La narrativa

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Simona Consoni
P e t r o l i o
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Al mio maestro di vita, mio nonno, Vincenzo Gatto 
Simona 
CAPITOLO I
Petrolio e la "Prima Critica"
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1.1.  Petrolio e la forma magmatica della realtà

“Perché realizzare un’opera quando è così bello sognarla soltanto?”. Questo aveva affermato Pier Paolo Pasolini immedesimandosi nella figura di Giotto nel suo Decameron. Adesso, grazie alla pertinacia ed alla instancabile fatica di chi ha combattuto per rimanere fedele al proprio lavoro, possiamo immergerci con lui in questo suo ultimo sogno “incompiuto”.
Il sogno, la “vita letteraria” di cui stiamo parlando s’intitola Petrolio, l’ultima opera narrativa di Pasolini rimasta incompiuta a causa della sua morte, avvenuta nella notte tra il 1° ed il 2 Novembre del 1975. 

“Ho iniziato un libro che mi impegnerà per anni, forse per il resto della mia vita. Non voglio parlarne, però; basti sapere che è una specie di 'summa' di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie”, così annunciava in un’intervista rilasciata a Luisella Re, pubblicata da “Stampa-Sera” il 1° gennaio 1975. Paolo Volponi, noto scrittore ed amico di Pasolini, riferendosi all’ultimo colloquio avuto con l’autore racconta: “Sapeva che era un’impresa difficile, ma ne era entusiasta: in quel libro buttava tutto il suo impeto e le sue ambizioni. Mi disse che con Petrolio voleva esprimere i drammi della società, smascherare il potere. Doveva essere un imponente volume sociale, una caccia alla simulazione e alle illusioni del tempo, una dichiarazione di sdegno”. Uno sdegno ed una profonda indignazione, sfondo per un affresco degli ultimi vent’anni di vita politica, sociale ed amministrativa italiana. Il racconto e la fedele rappresentazione della sviscerata crisi della Repubblica e della società, “con il petrolio sullo sfondo - confidava all’amico Volponi - come grande protagonista della divisione internazionale del lavoro, del mondo del capitale che è quello che determina poi questa crisi, le nostre sofferenze, le nostre immaturità, le nostre debolezze, e insieme le condizioni di sudditanza della nostra borghesia, del nostro presuntuoso neocapitalismo.” 

Di questo parla Petrolio, dei mutamenti antropologici e sociali apportati dallo spettro, ormai “cosificato”, della società dei consumi e ne parla “con un’attenzione micrologica ai minimi fatti di costume, ai cambiamenti nella gestualità dei corpi, come ad esempio lo sguardo dei giovani, o ai comportamenti sociali, come l’ostentazione della propria immagine” (1).

In un’intervista rilasciata alla Rai, durante gli anni settanta, egli affermò di credere nel progresso ma non nello sviluppo, uno sviluppo  che  avvertiva come una svolta tragica  nella sua vita gaia: “perché non sono un sociologo o un professore, ma faccio un mestiere  molto  strano  che  è  quello  dello  scrittore  e  sono  direttamente interessato a quelli che sono i cambiamenti storici” (2).

Durante gli anni ’50, il primo periodo della sua permanenza a Roma, Pasolini aveva scoperto il mondo della periferia suburbana, delle borgate e dei figli del sottoproletariato. Si era lasciato affascinare e travolgere da essi e dalla loro lingua, incolta ma ancora pura, incontaminata e verace. Si era immerso nell’analisi di questa realtà. Lo coinvolse sempre più la realtà del popolo, dell’amato mondo primigenio in cui riversare le proprie antiche nostalgie, in compagnia di questi ragazzi “dannati”che lo ispirarono ai suoi due romanzi Ragazzi di Vita, del 1955 , e Una vita violenta, del 1959. Romanzi neorealistici nei quali egli sperimentava il purpureo dialetto romanesco in grado di attuare una profonda mimesi con la realtà e con il quale “rinsanguare” gaddianamente una lingua che di lì a breve si sarebbe dispersa tra le macerie di una società intellettualmente mutata. Nell’«Avvertenza» al romanzo Ragazzi di vita scrisse: “I riferimenti a singole persone, fatti e luoghi reali qui descritti sono frutto di invenzione: tuttavia vorrei che fosse ben chiaro al lettore che quanto ha letto in questo romanzo è, nella sostanza, accaduto realmente e continua ad accadere. Ringrazio i “ragazzi di vita” che, direttamente o indirettamente, mi hanno aiutato a scrivere questo libro.” (3)

