La narrativa

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Simona Consoni
P e t r o l i o

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1.3.  La pubblicazione e la "Prima critica"

Il 24 ottobre 1992 Petrolio viene presentato in anteprima presso la Sala Ferri del Gabinetto scientifico letterario G.P. Viesseux. Alla manifestazione prendono parte le due curatrici, Graziella Chiarcossi e Maria Careri, il prof. Luti, Direttore del Gabinetto, Piero Gelli, Direttore editoriale di Einaudi ed il filologo Aurelio Roncaglia. Il luogo della presentazione fu scelto in quanto già depositario di tutti gli originali di Pier Paolo Pasolini. Inoltre era intenzione dei partecipanti rimandare ad una lettura più meditata e profonda del testo, e mettere in primo piano la complessa operazione filologica che lo supportava.

Il filologo Roncaglia, nel motivare il ritardo di ben diciassette anni della pubblicazione, ha introdotto il tema “scottante” di Petrolio parlando delle pagine di carattere erotico. Queste vedono protagonista il Carlo di Tetis, soggiogato da uno sfrenato desiderio di smascherare il mondo dell’altro Carlo, il mondo pubblico e del potere, attraverso l’arma del sesso che è resa, volutamente dall’autore, ripetitiva ed esasperata sino all’eccesso. Queste pratiche sessuali conducono verso un profondo senso di morte, come la brama del successo porta inevitabilmente l’altro Carlo verso la perdita di sé e verso il nulla. 

Oltre all’erotismo, Roncaglia ha sfiorato il tema politico che Pasolini affronta nel suo romanzo, pagine crude nei confronti di quello che egli “sentiva” come un vero e proprio “regime”. Pagine che alludono al periodo storico della tensione, con le stragi di Stato, con la morte di Feltrinelli e con quella di Enrico Mattei, ex presidente dell’Eni, il più grande ente petrolifero italiano che fu in grado di mettere in discussione l’egemonia politica ed economica delle “Sette Sorelle”. Da questa vicenda, secondo alcune ipotesi, prenderebbe nome il romanzo. Un titolo emblema di una situazione internazionale assai complessa in quegli anni della crisi energetica. Sono pagine che sembrano rimandare a quelle apparse sul “Corriere della Sera” durante la sua collaborazione “corsara”, pagine di denuncia, come questa:

“il fenomeno del parassitismo riguarda tutti coloro che di volta in volta,
in cambio di un determinato guadagno ricevono beni
o servizi che ne valgono assai meno,
o addirittura intasano senza ceder nulla e tutto ciò fanno:
o sfruttando particolari posizioni di monopolio o quasi monopoliooooo,
o tempi difficiliiiii,
o altrui bisogni pressantiiiiii,
o ignoranza dei richiedentiiii,
o deficiente sorveglianza dei soprastantiiiiii,
o esecuzioni trasandateeeeee,
o non rispetto di giorni e orari di lavorooooo,
o pratiche fraudolenteeee…” (35).
Riguardo a tutto ciò, secondo i curatori, era opportuno un periodo di distanziamento, anche se a loro parere questi aspetti infuocati non erano i primi a dover essere sottolineati avendo il libro a disposizione. “Così come si presenta, l’opera è un proliferare di neoplasie narrative su tutti i versanti. C’è, senza dubbio, una trama di fondo; ma la sua traduzione in struttura è, nei materiali che ora vedono luce, la parte meno realizzata” (36). Così diceva Aurelio Roncaglia paragonando Petrolio alla linea architettonica di un tempio di Karnak, ad un barocco stravagante popolato da strambe figure simboliche, piuttosto che alla limpida struttura del Partenone. In realtà si parla molto poco di petrolio e lo stesso Pasolini sembra aver dato scarso sviluppo al disegno che aveva tracciato nella scaletta. Il progetto iniziale dell’autore prevedeva duemila pagine, noi ne abbiamo solo un quarto. Ovviamente tale fattore implica la presenza abbondante di vuoti, ma allo stesso tempo è proprio in virtù di questi vuoti che le parti possedute acquistano un valore ancora più particolare. Manca insomma un vero e proprio quadro d’insieme, armonico, idillico, ma Pasolini non era libero dalle proprie ambiguità esistenziali, “cercava un senso nelle cose, e per coglierlo allargava lo sguardo a tutti gli aspetti, privati e pubblici, della realtà. Ma non arrivava a un senso univoco e definitivo” (37).

