|
|
|
Simona Consoni P e t r o l i o Al
mio maestro di vita, mio nonno, Vincenzo Gatto
Simona Petrolio e la "Prima Critica" 1.1.
Petrolio e la forma magmatica della realtà
“Perché
realizzare un’opera quando è così bello sognarla soltanto?”.
Questo aveva affermato Pier Paolo Pasolini immedesimandosi nella figura
di Giotto nel suo Decameron.
Adesso, grazie alla pertinacia ed alla instancabile fatica di chi ha combattuto
per rimanere fedele al proprio lavoro, possiamo immergerci con lui in questo
suo ultimo sogno “incompiuto”.
“Ho iniziato un libro che mi impegnerà per anni, forse per il resto della mia vita. Non voglio parlarne, però; basti sapere che è una specie di 'summa' di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie”, così annunciava in un’intervista rilasciata a Luisella Re, pubblicata da “Stampa-Sera” il 1° gennaio 1975. Paolo Volponi, noto scrittore ed amico di Pasolini, riferendosi all’ultimo colloquio avuto con l’autore racconta: “Sapeva che era un’impresa difficile, ma ne era entusiasta: in quel libro buttava tutto il suo impeto e le sue ambizioni. Mi disse che con Petrolio voleva esprimere i drammi della società, smascherare il potere. Doveva essere un imponente volume sociale, una caccia alla simulazione e alle illusioni del tempo, una dichiarazione di sdegno”. Uno sdegno ed una profonda indignazione, sfondo per un affresco degli ultimi vent’anni di vita politica, sociale ed amministrativa italiana. Il racconto e la fedele rappresentazione della sviscerata crisi della Repubblica e della società, “con il petrolio sullo sfondo - confidava all’amico Volponi - come grande protagonista della divisione internazionale del lavoro, del mondo del capitale che è quello che determina poi questa crisi, le nostre sofferenze, le nostre immaturità, le nostre debolezze, e insieme le condizioni di sudditanza della nostra borghesia, del nostro presuntuoso neocapitalismo.” Di questo parla Petrolio, dei mutamenti antropologici e sociali apportati dallo spettro, ormai “cosificato”, della società dei consumi e ne parla “con un’attenzione micrologica ai minimi fatti di costume, ai cambiamenti nella gestualità dei corpi, come ad esempio lo sguardo dei giovani, o ai comportamenti sociali, come l’ostentazione della propria immagine” (1). In un’intervista rilasciata alla Rai, durante gli anni settanta, egli affermò di credere nel progresso ma non nello sviluppo, uno sviluppo che avvertiva come una svolta tragica nella sua vita gaia: “perché non sono un sociologo o un professore, ma faccio un mestiere molto strano che è quello dello scrittore e sono direttamente interessato a quelli che sono i cambiamenti storici” (2). Durante gli anni ’50, il primo periodo della sua permanenza a Roma, Pasolini aveva scoperto il mondo della periferia suburbana, delle borgate e dei figli del sottoproletariato. Si era lasciato affascinare e travolgere da essi e dalla loro lingua, incolta ma ancora pura, incontaminata e verace. Si era immerso nell’analisi di questa realtà. Lo coinvolse sempre più la realtà del popolo, dell’amato mondo primigenio in cui riversare le proprie antiche nostalgie, in compagnia di questi ragazzi “dannati”che lo ispirarono ai suoi due romanzi Ragazzi di Vita, del 1955 , e Una vita violenta, del 1959. Romanzi neorealistici nei quali egli sperimentava il purpureo dialetto romanesco in grado di attuare una profonda mimesi con la realtà e con il quale “rinsanguare” gaddianamente una lingua che di lì a breve si sarebbe dispersa tra le macerie di una società intellettualmente mutata. Nell’«Avvertenza» al romanzo Ragazzi di vita scrisse: “I riferimenti a singole persone, fatti e luoghi reali qui descritti sono frutto di invenzione: tuttavia vorrei che fosse ben chiaro al lettore che quanto ha letto in questo romanzo è, nella sostanza, accaduto realmente e continua ad accadere. Ringrazio i “ragazzi di vita” che, direttamente o indirettamente, mi hanno aiutato a scrivere questo libro.” (3)