Pasolini aveva profondamente creduto nell’efficacia del Neorealismo, perché “tutte le opere neorealistiche si fondano sull’idea che il futuro sarà migliore, in quanto si adempirà un evoluzione…” (4). Scopre infatti nel sottoproletariato una società rivoluzionaria simile a quella delle società protocristiane, portatrici di un messaggio imperniato su concetti di ascetica umiltà, ai quali contrapporre con forza e determinazione quelli della società borghese, una società edonista, classista, globalizzante e superficiale. Verso la fine degli anni sessanta, però, egli si accorge di un profondo stravolgimento della civiltà, che non è più preindustriale e contadina, ma industriale e con una cultura di massa. Si chiede dunque se sia ancora possibile scrivere come aveva fatto sino a quel momento. Aveva creduto che le umili borgate avrebbero potuto coesistere con l’imponente struttura dei “quartieri alti” sino al momento in cui si fosse raggiunta la consapevole maturità per l’avverarsi della loro distruzione e di una palingenesi generale. “Sarebbe ingiusto dire che Pasolini aveva bisogno, per la sua letteratura, che la cosa pubblica restasse in questa condizione; più corretto è affermare che la sua visione del mondo poggiava sull’esistenza di un sottoproletariato urbano rimasto fedele, appunto, per umiltà profonda e inconsapevole, al retaggio di un’antica cultura contadina”. (5)

Proprio a questo punto si inserisce il cosiddetto boom del consumismo e, paradossalmente, i sottoproletari, gli umili, i ragazzi di vita che egli aveva vestito di una tenera e sincera grazia, che aveva accostato ai cristiani delle origini, rifiutavano la palingenesi, la rivoluzione e lasciavano assimilare se stessi e la loro cultura contadina dalla civiltà capitalistica. Persino il loro codice assiologico era profondamente mutato e la scoperta della loro “borghesizzazione” fu per Pasolini un mero e scottante trauma ideologico. Egli comprende così che la realtà fino ad allora descritta nei suoi romanzi era un retaggio del passato. Un passato travolto da un’omologazione ed una massificazione della cultura, persino della storia. Da allora non avrebbe più parlato contro la borghesia a nome dei sottoproletari, ma semplicemente a nome di se stesso contro il fenomeno globalizzante di imborghesimento civile.

Possiamo affermare che il linguaggio dei mass media ha il potere di fare tabula rasa, di “Mettere fra parentesi e di far dimenticare come irrilevanti le “radici” della presenza umana nel mondo”. (6) La storia è una storia che si autoconsuma, che procede verso l’autoannullamento. Descrive situazioni che si confanno a tutti e dunque a nessuno, che perdono la propria particolarità, la loro specificità ed il carattere che traduce la loro esperienza unica ed irripetibile. Pasolini è la testimonianza di una tra le pochissime voci che tentò di recuperare un “senso”, di opporsi, con tutta la propria forza artistica e con lo stesso Petrolio, alla nullificazione dell’uomo. “Questo può urlare un profeta che non ha la forza di uccidere una mosca, la cui forza è nella degradante diversità. Solo detto questo, o urlato, la mia sorte si potrà liberare e cominciare il mio discorso sopra la realtà.” (7)