Assieme a Roncaglia possiamo dunque affermare che il rifiuto di un qualunque senso definitivo sia la chiave per la lettura del libro e per la comprensione dell’incompiutezza dilagante che lo caratterizza. Nel curare l’edizione gli studiosi hanno lasciato tutto il materiale come lo hanno trovato aprendo la preziosa cartella. Si sono affidati all’ordine cronologico in cui esso era disposto senza modificare nulla. In questo modo hanno seguito fedelmente le istruzioni che lo stesso Pasolini aveva proposto nella “nota dell’editore” che si trova nella sua Divina Mimesis. Qui egli immagina che l’autore del libro sia morto, ucciso a bastonate a Palermo, e che l’editore si trovi a pubblicare tutto quello che egli ha lasciato così come si trova.

L’operazione più complessa nel rimaneggiare le carte di Petrolio è stata sicuramente quella di fornire un’edizione critica al testo che non disturbasse troppo la lettura. I curatori hanno quindi optato per i segni più semplici, come dei piccoli angoletti in alto per evidenziare parole o espressioni che l’autore aveva sottolineato per indicarne la provvisorietà o una riserva di sostituzione. Per le parole rimaste illeggibili, perché appartenenti alle carte scritte a mano, sono stati utilizzati degli angoletti dentro i quali sono stati posti dei puntini.

Nella cura filologica del romanzo si trova il rispetto dei minimi particolari, come l’uso dell’articolo “il” davanti a parole comincianti per “s” complicata. Si tratta di un tipico uso settentrionale al quale Pasolini era ancora molto legato.
Nel fornire poi le famose “istruzioni per l’uso” su come leggere il libro, il filologo ritiene che, essendoci parti che costituiscono racconti a sé, si possa cominciare da uno di questi. Noi siamo più d’accordo nel proporre una lettura che segua l’ordine di stampa, che è poi l’ordine stabilito dallo scrittore. “Ora noi abbiamo il libro; di questo libro si parlerà a lungo e con opposti pareri ” (38). 

È proprio a questo punto che s’inserisce quella che noi definiamo la “Prima critica”, che fu quella dei giornali nei confronti non tanto del romanzo in sé quanto della scelta, da molti contrastata, di averlo pubblicato. Solo in seguito si sarebbe sviluppata infatti la “Seconda critica”, quella, altrettanto divisa, sul contenuto di Petrolio.

“Scandalo vero? O tanto rumore per nulla? La pubblicazione di Petrolio… ha avuto l’effetto di una frustata sul molle corpaccione della nostra società letteraria, risvegliandola dal suo lungo letargo. Il Petrolio pasoliniano già brucia di polemiche. Ci si chiede: è giusto pubblicare il romanzo a distanza di tanti anni? O sarebbe stato preferibile astenersene?
Petrolio aggiungerà o sottrarrà qualcosa alla fama del suo autore?” (39). Domande cruciali, ma anche numerose ed infiammanti polemiche si sono mosse all’arrivo della notizia del “via alle stampe”.

Ma che cosa si consiglia di fare con il materiale inedito di uno scrittore? L’esperta Maria Corti ha risposto sostenendo che quando il materiale è stato lasciato inedito ma era sul punto di essere pubblicato, allora si può consegnare alle stampe anche se manchi della conclusione. Se invece gli scritti sono stati interrotti per volontà dell’autore che non voleva pubblicare o perché nutriva l’intenzione di rimaneggiarli, allora l’opera va pubblicata ma dopo un certo numero di anni dalla scomparsa.
“E’ tutta questione di sede e di tempi. Bisogna evitare lo scoop. Va evitato quel 'pettegolezzo' oggi tanto di moda" (40).