Proprio a questo punto si inserisce il cosiddetto boom del consumismo e, paradossalmente, i sottoproletari, gli umili, i ragazzi di vita che egli aveva vestito di una tenera e sincera grazia, che aveva accostato ai cristiani delle origini, rifiutavano la palingenesi, la rivoluzione e lasciavano assimilare se stessi e la loro cultura contadina dalla civiltà capitalistica. Persino il loro codice assiologico era profondamente mutato e la scoperta della loro “borghesizzazione” fu per Pasolini un mero e scottante trauma ideologico. Egli comprende così che la realtà fino ad allora descritta nei suoi romanzi era un retaggio del passato. Un passato travolto da un’omologazione ed una massificazione della cultura, persino della storia. Da allora non avrebbe più parlato contro la borghesia a nome dei sottoproletari, ma semplicemente a nome di se stesso contro il fenomeno globalizzante di imborghesimento civile. Possiamo affermare che il linguaggio dei mass media ha il potere di fare tabula rasa, di “Mettere fra parentesi e di far dimenticare come irrilevanti le “radici” della presenza umana nel mondo”. (6) La storia è una storia che si autoconsuma, che procede verso l’autoannullamento. Descrive situazioni che si confanno a tutti e dunque a nessuno, che perdono la propria particolarità, la loro specificità ed il carattere che traduce la loro esperienza unica ed irripetibile. Pasolini è la testimonianza di una tra le pochissime voci che tentò di recuperare un “senso”, di opporsi, con tutta la propria forza artistica e con lo stesso Petrolio, alla nullificazione dell’uomo. “Questo può urlare un profeta che non ha la forza di uccidere una mosca, la cui forza è nella degradante diversità. Solo detto questo, o urlato, la mia sorte si potrà liberare e cominciare il mio discorso sopra la realtà.” (7) Dopo aver abiurato alla sua “Trilogia della vita”, (8) Pasolini si impegna in qualcosa di diverso, “in cui il senso di insulsaggine della contemporaneità si sposi all’orrore politico che lo governa” (9). Dal 1973, accettando la richiesta di Piero Ottone, partecipa attivamente, con feroci denunce ed autentiche invettive, alle vicende contemporanee scrivendo articoli infuocati sul “Corriere della Sera”. Tutto ciò verrà successivamente riunito nella raccolta Scritti Corsari dove apparirà un Pasolini luterano e corsaro, capace di scrivere questi versi: “… io vorrei soltanto vivere, Attraverso
accese polemiche l’autore gettò il proprio corpo nella lotta, ma
ve lo gettò da scrittore. Egli aveva un’ossessione: che l’Italia
stesse vivendo un processo di adattamento alla propria lenta degradazione.
Le accuse da lui pronunciate erano violente e “la sua violenza era quella
di un innamorato. La nostra letteratura conosce pochi scrittori innamorati,
come Pasolini lo fu, dell’Italia intera, della sua cultura, del suo paesaggio,
della sua gente”. (11)
Da innamorato della letteratura, attraverso le sue opere, tentava di instaurare
un dialogo pedagogico ed educativo nei confronti del proprio destinatario.
Ultimamente, però, il destinatario delle sue parole e della sua
passione civile non era più lo stesso. Cosa era accaduto ai suoi
ragazzi di vita?
