problematicità e la molteplicità delle prospettive, gravido anche di scritti di solo valore documentario, entro una struttura tutt’altro che classica, simile piuttosto al barocco antico.»
Piergiovanni Permoli, “La Voce Repubblicana”, 28 ottobre 1992

«Per dirla tutta il modo nel quale è stato pubblicato questo abbozzo narrativo mi è parso un’esibizione di goffaggine e di cattiva coscienza. E adesso c’è da chiedersi se il successo di vendita che esso otterrà presso falangi di lettori piccolo-borghesi amanti di “sapori forti” avrebbe soddisfatto Pasolini. A mio parere Petrolio offre, attraverso pagine d’inaudita crudezza, una visione patologica dell’omosessualità. La drammatizza in maniera, se non retriva, fortemente datata. La dipinge come follia.»
Nello Ajello, “la Repubblica”, 30 ottobre 1992

«Pier Paolo Pasolini, che moriva come tutti ricordano diciassette anni or sono, aveva, del petrolio, una considerazione del tutto particolare. Intitolandogli, infatti, il proprio abbozzo di romanzo - Petrolio che esce ora da Einaudi fra mille polemiche, naturalmente -, egli voleva farne, penso, una specie di liquido amniotico dentro il quale collocare la disperata e disperante identità di quel mondo moderno che odiava e amava, non potendo farne a meno, allo stesso tempo; un liquido oleoso, puzzolente, ma prezioso, nutrimento d’ogni infamia e di ogni speranza. Tale liquido doveva rappresentare quello che rappresentò per Omero e Ulisse il mare, cioè l’elemento connettivo di storie diverse riunite dal simbolo e dalla metafora a indicare il segno di un’epoca, il suo esserci, quindi il suo nascere, crescere e perire.”
Giuseppe Marchetti, “Gazzetta di Parma”, 1 novembre 1992

«Si dirà: Pasolini è diverso. Diverso da tutti, gialli o bianchi. Unico. Pasolini sa mettere nell’inferno del sesso bestiale e maniacale una carica di distruzione (e autodistruzione) e di contestazione sociale, una carica di alterità, di cui abbiamo bisogno. Pasolini è colui che discende agli inferi per tutti, imperatori e impiegati, per attingere un barlume.»
Giorgio Bertone, “Il Secolo XIX”, 1° novembre 1992

«Petrolio è volgaruccio, sembra il tema della zia Pina, io non lo compro. È brutto, illeggibile. Quegli stralci, a chiunque appartengano, aggiornano i tormenti e le viltà di una sessualità borghese tutta intrisa di sociologia.»
Aldo Busi, “Paese Sera”, 2 novembre 1992

«Da come si presenta, Petrolio, non è un’opera compiuta - dicono gli esperti - e perciò la sospensione del giudizio è ancor più necessaria. Ma non soltanto sulle cinquecento pagine di appunti che tutti sono ansiosi di leggere, ma anche sull’opera di Pasolini presa nella sua totalità. Perché essa, questa totalità - definita dal suo autore come “melassa plurilinguistica o matassa monolitica” - è una narratività dal senso sospeso. Solo, però - questa è la trasgressione - fino alla decifrazione della funzione stilizzatrice della morte dell’autore: in parole povere fino a quando il lettore - attraverso la coordinazione di tutti gli indizi disseminati nell’opera - non riesce a impossessarsi del codice, o più banalmente della chiave di lettura… in definitiva, il nucleo del discorso mitico resta sempre lo stesso, mentre varia il suo aspetto esteriore.”
Giuseppe Zigaina, “Messaggero Veneto”, 4 novembre 1992

«Nelle librerie da pochi giorni, il romanzo postumo di Pier Paolo Pasolini, Petrolio, ha già suscitato una vasta eco di discussioni, di commenti. Un coro di consensi e dissensi circa la opportunità o meno di pubblicarlo. È polemica rovente, accompagnata da un insistente battage pubblicitario. Verrà a calamitare l’attenzione dei lettori?… Certo: c’è la possibilità di aporie, di disequilibri, dovuti a problemi di mancanza di organizzazione delle compagini inventive e di strutturazione del vasto materiale, che potrebbe essere privo di unitarietà di fondo. Quasi seicento cartelle dattiloscritte hanno bisogno di un lavoro di risarcitura da parte di chi le ha ideate e scritte, di tagli e di suture, di rilettura.»
Elio Bruno, “Roma”, 6 novembre 1992