La situazione non ci appare nuova. Sono infatti molti i casi di opere cui l’autore non aveva potuto dare l’ultima mano e che poi sono state pubblicate postume. Si ricorda il De rerum natura di Lucrezio pubblicato da Cicerone dopo il suicidio dell’autore, oppure l’Eneide di Virgilio pubblicata contro il volere del poeta per ordine di Augusto, o ancora molte delle opere di Franz Kafka che noi conosciamo grazie al suo amico Max Brod che contravvenne alla volontà dell’autore nel pubblicarle.

Il più deciso ad impugnare le armi della dura critica è stato sicuramente Nello Ajello, responsabile delle pagine culturali de “La Repubblica”. Così egli ha definito il romanzo: “un immenso repertorio di sconcezze d’autore, una enciclopedia di episodi ero-porno-sado-maso, come soltanto dall’autore di Salò ci si può aspettare” (41). Potremmo rispondere con le parole di Alberto Arbasino che su ”L’Espresso” del 22 novembre 1992 si è chiesto: “Scandalizzarsi davvero per le pagine scabrosette o indulgenti di Petrolio quando basta accendere una televisione…?” 

Ma il significato di quelle pagine erotiche e d’intensa sensualità è ben altro. Inoltre, se per Asor Rosa Petrolio è l’equivalente letterario di Salò, per Ferdinando Adornato, che ha seguito lo scrittore proprio durante le riprese del film, l’atmosfera di queste pagine e il vitalismo del sesso che vi viene descritto non corrispondevano più allo stato d’animo di Pasolini. Egli dice: “Sono pagine che determinano nel lettore una reazione morbosa ed eccitata. Proprio la reazione che l’autore aveva voluto punire girando Salò e mostrando che non v’è via d’uscita e sesso e potere sono entrambi al servizio della corruzione” (42). Hanno espresso la propria contrarietà alla pubblicazione sul settimanale “Avvenire” del 6 ottobre 1992 il critico Franco Fortini che ha confessato: “Mi ripugna una società culturale che si nutre di questi prodotti. È inutile: se non per garantire profitti… insomma - conclude - … tutta questa faccenda non mi piace” (43) e Ruggero Guarini, che ha polemicamente messo in discussione persino il lavoro filologico della curatrice Graziella Chiarcossi, dubitando sul fatto che “sia stata rispettosa del testo e non sia stata frenata da un eccesso di verecondia o dal sentimento opposto” (44).

Petrolio non aveva ancora fatto in tempo ad entrare nelle librerie e subito si scatenarono le polemiche sulla pubblicazione di un testo considerato da molti come l’affermazione della schizofrenia letteraria spinta a valore artistico. Imperversarono le critiche, come quella apparsa sul “Corriere del Giorno” del 6 novembre 1992. L’autore dell’articolo, Pierfranco Bruni, scelse questo titolo: “Ma Pasolini aveva bisogno di Petrolio?” ed argomenta la domanda chiedendosi: “Ma perché pubblicare un qualcosa che non sa di nulla?… Qui è da considerare lo spessore di un testo. E dove trovarlo questo spessore?… Dove sono le grandi intuizioni? E poi Pasolini fu vera gloria?”. Dunque non si mette in discussione solo l’uscita di un libro ma persino l’intera produzione e la partecipazione culturale di un uomo alla sua società, all’intero mondo artistico. Se davvero le pagine di Petrolio fossero, come le ha definite Guarini sul proprio articolo apparso su “Il Messaggero” del 7 novembre 1992, “Pagine asfissianti e senza luce”, allora dovremmo chiederci come mai, a diciassette anni dalla sua scomparsa, al momento della pubblicazione Pasolini abbia continuato a far discutere.