Dopo aver abiurato alla sua “Trilogia della vita”, (8) Pasolini si impegna in qualcosa di diverso, “in cui il senso di insulsaggine della contemporaneità si sposi all’orrore politico che lo governa” (9). Dal 1973, accettando la richiesta di Piero Ottone, partecipa attivamente, con feroci denunce ed autentiche invettive, alle vicende contemporanee scrivendo articoli infuocati sul “Corriere della Sera”. Tutto ciò verrà successivamente riunito nella raccolta Scritti Corsari dove apparirà un Pasolini luterano e corsaro, capace di scrivere questi versi:

“… io vorrei soltanto vivere,
pur essendo poeta,
perché la vita si esprime anche solo con se stessa.
Vorrei esprimermi con gli esempi.
Gettare il mio corpo nella lotta.
Ma se le azioni della vita sono espressive,
anche l’espressione è azione…” (10)
Attraverso accese polemiche l’autore gettò il proprio corpo nella lotta, ma ve lo gettò da scrittore. Egli aveva un’ossessione: che l’Italia stesse vivendo un processo di adattamento alla propria lenta degradazione. Le accuse da lui pronunciate erano violente e “la sua violenza era quella di un innamorato. La nostra letteratura conosce pochi scrittori innamorati, come Pasolini lo fu, dell’Italia intera, della sua cultura, del suo paesaggio, della sua gente”. (11) Da innamorato della letteratura, attraverso le sue opere, tentava di instaurare un dialogo pedagogico ed educativo nei confronti del proprio destinatario. Ultimamente, però, il destinatario delle sue parole e della sua passione civile non era più lo stesso. Cosa era accaduto ai suoi ragazzi di vita? 

Nico Naldini, cugino di Pasolini, nella sua biografia dell’autore dà la parola a Pasolini stesso: “Li hanno odiati (i valori tradizionali), hanno abiurato: è l’abiura che sta avvenendo in tutto il Terzo mondo, l’abiura dei loro antichi valori… le Ss non sono un prodotto tedesco, non si inseriscono in un modello germanico ma in un modello borghese… l’Italia assomiglia alla Germania di Hitler”. (12) Sono parole crude, spietate, è il grido di un poeta civile che sino ad allora aveva creduto in un popolo che adesso non ascoltava più la sua voce. Una voce inebriata dalla passione di ergersi a guida di un’educazione esistenziale. Ma il soggetto da educare non poteva più essere il sottoproletariato, amato ed irrimediabilmente perduto, un momento da collocare nel proprio passato, che solo il mito, forse, avrebbe potuto riportare in vita. A questo punto Pasolini decide di rivolgersi direttamente al mostro borghese, “e qui non si tratta tanto di un progetto di educazione quanto di una vera e propria rieducazione”. (13

Negli ultimi tre anni della sua vita, l’autore scrisse circa cinquecento cartelle del romanzo Petrolio che, secondo le sue aspirazioni, ne avrebbe dovuto contare duemila. [...] Possiamo rinvenire lo scandalo di Petrolio nell’accanimento con il quale Pasolini si lancia contro “la parete vischiosa della nostra società, nel modo lucido in cui ne analizza la dissoluzione e la perversa tenacia autoassolutoria”. (14) Nel libro è contenuta la crisi italiana culturale e politica. Contro e dentro il “Palazzo”, struggente metafora per individuare il Potere, si sviluppa la vicenda. Questa si svolge tra la fine degli anni cinquanta e i primi anni settanta; tra Roma, Torino, il Canavese e viaggi in Oriente; tra salotti di sinistra, ricevimenti dell’establishment ed orditi complotti. Il protagonista è Carlo Valletti, un personaggio sdoppiato e lacerato. A contendersi il suo corpo sono due “esseri”: il Carlo di Polis, che è l’uomo pubblico, un uomo che si occupa appunto di Petrolio e delle faccende politiche ad esso legate, un ingegnere dell’ENI, un uomo moderno, colto e cattolico di sinistra. Vi è poi il Carlo di Tetis, che è il personaggio privato, tormentato dalla sua tenebrosa ed espiante sessualità.