«In effetti, i frammenti apparsi inizialmente sui giornali non sembrano appartenere al filone della poetica pasoliniana. Attendo naturalmente di leggere il testo integrale; ma, se sarà confermata l’impressione di un manoscritto-bozza ancora in fase di elaborazione e come tale sconnesso e suscettibile di variazioni decisive, allora dovremo concludere che è stato reso un pessimo servizio a Pasolini.»
Filippo Tosatto, “La Nuova Venezia”, 6 novembre 1992

«Premesso che si tratta di un testo in fieri, come tenta di sottolineare Siciliano (e allora perché pubblicarlo?), c’è da constatare che la scialbezza del lavoro la si nota già dalle prime battute. E scialbezza significa anche inconsistenza sul piano letterario. Non tanto per ciò che riguarda il profilo di uno stile (quello sarebbe correggibile), ma, in modo più sostanziale, per ciò che interessa un progetto tematico e, se si vuole, anche linguistico. Ciò, comunque, rientra nella fragilità di certe scelte tematiche che hanno sempre accarezzato Pasolini.»
Pierfranco Bruni, “Corriere del Giorno”, 6 novembre 1992

«Il libro di duemila pagine che Pasolini voleva scrivere avrebbe avuto ovviamente un aspetto diverso da quello del grosso “progetto” che si può leggere adesso. Tutto sarebbe stato limitato, sviluppato, riorganizzato, molto sarebbe rimasto più o meno così com’è, ma niente di ciò che è rimasto lascia intravedere un capolavoro, o anche soltanto un buon libro. Tutto quello che si vede e s’intravede è un libro macchinoso e pretenzioso. Diciamo pure un libro orrendo… siano esse pagine narrative o saggistiche, giornalistiche o cinematografiche, poetiche o epistolari, secondo i diversi codici e stili che Pasolini intendeva alternare o miscelare nel suo romanzo, sono sempre pagine asfissianti e senza luce.»
Ruggero Guarini, “Il Messaggero”, 7 novembre 1992

«In questo libro Pasolini replica tre suoi temi tra i preferiti: la saldatura fra Dc e fascisti, la distruzione del popolo e delle sue virtù, la trasformazione della vecchia gioventù nella nuova e orribile neo-borghese. Se ci si chiede come mai qui tanto grigiore sulla pagina dove si ripetono argomenti che la velocità e l’impeto giornalistico rendono invece così squillanti e appassionati negli “scritti corsari” o “luterani” di quei medesimi mesi, una risposta c’è: manca qui la vicinanza dei destinatari, la loro partecipazione in folla alle spalle dello scrittore, il loro brusio.»
Franco Fortini, “Il Sole 24 ore”, 8 novembre 1992

«Quando diciamo che Petrolio è un romanzo risolto, intendiamo dire che è l’unico, nei confronti soprattutto del povero mimetismo iniziale, in cui la scrittura non lasci scorie di lavorazione, sicché alla fine dobbiamo concludere che il gran mare di appunti sui quali si fonda l’impressione (fallace) di un’opera ancora da fare, sia esso stesso quell’opera: a patto, s’intende, di non controllarla sui parametri del vecchio realismo.»
Luigi Baldacci, “Corriere della Sera”, 8 novembre 1992

«“Epoca”: Perché considera importante la pubblicazione di Petrolio? 
Enzo Siciliano: “Perché dà allo studioso e al lettore puramente interessato a Pasolini la possibilità di entrare nel laboratorio dello scrittore e di scoprire i suoi percorsi creativi.» 
Silvia Sereni, “Epoca”, intervista a Enzo Siciliano, 11 novembre 1992

«Povero Pasolini, l’hanno fatto morire un’altra volta. Il romanzo incompiuto, il brogliaccio inedito Petrolio, pubblicato da Einaudi, fa discutere. Tutti si chiedono: è lecito pubblicare questi materiali grezzi? Che cosa aggiungono a quanto già si sapeva sulla personalità dello scrittore? La risposta alla prima domanda è: sì, certo, le sinopie degli affreschi, i disegni preparatori, le prime stesure o anche i semplici appunti di romanzi e poesie hanno sempre avuto diritto di cittadinanza. E può succedere che l'incompiuto sia un capolavoro. Ma, in questo caso, il discorso di fondo è un altro. Trattandosi di pagine che possono attizzare tante morbosità (il campionario è sterminato), è lecito il sospetto che si sia decisa una speculazione a spese dello scrittore. Senza nulla aggiungere a quanto già si sapeva di lui, ed ecco la seconda risposta, ma semmai riaprendo ferite che sembravano rimarginate. Mentre la memoria di Pasolini ha bisogno di comprensione e rispetto.»
G.B. “Famiglia Cristiana”, 11 novembre 1992