Per Alfonso Berardinelli è proprio questo il suo capolavoro postumo: aver caricato la sua opera di una forza in grado di coinvolgerci sia dall’interno che dall’esterno. Egli è stato sicuramente uno dei pochissimi intellettuali capaci di essere “uomini contro”, artefici della pura contestazione, uno di quegli uomini che servono alla storia. Un uomo in grado di mettere in discussione tutti quei meccanismi dai quali ci facciamo risucchiare come da un vortice, senza tener sempre conto che il dovere e il diritto degli uomini è quello di vivere e non soltanto di esistere.

Dinanzi alla prima, crudele e frettolosa critica si è mostrata sdegnata l’attrice, nonché intima amica di Pasolini, Laura Betti.
In un’intervista rilasciata a Michele Dzieduszycki su “L’Espresso” del 29 novembre 1992 questa dichiarò: “La cosa che mi fa più impressione è l’atteggiamento dei giornalisti: come fanno a scrivere tanto su un libro che non ha ancora letto quasi nessuno?… Bisognerà pure che lo leggano e che non ne parlino soltanto”. Era ciò che si auspicava Piero Gelli nel giorno della  presentazione del testo: “Noi vogliamo che se ne parli dopo averlo letto, perché solo così si può discutere validamente” (45). Queste erano raccomandazioni utili per leggere con un dovuto filtro parole come quelle di Giuseppe Bonura lette su “Avvenire” del 29 ottobre 1992. In questa sede il giornalista, pur ammettendo di non aver letto il libro ma di averlo soltanto sfogliato, pronunciò tali parole: “Non credo di offendere la logica, e neppure la verità, se affermo che basta un’occhiata a volo d’uccello per capire che quest’opera postuma non verrà letta interamente da nessun lettore medio ma soltanto per abbellire l’arredamento e alimentare la conversazione sugli argomenti superflui”. Ancora oggi ci chiediamo se davvero fosse un romanzo impubblicabile, se fosse una stella senza luce o se invece ne sia valsa la pena. Lo scrittore Enzo Siciliano rispose, attraverso una sua intervista su “La Stampa” del 21 luglio 1991: “Il libro è pubblicabilissimo. Non è di lettura facile, ci sono dei vuoti. Non si speri in un romanzo godibile: è persino difficile enucleare una vicenda. Ma è indubbio che vada stampato e la mia idea è che farlo è sempre legittimo, poiché la conoscenza di un artista è cosa che va accresciuta comunque”.

Dello stesso parere risultarono essere Nico Naldini, che auspicava la fine dei fenomeni emotivi e scandalistici, Aurelio Roncaglia, che considera Petrolio un romanzo molto coloristico e visivo, Alberto Asor Rosa, che lo definisce come “L’espressione più appariscente di una discesa all’Inferno, che è al tempo stesso una ricerca di origini e la confessione di una lacerazione primitiva” (46). Molto positiva risultò essere anche la critica di Luigi Baldacci contenuta nell’articolo dell’8 novembre 1992 sul “Corriere della Sera”: “È il romanzo letterariamente più risolto che Pasolini ci abbia lasciato. È il Satyricon di un moralista dannato che, contraffacendo la realtà, la svela nella sua evidenza, o nella sua inesistenza, che è la stessa cosa”. Per chi ama le officine degli scrittori, i laboratori artigianali dello stile, Petrolio è senza dubbio un romanzo senza precedenti che svela gli strumenti di lavoro dell’autore. Non manca di certo la possibilità di incorrere in letture ingenue o approssimative, ma per una adeguata comprensione andrebbe tenuto conto che questo libro contiene “quello slancio libero e leggero che diventa inattingibile nelle opere che gli autori hanno il tempo di rifinire e, come si dice con una parola antipatica, licenziare” (47).