Il progetto di Petrolio risale alla primavera o estate del 1972, anno in cui Pasolini stila una scaletta, poi riprodotta dal volume Einaudi, alla fine della quale spiega il motivo della sua decisione di scrivere il romanzo: “Mi sono caduti per caso gli occhi sulla parola "Petrolio" in un articoletto credo de “l’Unità”, e solo per aver pensato la parola 'Petrolio' come il titolo di un libro mi ha spinto poi a pensare alla trama di tale libro. In nemmeno un’ora questa 'traccia' era pensata e scritta”. Questo appunto di Pasolini è posto in calce ad un foglio dello scartafaccio del romanzo e risale alla primavera o estate del 1972. Egli avrebbe scritto in tutto 522 pagine di cui 492 a macchina e le altre a mano. I fogli dattiloscritti e quelli a penna erano gelosamente raccolti in una cartella. 

Petrolio venne pubblicato da Einaudi alla fine dell’ottobre 1992. La complessa e delicata decisione di darlo alle stampe fu ragionata dalla nipote, nonché unica erede dello scrittore e curatrice delle sue carte, Graziella Chiarcossi, persona di grande cultura e sensibilità. Dall’età di nove anni era solita trascorrere le sue estati a Roma, nella casa di Pasolini. A diciotto anni vi si trasferì definitivamente per frequentare l’Università e laurearsi poi con Aurelio Roncaglia in Filologia Romanza. Durante il tempo libero dallo studio aiutava con cura lo scrittore e le sue faccende artistiche. 

“Mi ricordo, a proposito di Petrolio, che era molto fiero della consistenza dei fogli. Faceva vedere agli amici quanto aveva scritto, ma a nessuno lo aveva dato da leggere: era molto geloso. Quando nel ’74 mi diede il manoscritto da fotocopiare si raccomandò con un sorriso di scusa di fare la fotocopia senza leggere...” (15)
Ma perché pubblicare l’opera dopo diciassette anni dalla morte dello scrittore? 
“Per anni la cartella di Pier Paolo era rimasta lì tra le altre carte che gli appartenevano, ed io mi sono sempre rifiutata di leggerla. Da più parti manifestarono un instancabile interessamento affinché mi decidessi a darlo alle stampe, ma la morte di Pasolini era ancora troppo vicina, dolorosa, ed io temevo che vi fosse una trepidante caccia all’inedito, allo scoop. Venni aspramente criticata da più fronti per quella che era la mia momentanea decisione. Mi accusarono di aver fatto morire Pier Paolo due volte. Volevo lasciar passare del tempo, riflettere, avevo capito che l’essere precipitosa avrebbe potuto nuocere alla sua figura. Comunque, la notizia che il dattiloscritto esisteva, sin dalla sua morte, era di dominio pubblico. Ne fece un accenno in alcune interviste, con gli amici più intimi, anche in alcune lettere. Poi, diciassette anni dopo, la decisione di pubblicarlo. Non è stata certamente l’insistenza della stampa o la spietata corte degli editori a spingermi a farlo, semplicemente una mia riflessione. In famiglia nessuno si occupa di letteratura e Pier Paolo non aveva lasciato alcuna disposizione sul da farsi, non mi disse mai di bruciarlo. Dunque la decisione spettava solo a me. Se mi fosse accaduto qualcosa che sorte avrebbe avuto Petrolio? Capii che sarebbe stato assurdo aspettare di essere troppo vecchia per poterci lavorare con la dovuta attenzione e con tutti i necessari strumenti. Armata di coraggio, ho aperto quella cartella ed ho letto il romanzo per la prima volta. È seguito poi il mio lavoro di curatrice dell’opera assieme alla mia amica filologa Maria Careri e sotto la supervisione di Roncaglia. È stato un compito delicato, duro, ora sono soddisfatta, ho fatto solo il mio dovere” (16). 
La ragione per la quale Aurelio Roncaglia ha partecipato alla cura filologica del testo è motivata dal fatto che Pasolini ripeteva spesso che avrebbe avuto necessità di parlare con lui per avere delle delucidazioni riguardo a dei problemi linguistici che l’opera gli poneva.

P E T R O L I O
di Simona Consoni
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