«Nel suo affannoso procedere Petrolio è la conferma (discutibile, soggettiva) che la grandezza di Pasolini è specialmente nella sua vocazione civile, e coerente e contraddittoria, perché contraddetta dai fatti (storici) della vita. Petrolio, così come si può leggere, non è il suo libro migliore, e tanto meno la “summa di tutte le sue esperienze, di tutte le sue memorie”. E non è neppure detto che lo sarebbe diventato se l’autore avesse avuto più tempo. Magari il librone da duemila pagine sarebbe restato una delle sue allegorie politicamente irrisolte.»
Claudio Carabba, “Europeo”, 13 novembre 1992

«Dire quello che sarebbe stato Petrolio è impossibile. Credo che lui sperasse di avere un effetto analogo ai romanzi di Dostoevskij sulla borghesia russa, di smascherare completamente il potere.»
Stefano Scansani, intervista ad Alessandro Gennari, “Gazzetta di Reggio”, 20 novembre 1992

«Forse con Petrolio Pasolini tocca quella modernità che fino ad allora gli era rimasta estranea: modernità come infrazione del limite, dolore della ragione, sconfitta dell’io. Modernità come luogo dove l’estraneo ha preso il posto del male, il desiderio del sapere.»
Angelo Guglielmi, “L’Espresso”, 29 novembre 1992

«Un cupo romanzo sul potere. “Là dove il potere non solo è fonte di senso - scrive Pier Paolo Pasolini in quel romanzo che non a caso avrebbe dovuto chiamarsi Petrolio - ma è anche esercizio di se stesso”… La profezia di Pasolini in un romanzo inedito…»
Filippo Ceccarelli, “La Stampa”, 20 gennaio 2001

«Laura Betti si chiede perché Pasolini sia stato dimenticato. È vero il contrario. Ci si potrebbe chiedere come mai sia così intensamente ricordato; ci si potrebbe chiedere di quale uomo pubblico, in specie tra i letterati, tra gli scrittori, si celebri ogni anno il giorno della sua morte che avvenne il 2 novembre del 1975. Il film (Pier Paolo Pasolini. La ragione di un sogno) ne è la rivelazione somma, nel senso d’essere una somma di tutti gli atti compiuti questi anni per ricordare l’autore di Petrolio… Lo ricordavamo come un uomo adulto, grande, di una qualche avanzata età perché noi eravamo giovani. Lo scopriamo quale veramente era: un ragazzo, tra i quaranta e i cinquanta, con il viso segnato come poteva avere il viso segnato solo un uomo della sua generazione, e con una forza, anche fisica, come poteva avere solo un uomo impegnato a non tradire il corpo con la mente e la mente con il corpo... Pasolini sempre lo ricordiamo, oltre le nostre personali predilezioni, per il significato che ebbe la sua presenza. Oltre le nostre personali predilezioni nel senso che si può anche non condividere ciò che dice; ma non si può non rimpiangere che egli lo dicesse e il modo in cui ciò avveniva… Nello stesso tempo abbiamo dimenticato Pasolini, come ci rimprovera la Betti, e molto lo ricordiamo, come tutto attesta, perché l’Italia resta l’eterno paese di quel Pinocchio di cui, alla chetichella, Ettore, il protagonista di Mamma Roma, fu ultima, straziante reincarnazione.»
Franco Cordelli, “Corriere della Sera”, 2 novembre 2001

CONCLUSIONI II

Alla luce di quanto letto sopra e conseguentemente ad un attento studio della poetica pasoliniana in Petrolio, alla prima domanda che ci siamo posti nella premessa, ossia se sia stato giusto aver pubblicato un simile testo, noi rispondiamo in modo sicuramente affermativo. 

Questo, essenzialmente, per due motivi: il primo riguarda il fatto che l’autore non lasciò disposizione alcuna sul da farsi in caso della sua morte e, dunque, siamo perfettamente d’accordo con la nipote e curatrice del romanzo Graziella Chiarcossi quando sostiene che sarebbe stato ingiusto arrogarsi il diritto di censurare l’opera di un simile autore; la seconda motivazione è mossa da parte nostra dopo esserci immedesimati non tanto nel ruolo di critici quanto di puri ed interessati lettori. 

Se Petrolio non fosse giunto alle stampe non solo noi non avremmo potuto leggerlo, ma non avremmo potuto soprattutto comprenderne l’importanza, che è, in sostanza, quella dell’opportunità di entrare in stretto contatto con l’intimo laboratorio strutturale e spirituale di uno scrittore convulso, poliedrico, mai una volta uguale a se stesso. Per questo, a nostro avviso, è stato molto coraggioso ed importante intraprendere la strada della pubblicazione. Nell’ultimo periodo della sua vita e della sua produzione letteraria Pier Paolo Pasolini non aveva più speranze. Abbiamo già delineato il profilo di un profeta inascoltato, di un uomo civile, di uno scrittore, di un poeta ormai disincantato, disilluso. L’autore di Petrolio non aveva più alcuna certezza. O forse non ne aveva mai avuta veramente nessuna.