Si potrà obiettare che tale pubblicazione può aver avuto, da parte del lettore medio, scarso interesse, ma si potrebbe rispondere che Petrolio può essere considerato come un ulteriore tassello che permette di completare il dipinto del Pasolini scrittore. C’è chi ha ritenuto, come Angelo Guglielmi nel suo articolo su “L’Espresso” del 29 novembre 1992, che lo scrittore “con Petrolio tocca quella modernità che fino ad allora gli era rimasta estranea: modernità come infrazione del limite, dolore della ragione, sconfitta dell’io.” Noi riteniamo che la pubblicazione sia stato un fatto culturale di molta importanza. Importante per il lettore che voglia conoscere tutte le sfaccettate fasi del “continente” Pasolini e per lo studioso che voglia comprendere come lo scrittore lavorava, come costruiva lo scheletro che poi completava con il suo spirito e la sua arte. 

Dopo la divisa campagna di stampa che ha preceduto la pubblicazione del libro è sembrato lecito porsi il quesito: “Saranno in molti a volerlo acquistare e a leggerlo?” Le risposte sono giunte da diversi ambienti e con altrettanto differenti pareri. Ninetto Davoli, l’amico di borgata, il ragazzo di vita che tanto lo ispirò, superate le perplessità è stato favorevole all’uscita del libro. L’altro grande amico Franco Citti, spesso protagonista dei suoi film, si è mostrato invece profondamente turbato. 

Sono stati in molti però a lasciarsi “invischiare” nella lettura e a rilasciare a proposito sincere dichiarazioni su vari giornali del momento. Il critico Enrico Ghezzi si è dichiarato affascinato dal progetto di Pasolini e dal suo offrirsi come artista. Edoardo Sanguineti ha ribadito la sua profonda intenzione di leggere tutto Petrolio, soprattutto per ragioni professionali. Piero Gelli, a cui piace ricordare che l’incompiutezza è uno dei tratti distintivi di molta narrativa del Novecento, sottolinea che lo stesso Pasolini aveva accennato all’ipotesi di lasciare incompiuto il romanzo. Di fronte ad un’operazione filologica di altissimo livello si sono scatenate polemiche ingiustificate che hanno riscontrato molta indignazione nell’ambiente letterario e culturale. “La verità è che si tratta di vedere se l’Italia, sommersa dallo sciocchezzaio tv, ha ancora voglia di confrontarsi con ciò che richiede concentrazione e intelligenza” (48).

I parenti e gli amici più intimi dello scrittore affermano che dopo la morte dello scrittore si era scatenata una caccia all’inedito. Molti avevano fretta. Si parlò di riferimenti a personaggi in vista, accuse durissime contro chi avrebbe potuto anche risentirsene. Aurelio Roncaglia ha smentito tutto ciò: “I motivi del ritardo non sono gli eventuali giudizi su persone viventi, ma le difficoltà tecniche e filologiche. Io ho sempre detto che ritenevo utile far conoscere questo lavoro, anche per capire meglio come lavorava Pasolini: per accumulo, scrivendo prima in un italiano medio e poi colorendo con le variazioni stilistiche, un po’ come nei suoi film” (49).

In realtà, leggendo Petrolio e lasciandosi pervadere dal suo linguaggio espressivo, corporale, limpido e descrittivo ci si accorge che i fogli sono quelli di uno scrittore che ha fame d’esprimersi, al quale l’esistenza continua a suggerire immagini e pensieri. Uno scritto “torturato” quello di Petrolio, frase per frase, parola per parola, in cui nulla è posto a caso. Sono le parole di un narratore vivo. “Scomparve con Pasolini non soltanto uno scrittore, regista e critico tra i più geniali e vivi, ma anche una personalità assai originale (se non unica negli ultimi decenni), capace di trasformare la sua esasperata e violenta contraddittorietà ai livelli del suo ruolo, in un discorso capace di far passare le innovazioni e le provocazioni, come le regressioni e le fughe, attraverso la sua intera esperienza: dalla sua pagina più privata al suo più pubblico esporsi” (50). Con queste parole Gian Carlo Ferretti ha testimoniato non solo un ricordo dell’autore e poeta Pasolini, ma anche l’urgenza e l’importanza di continuare a confrontarsi con il suo “continente artistico”, anche quando questo significhi tuffarsi nel "petrolio" delle sue parole.

 

P E T R O L I O
di Simona Consoni
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