Nico Naldini, cugino di Pasolini, nella sua biografia dell’autore dà la parola a Pasolini stesso: “Li hanno odiati (i valori tradizionali), hanno abiurato: è l’abiura che sta avvenendo in tutto il Terzo mondo, l’abiura dei loro antichi valori… le Ss non sono un prodotto tedesco, non si inseriscono in un modello germanico ma in un modello borghese… l’Italia assomiglia alla Germania di Hitler”. (12) Sono parole crude, spietate, è il grido di un poeta civile che sino ad allora aveva creduto in un popolo che adesso non ascoltava più la sua voce. Una voce inebriata dalla passione di ergersi a guida di un’educazione esistenziale. Ma il soggetto da educare non poteva più essere il sottoproletariato, amato ed irrimediabilmente perduto, un momento da collocare nel proprio passato, che solo il mito, forse, avrebbe potuto riportare in vita. A questo punto Pasolini decide di rivolgersi direttamente al mostro borghese, “e qui non si tratta tanto di un progetto di educazione quanto di una vera e propria rieducazione”. (13) Negli ultimi tre anni della sua vita, l’autore scrisse circa cinquecento cartelle del romanzo Petrolio che, secondo le sue aspirazioni, ne avrebbe dovuto contare duemila. [...] Possiamo rinvenire lo scandalo di Petrolio nell’accanimento con il quale Pasolini si lancia contro “la parete vischiosa della nostra società, nel modo lucido in cui ne analizza la dissoluzione e la perversa tenacia autoassolutoria”. (14) Nel libro è contenuta la crisi italiana culturale e politica. Contro e dentro il “Palazzo”, struggente metafora per individuare il Potere, si sviluppa la vicenda. Questa si svolge tra la fine degli anni cinquanta e i primi anni settanta; tra Roma, Torino, il Canavese e viaggi in Oriente; tra salotti di sinistra, ricevimenti dell’establishment ed orditi complotti. Il protagonista è Carlo Valletti, un personaggio sdoppiato e lacerato. A contendersi il suo corpo sono due “esseri”: il Carlo di Polis, che è l’uomo pubblico, un uomo che si occupa appunto di Petrolio e delle faccende politiche ad esso legate, un ingegnere dell’ENI, un uomo moderno, colto e cattolico di sinistra. Vi è poi il Carlo di Tetis, che è il personaggio privato, tormentato dalla sua tenebrosa ed espiante sessualità. Il progetto di Petrolio risale alla primavera o estate del 1972, anno in cui Pasolini stila una scaletta, poi riprodotta dal volume Einaudi, alla fine della quale spiega il motivo della sua decisione di scrivere il romanzo: “Mi sono caduti per caso gli occhi sulla parola "Petrolio" in un articoletto credo de “l’Unità”, e solo per aver pensato la parola 'Petrolio' come il titolo di un libro mi ha spinto poi a pensare alla trama di tale libro. In nemmeno un’ora questa 'traccia' era pensata e scritta”. Questo appunto di Pasolini è posto in calce ad un foglio dello scartafaccio del romanzo e risale alla primavera o estate del 1972. Egli avrebbe scritto in tutto 522 pagine di cui 492 a macchina e le altre a mano. I fogli dattiloscritti e quelli a penna erano gelosamente raccolti in una cartella. Petrolio venne pubblicato da Einaudi alla fine dell’ottobre 1992. La complessa e delicata decisione di darlo alle stampe fu ragionata dalla nipote, nonché unica erede dello scrittore e curatrice delle sue carte, Graziella Chiarcossi, persona di grande cultura e sensibilità. Dall’età di nove anni era solita trascorrere le sue estati a Roma, nella casa di Pasolini. A diciotto anni vi si trasferì definitivamente per frequentare l’Università e laurearsi poi con Aurelio Roncaglia in Filologia Romanza. Durante il tempo libero dallo studio aiutava con cura lo scrittore e le sue faccende artistiche. Ma perché pubblicare l’opera dopo diciassette anni dalla morte dello scrittore?“Mi ricordo, a proposito di Petrolio, che era molto fiero della consistenza dei fogli. Faceva vedere agli amici quanto aveva scritto, ma a nessuno lo aveva dato da leggere: era molto geloso. Quando nel ’74 mi diede il manoscritto da fotocopiare si raccomandò con un sorriso di scusa di fare la fotocopia senza leggere...” (15) La ragione per la quale Aurelio Roncaglia ha partecipato alla cura filologica del testo è motivata dal fatto che Pasolini ripeteva spesso che avrebbe avuto necessità di parlare con lui per avere delle delucidazioni riguardo a dei problemi linguistici che l’opera gli poneva. |
|
di Simona Consoni Per qualsiasi comunicazione, richiesta o informazione, si prega di prendere contatto con l’ Autrice © 2006 - Tutti i diritti riservati |