Egli amava cambiare continuamente stile e più precisamente linguaggio. Detestava cristallizzare il suo essere o il suo pensiero, essere “inserito” in una corrente, in un movimento. Ripudiava qualunque sentimento che avesse a che fare con l’eterno, con il per sempre. Amava la realtà e, soprattutto nell’ultimo periodo ed attraverso il nuovo linguaggio cinematografico, amava fare lunghi discorsi sopra ed attraverso la realtà. Scomparso definitivamente ogni anelito di mimesis era nato un altro Pasolini, e con lui un nuovo modo di scrivere, di comporre. Si accentuava sempre di più in lui la caratteristica di “accumulare”, senza mai cancellare o compiere una scelta definitiva, il materiale scritto e composto. Ciò che ne risultava non era quasi mai un corpus ben definito ma, al contrario, una stratificazione di compresenze che rimettevano continuamente in crisi il proprio statuto.

Alla domanda se sia corretto definire Petrolio come un romanzo vero e proprio o se invece lo si debba considerare come un abbozzo narrativo non è così semplice dare una risposta. Eppure, secondo il nostro parere e la nostra forte impressione, non è corretto considerare il testo come un’inspiegabile ed orribile accumulo di materiale senza senso a cui dover dare ancora una logica definitiva. Questo perché, a nostro avviso, una logica definita Petrolio già la possiede in nuce: è la logica di uno dei molti romanzi del Novecento, i romanzi del disordine letterario, del non senso, dell’indefinibile. Una risposta certa a questa domanda, comunque, non potremmo mai darla, perché l’autore è morto e nessuno potrà mai asserire con sicurezza quali fossero, o sarebbero state, le sue reali intenzioni a proposito. Noi consideriamo il testo come un romanzo a tutti gli effetti, un romanzo a “brulichio”, come voleva Pasolini, e lo giudichiamo pubblicabilissimo. Anzi, tendiamo a non giudicarlo nelle intenzioni ma a rispettarlo nella sostanza e nella forma.

Pasolini stesso affermò in una delle sue ultime interviste “Apparentemente potrebbe non esserci una trama ben definita, un contenuto legato a quelli successivi”. Non è un caso. Secondo il nostro parere, dopo tre anni di lavoro, anche se quelle che sono rimaste sono solo cinquecento pagine, la struttura doveva aver raggiunto una sua connotazione, e in questa sua intervista Pasolini sostenne di essere soddisfatto, di essere giunto ad un buon punto. Nel dover esprimere un’opinione critica non ci pare davvero il caso, dunque, di soffermarci sulla quantità. Il romanzo c’è, frammentario come l’uomo del suo tempo, scardinato come l’identità del suo autore, ma c’è.

Ma quanto vale realmente Petrolio? Questa è la domanda alla quale è più arduo rispondere. La critica letteraria su tale romanzo è quasi inesistente, ma non crediamo che questo sia da riferirsi al suo valore intrinseco. Lo scarso interesse riscontrato a proposito è stato causato, secondo noi, da due fattori principali: prima di tutto c’è da considerare, all’interno del corpus narrativo, l’indiscussa complessità sia sul piano filologico che su quello dell’elaborazione del contenuto; in secondo luogo la figura di Pasolini non è mai stata facilmente decifrabile. Soprattutto nella parte finale della sua vita egli aveva messo in discussione tutta la società, e con essa anche il ruolo ed il mandato dell’intellettuale. Resta comunque il fatto che per noi che lo abbiamo letto, contestato ed amato, Petrolio è un romanzo di un’attualità più che mai sconcertante e anche per questo ha un grande valore.

Ci auguriamo che i critici, sicuramente più competenti di noi, avranno ancora voglia di riscoprirlo e di dimostrarne l’importanza nell’orizzonte del Novecento letterario. Anche se non fosse stato un romanzo, ed in particolar modo l’ultimo romanzo di Pasolini, avrebbe meritato più considerazione e più rispetto, perché tutte le opere lo meritano. Ce ne dà conferma l’autore stesso attraverso le sue parole: “Si deve difendere qualsiasi tipo di componimento, anche quello della poesia popolare anonima, come la poesia d’autore, come una poesia di Petrarca o di Dante”. 

 

P E T R O L I O
di Simona Consoni
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